leggendo partiture qua e là

Sto rileggendo Carcassi, non nel senso di rilettura critica ed reinterpretazione in chiave moderna. Lo sto rileggendo perché è da molto che lo suono solo a pezzi e a memoria, i pezzi che mi ricordo, quelli più caratteristici.

Riguardo alla musica non ho mai fatto grandi progressi, suonicchio, diciamo che mi accompagna orma da 25 anni, credo. Ma non ho mai saputo suonare.

Ma quello che mi sta un po’ meravigliando è quanto ho perso nel leggerlo, cioè le note, non il fatto di suonarle, l’interezza di ogni nota.

La chitarra si pizzica, gli viene dato un input e questo decide l’andamento di ciò che suonerà per un tempo variabile, ma anche la timbrica, il modo col quale si pizzica determina la durata e la forma dell’onda. Qualcuno parla di colore, ma io voglio parlare proprio d’onda, voglio sentire l’onda, o le onde. Il susseguirsi e il sovrapporsi leggerlo delle note che vanno a muovere dolcemente l’aria, la sospenzione e la leggerezza sopra la quale si riesce a galleggiare e sentirsi assenti. E l’input, il singolo tocco dell’unghia sulla corda non è solo quello, non è finita lì. È tutto il corpo che continua a vibrare e far vibrare le corde, ad assecondare le onde, ed è tutto un naufragare.

Ecco, ricordo la prima volta che, davanti all’insegnante di chitarra, esegui il primo brano degli studi di Carcassi, lo trovavo stupido, lo suonai in maniera essatta, precisa, ero soddisfatto. Guardai l’insegnante che aveva un’espressione esterrefatta. E chiesi: “va bene, no?”. Prof.:”Va bene cosa???”, io: “Questo l’ho suonato bene”, prof: “Non hai suonato niente”.

Ecco, mi ero perso questa parte. Non ho suonato niente.

Alienato. E tutto va bene

Renzi e la rivoluzione. Renzi e i poteri forti.

Le cosce delle donne. Le scappate delle dive. Le scopate delle dive. Le chiacchiere del vicino.

Le fatture. I contratti telefonici. Il trasferimento di credito. Il commercialista. Pagare l’iva.

La giustizia. Riina superstar. La mafia superstar. Io mi indigno. Sono costernato.

Ma non me ne frega niente. Per me contano i numeri, il metodo, i ragionamenti.

Incapace di avvicinarmi all’umanità. Insensibile. Fanculo.

Posso persino amare, e mi è capitato. Ma non capisco il bisogno di riempire l’aria con le interferenze delle vostre scoregge.

Penso che sbaglierò di nuovo, e tornerò a cercare di mettere in ordine e scremare le informazioni inutili che mi arrivano.

Ma quello che mi serve ora veramente è il secchio dell’umido.

Non sono un ottima persona. Sono poco empatico, non me ne frega niente, penso ai fatti miei ed agli altri non bado.

Non mi va di disturbare. Non voglio essere disturbato.

Faccio la cacca. Stop.

Una cosa che impari tornando a casa

Quello che ho capito finora potrebbe anche non essere giusto.

Ad una certa età uno se ne dovrebbe andare. Non subito, ovviamente, direi verso i 18 anni, puoi anche aspettare, ma non troppo.

Ma andarsene vuol dire portarsi dietro gli insegnamenti, non le dipendenze. Così per quello che mi riguarda, per tagliare i ponti sono dovuto tornarmene e vedere cosa non andava.

Nulla. Il fatto è che non tutto ciò che ti insegnano è necesariamente giusto.

Capita che parlo di come mi va, e lo faccio con mia madre, e dico che io devo essere pagato meglio, e che i soldi li devo spendere per la bici, per farmi i massaggi, etc.

E così, alle parole “farmi i massaggi”, la cara mamma è sbottata, dicendo che certo io devo fare la bella vita, etc.

Al che mi sono incazzato. E sì è. Cioè dovrei fare la brutta vita? dovrei soffrire e guadagnare poco? E per quale motivo?

È negli insegnamenti, quelli sbagliati. Soffri così avrai la felicità. Non ha mai funzionato, ma sembra che abbiano convinto tutti.

Fa parte della morale cattolica. Ovviamente la morale cattolica non è limitata a quello, ma quello c’è.

“Sto soffrendo, quindi merito rispetto”.

Ora, cosa direste voi di una persona sana che passa la vita sulla sedia, spingendola solo con le braccia (ma avrebbe le gambe), e che si lamenta, senza troppo disturbare è, della mancanza degli scivoli per le sedie a rotelle?

Esatto: Che è uno stronzo.

Ecco, se puoi guadagnare 100mila euro e ne guadagni 30mila, perché dici che ti basta e non vuoi offendere chi è povero, allora sei uno stronzo.

E non meriti più rispetto. Meriti che qualcuno ti faccia notare quanto sei stronzo.

Sempre con rispetto.

No, ma voglio essere chiaro, non è questione di quanti soldi puoi guadagnare, ma quanto dalla vita puoi godere e non lo fai, quante cose belle puoi fare al posto di quelle brutte che continui a fare.

Nella stalla il bue muggisce, ma l’erudita coltiva la sua passione, come se fosse solo

E così questi sono anni di solitudine, dove è difficile trovarsi.

Ho appena letto un articolo di blog di “Avvenire” e alle parole “uccidere in nome di Dio è una contraddizione in termini” mi è salita la scimmia. Poi ho pensato che fosse un amo al quale i giornalisti vorrebbero che si abbocchi, magari leggendo come argomentano certe idiozie e, in definitiva, pagandogli il pranzo di tutti i giorni.

Si fottano.

Il livello culturale è ormai talmente scadente e i megafoni sono così diffusi che è come essere in una stalla subito prima o subito dopo un terremoto, dove il bestiame impazzisce e non la vuole smettere di fare baccano.

Ed un povero contadino ignorante che cerca solo di nutrire, per quel che può, la sua curiosità, dovrebbe andar lì a cercar di metter pace tra le bestie che cercano di stabilire chi è il capobranco.

Invece no, ci vuol pazienza con gli animali, e tutto s’aggiusta prima o poi.

Ho una Ferrari, ecco.

Posso spingere l’acceleratore, prende i 280 in pochi secondi. Potrei farlo i città, so che non va fatto, ammazzerei qualcuno. Più d’uno probabilmente.

No, non va fatto.

Posso spegnere il mio cuore, smettere di sentire, compiere le azioni più terribili e non provare dolore. Ma poi dovrei morire. Ecco sì, non potrei mai più riaccenderlo il cuore, non potrei nascondergli nulla, e sarebbe il più terribile dei dolori, non da svenire, ma da morirne.

Oppure vivere, ma senza cuore, senza gioia, né dolore, senza odio e senza amore.

Non ha alcun senso. Non va fatto

Buffi, ingenui, infantili e sostanzialmente scemi

È così che vedo i credenti, qualsiasi cosa essi credano, riesco solo a vedere la parte buffa.

I musulmani pregano rivolti alla Mecca. La Mecca è un posto dove è caduto un meteorite, sostanzialmente un sasso. Non v’è nulla di speciale nell’essere sassi. Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle (morenti). I minerali, metalli, e tutte le sostanze più complesse dell’idrogeno, sono il risultato della combustione delle stelle. Figli delle stelle. Come lo è quel sasso alla Mecca. Ma un gruppo di individui (piuttosto numeroso), è daccordo nel ritenere che la cosa giusta per mostrarsi rispettosi nei confronti di un dio sia pregare nella direzione di quel sasso, il sasso eletto. Poi hanno una serie di regole assurde e precetti vari, che secondo loro sarebbero stati dettati da dio per voce del profeta, il cui nome eviterò di citare, visto che sono piuttosto permalosi ed iracondi. Suppongo che l’ira e l’odio faccia parte di un qualche loro precetto.

Ma il fatto è che a me non interessa approfondire. Mi fermo solo alla parte buffa. “Stupido è chi lo stupido fa”, diceva Forrest Gump, e questo mi basta.

I cristiani scolpiscono o rappresentano sempre un uomo appeso a due pezzi di legno, la croce. Sembra che mettere 2 pezzi di legno in quella maniera respinga le forze negative, ed abbia una serie di proprietà taumaturirgiche/magiche. Pochi giorni fa ne ho visto una rappresentazione talmente realistica che ho avuto l’istinto di dover fare qualcosa per far smettere quello scempio … mi sono ricordato che sono cristiano, di nascita, anch’io. E che tutto è normale qui. Appendere un uomo a 2 legni non è una minaccia. Il messaggio non è: “attenti, potremmo farlo anche a te. Riga dritto.”.

No, il messaggio, della croce, è che bisogna soffrire, fare dei sacrifici, per avere la salvezza. A qualcuno viene il dubbio: ma la salvezza da cosa? Chi ha questo dubbio probabilmente lascia la confessione cristiana. Il fatto è che è totalmente insensato. La salvezza dalla morte? No, dalla morte vera. La morte viene ridefinita come apparente. E questo è bello pensarlo, ed anche sentirlo. Ma perché la morte vera sarebbe così terribile. La fine non è forse qualcosa con cui fare i conti? Io avvio un processo ed avrà una fine. Lavoro per una azienda, poi mi licenzierà un giorno. La stessa azienda avrà una fine. La fine esiste. “Alle hat ein Ende, nur die Würst hat zwei”, tutto ha una fine, solo la salciccia ne ha due.

La fine è un concetto importante da assimilare. Ogni momento è unico, e tutto ha una fine. Se così non fosse saremmo destinati a ripetere. Sempre gli stessi momenti. Sempre gli stessi errori. Sempre le solite passioni. Sempre i soliti istanti.

Ecco, il punto è che se ti piace pensarla così puoi benissimo esserne convinto. Senza minacciare con un uomo appeso ad un legno. Se vuoi soffrire per avere.

Cose stupide. Si siedono e ascoltano frasi di dubbio senso compiuto. Poi si alzano come a comando, mossi da sentimenti di pentimento o di liberazione. Riti.

Una sorta di ballo di gruppo. Catartico.

Bello. Ma sono tutti così maledettamente seri. Pensa, se un giorno qualcuno non va deve fare penitenza, che poi è una cazzata, ma anche quella deve essere fatta a modo, con tutto il trasporto emotivo consono all’evento/rito.

Ma ecco, di nuovo, il punto è: che cazzo vuoi?

Cioè, intendo, te, credente, che cosa vuoi da me?

Quella pretesa di sapere che la tua ricetta risolva tutti i problemi, i miei, da dove esce?

Hai forse sconfitto il cancro? Stai bene? Se stai bene cosa ti fa supporre che gli altri stiano male? Ma la vera domanda è:

Serve il proselitismo per farti star bene?

La risposta purtroppo è sì, il che vuol dire che non stai bene affatto. Non che mi importi molto, ma prova a rifletterci, chessò, potresti farne un rito, il rito de fatti-li-cazzi-tui.

Oh, non è così importante, ma è imbarazzante sentirsi “strano”, perché a mio avviso potreste essere voi gli “strani”. Capisco l’esigenza catartica, ma io la domenica voglio stare tranquillo, insieme agli altri, senza che mi buttate dentro i vostri riti, evidentemente ne ho altri, o non ne ho affatto. Forse prego il diavolo, il vostro avversario storico.

Infondo so che è quella la vostra paura, se non sono con voi allora sono contro di voi. Se non siete uniti contro il nemico, non riuscirete a batterlo. E cercate alleati.

C’è qualche cosa che tralasciate. Siete voi i vostri nemici. Non c’è nessuno fuori, neanche io.

Ognuno vive la sua battaglia con la consapevolezza, l’illusione è una bellissima droga, indispenzabile. Ma non bisogna abusarne, porta alla pazzia.

E non crediate, so cosa avete fatto, e cosa fate nel mondo, so di cosa siete capaci, scempi e razie, uccisioni arbitrarie, massacri indiscriminati, atti di codardia organizzata. Ancora, il dipingervi come santi vi rende più buffi. E scemi.

Ma non mi fa rabbia, così vanno le cose, i meteoriti nascono dalla morte di una stella, l’unione di meteoriti può far nascere un pianeta, dove può nascere vita, che è morte, e dalla morte nascere altra vita. E così i vostri massacri sono nulla infondo, è solo un altro modo di morire. Nulla di speciale.

Quello che non vi lasceranno fare

È avere i vostri sogni, le vostre speranze, le vostre opinioni.

Questo non vi lasceranno fare.

Vi lasceranno pensare che siate veramente voi ad averli pensati, vi diranno che siete distratti, che avete disturbi all’attenzione.

Questo vi diranno. E voi converrete, voi darete ragione al mondo che vi coccola e vi rende la vita più semplice.

È vivere la vostra vita, innamorarvi nella vostra maniera, ed odiare quegli stupidi tramonti che fanno tanto figo.

Non ve lo lasceranno fare.

Certo è che non vogliono perdere il controllo.

Il controllo è potere. Il potere è controllo.

Non c’è un complotto. Siamo solo delle stupide galline ovaiole nelle nostre gabbie, col becco spezzato.

Chi sbaglia viene soppresso. Con la massa che acclama alla flagellazione.

Chi è senza pietra spari la sua cazzata. Va bene lo stesso, basta che la spari bella grossa.

Questa è libertà. Benvenuto nel talk show.

Così ci pensarai su 2 volte prima di avere un’idea, la tua idea.

Ci penserai su 2 volte prima di avere un sogno. Il tuo sogno.

Ci penserai più volte, prima di deciderti a vivere la tua vita.

+ Evoluti dei poveracci

Più evoluti è la definizione giusta, fino agli anni ’70 la donna doveva avere il permesso del marito per poter andare a lavorare, poi siamo evoluti. Siamo più avanti, non vuol dire che oltre ci sia il baratro, si può proseguire, ma sicuramente non è il caso di tornare indietro.
Ecco, effettivamente pochi giorni fa ho avuto l’occasione di notare quanto sia difficile far capire un concetto dopo che ne fai uso per tanti anni e lo dai per scontanto, e dai per scontato che gli altri l’abbiano capito. Si trattava di chiudere o meno un tag, non c’entra niente, però, boh, forse bisognerebbe a volte tornare indietro e mettersi nei panni altrui, non per regredire, ma per accompagnare nel percorso.
Parlo ovviamente del percorso necessario per capire l’inopportunità di chiudere il tag speciale del php “?>” alla fine del file, ovviamente. Perché? Perché posso aiutare chi mi sta vicino, chi è anni luce avanti a me non mi può aiutare, e chi è indietro centinaia di km mi rallenta esageratamente. Infondo c’è la nota massima di Confucio (o Gesù, ma credo ormai che i diritti siano scaduti, fa niente) che dice “ama il prossimo tuo”, vicino, anche sotto questo aspetto, credo.
Perdita di tempo? No. 2 domeniche fa ho fatto 10km competitiva a Langen, poco a sud di Francoforte sul Meno. I concorrenti arrivavano al traguardo, poi tornavano indietro per 500mt, con un po’ di recupero, e facevano l’ultimo scatto insieme al concorrente di poco meno performante. E così via, a rotazione. Un ultimo scatto con chi è di poco peggio di te, lui è portato a spingere di più, per te che hai dato tutto in gara, è comunque uno sforzo allenante.
Figo. Purtroppo se hai il chip poi l’organizzazione si lamenta, etc. Non ho notato se si togliessero il numero (dove era il chip) al volo prima di tornare indietro, ma è probabile.
Comunque auguri femmine!

Una famiglia di fattoni: il family day va al gay pride e si veste da sceriffo

Detto fuori dai denti penso che tutta questa storia della difesa della famiglia, e della difesa dei diritti delle coppie gay, sia una gigantesca presa di culo.
Qualsiasi posizione tu voglia prendere conta realmente poco. Quel che conta è incastonarti da qualche parte. Anche la narrativa sull’omosessualità e sulla necessità del coming out, i gay prides e l’uniformarsi comunque a qualcosa.
Qual è il vantaggio?

(tl;dr) Se controlli il sesso, controlli la cosa più intima delle persone, che non saranno mai libere. Che tu voglia chiamarti etero, gay o bisessuale non importa. Basta che riescano ad appiccicarti una etichetta, e di lì non devi muoverti.

Qualsiasi discussione che si legge sui social dice di essere contro o a favore del riconoscimento dei diritti, da parte di chi non è direttamente interessato. A che pro? Ho il diritto di fare quel che voglio se questo non nuoce gli altri.

Il punto è un altro, questa storia del matrimonio gay, non è un diritto, è un obbligo. Stabilire che 2 persone possano o meno stare insieme, fare sesso, o qualsiasi altra cosa, non dovrebbe essere codificato, non in maniera così indissolubile.

Se si vuole (deve) crescere ed educare dei figli, avranno bisogno di 20 anni di supporto. Se proprio fosse necessario codificare qualcosa è semplicemente questo, un accordo che stabilisca che si ha la responsabilità di crescerli nel migliore dei modi, con opportuni sgravi fiscali e favori sociali necessari. La famiglia non serve a niente. È una roba che è stata stabilita dall’alto, perché così faceva comodo, quando s’era poveri.

E chi è direttamente interessato è veramente direttamente interessato? Cioè, in definitiva, che te ne frega? È la battaglia giusta?

“Voglio sapere se ho il diritto di avere la reversibilità della pensione del coniuge?” E perché dovresti averla? Non dovresti avere un programma di protezione comunque, indipendentemente da chi hai sposato? Yoko Ono ha il diritto di sfruttare i proventi di Lennon? E perché mai?

Non sarebbe il caso di fare battaglie giuste? Come il diritto di avere un esistenza (inclusa la vecchiaia) dignitosa? Oppure una battaglia per permettere di condividere i propri dati personali con chi viene indicato, e non necessariamente portarsi dietro tutti gli obblighi della famiglia?

E invece no. Vogliono la famiglia. Ma per cosa?

Poi altri che vogliono difendere la famiglia. Da cosa?

E anche chi formula teorie sulla normalità sessuale e anomalie sessuali. Ma a te che te ne frega? Non riesci a rispondere a tuo figlio quando continua con i suoi interminabili “perché” e vorresti avere la certezza sui comportamenti umani? Non sai se stai per essere licenziato perché forse il tuo collega sta parlando male del tuo lavoro al capo, non sai se la tipa del ufficio nel palazzo di fronte stia guardando proprio te, ne riesci a trovare l’orario esatto in cui esce per poterle parlare, e il problema è …? stabilire se sia giusto che qualcuno che non conosci e di cui non dovrebbe fregartene nulla stia con un uomo, una donna, un imu o uno struzzo?

Che differenza fa?

[Spoiler: l’imu è originario dell’Australia, lo struzzo dell’Africa]

la Pausini — e il canto

leggo questo http://chartitalia.blogspot.it/2007/01/il-grande-bluff-laura-pausini.html

e infondo di canto non ne capisco niente, e così faccio finta di fare l’opinionista.

Ma non è questo lo scopo, sto solo cercando di carpire qualche lezione da un successo non spiegabile. A parte il fatto che il video portato ad esempio nel blog chartitalia è in duetto con Lara Fabian, e per questo c’è sicuramente bisogno di uno sforzo di accordatura, e quindi non credo possa essere preso come esempio, ma poi ascolto altre versioni. Del 2007 di San Siro. Poi la versione del ’93 di Sanremo, la prima.

Ecco, nel 2005 io ero convinto che Laura Pausini avesse una voce da bambina, una non voce, una bambina col microfono, nulla di maturo. Ma ascolto la versione del 2007 e la confronto con quella del ’93 ed è una altra. Una donna non cambia la voce, impara ad usarla. Si percepiscono i muscoli rilassati, la confidenza col canto, nel ’93 era asciutta, rigida, fissa, quasi plastica, ora è una altra cosa, è avvolgente, dolce, morbida, accompagnata, e comunque dinamica.

Ma quello che cerco di carpire è il suo voler far pianobar (quello che ha detto durante una intervista), e il modo di cantare è questo: vicino, intimo, per pochi. Ossia canta difronte a migliaia di persone, ma lo fa come se stesse cantando davanti a 4 persone.

Questo aspetto si percepisce, si sente, si sente vicino, anche se razionalmente è ovvio che chi va ad ascoltare i concerti sa di essere in mezzo a migliaia di persone e che non c’è niente di intimo, ma è un trucco che funziona.

Al di là delle doti canore probabilmente mancanti, al di là della presenza scenica di una che sembra buttata sul palco per sbaglio a dover intrattenere prima che passi l’Asti e la torta del matrimonio e ci si vada a sprofondare su un materasso dopo aver rimesso sull’autostrada per casa. Cioè, nonostante tutto, lei sta lì, e racconta la sua storiella, come una bambina, una piccola storia, e lo fa senza pretese di essere grande, come se stesse in famiglia, e non importa dello zio che rutta, o della mamma che sbatte i piatti: lei deve finire la sua piccola poesia.