365 P – G 140 – Compagno scomodo durante la corsa

lunedì, 20 maggio, 2013 da kruks

Sì, sabato parto in bici e penso che farò 80 km (penso in 2 ore e 40), poi mezza maratona sotto 1:45.

Ma l’odio che scopro e so di portare con me è un compagno scomodo e pesante, o forse è qualsiasi altra cosa … rompo la fascia che stringe il canotto della sella e mi trovo a pedalare come Benigni e Braschi camminano ne Il mostro per non farsi vedere dai condomini. Sono a circa 40 km quando decido di fermarmi e vedere cos’era quello scatto, e tagliando devo fare comunque altri 20 km. Per la maggior parte cerco di stare alzato sulle gambe, fortunatamente c’è l’adesivo del numero della gara Eiffel che non fa scorrere troppo la sella, e, fermandomi ogni tanto per rialzarla, arrivo a casa, incazzandomi certo per qualsiasi cosa, so di portare l’odio con me e che è normale, cerco di non dargli peso, non è il mondo ad essere sbagliato … in fondo la consapevolezza a qualcosa serve. A casa lascio la bici e corro, arrivo in soglia e so che lì si comincia a godere, l’avevo aspettata per tutta la settimana, ma ora non mi va, non reggo, non di gambe che ci starei, non voglio proprio entrarci là, mi rifiuto, cerco di convincermi, che non mi ricapita per un po’, ma non voglio. Sono combattuto.

Pessimo compagno di viaggio.

Passo la domenica a fare, cioè a lavorare, aggiusto la webcam wireless, metto a posto qualcosa in un paio di siti. Torno a casa, mangio, dormo, e lavoro di nuovo. Decido di fare un giro e mi viene da osservare tutto, io, me, chi guarda me, che pensa cosa, chi sono e perché sono così strano. È stato stupido pretendere che gli altri non pensassero alcune cose su di me invece che osservare e accettare, per quello che posso capire, tutto. E ora mi vedo, solo, cammino, gli altri, il passato, l’odio, i perché … traffico. Mi fermo a mangiare perché non voglio tornarmene a casa e interrompere il momento con degli stupidi programmi televisivi. Mi lamento perché non è rispettata la fila e dico che è fastidioso, poi cerco di spiegarmi che non frequentando il locale mi sento escluso vedendo che passa gli afficionatos, non so se riesco, ma comunque mi scuso, mi dice che è giusto così, e io voglio che sia sincera e che lo pensi veramente, quindi le credo. Poi torno a casa per un bicchiere di vino e qualche altra roba, un po’ a cazzeggiare e di nuovo in giro. Un gelato, sono sempre incazzato e poco trattabile, cerco di dileguarmi il prima possibile.

Del resto di tutti gli insegnamenti che un proprio errore può dare, quello sicuramente più prezioso è sapere di essere fallace e accettarlo.

Intendo dire, accettare il fatto che si commettono errori e mai si deve sprecare il tempo a cercare di cancellarli.

Forse si può anche correre per rabbia, forse per 10 secondi, ma io non riesco. Ho bisogno di pace e armonia. Tutto deve essere elastico, armonico, sinusoidale. Sì, daccordo, Fourier, ma comunque sinusoidale.

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365 P – G 138 – Sono sempre con me mentre corro via

sabato, 18 maggio, 2013 da kruks

L’importante è non fermarsi a pensare, perché è meglio farlo correndo. Ovvero è meglio non farlo.

Questa stupida consapevolezza di essere stato al volante per tutto questo tempo, e di aver percorso la strada che mi ha portato qui, e questo stupido senso di colpa nei miei confronti per non aver scelto la spendida discesa, la giostra sfavillante, e tutto il resto, mi accompagna sempre. Sto cercando di aumentare la mia velocità nella corsa, in bici, e anche nel nuoto. Ma sono sempre come me mentre corro.

L’essenziale è sopravvivere, dice Carmen Consoli, e forse è davvero così. Ho vissuto la mia adoloscenza in questo paese di provincia e mi ha dato tutto. Dai 14 ai 16, e poi i 17 e 19 anni, ho preso sempre botte. Ho radicata la convinzione che questo sia insito nell’esistere: essere picchiato. Eppure non sono un mingherlino. È solo che devo coltivare l’odio, devo portarmelo nel cuore, e continuare a credere che questo sia normale. Anche quando le cose sono cambiate, anche quando non vedo nessuno che sembra interessato a picchiarmi, devo continuare a pensare di essere pronto a reagire, picchiare per primo, combattere. E non posso andarmene, non riuscirei a trovare appiglio ai luoghi dove appiccicare il mio odio. Forse nutro la mia speranza che un giorno tentando di appiccicare l’odio sui muri di questa città esso scivoli via, come il mercurio di un termometro rotto su di una mattonella di ceramica. E spero di non riuscire più ad appiccicarlo a niente, e dover per forza tenermelo in cuore e decidere di liberarmene, come ci si libera di uno zaino pesante quando si deve correre solo per continuare ad andare, non importa dove.

Andare.

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365 P – G 137 – Rompere gli schemi non gli schermi

venerdì, 17 maggio, 2013 da kruks

Insomma è da 2 giorni che ci penso e che voglio scriverlo, quindi lo faccio.

E perché non smettere di pensare come sempre s’è fatto fin’ora? Intendo: mi sveglio al mattino forzatamente perché mi scoccia dover andare a lavorare. E se smettessi di farlo? Qualsiasi cosa che mi scoccia o il semplice atteggiamento dell’essere scoccito e forzato. Se ad esempio non andassi a lavorare? O se ad esempio non mi sentissi forzato ma lo facessi con entusiasmo, anche quando è brutto e nuvoloso, scuro, e magari piove, beh, se fossi entusiasta del giorno che sto per vivere?

Chi mi odia così tanto da impormi una vita stressata e lamentosa tanto da lavorare “perché ce n’è bisogno”? E il fatto che qualcuno mi odia vuol dire che devo sottostare alla sua tirannia? Se decido di divertirmi nel fare quello che mi piace per quale motivo dovrei essere scocciato?

Poi d’altra parte non credo che sarei così bravo da organizzarmi il mio lavoro ideale. Cioè il mio lavoro ideale sarebbe scrivere in javascript solo la parte dei calcoli, lasciare il resto ad uno che si occupa di grafica, gestire la parte che si interfaccia col javascript nel backend, progettare l’architettura esattamente, ma … e non ci sono imprevisti da gestire?

Potrei sognare di essere un delfino e passare 20 minuti a nuotare sott’acqua, e vivere infelice tutta la vita nella consapevolezza di non poterlo fare veramente, oppure potrei allenarmi e tentare di riuscirci, giorno per giorno, nella felicità del tentare di raggiungere quello che voglio, e forse un giorno anche riuscirci.

Sì, lo so che non è possibile, ma questo è uno schema che non prendo neanche in considerazione.

Posso pretendere di guadagnare almeno 2mila euro al mese e almeno 30mila l’anno. Ma è uno schema al quale mi sto adattando, e perché dovrei essere io il mio carceriere?

Posso lamentarmi per le tasse perché lo fanno tutti. Ma non sono quei “tutti” i miei carcerieri, sono io che non me ne libero.

Allora mi lamento per le trasmissioni televisive, ma nessuno mi obbliga a guardarle. Si dice che qualcosa bisogna guardare, ma perché? non si può guardare il muro? la finestra? le colline? guardarsi l’ombelico? Studiare la teoria dei segnali? masturbarsi? perché “qualcosa bisogna guardare”?

Mi lamento della politica e del fatto che parlano e basta. E perché bisogna ascoltarli?

¡Viva la Revolución!

Sì rivoluzione.

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365 P – G 135 – Cos’è la vita e che probabilità di viverla o di perderla?

mercoledì, 15 maggio, 2013 da kruks

Ecco Angelina Jolie ha l’87% di probabilità di sviluppare un cancro al seno e quindi decide di asportare entrambe le mammelle, riducendo così la probabilità al 6%.

A parte il fatto che non credo abbia senso a livello scientifico una affermazione del genere, del tipo un medico prende  un tuo capello e il giorno dopo ti dice che muorirai fra 3 settimane … ma va a cagare! sarebbe la prima cosa che ti verrebbe in mente, a tutti verrebbe in mente.

Ma ammettiamo sia vero, perché dovrei fare un test del genere? sapere se morirò domani, e perché? Non è forse meglio darlo per scontato non avere la certezza di sopravvivere all’oggi? Non è meglio vivere la vita senza fare un progetto per la prossima settimana, cioè, intendo, senza fare un progetto che mi faccia rinunciare a vivere l’oggi?

Angelina Jolie passa una giornata in ospedale a sostituire le proprie mammelle con pezzi di plastica, beh, può essere un’esperienza, forse voleva vivere questo brivido di un operazione, probabilmente essere attrici non permette di vivere vere emozioni, si finisce con l’essere falsi, e così anche un po’ di patos sintetico ci sta bene e l’avrà fatta sentire meglio, anche quella sua fissa di salvare il mondo, i bimbi adottati, la generosità, la beneficenza … infondo è tutto patos sintetico da filmetto fascista anni ’30.

Ma è una bravissima attrice, e lo spettacolo deve continuare.

Quello che mi infastidisce è l’idea di qualcuno di obbligare i bimbi a fare il test appena nati, così si sta sicuri, sicuri di … di che? di dover morire forse?

Il test lo direbbe chiaramente: “ad un certo punto dovrai morire”. Ed è bene che tu lo sappia alla nascita, ma è bene che sappia anche che la probabilità che tu hai di viverla è inversamente proporsionale alla paura che hai di perderla.

E questo è tutto, almeno secondo me.

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365 Pagine – Giorno 134 – Se un cliente reclama rispondigli subito: subito

martedì, 14 maggio, 2013 da kruks

Non dopo 1 giorno, non dopo 1 ora, non dopo un quarto d’ora o dopo 2 minuti. Subito. Esattamente nel momento in cui vedi il reclamo.

E se pensi che si stia incazzando, dagli ragione. Perché a dargli torto la ragione se la prende comunque. E il cliente ha sempre ragione, anche quando ha torto.

La maggior parte della merce che si vende è superflua e comunque si può trovare altrove, il comportamento più idiota che si può tenere è pretendere di difendere le questioni di principio quando stai vendendo un prodotto.

Divento una pessima persona quando, da cliente, mi si da torto. Non fatelo. Io non cambierò.

Aggiungo, se dai torto ad un cliente, lo stai ferendo, gli stai dando dello sbagliato, dell’inadeguato. Anche se la realtà è che ha torto, il fatto che sia arrabbiato, forse anche violento, non vuol dire che è in una posizione di vantaggio, anzi, la reazione è data proprio dalla sua sensazione di essere in svantaggio, ferito, sotto attacco, dagli torto e sarà ancora più ferito. Ti odierà.

Non si acquista qualcosa perché serve, o perché porta vantaggio, lo si acquista perché lo si ama. Fatti odiare e rifiuterà tutto l’oro del mondo se solo deve continuare a sentir parlare di te. Fatti amare e fagli apprezzare le tue qualità e sarà ben lieto di offrirti extra di sua iniziativa.

Se sei su internet valgono le stesse regole.

Altre questioni semplici nel commercio elettronico di prodotti immateriali (contenuti):

  • manda un contratto scritto e particolareggiato di tutte le offerte e di quella scelta, via email, ma ben particolareggiato. E mandalo appena pagato, allegato ai ringraziamenti.
  • non scegliere la formula di richiedere l’autorizzazione a paypal (o chiunque altro) per il prelievo automatico senza esplicitamente dichiararlo, cioè senza che il cliente abbia l’obbligo di spuntare una opzione con ben evidenziato “questa opzione permette alla nostra ditta di prelevare automaticamente la somma di … ogni …”. Dare di default l’opzione di pagare una tantum, anche quando è un abbonamento.
  • rispondi sempre gentilmente alle argomentazioni dei clienti, non perderti nella contestazione particolareggiata, non rispondere “punto per punto”, non importa se ha ragione o torto, cerca di vedere la sua ragione e cerca di risolvere la cosa in suo favore: stai fornendo un servizio, se il cliente lo vede come una rottura di palle il tuo non è un servizio, quindi ha ragione.

 

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365 Pagine – Giorno 132 – Penso quindi corro – Tecnica

domenica, 12 maggio, 2013 da kruks

Oggi, scopro bene che la mia tendinite è dovuta al mio modo sbagliato di correre. Nient’altro.

Sono 3 giorni che gironzolo su youtube alla ricerca di video per migliorare le mie performance come runner, e provo su strada con scarpe non ammortizzate per controllare l’appoggio.

Un canale molto interessante è questo: http://www.youtube.com/user/NaturalRunningCenter e in particolare questo video http://www.youtube.com/watch?v=zSIDRHUWlVo così venerdì sera, dopo cena, dopo Crozza e la sua imitazione di Napolitano che decide di stampare moneta, faccio una passeggiata con le mie puma con suola praticamente rigida, arrivo in un vialotto in cemento e lì faccio qualche prova. Sì, passeggio a ritmo sostenuto e sono abbastanza caldo per non farmi male. La corsa la tiro abbastanza, ma quello che mi interessa è controllare l’appoggio. Non ho nessun dolore, sento che il ritmo è giusto, solo la respirazione non è regolare, cioè ho il fiatone dopo appena 150 metri. Anzi, suppongo che sia per via del fiato corto che non riesco a tenere un buon ritmo con una buona tecnica, cioè mi manca la tecnica di respirazione.

Sulla respirazione ci sto lavorando in piscina, e controllarla è un fatto mentale: farla emergere a cosciente.

Intanto provo a cercare di nuovo il video e trovo questo:

http://www.youtube.com/watch?feature=fvwp&NR=1&v=ikUkGntOOUE

attorno i 2 minuti scopro che lo stinco è dolorante perché eccessivamente sollecitato, tra l’altro se lo guardo è ipertrofico e innaturalmente grande, non dovrebbe essere così sollecitato, non lo è neanche nei maratoneti.

La corsa è un attività faticosa, la più faticosa secondo me, ma pensare di andare piano è uno sbaglio per diversi motivi, il primo è che non ti diverti, il secondo è che ti fai male. Poi bisogna essere concentrati, perché non si fa questa cosa tutti i giorni, si sta di fatto seduti o stravaccati da qualche parte, mentre invece correre vuol dire star su con il corpo, ben sostenuto verso l’alto, addomininali leggermente in tenzione, spalle dritte, testa e collo dritti, uno stupido sorriso, e mente libera ad ascoltare il tutto.

Andare a correre e pensare al lavoro è stupido almeno quanto andare al lavoro e pensare alla corsa. O almeno quanto andare al cinema e pensare al libro, uscire con una e pensare ad un’altra, vivere oggi e pensare al passato, sperare nel futuro e lasciar passare la giornata.

Cercare di fare più cose contemporaneamente per recuperare tempo, o per non perdersi niente. È inevitabile perdere qualcosa, nella vita non si può essere tutto, ma cercando di non perderlo si finisce per … come dice il proverbio: chi troppo abbraccia nulla stringe. Ma c’è sempre un punto di vista, una interpretazione che non si è considerata e si lasciano i proverbi dove sono senza coglierne bene il significato.

Fai una cosa e falla bene. La paura, per me, è di essere etichettato (limitato) per ciò che si fa e non per ciò che si è. Questa paura è stupida, nessuno lo fa, nessuno di chi ti conosce veramente limita la tua persona a ciò che fai. E riguardo al resto del mondo: il resto del mondo è tutto ciò che si vorrebbe abbracciare ma non si può stringere.

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365 Pagine – Giorno 126 – Interazione: che stai facendo?

lunedì, 6 maggio, 2013 da kruks

Ci penso ieri sera, sto per rispondere in una mailing list e mi accorgo che sto in realtà cerco di difendere il mio orgoglio, non di dire qualcosa, allora mi fermo e provo a stabilire una regola:

1. prima di rispondere leggi tutto fino in fondo

2. hai qualcosa da aggiungere alla discussione, formula.

3. rifletti se quel qualcosa aggiunge conoscenza oppure: difende il tuo orgoglio (avevi ragione e ti eri solo espresso male) o difende il tuo punto di vista sopra quello di altri (e il tuo punto di vista è piuttosto chiaro). In pratica rifletti se vuoi averla vinta.

4. se alla 3 valuti che la risposta non aggiunge conoscenza, o comunque fa più la funzione dell’averla vinta, allora non rispondere, chiudi.

In realtà per capirlo è piuttosto semplice: se pensi che l’altro stia sbagliando, allora non rispondere.

Il vantaggio è enorme: non entri una flamewar discutendo di qualcosa che stai sostenendo per difendere il tuo orgoglio, ma non per raggiungere un obiettivo.

Le conseguenze sono una maggiore pace interiore (accetta l’idea che tu abbia sbagliato, anche in parte, anche solo nel modo di esprimerti, ma accetta questa idea), hai più tempo per raggiungere i tuoi obiettivi (se ti fa incazzare l’idea di aver sbagliato, tanto meglio se ti concentri sul migliorarti, piuttosto che sul difendere una posizione), aumenti la predisposizione nei confronti degli altri (accetti il fatto che sbaglino).

In pratica smettere di difendersi rende migliori e più forti, ci si sente più accettati e disposti ad accettare gli altri.

Buon lunedì.

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365 Pagine – Giorno 122 – I muscoli sono a scatola chiusa

giovedì, 2 maggio, 2013 da kruks

A “scatola nera” intendo. Questo almeno inizialmente. E per un programmatore C come lo sono io è difficile accettare questo concetto. Sai come li alleni e sai come rispondono. Ma lo saprai solo dopo averli iniziati ad usare, e strausare, o, meglio, stressare. Dentro non ci si va. Iniziano ad affiorare alcuni meccanismi particolari soltando dopo un po’ che se ne fa uso. Certo si possono studiare in laboratorio, vedere la sequenza di attivazione, quale sarebbe il modo più efficiente col quale essi reagiscono, ma non è la stessa cosa che usarli direttamente, ricevere le reazioni nel proprio sistema centrale, avere la percezione del proprio stato, della propria posizione, velocità, contrazione, sensazione (dolore o piacere o come lo vuoi chiamare).

Questo modo di apprendere da una scatola nera ha qualcosa di estremamente naturale, lento, ma preciso in quanto approssimativo. È una cosa che applico attualmente alle nuove tecnologie e framework che vado ad imparare: non imparo in profondità, comincio con una infarinatura, a volte approfondisco alcune parti, se riesco a cogliere il significato, altrimenti passo oltre e ripasso con una grana più fine. È il modo col quale si apprendo i pattern, e col quale si adottano nelle soluzioni (pattern principale, sub-patterns) ala Alan Shalloway e James R. Trott (Design Patterns Explained: A New Perspective on Object-Oriented Design (2nd Edition) (Software Patterns Series)).

Il punto è smettere di voler controllare tutto, anche il proprio livello di consapevolezza, lasciare che la consapevolezza affiori nel momento esatto in cui essa vuole farsi conoscere e nel momento in cui si è pronti ad accettarla. Non ci sono scadenze, l’importante è andare, fare e migliorare.

Anche riguardo gli errori passati, che spesso sono il risultato di una bassa consapevolezza, accettarli e diventarne consapevoli, anzi, considerarli una ricchezza in quanto risultato di una analisi di dati parziali, l’unione dei quali (dati e azioni intraprese) costituiscono conoscenza dei meccanismi personali, cioè di se stessi.

Tutto sommato, semplificando, siamo degli esseri fantastici, e per questo semplice fatto vale la pena di vivere per capire quante volte ancora si cambierà idea, e si teorizzerà un altra fottuta teoria approssimata e fallace riguardo qualsiasi cosa esista.




List Price: $43.99 USD
Release date October 12, 2004.
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365 Pagine – Giorno 120 – e i nodi vengono al pettine

martedì, 30 aprile, 2013 da kruks

30 Aprile 2013 ore 14:15 e sto scrivendo. Ho i muscoli del collo bloccati ma penso che lascerò il lavoro alla massaggiatrice, sempre che riesca a trovare l’appuntamento.

Ho un altro nodo da sciogliere. 28 Aprile 2013 ore 9:45 circa, subito dopo il fischio dello start, dico ad una ragazza componente dello staff che ho scordato di fare la spunta, lei mi chiede il mio numero, rispondo 84, guarda nel foglio e mi dice “vai, vai!”, quindi io cosa penso? che non conta la spunta dell’84 perché è un concorrente scarso, cioè che sia un “vai, vai (tanto di te non importa a nessuno)”, e non un “vai, vai (non perdere tempo è tutto a posto)”.

Si direbbe avere la coda di paia, o il timore di essere ignorato, o la convinzione di essere sottovalutato a priori. Il primo giro in mare quasi affogo per il nervosismo, bevo almeno 3 volte, sì che il mare è mosso e ci sta di bere un po’, ma nuoto anche da far schifo. Perché? perché la prima cosa che penso è di essere meno degli altri, o meglio di essere considerato meno degli altri? Forse ho una così abnorme considerazione di me che a confronto quella degli altri nei miei confronti è pochissima e penso non ne abbiano affatto. O, anche, sono così insicuro tanto da cercare conferme nella logica e poche nella vita reale: tipo fatti.

1500 metri in 37 minuti, cambio bici con scarpe allacciate 3 minuti, 40km in 1:09, cambio corsa con scarpe allacciate 3 minuti, 6.6km in 31 minuti. Questi sono i fatti.

Ma ancora qualcosa non va. La considerazione che io ho nei confronti degli altri. E dovrebbe essere confrontabile con le aspettative che ho dalla considerazione altrui.

Considerazione, aspettative e fiducia, per, da e in gli altri. Considerazione, aspettative, e fiducia, per, da e in me.

Riconsiderazione totale della persona in quanto tale, svincolata dalle idee che appoggia, dal lavoro che fa, dall’associazione a cui è iscritto, dal tipo di software che utilizza. Persona. Come me. Con la differenza che di me posso decidere cosa fare e cosa pensare, ma senza grandi differenze abissali. Umani in fondo.

Ora, come può un giudice dire ad concorrente “di te non importa a nessuno”, sapendo che solo per avere la velleità di presentarsi si è allenato 6 volte la settimana per mesi o anni, a volte sotto la pioggia, a volte su strade trafficate rischiando di farsi ammazzare, solo per poter partecipare ad un evento simile? Perché questa è più o meno la storia di tutti i triatleti che si presentano.

Difficile da capirsi? Se ti iscrivi a quella gara fai parte di quel gruppo, che partecipa alla gara, cioè prende parte, naturalmente, senza dover affermare la propria esistenza, semplicemente perché è lì.

E la mente vola a … marzo 2002, primo lavoro pagato, progetto un sistema, lo trovo quasi inopportuno che mi si affidi questo compito come primo lavoro, cioè mi sento indegno. Ma una parte di me è felice ed anzi pensa che me lo merito proprio perché sono 9 anni che non programmo per via dell’Università (o di quello che io credo sia). Così queste 2 parti di me vanno in conflitto e una pretende chissà cosa e l’altra si autoflagella. Ancora ho paura di essere ignorato. Non lo ammetto ma è paura. 2005 lavoro per wind s.p.a., implementazione grafica. Non è il mio lavoro, è una cosa da smanettoni, mi sento offeso in parte, in parte annoiato, in parte capisco che devo accettare per fare qualcosa. Ma lavoro malissimo, da irresponsabile, fuori dopo 2 mesi, e questo è quanto. 2007 Portel, storia analoga.

Non che non mi sia accorto degli errori in passato, ma la ricetta che adottavo era assomigliare, almeno un po’, agli altri. E tutto il lavoro è stato quello di cercare di essere un po’ più simile agli altri, mantenendo l’identità. Con il risultato di essere assolutamente strano. Anzi estraniato. Oppure: come voler farsi accettare in un gruppo presentandosi per quello che non si è, si è accettati, ma non ci si accetta più, e alla fine si viene esclusi perché assurdamente contraddittori.

Non bisogna sforzarsi di essere se stessi, le energie vanno usate per correre, per partecipare, per prendere parte. A qualsiasi cosa.

Non ho cercato di sembrare qualcos’altro prima, durante e dopo la gara. Solo che ho dei condizionamenti sbagliati, non so di quanto tempo c’è bisogno prima che i nodi si sciolgano e i condizionamenti spariscano o diventino più accettabili, ma non c’è solo il triathlon per migliorarsi, c’è tutta la vita e penso di viverla fino alla morte.

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365 Pagine – Giorno 117 e 118 – Vai, continua, non pensare sii concentrato e corri

lunedì, 29 aprile, 2013 da kruks

È proprio il caso di scrivere qualcosa riguardo queste 2 giornate, sabato 27 Aprile 2013 e la domenica seguente.

http://triathlon.porto85.it/ questo l’evento, il mio primo triathlon. Molta confusione e agitazione devo dire. Ci sono stati diversi imprevisti il sabato, poi anche durante la gara e il pregara, naturalmente. Tutto sommato è andata bene, considerato che non sapevo cosa mi aspettava né come sarebbe stato. Ma non faccio l’ultimo giro di corsa, 3.3 km, ed ero anche piuttosto fresco, ma avevo accumulato una quantità di pensieri esagerata durante tutta la gara che penso ancora di aver dato il meglio di me. Questi i tempi:

Distanza Pos. Pos. M/F Pos. Cat. Tempo Parziale min/Km
NUOTO 1500 163 151 35 00:37:17 24.51
T1 1500 163 150 35 00:40:30 00:03:12 27.00
BICI 41500 151 143 36 01:49:34 01:09:04 2.38
T2 41500 153 143 36 01:52:01 00:02:27 2.41
Arrivo 51500 78 76 25 02:23:38 00:31:36 2.47

solo che l’ultima frazione manca di 3.3 km, e quel tempo sui 10 non credo lo farò mai in questa vita.

Innanzitutto arrivo a San Benedetto e cerco la sede dove distribuiscono i pacchi gara, nel farlo mi accorgo di avere le ruote sgonfie. Prendo il pacco gara, mi faccio spiegare da dove si parte, poi vado a cercare il B&B. Ok, fase successiva è trovare un benzinaio che gonfi la gomma, e invece trovo un gommista aperto di sabato, mi gonfia la gomma e ci accorgiamo che è crepata. Va cambiata, ci penso su, se ne trova una usata e quindi la compro. Si sono fatte le 8 di sera, devo parcheggiare la macchina vicino la zona triathlon, portare qualcosa in albergo e cenare. Trovo un ristorante solo alle 10 di sera e finisco di mangiare alle 23, così torno, doccia e vado a dormire. Un sonno profondo di circa 2 ore, poi sono in riflessione e riposo i muscoli comunque. Sento un dolore alle tonsille, fanno così quando mangio poco, sto poco bene, o chessoio, ma devo reggere per domani e cerco di stabilire che le tonsille non devono disturbare, così sparisce. Colazione alle 6 di mattino, penso di poter favorire la digestione bassa (cioè cagare prima della gara). Non riesco, non importa, alle 7:15 parto a piedi, arrivo al parcheggio, preparo la bici e arrivo in zona cambio 10 minuti prima che chiudesse. Così scopro che non posso lasciare la borsa, lo spazio è poco, etc. Attesa prima della partenza, non si sa che c’è da fare, quando si parte (era 9:30 diventati 9:40), la spunta la salto, quindi alla partenza del nuoto torno indietro dopo lo start e lo dico ad una dello staff, mi dice vai, vai, e così nuoto col pensiero di non aver fatto la spunta e quindi tutta questa cosa non vale niente. Poi, a tratti mi concentro e nuoto piuttosto bene, anche perché col mare mosso e i pensieri in testa bevo giù parecchia acqua … mi tocca di pensare: “chissenefrega”. Di corsa alla zona cambio, arrivo e le scarpe da bici sono allacciate (!!!). Perdo tempo, ma cerco di stare calmo. Parto con la bici, vanno tutti piano, sapevo parti a bomba, così sono interdetto. Beh, ho riposato i muscoli per 3 minuti di troppo, è chiaro che per me era più facile spingere. Frazione bici gestita piuttosto bene, tengo la scia di un gruppo, mi viene in testa di passare al gruppo avanti, ma io non sono così performante, finisce che arrivo 2 minuti dopo il gruppo che stavo seguendo. Zona cambio e scarpe da running allacciate (!!!): sono diabolico, altri 3 minuti. Ma le metto, e corro, dove? forse mi dicono anche che sono 3 giri, ma ho un casino in testa, sparo cazzate e chiedo anche perché? lo trovo un modo per allentare la tensione, forse non è neanche il caso. Corro. Bene, buon ritmo, il mio, potevo certo tenerlo più alto, e anche fare gli ultimi 3 km, ma ancora non considerato il fatto degli ulteriori 3 minuti di riposo dovuto alle scarpe allacciate. Non lo so. “Finisco” in 2:23:38, se considerassi lo stesso ritmo per gli ultimi 3 km sarebbero 2 ore e 40 minuti.

Mi passa per la testa “se tornassi indietro”, ed insieme, “se tornassi indietro ci metterei 4 ore 47 più il tempo dell’ultimo giro. Non è un granché come idea”. Già, le cose si fanno, nel migliore dei modi. Il migliore dei modi non è sempre un successo, a volte è chiaramente un fallimento. Ma cosa conta? Cos’altro avrei fatto di più buono quella domenica se non c’avessi provato? O questo lunedì, o il mese passato? Insomma, come posso fare di più che dare il massimo?

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