No, non ho un’idea chiara, ma certamente è un complotto

Complottisti, anticomplottisti o reazionari, questo è il problema.

Questo è il problema?

No, non ho un idea chiara. Ma che il mondo sia guidato o meno da una mano invisibile, a me, personalmente, cosa cambia?

Non dico di non essere libero di pensare quello che voglio, non dico di esserlo. Ma a me cosa cambia?

Posso fare quello che voglio fare? e cosa voglio fare esattamente? conoscere questa mano invisibile mi rende la vita più semplice? per cosa? dovrei ridefinire i miei obiettivi in base a quelli della mano invisibile?

Oppure, potrei essere fermato da questa mano invisibile nella persecuzione dei miei obiettivi? Sì? Come? Sono curioso. Io non credo che nessuno fermi nessuno.

E poi, prendere le parti di questo o quello, a me che cambia?

Bisogna essere convincenti per essere seguiti, e forse i complottisti non lo sono abbastanza. O forse tra i miei obiettivi nella vita non c’è quello di seguire complottisti

Ho il sospetto che … ecco

Ecco è vero, mi sono concentrato poco nella programmazione, nel progettare una architettura, nell’aggiornarmi, nel leggere nuove cose. Ma effettivamente mi sono aggiornato quel che basta, quel che basta per stare al passo col tempo e saper portare avanti un progetto.

Ora sono praticamente senza lavoro e quello che ho capito è che a me di tutta sta solfa non mi frega niente.

Voglio dire, ho a che fare con persone che per lavoro si occupano di marketing, far andare “su” un sito in google, i trend di twitter, etc. E finisce che mi esprimo su questo e devo anche sostenere una opinione, ma a me di sta roba non mi frega niente.

Cioè, io amo programmare, amo fare quello che è organizzazione del codice, scelta degli algoritmi, comprensione degli algoritmi, ottimizzazione del sistema, profiling del codice, refactoring. Questo mi piace fare!

E ho frequentato una università di Informatica proprio perché mi interessa fare questo.

Capisco che può sembrare una cosa atipica, uno dovrebbe fare l’università per cercare un lavoro, ma io l’ho fatta perché mi piaceva.

Ho il sospetto che le università italiane siano mal frequentate, visto che alcuni amici con i quali lavoro, laureati di secondo livello, di tutto quello che riguarda l’informatica, non gliene frega niente. Stanno lì a parlare di fare i soldi, di come guadagnare qua e là, etc.

Per carità, i soldi sono importanti, ed io per primo voglio essere pagato, ed io per primo voglio essere pagato bene. Sì pagato bene per il mio lavoro, non per parlare di soldi e come fare i soldi, per parlare di trend e per mettere un cazzo di meta tag robot nofollow dentro l’head dell’html.

Ecco, ho questo sospetto e mi disturba un po’ effettivamente.

Ma cosa vuol dire “No”, “Grazie”?

In un momento in cui credevo di sapere chi fossi, ma non avevo speranze vere, tu me le hai date facendoti vedere. Non mi sono avvicinato, non perché mi avresti visto, ma perché avrei visto il riflesso di me su di te. E non era affatto quello che credevo.

Così distante, ma non così orribile. Bello, ma veramente. Non ho mai saputo di esserlo perché tutti lo ripetevano, io non mi sono mai visto. Non più bello di altri, ma bello e basta. Preferendo di vedermi come non sono, pensando che bello fosse vanteria, ho inventato di tutto. Un altro me. Mi sono perso di vista.

Ma tu guardavi me. Hai guardato me e sei stata il mio radar. E il disagio di guardarsi è quasi come il sentirsi nudo e per un attimo vedere te, e gli altri, e tutto il mondo nudo. Ed avere confusione, girarsi e non voler vedere, spaventati dal semplice ch’è così bello senz’altro e senza sforzi, per me che di sforzi ne faccio ogni giorno per pensarmi qualcos’altro.

E così grazie, forse non voglio te, forse prima di tutto voglio me. Un giorno, forse, ma forse sono tutte fantasie. Tutto questo è troppo pensato. Un fiore nasce dal polline, poi seme, portato dal vento, posandosi per caso su una pozzanghera, nessuno sa dove, poi trova altra acqua, oppure affoga, o non sboccia affatto, nessuno può dirlo se pioverà abbastanza, o poco, o troppo.

Cosa importa? Dovrei accanirmi per non perdere qualcosa che non ho saputo prendere?

Scopro me stesso. Non c’è regalo più bello. Mi perderò di nuovo. E cche fa?

Ama la tua vicina

Plinio_Fernando

Non sono cattolico, né credente. Ma se qualcuno, poniamo Confucio, o meglio K’ung-fu-tzu, avesse detto in cinese “cippacippa cippa ciappa ppa otiahahah” non lo si traduce in “nulla è più ppa di ciò che è oziahahaha”.

Che vuol dire? niente. O traduci tutto oppure taci. Allora chi ha tradotto il vangelo? come poteva far dire ad un personaggio come Gesù (vero o immaginario): “ama il prossimo tuo”? era alla posta forse? In italiano il prossimo è quello in fila alla posta, neanche i Monty Python sono arrivati a tanto.

No perché nessuno dice “sai ci sono le pesche, sono buonissime! Le ha date la signora prossima di casa a Loretta perché dice che non le mangia. Prendile”. “la signora cosa????”

Una volta, giuro, ho sentito un prete dire che “amare il prossimo tuo è una cosa difficilissima, quasi impossibile”. Certo, quasi come mangiare un vocabolario di volgare italiano senza condimento.

Ma come si fa a non odiare chi ti vuol passare avanti alla posta?? dico io, ma che cazzo di comandamento è? Io gli do una gomitata in faccia se continua a fare il furbo, altro che comandamenti.

(Fortunatamente hanno messo i numeri alle poste. E la vicina è sposata. Posso anche fare un paio di kilometri, volendo, ma sono pigro)

ognuno pretende d’amare “solo noi, veramente, voi invece meno”

Gay: amiamo solo noi veramente, voi solo usanze e buon costume.

Raggae: solo noi amiamo, mente aperta, rispetto, amiamo solo noi.

Punk: amiamo noi, il mondo fa schifo come voi.

Emo: cosa vuoi che conti tutto? meglio amare, come facciamo noi, non fate voi.

Io odio, ma non pretendo di essere l’unico.

Sento che capitolerò presto, la mia carne si sta lacerando, ieri notte la mia testa stava per esplodere ed ho temuto di spegnermi. Chiedo aiuto al mio cuore, mi dice aspetta, e intanto continua a battere e cercare quel dolce accordo in maggiore. Riccioli neri.

Se non hai niente di carino da dire, non dire niente

Un canadese in un social network pubblicava un link e chiedeva un commento, aggiungendo

“e vale il noto consiglio: se no hai niente di carino da dire, non dire niente”.

(non ricordo se fosse letteralmente così)

Dopo qualche anno capisco che questa cosa è bellissima, nei confronti degli altri e anche di se stessi. Dire qualcosa di scortese o inopportuno ci fa sentire brutti e inopportuni. Comunque a disagio. Non importa che faccia male agli altri, è fa male in prima persona, col tempo si finisce per farsi un idea di se poco gradevole.

Eppure la moda è di farlo continuamente, forse si critica la disonestà degli altri per giustificarsi, ma a volte si critica pensandosi migliori, pensando proprio che quel difetto l’altro non dovrebbe averlo, che non è sopportabile, e in modo scortese lo si fa notare.

Non so quanto sia noto questo consiglio, dì qualcosa di carino oppure taci, e costruisci un’idea di te che sia gradevole, carina, piacevole. Altrimenti ti ritrovi a lottare con un te che a stento sopporti di vedere allo specchio.

Pattern comportamentali

Nasce quest´idea da un post di un amico su facebook, dice che il comportamento delle persone è un deja vu mitigato dall’esperienza.

Dopo qualche commento dico che il comportamento è dato da degli schemi, una sequenza di azioni, espressioni e stati d’animo facilmente riconoscibili che ci permette di comunicare in modo semplice e capirci, e che questi schemi sono dati dalla educazione che ci viene data, anche per emulazione. Le sequenze sono come le cadenze in musica, vanno seguite per la maggior parte, ma forse sono più simili alle modulazioni jazz e quindi in qualche maniera più fantasiose, imprevedibili, creative e sicuramente infinite. Vuol dire che è un immensa sinfonia di scelte non determinate, quindi il riconoscere degli schemi non vuol dire sapere come si comporterà qualcuno, ma solo alcune sequenze.

Deja vu. Sì, appunto, facile anche riconoscerli in noi stessi, così sappiamo qual è la risposta, sono schemi, li abbiamo imparati forse emulandoli, quindi li stiamo mettendo in atto, probabilmente anche insiema ad altri, che hanno la stessa nostra cultura e sanno di interpretare esattamente quella parte, così ci troviamo a pensare di aver vissuto di già il tutto, ma lo stiamo appena interpretando dopo aver visto una rappresentazione con una scena simile o analoga. Il cervello ci fa da gobbo.

Questa non è una spiegazione riconosciuta, ma non mi importa, quello che ho poi detto è che se la sequenza non è riconosciuta/riconoscibile, allora si stona, e non si viene compresi. Questo mi ha fatto riflettere sulla sensazione di disagio che si prova nel non essere compresi e su quanto il disagio sia attualmente molto diffuso proprio quando c’è un bombardamento di informazioni tale da non capire esattamente qual è lo schema giusto, qual è l’accordo, la modulazione, per così dire, con la quale ci si deve comportare e non si è neanche troppo sicuri di essere riusciti a farsi capire.

E infondo ciò che riesce sempre difficile di ammetere è “forse ho steccato”, “forse non sono riuscito a rendere quello che volevo dire”, nel senso di dirlo palesemente in questa maniera, in caso di disagio, certo, non è che tutte le volte che si è insicuri dell’essersi fatti capire si sta lì a precisarlo, solo se questo da fastidio a se stessi, dirlo. E acquisire la consapevolezza che questa sensazione può essere normale.

qual è il keystroke giusto?

Su Windows si usa ^Z, è diventato uno standard, tant’è che molti programmi Linux usano la stessa combinazione per annullare.

È molto importante per imparare: pulisci la lavagna e ricominci a disegnare. Certo si ricorda l’errore, ed è proprio quello che conta, sapere come non fare per trovare la strada giusta. Ma la lavagna è pulita.

Nella vita qual è questa combinazione? Perché è vero, io imparo l’errore, ma come posso cancellare quello che ho fatto se per caso ha lasciato qualche cosa negli altri? Cosa fai? vai lì e dici “guarda, questa non va, la rigiriamo” tipo set cinematografico? Ma no, non è neanche questione di riavvolgere il nastro, non è questione di rigirarla, è il solo cancellare la lavagna. Io imparo dai miei errori, ma gli altri perché devono subirli?

Non è proprio possibile crescere da soli.

“Non scrivermi più” e quella smodata voglia di cancellare tutto ciò che si è scritto e lavar via i miei scarabocchi da te.

cosa vuoi diventare?

Io non voglio diventare. Sarà per via dei corsi di sviluppo personale che uno si fa la domanda, ma non mi serve. Io voglio restare così come sono. Certo invecchierò, diventerò forse più antipatico, spero di correggere alcuni difetti. Ma io non voglio diventare. Tutta questa cosa del personal branding, se non si beve non è roba che mi interessa. Fai di te un brand, ma che vuol dire? Cioè, dopo esser diventato un brand cosa faccio? Mi clono in formato postit e mi distribuisco negli uffici dei miei clienti?

“Sei tu il prodotto”, “bisogna sapersi vendere bene, con tutto il rispetto”. È qui ci vuole il rispetto, ma guarda caso non ce la nessuno per chi fa il mestiere veramente “sono poco di buono”, e tanto basta. Ma cosa cambia da sei tu il prodotto?

No, non sono un prodotto, non voglio esserlo.

Poi “quando vendi un prodotto, devi vendere una storia, devi vendere un sogno”, cioè il prodotto è un sogno ed io sarei il prodotto?

No. È una cazzata.

Io invece vorrei esere il sogno erotico di chi dico io. Lei bendata e legata, su di un letto qualche rosa qua e là, la sfioro e lei impaurita o incuriosita, non sa cosa scegliere ma capisce che è sempre più eccitata, non riesce a parlare ma forse non vorrebbe, si contorce, le labbra socchiuse ed umide e non solo. Mi masturbo e vado via, perchè sono stronzo. Ma non un prodotto, sarei un prodoto di merda.

Comunque non voglio diventare niente, ci pensa il tempo per quello.

Se corri diventi un atleta? “Se vuoi diventare un atleta devi correre”, ma se io voglio semplicemente correre e non diventare qualcosa? Voglio correre. Basta. Non voglio essere bello, essere magro, essere prestante, essere vincente, essere un accidenti che so io o sapete voi. Voglio correre, punto.

“Se vuoi essere una persona famosa devi fare molta gavetta”. Sono cazzate, se vuoi imparare un mestiere devi farlo per molto tempo, se veramente vuoi apprezzarne tutte le sfumature e capirne a fondo la bellezza che è nel fare e saper fare.

La vita è un divenire, no diventare

Appoggio sinistro, appoggio destro

 

 

Non ho il diritto di farlo, ma è solo fino a settembre ora devo lavorare su questo:

appoggio-Sinistro Appoggio-Destro

 
















appoggio. La causa è una contrattura, questo modo di correre non è una cura.

Ci vuole più fegato. Il fegato è a sinistra. O forse a destra. Infatti.

Penso di aver interiorizzato questo gesto durante il medio di Rimini, a maggio, nella frazione di corsa. Per via della contrattura non riuscivo ad appoggiare la gamba destra senza quasi piangere. Questa “tecnica” sembra aver funzionato, nel senso che non ho avuto dolore alla coscia, le smorfie sono per l’elaborazione del contorto gesto.

Penso sia difficile rilassarsi un queste condizioni.

Il link delle foto:

http://photo-sport.it/Photos.aspx?EventID=60&PhotoID=216

(intendo acquistarle ma questo non è il mese giusto)

Una discussione con una amica ha portato a considerare la tecnica dei trigger points (ultimi 2 link):

http://www.albanesi.it/arearossa/articoli/01bandel18.htm

http://studioriabilita.wordpress.com/running/sindrome-bandelletta-ileo-tibiale/

http://www.miofasciale.it/trigger-points.php

http://www.triggerpoints.net/

Sembra che sia alla base de tapping, cioè lo scotch che ha sulla schiena Balotelli per ragioni oscure, cioè rilassare la fascia (tessuto connettivale) e favorire il funzionamento corretto del muscolo risolvendo le contratture.

Gli altri 2 link è perché in effetti ho dolore alle ginocchia e stamattina ho anche saltato l’allenamento. Forse è un segno.