Ho smesso di scrivere, forse. Perché non so farlo

Incollo qui l’ultima cosa che ho scritto e non pubblicato. Datata 10 Luglio 2018, 2 giorni dopo l’ironman di Francoforte.

Come sto invecchiando male.

Francoforte non è più la stessa. Rimugino guardando i cantieri aperti mentre il bus navetta ci sta portando al Langen Waldsee, da dove si parte per l’Ironman.

Ai cittadini sicuramente non piace questo, o almeno non ai tedeschi. Ed è capitato perché l’inghilterra è uscita dalla comunità europea (che non è esattamente la stessa cosa che uscire da una comunità di recupero, ma forse hanno interpretato male il quesito).

Tutte le aziende vogliono stare vicino alla sede dello stock-exchange più pesante dell’eurozona. E così anche i lavoratori. E qui servono maestranze. Di tutti i tipi. Lavori in corso ovunque. Bene per chi é proprietario che forse può pretendere qualcosa di più. Male per chi vive in affitto, che vedrà aumentare la pigione.

Francoforte è finita. Ci ho tenuto tanto a questa gara, e soprattutto alla corsa: correre lungo il meno durante un evento vero.

Ho preparato la maratona di Roma qui a Francoforte, quella era la mia prima maratona.
Mi ricordo di essermi svegliato alle 6 di mattino, a marzo, in un ostello, per uscire ed andare a correre dalla zona ovest, poco oltre la stazione centrale, per arrivare al meno, a volte per fare qualche ripetuta, e poi tornare.

E mi ricordo pure quando alloggiavo al golden leave, a poche centinaia di metri dall’ufficio, ed poco più distante dal palazzo della BCE. Correre lungo il Meno: riva sinistra o riva destra, che poi infondo non si capisce neppure da quale parte scorra, e proseguire verso est a volte, ci sono gli orti, e altre città. E capita un po’ di tutto, esci col sole, inizia a nevicare i pezzi di gelo, poi torni e si è gia scaldata l’aria. E in primavera sono tutti lungo il fiume a bersi una birra, mangiarsi un panino o parlare, fare giocoleria gli universitari, suonare, o fare sport all’aria aperta. Ed io corro. A volte chiedo permesso, e forse do un po’ fastidio. Come succede ovunque.

Ieri c’erano degli americani, così ho pensato subito. Poi sentendoli parlare ho pensato che fossero più probabilmente africani. Neri, sicuramente. Ma non era certo quello che li distingue qui a Francoforte. È più la mancanza di tedeschitudine. Avevano quel modo di parlare ad alta voce e muoversi senza senso, tipico degli americani.

Sabato scorso c’era un turco con la macchina d’epoca ma tutta sporca. La turchitudine si capiva per via della musica in auto e la macchina sporca: un tedesco non terrebbe la macchina sporca, un turco lo fa per dimostrare di essere all’altezza di potersela comprare.

Il problema non sono gli immigrati. Il problema è la generazione che viene su e si aspetta tutto il giorno stesso in cui lo desidera, per poi non sapere neppure che farsene. Sì, pensavo proprio questo domenica scorsa.

E rifletto. Ma poi cosa ne so io che direzione dovrebbe prendere il mondo? e non spetta certo a me decidere ora, a 40 anni, decidere dove andare. Al più posso fare da motore, ma non sono certo io ad indicare la rotta. Forse avrei dovuto farlo 20 anni fa.

E penso che sto invecchiando, nel modo sbagliato. Non ho più contatto con le giovani generazioni, e nemmeno con le meno giovani. E quello in cui sbaglio di più è il non accettare neppure il loro atteggiamento, o le loro aspettative.

Come posso dire io che stato uno sbaglio degli inglesi lasciare la comunità europea? come posso dire che è stato uno sbaglio degli americani votare Trump? e come posso criticare la scelta degli italiani per il M5S e la lega?

Con l’età le passioni per ciò che accadrà in futuro sono destinate a scemare, e qualsiasi altro atteggiamento è solo inopportuno.

Faciate ‘npo come cazzo ve pare. Direi.

Epperò vorrei che emerga qualcuno che guarda avanti, che si sappia imporre, con una visione.

O forse è proprio vero che quando inizi a brillare ogni altra stella sembra lontana ed oscura.

Sì, sto invecchiando male e anche l’ultima impennata di orgoglio è piuttosto triste. Perché vedere l’errore nel mondo e non prendere atto invece di ciò che è e basta? Si dice, anche a Francoforte, “es ist wie es ist”. Mi sono accorto che sto leggendo molto meno di quello che potrei, e sto perdendo molto.

Senza Nome

La mamma. Il babbo.
Pensa.
Avevo 8 anni e chiedevo di avere l’MSX perché quello sì che si programma, che c’è il basic, che si fanno i programmi …
“hai il videogiochi dei tuoi fratelli, quello va bene”
Non si programma.
“Ma come, vedi che va bene”.

Avevo 15 anni, e allora sì che potevo usare il pc, di mio fratello, perché dovevo fare i programmi del laboratorio di informatica.

Mio fratello studiava ad Ancona, così io potevo stare scrivere programmi davanti al computer. Ero silenzioso. Mi è capitato di passare la notte a programmare e il giorno dopo a fare un compito in classe a scuola. Sarebbe andato bene, se non avessi stampato il listato del programma nei fogli del cedua (centro elaborazioni dati università di Ancona). Il codice era mio, ma tanto bastava ad essere un imbroglione agli occhi del professore.

Ma no, se è per dirla tutta non era quello il problema, cari genitori.

All’università frequentai il primo anno, concluso con 3 esami sostenuti su 5 con media 28. Era luglio, torno a casa.

Avrei sì voluto preparare gli esami mancanti. Come del resto mio fratello prima di me aveva studiato per i 5 anni senza dover lavorare. Invece io no, dovevo aiutare per i lavori al negozio di mamma.

Ecco, un indizio: questo è uno dei problemi.

Sono depresso, mi sento incompreso, poco accettato, e per nulla preso in considerazione. Mi ubriaco, prendo l’auto e vengo fermato, poi picchiato da un carabignere (e sì che si scrive così). Ma si sa come vanno queste cose, eccetera. Ecco. Non era il “carabignere” il problema.

Nonostante tutto, fatta la domanda, a novembre mi viene assegnata la borsa di studio. “A Pisa devono essere proprio buoni”: le parole di babbo.

Le telefonate, di mamma che si lamenta che non telefono e perché. Che poi non faccio esami, che non studio, eccetera.

No. Non studio. Perché studiare non va bene. Non basta. E alla fine è solo che “a Pisa sono proprio buoni”.

Non è questione di alcool o ashish. Siete voi, cari il babbo e la mamma, il problema.

Non mi faccio avanti con le ragazze, con la ragazza, ce ne era una. Ma mi sento sbagliato, non va bene. Non posso piacergli, sento forte la contraddizione. Mi blocca.

No. Non è paura. Sarebbe facile. Provo di tutto. Cado in motorino. Paura, ok, ma mi rialzo e vado.

Cosa ho di sbagliato? Cosa?

Non valgo niente.

Qualsiasi cosa io sappia fare col computer è talmente astratta che non ha senso.

I voti e la borsa di studio non valgono niente.

Più avanti penso che sarei stato indemoniato, sarebbe stata una spiegazione efficace, semplice.

Per il babbo e la mamma, per la famiglia, ero esaurito per lo studio.

No. Diciamola tutta. Non studiavo perché ero esaurito dalla lagna che mi toccava ascoltare secondo la quale io sarei stato insensibile e menefreghista.

Sì, forse un po’ depresso e demotivato. Come qualcuno che si rende conto che ciò che sa fare e fa non serva a nulla.

E perso. Sì, perso come qualcuno che nel fare quello che fa riceve complimenti da chi gli sta intorno, ma da parte della famiglia continua ad essere un buono a nulla. E poi “gli altri si prendono gioco di te”, oppure “gli altri di fregano”.

Io sono così. Senza Nome.

Senza genitori che abbiano una minima idea di chi io sia.

A 25 anni il mio primo ricovero in psichiatria. Dopo quasi un mese esco. Parlando con mio padre, tra i vari discorsi che aveva sentito da me, mi chiede se fosse vero che non ero mai stato con una donna. Rispondo di sì. “Ma come si fa? come è possibile?”. Il babbo, si è sposato all’età di 29 anni. Non aveva mai scopato prima.

Sei un coglione. Caro il babbo.

E io dovrei riconoscere di essere tuo figlio.

Anzi, dovresti riconoscerlo tu, che il frutto non è poi caduto così lontano.

È la vigilia della festa della mamma. Fammene dire alcune.

La mamma. Hai rotto il cazzo. Cara la mamma. Lagna e lamenti, per cosa? Cosa cazzo ti ho fatto io? Dovrei dimostrare che ti voglio bene perché mi fai i complimenti per i mediocri risultati sportivi? Sport che faccio come svago, sport iniziato principalmente per starmene per i fatti miei, tra l’altro.

Per i fatti miei, intendo senza avervi tra i coglioni: la mamma, il babbo, i fratelli, eccetera.

Non voglio avere tra i miei punti di riferimento qualcuno che non capisce un cazzo ed ha una qualche influenza emotiva nei miei confronti.

Pretendo forse di avere dei genitori perfetti? No, anzi, pretendo che riconoscano quanto siano stati coglioni.

E gli alibi. Certo, ne sto cercando io, ora. Ma cosa è la vostra pretesa di pensare che tenendomi a casa sarebbe stato un bene per me? Alibi. “abbiamo fatto il possibile”.

No. Siete ciechi e non avete voglia di vedere.

Siete ignoranti e pretendente che la vostra condizione sia applicabile a tutti gli altri.

Non faccio nulla stando seduto davanti al pc, vero?

Ok. Guardate la tv, ascoltate la radio, guidate l’auto, comprate cibo confezionato. E pensate che chiunque sia l’artefice di tutto questo progresso faccia esattamente le vostre stronzate?

È pretendere la perfezione? No. La consapevolezza.

Mi è stato chiesto, sì: “ma tu sei consapevole?”

Da una donna che mi ha conosciuto tramite facebook e pretendeva di essersi innamorata di me da ciò che scrivevo.

Chiaro sì, certo sono consapevole.

Ma di cosa? Perché colleziono un fallimento dietro l’altro? perché preferisco essere perdente piuttosto che vincere? Perché non trovo passioni? Perché mi attacco al giudizio degli altri? Perché non cambio lavoro quando potrei guadagnare 70mila euro al posto di guadagnarne poco più di 30mila?

Quali sono i miei valori? Nessuno. Dovrei amare me stesso in modo viscerale. E questo che cerco di tenere a mente. Ogni attimo.

Amare me stesso. È l’unica salvezza. Imparerà poi, forse, almeno una ad amare me. E non sarà mia madre, quella che ama quel me che io nemmeno conosco, che non capisco.

Mi sento onestamente trasparente agli occhi dei miei “cari”, e anche a quelli di mia madre. Purtroppo.

Senza nome. Senza identità. Senza anima.

Cosa vuoi che sia?

È solo un’altro sabato del cazzo.

Avrei bisogno di ubriacarmi.

Ma non ho amici con cui farlo.

Se non altro ora, oggi, un po’ più consapevole lo sono. Cercherò di badare a quanto impegno metto nel fallire. Cambio strada.

Un giorno smetterò di odiarvi.

Nel frattempo non scassate il cazzo.

bilanci sportivi

Challenge (#riccione o #rimini) ci sono dei bilanci da fare dopo qualche anno.

  1.  2 anni fa sono stato squalificato perché, dicono, non avevo il numero attaccato alla bici. Ovviamente i numeri erano stampati su degli adesivi non plastificati, e al momento del check-in, avendo fatto diversa strada bagnata, il numero era quasi staccato. L’ho detto al giudice che faceva il checkin, non mi ha proprio calcolato, ha detto “sì sì, va bene, entra”. Però poi durante la frazione bici si è perso del tutto, e allora la colpa era la mia. (non dell’organizzazione che ha fatto stampare i numeri non plastificati).
  2. L’anno scorso, visto che durante la discussione con i tipi dell’organizzazione è venuto fuori il fatto che non devo essere io a controllare se sono stato ammonito, mi sono fermato 3 volte, di cui una per un minuto a scorrere tra i vari numeri segnalati. Che ovviamente non avevano scritto in nessun cazzo di ordine, perché certo, e che vuoi te? sapere pure dove sei? no, avevano fatto una cloud tag, perché fa figo.
  3. Challenge Venezia (e sì, sono sempre loro) stesso discorso, e stessa nuvola di numeri messi alla come xxxxx capita. Ordine? bah.
  4. Quest’anno scopro che al challenge non c’è assistenza tecnica. Cioè se fori e non hai nulla per riparare, sei fregato. Non importa che spendi 270 euro di iscrizione (e che per una GF ne spendi 40 e hai l’assistenza). Chiedo perché: ce la devi fare con le tue forze. …ma al circuito iron l’assistenza c’è … quindi in realtà è che non ce la fanno loro con le loro forze. Una ragazza aveva forato e non sapeva come riparare con la bomboletta, io ero fermo e non avevo molte speranze, gli ho dato una mano. Antisportivo? ma che cacchio c’entra? La strada di merda non l’abbiamo mica fatta noi? in Italia le strade fanno schifo, bisogna aspettare il giro e le varie gare ciclistiche per vedere qualche tratto di strada nuovo. Ce la fa con le sue forze l’amministrazione ad asfaltare la strada? o dobbiamo prenderci tutti l’Hammer e tagliare direttamente per lo sterrato alla cazzo?

Cosa penso di queste garone di no-draft finto è sempre quello (a parte Venezia dove l’anno scorso eravamo 300, ma solo per sbaglio): si fanno se sono in una capitale o un posto che ti piace visitare. Così ora, beh, penso che Rimini o Riccione non rientrano tra questi, ci vai in 2 ore, e quando ti pare.

Detto questo, l’anno scorso ad Arona mi hanno mandato verso il lago di Iseo, ho finito la discesa, ed ho dovuto chiedere indicazioni perché non c’erano più segnalazioni riguardanti la gara. E anche lì la scia era alla vulimmosebe (tutti ammucchiati).

Non è che se una cosa la fai per sport, allora la fai male. Che poi del resto non mi pare che l’Italia brilli per serietà, ci sono casi di eccellenza, certo, ma è troppo poco. Non c’è una naturale propensione all’affidabilità, e spesso nessuno ha chiaro quali siano i loro compiti, finendo per lavorare il doppio per fare peggio quello che comunque non gli spettava di fare. L’assistente su moto era dalle 7 del mattino che girava e stava senza mangiare. Ma perché? Che poi a cosa è servito a me? o agli altri? visto che ha chiamato il furgone fine gara per dirgli dove ero, e il furgone non si è neanche fermato, prima gli ho urlato dientro, poi ho dovuto intercettarlo quando tornava. Altrimenti stai lì, in mezzo al nulla, ad aspettare che finisca la gara. Abbandonato a te stesso. E per fortuna che ti fanno scrivere il numero del medico dietro il cartellino gara. E portare un cellulare è vietato.

E poi parlerei di Granfondo. Sì, ok, costano poco. Ma devi essere iscritto alla federazione ed essere tesserato. Ovviamente al momento dell’iscrizione, informatizzata, viene controllato il tuo numero di tessera, e se è regolare per l’anno in corso. Solo che quando vai a ritirare il numero per la gara, arbitrariamente, l’addetto che se ne occupa può chiedere la tua tessera, che devi avere, perché “deve controllare”. Inutile far presente che già il sistema ha controllato tutto e che a quel documento e codice fiscale puoi corrispondere solo tu. Esso è così.

Perché le persone si disturbano a non farsi i cazzi propri? Ma lo chiedo in generale. Se non ti compete, pensa ai cazzi tuoi, ci guadagni. Pensa a quante opportunità di guadagno stai rinunciando solo per occuparti di cose che non ti competono.

In sostanza: fatti i cazzi tuoi.

scrivere scrivere. commit, commit

Dico una cosa, da programmatore: scrivi sempre, scrivi tutto, nessuno ti sta leggendo, ma tu scrivi lo stesso. Qualsiasi idea, pure malsana, che ti passa per la testa.
 
E ci sarà chi dice che non serve a niente, che quello che conta è che il codice giri, eccetera. Oppure chi dice che pensa un sacco di idiozie che non è il caso di scrivere che se qualcuno le legge pensa poi chissà cosa su questo o quello.
 
Ma non importa, veramente. Nessuno ha tempo di leggere quello che scrivi e alla fine è vero che conta il codice che gira. È vero che avrai scritto 500 righe di codice per cancellarne 470, rimanendo con l’essenziale, tolte le cazzate, che però è quello che serve. Ma nessuno ti paga per le righe di codice, ma per quello che va fatto e serve i soldi ci sono.
 
E quelle 470 righe di troppo servono per indagare, sbagliare e correggere, se si percorrono 20 strade sbagliate è giusto fa sapere che quelle 20 strade sbagliate sono state percorse, perché quando si torna a mettere mano al codice, e qualcuno che non lo conosce pensa una di quelle 20 cazzate che hai già escluso con ottime argomentazioni. E allora quei 20-30 commit che hai poi buttato non sono buttati veramente, perché è vero che nessuno ti sta leggendo, ma anche se è molto difficile trovare al mondo qualcuno intelligente quanto te, è sicuramente probabile trovarne uno stupido almeno un quinto di quanto lo sia tu.

Sui vaccini e gli antivaccinisti

Penso piuttosto che.

Se pensi che dare la colpa a qualcuno, a qualcosa, al sistema, alle case farmaceutiche, al denaro, eccetera, possa sollevarti dal peso di accettare l’autismo di un tuo figlio, fa pure. E movimenta anche folle di persone che battaglino contro i farmaci, i vaccini, o le onde elettromagnetiche, o qualsiasi cosa tu creda che sia la causa della caratteristica di quel tuo figlio.

Difficoltà. Evidenti e lampanti. Non certo una persona normale, quel tuo figlio autistico.

E non posso mettermi nei tuoi panni, tutti i giorni, tutte le notti, tutte le occasioni. Qualsiasi rappresentazione o film è solo una immagine sbiadita di parte di ciò che attraversi, e attraversate.

“E il mio maestro ci insegnò come è difficile cercare l’alba dentro l’imbrunire”

da quasi fastidio sentir citare Battiato. Ma resta il fatto che è difficile.

Difficile.

Se potessi mi picchierei da solo per quello che ho appena scritto.

È brutto, schifoso e freddo. Ma la scienza è così: fredda e pura. Non puoi girarci attorno, la realtà continuerà a dirti che sono solo tue fantasie, che non c’è nessun complotto, e d’altra parte come puoi essere sicuro che quello che sarebbe stato sia veramente vero?

Come puoi sapere quale sarebbe stata la tua vita avendo un figlio non-autistico? E come sarebbe stata la sua vita, sei sicuro di saperlo?

Stai solo applicando un modello, una proiezione, una probabilità. Statistica. Quella che non accetti quando ti dice che non ci sono correlazioni.

E dunque il problema non sono i vaccini, la legge o le case farmaceutiche. Il problema è una mancata crescita personale.

Altra statistica. Veniamo all’interesse delle case farmaucetiche affinché più e più persone sviluppino il disturbo autistico della personalità.

Evidentemnete ci sono farmaci specifici per autistici, che sono riconosciuti dalla comunità scientifica per la loro efficacia, almeno quanto i vaccini. Altrimenti per quale motivo una casa farmaceutica avrebbe di questi interessi? Sadismo? spendere soldi per far ammalare gente … per sadismo?

Ok. Ma ad oggi non ci sono farmaci specifici per il disturbo autistico. Si utilizzano antipsicotici che vengono adottati per una pletora di altri disturbi psichici, nonché i farmaci di nuova generazione, che in pratica sono sempre antipsicotici.

Per di più ci si orienta sempre verso una terapia cognitivo-comportamentale, che coinvolga la famiglia quindi.

In sostanza la comunità scientifica non riconosce in modo unanime l’efficacia di un determinato farmaco per la terapia del disturbo autistico della personalità.

È piuttosto complicato riuscire a vendere farmaci basandosi su questo.

Eppure ci riescono, ma nessuno solleva qualche dubbio sui farmaci terapeutici (dove non c’è un consenso), piuttosto lo si solleva sui vaccini (che statisticamente non c’entrano una mazza, e su questo si è tutti d’accordo).

Buonanotte a tutti.

Il sabato e il mio viaggio

Niente da temere, nessuna pazzia, tutto regolare.

È solo un semplice, momentaneo, episodico rifugio, ma che non ho più voglia di frequentare.

Le aspettative da parte di altri, da parte di me stesso, rimangono ormai solo rumore di fondo, come lo sciabordio delle onde, che non sento quasi più, ormai che il mare è calmo.

E per di più scopro che il rumore delle onde che si infrangono mi rende tranquillo e mi rasserena l’animo.

Ascolterò quindi le aspettative come ascolto la voce del mare, che infondo viene a dirmi nulla, ma solo a farmi capire che vive.

Questo non è sentirsi liberi, è diverso. È essere del tutto disinteressati alla libertà. Essere se stessi è un limite, un limite che accetto di avere. Ma essere se stessi è anche una ricchezza, a volte un compito.

Non escludo di scappare, ogni tanto, di nuovo. Non importa. Non ho regole fisse, ho voluttà.

Certo tremo. Al passaggio di ogni treno. Sono le 2 di notte ed ho tirato fino a tardi per scrivere software. Io, quello che scrive codice, perché a me piace farlo, e perché sono bravo (ma questa dovrei/potrei invertirla).

Ho paura, non so di cosa, non ne ho motivo. Sono solo, come al solito. Forse è non avere un rifugio, ma non è così, è differente, il rifugio so che è lì, semplicemente non voglio più frequentare quella nicchia dove i sensi si spengono e tutto è favoloso.

E alla fine prendo sonno.

Ed è al mattino che scrivo questo.

Ho solo voglia di ascoltare.

Il vento, la strada, il rumore del mare.

Il sabato e il mio viaggio.

E poi sarebbero gli utenti che truffano le assicurazioni?

Ho fatto l’assicurazione alla macchina l’anno scorso, e quest’anno mi hanno proposto di rinnovare con un aumento di 200 euro, senza incidenti.

Avevo scelto l’opzione scatola nera, cioè il dispositivo che traccia dove vai e non ti fa fare truffe, eccetera. Così dovevo riconsegnarla.

Ho cercato una nuova compagnia, l’ho trovata al prezzo dell’anno scorso. Sempre con scatola nera.

Chiamo Octotelematics e gli faccio presente che siccome sono sempre loro … nulla, ovviamente dovevo riconsegnare la vecchia e reinstallare la nuova.

Disinstallo la vecchia. (la porto all’elettrauto)

Ma da parte di Zurich (la nuova compagnia) non si fa sentire nessuno per installare la nuova scatola nera. Quindi li chiamo. Mi dicono che è strano, poi alla fine dicono che “si faranno sentire”.

Oggi, mi arriva la comunicazione che dovrei installare la scatola nera entro 15 giorni dalla decorrenza della polizza, pena una integrazione della polizza.

La decorrenza è il 14 Marzo. Sono passati 14 giorni, e la comunicazione è arrivata via email alle 2 di notte. Ed è la settimana di Pasqua.

Ho un giorno per installare il dispositivo.

E poi sarebbero gli utenti che truffano le assicurazioni.

Socraticamente

Sbaglio o mi sono chiesto 2 settimane fa come poter favorire, scatenare o causare il cambiamento?

Forse la risposta è nella domanda, o meglio nelle domande. Mi capita di ricevere gli aggiornamenti di Internazionale, il settimanale, perché sono abbonato, e mi capita stamattina di leggere un articolo sulle 5 domande da porre in occasione del salone internazionale del libro.

E c’è un link verso il metodo socratico del porre le domande. È una pagina di wikipedia in italiano ben scritta.

Porre domande con l’intento di conoscere e tirare fuori il vero io della persona interrogata, dimostrando sempre rispetto verso l’interlocutore.

E parla anche di come questo metodo si contrappone al sofismo (che non conosco deve essere qualcosa di dogmatico), e al metodo aristotelico, cioè il ragionamento induttivo. Per un socratico la conoscenza è sempre un divenire.

Questa cosa mi ha fatto riflettere ed ha cambiato un po’ la mia prospettiva.

Mi sono trovato a disagio spesso ponendo delle domande partendo dal presupposto di essere a conoscenza della risposta.

C’è un modo diverso di indurre ad un cambiamento, che certo potrebbe non essere quello che si desidera, ma forse invece essere anche migliore di quello che ci si aspetterebbe.

Questo modo è cercare di capire se il comportamento altrui ha una qualche motivazione, e cercarlo di capire facendoselo spiegare da chi ha questo comportamento.

Infondo a tutti piacerebbe che le cose andassero diversamente, ma non è così scontato capire cosa sia questo “diversamente”.

L’idea che ho io di “diversamente” è sicuramente la migliore idea di diversamente che si possa avere. Questo fino a quando qualcuno non mi pone delle domande sul perché, sul come, sulle conseguenze di quelle idee.

Ecco che le cose cambiano.

Appunto. Questo è un cambiamento.

Se questo è un cambiamento

Login in facebook.

“Vado in pasticceria e non accettano la carta di credito, e non va bene e … blah blah”

giustissimo. Poi apri una petizione: accettate le carte di credito, eccetera.

Così i commercianti si informano ed accetteranno le carte di credito.

Lo credi?

È veramente così che si cambiano le cose?

instanza -> petizione -> cambiamento (???)

Una petizione, e trovare tutti d’accordo sul fatto che qualcosa non vada è un passo per rendersi conto che esiste un problema.

Ma no, non è così che le cose possano cambiare.

Spesso è solo per una questione di inerzia che le cose continuano ad andare così, quindi il tono accusatorio, l’indignazione, è fastidioso ed ha l’effetto contrario.

Ovvero se io tengo un certo comportamento, di cui neanche me ne sono mai accorto, e tu vieni da me con tono accusatorio dicendomi che non dovrei, la mia prima reazione è ostile, tipo: “cazzo vuoi te?!?”

Change.org è veramente utile? se l’ingiustizia è cosciente e volontaria può esserlo, ma per il cambiamento, quello che porta vantaggio, che favorisce il progresso, no. Non serve al cambiamento. È più corretto dire che serve al non peggioramento.

Ma allora cosa serve per il cambiamento?

Questa è una domanda che mi faccio ultimamente, anche nel lavoro.

Non abbiamo adottato delle best practice finora e dovremmo iniziare. Avremmo iniziato, effettivamente. Eppure non ho molto seguito.

Per apprezzare qualcosa devi iniziare a farla, e per iniziare a farla devi nutrire curiosità per quella cosa.

La curiosità deve essere ripagata positivamente. Cioè se hai curiosità per il fuoco e provi a toccarlo, il tragitto del cambiamento finisce lì: toccare il fuoco non è ok.

Se invece la curiosità è ripagata positivamente allora si nutre da sola, un po’ come una dipendenza.

Facebook ha stabilito che comunicare con gli altri sia diventata una dipendenza. Può essere positivo come negativo. Dipende poi da quante maschere si finisce per indossare nell’interazione con i propri contatti.

Se sai sui calcinculo e prendi il fiocco, o ci vai vicino, allora l’emozione genera dopamina, e questo genera desiderio di ripetere l’esperienza.

Per creare cambiamento bisogna creare curiosità.

Per generare curiosità bisogna essere accessibili, cordiali, ed entusiasti.

Come è nell’uso di uno strumento, per dire Jenkins e le pipeline. Preso da solo non combina niente se non eseguire automaticamente una sequenza di azioni, ma visto che queste sono scatenate da un evento su di un repository, e gli eventi sul repo sono causati dal commit del codice, allora il tutto diventa qualcosa di stupendo se vuoi svincolarti dal compito di fare test e deployment manualmente.

Vorrei che si usasse sempre meno l’automobile per gli spostamenti, infondo anche se devi andarci a lavore in un posto, finisce che oltre che lavorare per il datore di lavoro, devi anche pagare i produttori di auto, e gli estrattori di petrolio, una specie di tassa. Che paghi inconsapevolmente ed volontariamente perché guidare l’auto genera curiosità, sapere come si guida, usare i comandi, e via dicendo.

Quindi suppongo sia piuttosto difficile favorire un cambiamento verso l’uso di mezzi pubblici.

In un mezzo pubblico sei seduto. Devi stare composto. Probabilmente incontri qualcuno di nuovo, e questo potrebbe farti piacere. Ma spesso devi sorbirti la scomodità della pioggia, dell’attesa al freddo, del non poter ritardare (ehi, neanche in auto puoi farlo, ma nella tua fantasia è così).

Ma cosa potrebbe offrire un mezzo pubblico per favorire il cambiamento?

Monitor, televisione, divertimento, curiosità. Ma questo deve incontrare i gusti di tutti, e non è certo facile.

Ma esso deve andare al cinema.

Vicino l’uscita per Corridonia-Macerata, lungo la SS77, direzione mare, un’auto procede a 90 Km/h dove il limite è di 110.

Sta passando vicino al rilevatore di velocità, ma non è per quello che va così piano. È poco abituato a guidare, durante la settimana non gli serve, ma oggi vuole andare al cinema.

In provincia è ormai così. Non sarebbe un posto invivibile, anzi, tutt’altro. Ma sono arrivati gli “‘mericani”, hanno costruito centri commerciali perché così è migliore, perché così è più moderno, perché così tutti spendono più felici e si ritrovano la domenica a socializzare, e magari, tra uno svago e l’altro, gli viene in mente di andarsene al cinema. Tutto a portata di mano.

E soprattutto perché così spendono i soldi guadagnati in qualche modo, qualche modo che non è bello dire, che non è il caso, non perché sia cattivo, ma forse non è esattamente legale.

E così ci sono soldi per il cemento, per pagare operai, imprese, tecnici, per progetti faraonici, in mezzo a campagne altrimente piuttosto fertili, ma si sa, il progresso.

E pagare operaii, e tecnici, e imprese, con soldi che comprano il lavoro e qualche piacere, qualche benevolenza, qualche voto a chi di dovere, perché a chi di dovere si saranno pure presentati per lamentarsi della crisi, e così dovranno essere riconoscenti di aver preso l’appalto. Che poi da dove venissero quei soldi è un dettaglio. È il commercio, è gente che muove capitali, è gente che “ci sa fare”. E poi vai pure a discutere? C’è la crisi, tanto meglio ci sia qualcuno che fa girare i soldi.

Così nascono fantasmagorici villaggi in mezzo al nulla, completi di improbabili ciclabili, collegate al nulla: una sorta di città ideale. Villaggi che notte fonda si trasformano in spettrali ed inquietanti città deserte completi di tutto il necessario, tranne di ciò che serve per vivere: nessuna casa, nessun alloggio.

Tanto che per raggiungerli bisogna attraversare strade a scorrimento caotiche e già normalmente trafficate, ma se c’è un centro commerciale allora lo saranno di più. E così prendi l’auto anche se in linea d’area potresti arrivarci in 10 minuti, ma la strada non è mai stata terminata, se ne dovrebbe occupare il Comune, ma gli statali, si sa, non son certo gente che “ci sa fare”. E tra l’altro i soldi possono avere solo quelli rendicondati, segnati, contati.

E rifletto su quanto scrive l’Espresso riguardo alla strategia di Matteo Salvini per costituire, o meglio per svecchiare, la sua Lega Nord, che è diventata semplicemente Lega. Un po’ come un materiale metallico innovativo si va da improbabili alleanze con la DC e con (neo?) fascisti siciliani (contemporaneamente), poi calabresi, e così su, fino a Roma, per poi arrivare nelle Marche e in Romagna. Non ho ben capito se è coperto o meno in Toscana, ma c’è sicuramente qualcosa di apprezabile in tutto questo lavoro di alleanze ed accordi. Certo l’Espresso si limita solo a citare superficialmente il resto dei legami con il sistema economico. E lo stesso per il PD, e le sue alleanze, la prepotenza di ed i dittact di alcuni, i feudi, il clientelismo …

E quante risorse vengono spese per questo, parlo di risorse mentali, quanta energia usata per rimanere a galla nella politica italiana. Oppure per sperare di vincere. Ma vincere cosa?

Perché dopo aver tessuto tutta questa meticolosa ragnatela di interessi reciproci, promesse e scambi, anche arrivando a capo non si possono tirare i fili se non rischiando di rimanerci invischiati e soccombere. E tutto rimane immobile.

Qualsiasi rivoluzione, chiunque riuscisse a vincere, non avrebbe nessun effetto. Ammirabile Salvini come stratega, se vince lo sarà ancora di più, se dimostrerà che la sua strategia ha funzionato.

Ma se quello che vince alla fine è una ragnatela che non può toccare se non per finire fagogitato dall’intreccio degli interessi che è stato necessario per costruirla, per quale motivo dovrebbe essere ammirabile? Vedi uno strano tipo indaffarato a raggiungere qualcosa che lo rende semplicemente schiavo di ciò che ha creato. Ma non importa, lavora notte e giorno per raggiungere quello scopo. Deve vincere. Le sue catene, forse. Non importa, quel che conta è vincere.

E quale sarebbe il senso? Dove si sono persi gli obiettivi?

Per quanto deprecabile, Machiavelli diceva “il fine giustifica i mezzi”, ma ora tutti sembrano essersi dimenticati del fine. Cosa?

Una società attravera tre fasi: della sopravvivenza, della riflessione, della decadenza. Caratterizzate della tre domande: Come? Perché? e Dove?
Come riusciamo a procurarci da mangiare? Perché mangiamo? Dove andiamo a mangiare questa sera?

Più o meno scriveva così Douglas Adams nel “Ristorante al termine dell’Universo”.

E questa è la fase della decadenza per l’Italia. Non ci importa più il “Perché”, ormai ci stiamo chiedendo Dove?

Dove devo andare a chiedere il lavoro?

Dove devo girarmi per dire sì signore?

Dove devo inchinarmi (o genuflettermi) dopo le prossime elezioni?

Ma perché? non importa, tanto è uguale. Chiederselo non ha mai cambiato nulla. Alla fine tutti desistono e lo scopo è solo un dettaglio. Ci si assolve dicendo che infondo va bene così, che un ristorante vale l’altro, e la scelta forse è solo un peso.

Ma è fine settimana e si vuole evadere, anche per solo 2 ore, e il cinema è fantastico. Certo, non ci saranno più film come “C’eravamo tanto amati” di Scola, che forse fanno un po’ troppo pensare, tanto meglio i fantastici 4 o altri eroi della Marvel, che svolazzano sopra a centri commerciali deserti la notte.

Non è momento delle riflessioni, io ho proseguito ed esso avrà sicuramente raggiunto il Multiplex, con il suo SUV. Che ormai comprano tutti quello perché è meglio trascinarsi dietro 2 tonnellate per accompagnare 2 persone, che però eventualmente potrebbe andare bene anche fuori strada, anche se solo in teoria, visto che non ha le sospenzioni giuste, e nemmeno le gomme. Insomma, una lode al suprefluo. Perché? sbagliato. Dove: Dove comprarlo? Nissan? Dacia? Fiat? infondo è uguale, ma ci piace scegliere.

Forza votate gente!