Ama il tuo popolo: l’ultimo swish

In pnl (programmazione neuro linguistica) swishing è una tecnica per cambiare atteggiamento riguardo un aspetto per passare ad uno stato in cui la reazione emotiva ad una situazione non mette più a disagio. In realtà è utile a cambiare un qualche aspetto di se stessi, detto in modo più generale. Consiste nel visualizzare l’aspetto che provoca sensazioni spiacevoli e sostituirlo con una “visualizzazione” più gradevole. Descrizione approssimativa ma l’aspetto tecnico non mi interessa molto, visto che non è il mio campo.

Non ci sarà mai un ultimo swish, non ci sarà mai un ultimo cambiamento. Si cambia perché ci fa stare meglio diventare migliori e perché essere migliori ci fa percepire in modo diverso il mondo che ci circonda. Cambiare è un po’ come viaggiare: se continui ad avere le stesse emozioni nei confronti delle stesse persone, nei confronti delle stesse situazioni, nei confronti del mondo, allora è un po’ come stare fermo alla stessa stazione, non importa quanto lontano tu voli, se questo non ti fa cambiare dentro tanto vale rimanere dove sei.

In molto ambiti, ma visto che siamo su internet, nella analisi SEM (search engine marketing) sulle landing page (pagine di arrivo con call to action, cioè pulsante di azione) si fanno analisi A/B. Cioè esperimenti per vedere l’efficacia di una nuova organizzazione grafica e sintattica della pagina. Un aspetto importane è cercare di cambiare un singolo aspetto alla volta, per determinare l’efficacia maggiore di una singola caratteristica. Il motivo è semplice: si hanno numeri riguardo l’efficacia mono dimensionali, vale a dire “è maggiore”, “è minore”, e cambiare 2 aspetti contemporaneamente vuol dire non poter determinare quali dei 2 aspetti ha causato il cambiamento.

Ecco, il fatto è che a volte ci sono cose che uno si porta dietro e dentro e non risolve da tempo, ed è importante per questo cercare di agire su un aspetto alla volta. Perché questi disagi sono sciocchezze in sé, ma tolgono spazio all’esperienza piena del resto viaggio. Così credo che affidarsi ad una tecnica semplice che funziona sia meglio che gironzolare o fare anni di psicoanalisi parlando del rapporto con la famiglia e la maestra cattiva.

Amare il proprio popolo?

Giustamente, che centra il titolo, e viaggiare, e il sem, e il disagio, e la pnl? Avere a che fare con gli altri è indispenzabile ed inevitabile. Ma cosa penso degli altri? Cioè di quelli che mi circondano, cioè degli italiani? E cosa penso dei familiari? E che idea ho? e ci sono aspetti che non mi piacciono?

Pochi giorni fa commento dicendo ad un amico che se ami qualcuno non cerchi di cambiarlo, ami e basta, semplicemente non giudichi, non consigli lo psicologo alla tua ragazza, è una stronzata. È chiaro.

Così chiaro che mi viene da pensare che se è così allora io gli italiani, cioè il mio popolo, ed in definitiva io (per sillogismo), li amo? (e per sillogismo!) mi amo?

Potrei pure sorvolare sul non provare trasporto per il genere “italiano medio”, ma il sillogismo, cazzo, il sillogismo mi terrorizza!

O continuo ad inventare una storia assurda dove io sarei nato in un altro Paese ma importato qui, o che ho ricevuto una educazione soltanto dalla tv, o che in realtà la cultura è globalizzata, o chessoio, oppure accetto di essere italiano. E dovrei accettare di non amarmi. E perché?

Perché: accidia, mancanza di professionalità, poco rispetto verso il prossimo, insofferenza alle regole.

Ho elencato i miei difetti o i difetti dell’italiano medio?

Non importa veramente in realtà ho elencato dei pregiudizi che ho nei confronti miei e nei confronti degli altri italiani come me.

Perché effettivamente potrei dire che bisogna accettare questi difetti come dato di fatto, ma in cuor mio io non credo di essere accidioso, diciamo che un accidioso non fa 7/8 allenamente alla settimana senza essere pagato per il gusto di trovare un ordine nei propri pensieri e riuscire ad essere in qualche maniera più produttivo.

In cuor mio non credo di essere poco professionale quando ammetto di essere ignorante e passo il tempo a leggere, studiare e documentarmi su nuove tecnologie e cerco di mettere sempre in chiaro col cliente/committente cosa sono capace di fare e quanto tempo ritengo mi ci voglia.

In cuor mio non credo di mancare di rispetto al prossimo (nel senso sbagliato di prossimo, cioè al cliente) quando faccio una nota di credito se non riesco a portare a termine un lavoro anche se non sarei tenuto a norma di legge, ma solo perché lo ritengo più corretto e rispettoso.

In cuor mio non penso di sorvolare sulle regole quando si tratta di fare una qualcosa a regola d’arte, quando si tratta di partecipare ad una gara o quando lo ritengo in generale sensato ed importante.

In cuor mio infondo per questo swish non ho bisogno di tecniche della pnl, ma piuttosto di ascoltare il cuore e sentire cosa prova veramente nei confronti dei miei simili (culturalmente parlando), e provare a mettersi nei panni degli altri e scoprire di essere veramente simili.

E continuare il viaggio, in un altro Paese, in un altra Italia.

Il triathlon è anche o soprattutto. per me

Il triathlon è molte cose. Sono 3 sport da fare in sequenza e questo già dice qualcosa, ma non è quello il punto. Il triathlon è molte cose perché, come qualsiasi altra disciplina, coinvolge differenti aspetti.

Certo c’è un aspetto fisico, ma con l’andare ti accorgi che il fisico era già lì da un pezzo, e l’unico limite è nella tua mente, nel non sapergli chiedere abbastanza e nel modo giusto. Sono ancora convinto di poter ottere risultati al di là delle aspettative solo grazie alla conoscenza di me.

Ma soprattutto per me è il triathlon è gara. È trovarsi in mezzo a un branco di gente sicura di quello che sta facendo, tu che non ci stai capendo niente e che infondo percepisci che più o meno è così anche per chi pensi sia così sicuro. E allora sei solo, perché tanto vale esserlo: parlare, condividere, farsi forza non è poi così importante, hai davanti il mare e non è per nulla calmo, hai davanti una distanza e non conosci il percorso, hai davanti dei problemi e degli inconvenienti, e non sai esattamente quali saranno, sai che ci saranno. E hai davanti a te tutto quello che ti sei lasciato indietro senza definire troppo, tutte le tue imprese a metà, tutti i tuoi farò, tutti i tuoi avrei fatto, e tutti i tuoi avrei dovuto fare.

Insomma, un bel po’ di confusione in testa, ma ti piace, e ti piace molto averne di confusione proprio in quel mometo, nel momento sbagliato. Momento sbagliato perché dovresti pensare alla gara, ma ti fa piacere proprio perché infondo la gara è solo un mezzo. Devi finirla. Non si scappa. Ma non è poi così importante. Devi finirla a tutti i costi. Ma non è poi così importante. La tua testa è affollata da tutto. E tutto nella tua testa devi tenere e ricordare, devi portarlo dietro. E devi finirla. La gara devi finirla. Non hai neanche idea di cosa sia tagliare il traguardo, e neanche ti frega un granché. O forse non hai tempo ora per pensarci, ci sono cose più importanti del traguardo e della gara. Perché cazzo la gara devi finirla.

È stato un piacere tagliare il traguardo, ma ti ha lasciato in bocca quel gusto un po’ amaro di cose perdute. Hai corso tra le nuvole dei pensieri che affollavano la tua mente, ed ora all’improvviso è sereno. Di chi ti fa i complimenti te ne fotti. Ti dice “bravo, sei forte” e a te non frega un cazzo, “forte che??”. Non hai neanche capito di aver fatto qualcosa che secondo loro sarebbe difficile e stancante. E non hanno capito niente. Guardano e non vedono. E tu non sai di cosa stiano parlando, non hai visto lo stesso film, tu stavi correndo secondo gli altri, ma dal tuo punto di vista tu sei fermo. Tu sei fermo e al centro del mondo per tutto il tempo in cui corri, ma loro ti vedono correre e pensano che questo sia stancante. Lo è, cazzo se lo è stancante. Ma lo è anche perché dal tuo punto di vista sei fermo. È il tutto che scorre attorno e così devi farlo andare abbastanza veloce.

Ma non stai scappando da nulla. Anzi sei bello concentrato su di te, e sei la presenza più ingombrante con cui potrai mai avere a che fare. Sei con te per tutto il tempo della gara e fai un baccano che ti assordisce quasi. Ma adori ascoltarti con quella forza, insicurezza e sincerità disarmante. Ascolti i capricci, le battute, e le cazzate. Riesce a raggiararti il tuo io, lo vedi chiaramente, usa tutte le tattiche, giri di concetti, di parole.

Ma la gara è il tuo percorso, la tua guida, il dolore che devi sopportare, per continuare nel sentiero che devi seguire che è la tua gara. Composto nel nuotare. Calmo cazzo. CALMO. CAZZO. Devi essere rapido, leggero, elegante non eccessivo, spingere con armonia, non intralciare gli altri, e andare. Calmo, andare velocemente calmo.

Inevitabili le cazzate. Non spariranno mai. Forse continuerai a raccontarti cazzate e riconoscerle solo nel momento giusto. Devi far pace anche con questo. Le tue cazzate. Ci saranno sempre e sempre si rinnovano.

La tua gara il tuo sentiero. Ecco. In fondo per me è Triathlon è sapere che c’è un sentiero, basta iscriversi e mettersi a correre.

Non importa se il sentiero ti porta davanti un traguardo dove qualcuno ti fa dei complimenti per dei motivi che tu non capisci, quel che conta è che quel che scorre dentro ora ha più senso.

La gara non serve ad un cazzo.

Ho reso l’idea?

Le pensioni dei vecchi secondo il Tg2 e il cinico calzolaio

Il Tg2 fa notare che forse vale molto di più dei 20 miliardi di euro il valore di ciò che fanno i vecchi per le giovani generazioni, dando supporto e fornendo esperienza.

Il calzolaio sta cercando di spiegare ai suoi dipendenti che i giocattoli di suo figlio valgono molto di più dei 300 Dobloni che ha dovuto togliere alla azienda per comprarglieli, quindi deve diminuire lo stipendio a tutti i dipendenti per comprarne altri di giocattoli al figlio, per 450 Dobloni.

p.s.: Ti tengono a bada i bambini? A loro fa piacere e non gli dai nulla, dici? Tanto ha la pensione, dici? Ah, poi devi pagarti la pay tv, dici? Sono cinico io o stronzo tu?

Compra italiano un par de ciufoli

Ancora economia. E riprendo l’esempio del calzolaio.

Supponi che vuoi far girare l’economia e incrementare il moltiplicatore della tua azienda, cosa fai? Aumenti la domanda del mercato, ad esempio chiedi ai dipendenti di comprare le scarpe che producono in azienda. (chiedi è un verbo fuori luogo, diciamo che le rendi alla moda e li porti ad acquistarle).

Ma supponiamo che il nostro calzolaio faccia fare la suola in Romania, lavorare la pelle in Algeria, assemplare i pezzi al mercato nero napoletano, e venda sul mercato con un ricarico del 7000% (ho scritto bene, 7mila, intendo scarpe di lusso).

E tu cosa fai? compri italiano?

Non sei dipendente e a te non torna nulla, ma vediamo cosa succederà:

  1. il calzolaio avrà più soldi
  2. acquisterà più suole dalla Romania, probabilmente pretenderanno di avere un ricarico maggiore, e forse l’otterranno, o forse perderanno la commessa in favore di un morto di fame più morto di fame di loro
  3. altrettanto con gli altri fornitori
  4. tu butti soldi

Cosa c’è che non va? stai aumentando la domanda di prodotti che non produci e che non aumentano per nulla la produttività di prodotti che produci, vale a dire compri minchiate e butti i soldi.

Non ci vuole un economista per capire che meno soldi spendi per cazzate più te ne rimangono per cose utili.

Il lusso è una cazzata

Risoluzione degli indirizzi e instradamento nelle reti IP

Ieri sono stato rompiballe al GLM, ma si trattava di chiarire una questione purtroppo poco chiara, almeno per me.

Sì è parlato di firewall, così bisognava anche impostare delle tabelle di routing e fare esempi di instradamenti “strani”.

Il primo aspetto che ho dovuto chiarire riguardo all’instradamento dei pacchetti è che una macchina che vuole contattare un ip fuori dalla classe della sottorete in uso, manda questo pacchetto comunque alla macchina collegata su quel link. Es.:

  1. sottorete configurata 10.0.0.0/24
  2. macchina mittente con ip 10.0.0.5 invia un pacchetto ip con sorgente 192.168.0.201 e destinazione 192.168.0.200
  3. macchina collegata alla sottorete 10.0.0.0/24 con ip 10.0.0.1 riceve comunque questo pacchetto e prova a farci qualcosa: risolve e invia alla macchina destinazione se riesce ed è configurato per questo, altrimenti lo butta.

Secondo aspetto: se una macchina ha un ip facente parte di una certa sottorete, essa cercherà di risolvere gli indirizzi a livello link (livello 2) dell’OSI Model, vale a dire a livello mac address per le reti ethernet. Es.

  1. macchina mittente 192.168.0.201, sottorete configurata 192.168.0.0/24 (cioè netmask 255.255.255.0) invia pacchetto a 192.168.0.200
  2. la risoluzione dell’indirizzo viene fatta così (protocollo ethernet):
    1. ARP asks who has 192.168.0.201
    2. nessuna risposta
    3. ritorna al punto A. fino ad un timeout
    4. butta il pacchetto.

Vale a dire che c’è una sorta di pairing tra il protocollo ethernet e il protocollo IP relativo alla sottorete, oppure tra la sottorete IP e la scheda di rete relativa. Questo rafforza il concetto di sottorete e netmask dicendo: questa sottorete è risolta tramite ethernet.

Si solleva ora un altro dubbio:

la sottorete è univocamente assegnata ad una interfaccia ethernet? Vale a dire se assegno ad eth0 la sottorete 10.0.0.0/24, non posso assegnare ad eth1 la stessa sottorete 10.0.0.0/24? – Da quello che trovo non è obbligatorio, dipende dal software, cioè dal sistema operativo, ma è altamente sconsigliato: si avrebbero gli stessi messaggi di richiesta a livello link (OSI Model level 2) sulle 2 sottoreti, e richiede, a livello di sistema operativo una tabella con riferimento alla interfaccia. (in Linux la tabella ARP ha una colonna relativa all’interfaccia, quindi questa limitazione non c’è)

Quindi: una sottorete può essere risolta tramite più interfaccia, e al limite utilizzando diversi protocolli di livello 2 (non mi è mai capitato di vedere un protocollo diverso da ethernet a livello link, ma è possibile).

Passando ad IPV6 la cosa dovrebbe farsi interessante, di fatto il protocollo impone di mandare il pacchetto specificando il destinatario finale effettivo: tipicamente il NAT non è previsto. Lo spazio degli indirizzi è talmente ampio che non c’è bisogno di NAT, ma comunque il pacchetto viene gestita dalla macchina deputata al routing, sempre. Cioè la macchina deputata al routing gestisce tutti i pacchetti, quindi li instrada verso il destinatario della sottorete. …. da vedere.

I vostri folletti

Di solito tiro in ufficio fino alle 7 di sera, ma oggi no, aspetto la fisioterapista e sono qua alle 6 meno un quarto.

Mi metto a strimpellare un bluesettino sugli accordi di Adrea di De André e mi sta prendendo bene. Non mi importa se suono da far schifo o mene peggio, mi prende e mi va, quindi strimpello.

Suona il telefono. Numero sconosciuto. E già penso “una compagnia telefonica”. Rispondo: “Buona sera, siamo dei ricambi della folletto, ci risulta che lei abbia un folletto”. Aggrego su 4 o 5 parole che abbiano una sembianza di struttura linguistica corretta: “sì, ma il folletto ormai è rotto, quindi non importa in realtà”. E chiudo.

Suona. Di nuovo numero sconosciuto. Rispondo ed è la solita venditrice di ricambi per il solito folletto. Ma stavo suonando, cazzo. Dico: “scusi, ma perché chiama col numero nascosto?”, “Cosa?!?”, “il numero nascosto, mi dice sconosciuto”, e lei in modo quasi scocciato “perché lei risponde solo a numeri non nascosti”. “Sì, esatto”. Riattacco di nuovo.

Cosa avrei voluto dire se non fossi impegnato con la chitarra: “Non è mio dovere, né mio desiderio essere simpatico, se vuoi un cliente simpatico vallo a vendere a quelli dello Zelig il tuo cazzo di ricambio per il folletto.”

Il concetto è semplice eppure, è difficile da farlo passare: i clienti devi trattarli bene.

I clienti devi tratarli bene. Cazzo.

I clienti devi sedurli. Cazzo.

I clienti sono quello che sono, non devi cambiarli o pretendere che siano gentili, devi solo vendergli un prodotto.

Devi vendergli il prodotto ideale per chi non è simpatico.

Devi farlo sentire simpatico, anche se non lo è.

(non devi metterlo a disagio perché si scoccia di stare a sentire una frustrata del cazzo che pretende attenzione solo perché esiste)

Altro concetto importante: suonare mi rende meno scurrile.

Oggi faccio l’economista de noantri: debito, mercati, pubblica amministrazione, spread

Facciamo un ipotesi.

L’Italia, considerata come azienda, in totale produce 100 MD (MegaDobloni) all’anno, inoltre l’Italia, ancora considerata come azienda, in totale consuma 120 MD all’anno.

Dando queste ipotesi per vere, procediamo con l’appianare questa discrepanza chiedendo aiuto all’estero.

Vale a dire, supponiamo che ogni anno l’Italia chieda un prestito di questi 20 MegaDobloni offrendo come controparte un interesso o degli interessi annui valutati in base a quanto sia verosimile che l’Italia restituisca questi 20 MegaDobloni.

Riguardo al debito si ha spesso una idea piuttosto “casalinga” diciamo, il debito per una azienda è una opportunità di crescita. Supponiamo che un calzolaio riesca a produrre 10 scarpe al giorno con un margine di guardagno del 30%. Questo calzolaio ha bisogno di spendere 70 al giorno per poter vendere 100. In un mercato non saturo il calzolaio potrebbe vendere 100 scarpe (10 volte tanto) se assumesse altre 9 persone, che, supponiamo, costino 25 al giorno. Quindi la spesa diverrebbe 99 * 70 + 25 = 9405 più la spesa per scarpe prodotte comunque, 70, ossia 9475. L’entrata sarebbe 10000, così d’avere un utile di esercizio di 525 al giorno, al posto delle 30. Un bel guadagno, ma effettivamente questo calzolaio non ha questa disponibilità economica. Si rivolge al mercato per chiedere un finanziamento, supponendo che lo ottenga ripagandolo a fine giornata il 4% in più, dovrebbe pagare 10000 * 1.04 = 9854, vale a dire che il suo guadagno giornaliero sarebbe di 146, comunque il 486% in più rispetto al non assumere e non prendere un prestito.

L’esempio non è dei più felici, ci sono molte variabili in una attività vera e propria ma dovrebbe rendere l’idea.

Il calzolaio senza debiti

Ci sono lacune evidenti nell’esempio, ma quella più interessante è sicuramente il “mercato non saturo”

Ma tornando all’Italia, un Paese, considerato come azienda, è in una situazione di “mercato non saturo”?

Ha senso di parlare di mercato saturo solo relativamente ad alcune tipologie di prodotti. Ad esempio la produzione di carozze è un mercato saturo, anche se se ne vendono 4 l’anno. La produzione di yacht di lusso diventa un mercato saturo velocemente.

Dunque è interesse dell’Italia, come Nazione, avventurarsi in mercati non saturi e fare leva con i prestiti il più possibile: più debito == più soldi * leva == più soldi (*!!).

La pubblica amministrazione effettivamente da servizi verso l’interno, non verso l’esterno. Non può essere considerata come positiva per la leva. Non se presa indipendentemente dal resto.

La pubblica amministrazione può essere utilissima se è da supporto alle aziende che riescono a fare leva sui mercati riuscendo ad ottenere successi rispetto ad altri concorrenti lavorando in modo più efficace. (Anche l’assistenza sanitaria gratuita a tutti è di supporto alle aziende: dipendenti sani e felici producono, malati muoiono e vanno formati di nuovi. Detta cinicamente)

Inoltre c’è un altro aspetto riguardo l’esempio del calzolaio, esempio non tanto felice. La leva e il limite del possibile, se il mercato non è disposto a prestarmi a meno del 5%, è preferibile per me non produrre, accontentarmi di 30 al giorno ed essere sempre al margine dei mercati, finire per non avere più risorse per la ricerca, e quindi non potermi avventurarmi in mercati non saturi e smettere di fare impresa. Morire come libero professionista, e divenire professionista dipendente. La differenza tra il costo di produzione e il costo dei prestiti in termini di tassi di interessi è chiamata spread.

(*!!) Tornando a soldi * leva, se la leva è negativa, vuol dire che lo spread è negativo (spread è distacco, in realtà non è mai negativo grammaticalmente), più debito vuol dire più soldi negativi, ossia più povertà.

Riassumo i punti più importanti:

  1. il debito come leva
  2. cercare mercati non saturi
  3. pubblica amministrazione come supporto al sistema produttivo
  4. spread dei tassi tra i costi del mercato e i costi di produzione positivo (e possibilmente massimizzato)

Le soluzioni di Monti, troika e vari think tank: ridurre la domanda interna, abbassare il costo del lavoro, aumentare la produttività e ridurre il costo della pubblica amministrazione. Spaventano. Non avere soldi è una proposta poco accettabile. La pubblica amministrazione come costo: effettivamente il costo qui è inteso come guadagno negativo, vale a dire ciò che non è funzionale va tagliato.

Le soluzioni (?) di Paolo Barnard http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=949. A volte penso ci sia del complottismo nell’aria, o della complottologia.

Effettivamente non credo sia una questione finanziaria, ma di mercato vero e proprio, basta fare mente locale: cosa consumate di più ogni giorno? chi le sta producendo e chi state pagando per averle queste cose?

E il lamentarsi della perdita del mercato dell’acciaio. Ma poi quanto acciaio si consuma? È un mercato saturo? È conveniente? C’è una leva sufficiente?

Cosa dovrebbe fare il calzolaio (a parte le scarpe):

 

Il calzolaio indebitato

Rif.: infografica creata con easel.ly

Previsione 41: tra 50 anni il commercio sarà una formalità

La butto là alla Casaleggio.

L’informazione è talmente diffusa che è possibile costruire di tutto nel proprio cortile o garage, è possibile produrre macchinari di precisione sempre più elevata con la stampa 3D, sì, non siamo al livello della precisione delle grandi aziende, ma ci si sta arrivando.

In più l’informazione è sempre più libera, sempre meno segreti, sempre più diffusione. Dopo la rivoluzione industriale è stata la rivoluzione dell’informazione, quello che si prevedeva era che il profitto si sarebbe spostato dalla materia alla conoscienza. Ma la conoscienza per sua natura non solo è impalpabile, ma non è contenibile. Nessuna NDA può garantire la tenuta stagna delle conoscienza, ciò che le aziende fanno firmare per tutelarsi è pura formalità, ormai tutti sappiamo tutto o possiamo scoprirlo se ne abbiamo voglia. (Ovviamente non tutto, ma limitatamente ai nostri obiettivi tutto ciò che ci serve)

Così non è stato. Il commercio delle informazioni è minima parte rispetto a quello delle materie e prodotti.

I prodotti non serviranno più una volta che sarà possibile produrli alla bisogna.

Il commercio è morto.

Fascite plantare

Siamo nati per gioire dei piaceri della vita come ridere, correre e scherzare, ma a volte si esagera e si sa, ci si fa anche un po’ male.

Di preciso non riesco a rispondere alla domanda “come ti è venuta?”, la fascite plantare so per certo di averla visto che provo dolore ogni volta che appoggio il piede.

La migliore documentazione del disturbo l’ho trovata in questa pagina: http://www.albanesi.it/arearossa/articoli/02fascite36.htm inutile fare riferimento alla pagina wikipedia per la fasciosi plantare, alcune affermazioni hanno del fantascientifico.

Effettivamente la fascia è un tessuto che avvolge tutte le parti del corpo, organi, muscoli e legamenti compresi, ed una lesione di questa causa dolore. Ora se questo dolore è dovuto ad un errore di trasmissione (la fascia sembra abbia anche il compito di trasmettere segnali nervosi portandoli agli assoni dove questi non arrivano), oppure sia dovuto ad una mancanza di protezione del tessuto tendineo-muscolare per me non è chiaro.

Per ridurre il dolore gli esercizi consistono nello sciogliere i muscoli confinanti la zona dolorosa, gli esercizi si trovano da molte parti, questo http://www.my-personaltrainer.it/fascite_plantare.html li raccoglie praticamente tutti.

Ovviamente si trovano anche trattamenti fisioterapici e massaggi innovativi, ma dovrei avere la fortuna di trovarmi dove questi vengono forniti. Esempio:

No, non ce l’ho. Il centro medico sportivo mi consiglia la tecar. Vedendo la descrizione http://www.aqvaworld.it/index.php/news/approfondimenti/779-cose-la-tecarterapia-e-i-suoi-benefici.html la cosa è convincente, riscaldare i tessuti e favorire lo scambio di sostanze. Probabilmente, oltre ai doverosi esercizi (quotidiani!), è forse la terapia più efficace.

Ma arrivando al mio caso specifico, quello di una fascite distale (cioè vicino alle dita) quello che credo di aver scoperto stamattina penso sia piuttosto importante per me: ho associato lo stretching del polpaccio con l’allargamento delle dita del piede. Così facendo ho provato una sensazione di rilassamento dei tessuti, ed una sorta di riattivazione della circolazione linfatica, anche dietro il tallone, sento inoltre il piede più caldo.

Ho provato anche a fare qualche passo a piedi nudi sul pavimento badando ad allargare benel le dita del piede quando arrivavo alla spita. Il dolore è molto più sopportabile.

Quindi ho deciso di cambiare scarpa, non più la asics cumulus 15, che comunque dovrei usare per correre, ma avendo la suola morbida ho pensato fosse adatta anche per affrontare la fascite. Non più la Asics perché tipicamente queste scarpe fasciano molto il piede tenendolo stretto, rendono la corsa più efficace, suppongo, ma effettivamente in queste condizioni è la scarpa meno adatta, se la mia teoria di tecnica per l’aumento della circolazione linfatica è corretta. Avrei deciso per la Nike Vomero 8, ma sono gialle e pure sporche, quindi ho messo su delle ciabatte.

Oggi è il mio 24 giorni di fascite, il disturbo sarebbe dovuto diminuire ma non l’ha ancora fatto, spero di aver trovato la chiave giusta.

Altro indizio della correttezza. Vado in piscina e pedalo. In piscina le prime lezioni sono state sulla gambata, effettivamente tendo a stringere il piede, uscito dalla vasca sento più dolore del normale, ho pensato si trattasse del fatto che ero in acqua e fosse bagnato, ma effettivamente potrebbe essere proprio il tenere le dita uniti che acuisce il dolore. Pedalo e scegliendo la scarpa meno stretta ho meno fastidio quando vado a scendere (quella da triathlon SiDi con il velcro ha la pianta più larga).

L’arte della guerra, ontologie, semantica e intelligenza artificiale

Non sto parlando ovviamente dell’opera di Lao Tzu, ma sto parlando di guerra vera e propria. Il documento approvato per la distribuzione libera è frutto di un lavoro che inizia probabilmente attorno il 2005 http://dtic.mil/cgi-bin/GetTRDoc?AD=ADA503082 Ontology of Command and Control.

Quello che trovo interessante è che sebbene l’ontologia sia stata definita per scambiare informazioni tra diversi uffici del dipartimento di difesa americano, effettivamente definire una OWL permette di automatizzare molte azioni necessarie per trattare dati relativi ai conflitti. È anzi detto esplicitamente nell’introduzione che l’affinamento dei commandi è dato dall’osservazione dei feedback. Comanda e controlla. Inoltre c’è una parte che riguarda l’intento delle operazioni: offesa, difesa, stabilità e supporto. Quindi il sistema semantico stabilirà le relazioni tra comandi ed effetti ottenuti grazie ad affinamenti successivi.

Il tutto, e concludo, potrebbe portare ad un sistema automatico che stabilisca quali sono le operazioni necessarie per ottenere l’ottimo in un sistema di difesa, una intelligenza artificiale che si sostituisca alle decisioni dei generali, o che almeno faccia presente quali siano le operazioni più opportune.

E quel che penso è che se tale intelligenza artificiale fosse operativa sceglierebbe sempre la stabilità ed eviterebbe la guerra, qualunque parametro sballato gli si vada ad inserire, essendo un sistema obiettivo riuscirebbe sempre a tirar fuori il motivo per evitare la guerra.

Altro documento su C2 ontology (tecnicamente più chiaro):

http://netdb.cis.upenn.edu/papers/ontonet_fois.pdf