Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

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Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

“Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.

Pubblicato da

kruks

A Programmer with no comics passions ;)

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