Tutto si sposta. Nel modo sbagliato e inaspettato.

Ho cercato di fare il logout da Facebook da tutti i dispositivi che possiedo, ma credo che per ognuno di essi io abbia più di un browser, quindi è un impresa poco praticabile.

Di fatto mi stavo stufando della ripetitività di quello che leggevo, delle interazioni, del modo di commentare, di come si dovrebbe rispondere, di come si verrebbe attaccato se si da una risposta X piuttosto che Y, eccetera.

Sì, non credo che le parole che usiamo per descriverci o per delineare un nostro credo o ideologia valgano qualcosa.

In questo mi rifaccio a “un’idea” di Giorgio Gaber, assolutamente illuminante.

Da ciò non voglio dire che il chiacchiericcio non mi piaccia, ma sono solo un po’ stufo, e seppure mi piaceva ricevere i like ora non ho molto tempo, non ne ricevo più, e, tolta la gratificazione, facebook mi si rivela come la solita manfrina per far vedere chi è più puro, immacolato, e saputello.

Ovviamente ero saputello anch’io, quando avevo tempo, ma non potendolo più essere … ecco, non era per ripetermi, ma solo per ricalcare la solita presa di posizione purista alla quale ogni volta ci si riduce scrivendo su Facebook.

Sì: diventa un’ossessione. Volevo dire che siete una manica di stronzi e basta. Però ho sentito il bisogno di giustificarmi per possibili attacchi. Ecco, questo è il mio spazio e nessuno mi legge. Stronzi.

Ma di social network ce ne sono diversi. Quello che sicuramente è stato per me più produttivo (in una sola occasione, a dire il vero) è Linkedin, e in particolare i gruppi. Mi sono trovato una volta a discutere con uno sviluppatore del TDD e BDD in PHP, e quello è stato l’inizio della strada proseguita con la lettura dei libri su Extreame Programming, poi Clean Code, eccetera.

Perché? Sì, perché mi ero allontanato dalla programmazione (pur programmando, eh), perché avevo perso questa passione?

È un discorso complicato che riguarda il mio voler essere accondiscendente e all’altezza delle aspettative altrui, ovvero per essere accettato. Cosa che infondo continuerei a fare cercando di evitare di chiamarvi stronzi a voi saputelli che scrivete in fb le vostre estemporanee riflessioni o anatemi.

Mi è stato abbastanza d’aiuto per la consapevolezza la lettura di un saggio, “scrivere saggi in tempi bui”, non ricordo neanche chi fosse il colonnista, che lavora per New Yorker, credo, ma iniziava con “se consideriamo saggio nel vero senso della parola, cioè prova, allora questi sarebbero i tempi d’oro per la saggistica, infondo quello che si fa nei social network è riflettere sulle notizie che si leggono”. Ma poi continuava, divagando in un modo magistrale, dicendo in pratica che le riflessioni sui social network non valgono un’acca, e poi via via, arrivando in Africa, all’osservazione degli uccelli, e la salvezza del pianeta, e infine sul quanto è difficile giustificarsi per ciò che si è scritto.

Eggià. Perchè giustificarsi di un’idea non ancora del tutto elaborata e non certamente sviscerata?!? E inoltre perché dovrei giustificarmi di fronte a qualcuno che è stato pronto e sensibile nel coglierla dal punto di vista più malato e patologico tanto da averci trovato una offesa inaccettabile per se e per l’umanità tutta?

In sostanza: ma perché ‘nte ne vai affanculo?

A volte scrivo cose carine e trovo divertente farlo, a volte mi capita di farle leggere e chi le legge si complimenta con me per come sono scritte. Tanto che ho pensato anche di farlo più regolarmente. Nel pianificare, o meglio fantasticare, ho considerato che non avessi poi così tante conoscenze sulla scrittura tanto da potermi permettere di tenere un blog aggiornato regolarmente.

Poi per una serie di motivi mi sono buttato sulla lettura, non troppi libri, in realtà ne leggo come prima, ma riviste. Ecco, a confronto delle cagate che si leggono nei blog ho trovato una qualità molto più alta, non dal punto di vista della forma, cosa che non sono in grado di giudicare, ma dei contenuti. Ho scritto cagate che si leggono nei blog, appunto, sono escrementi, scarti, materiale di risulta, vomito cerebrale.

Oggi ho il mal di schiena e sono particolarmente scostante. In quello che scrivo, ovvio.

Per quello sono stato lungo sul letto a cercare di rilassare la colonna vertebrale, e leggere, e poi mi torna in mente Linkedin. Negli ultimi tempi ho iniziato a leggere almeno 3 libri di programmazione (funzionale, react, reactive programming, e non conto quello sul quantum computing), e soprattutto ad installare software per CD/CI che avevo solo sentito parlare. Ho inoltre fatto di tutto per cambiare la cultura aziendale di xWave, per far usare questi strumenti che velocizzano lo sviluppo e rendono il controllo qualità automatizzato il più possibile.

Quindi dare un’occhiata a Linkedin era in linea con questa piccola rivoluzione. Ma apro l’applicazione per smartphone. Ora qualsiasi cosa si è trasformata in app per smartphone, dispositivo con touchscreen e correttore automatico col quale è impossibile sbagliare, sempre che tu scriva con la lingua che hai impostato, che io non ho voglia di cambiare ogni volta, e tra l’altro corregge sempre come vuole, generalmente è povero di lessico e manca di inventiva, fantasia, e pensiero divergente.

Quello che mi ha infastidito è non trovare subito l’accesso alla sezione dedicata ai gruppi dalla app per smartphone. Ho dovuto fare un giro strano, andare nel mio profilo, poi mostrare tutti i miei interessi, che sarebbero, appunto, i gruppi ai quali sono iscritto. Dal menù principale si accede invece all’area per cercare lavoro, anzi, all’invito ad iscriversi a “premium”, cioè pagare soldi per cercare lavoro. In effetti all’origine questa cosa era rovesciata in Linkedin, dopo che l’ha preso in mano la Microsoft, evidentemente spaesata e non capendo cosa farci, ha provato a trasformarlo in un facebook da fighetti, dove paghi per essere visibile ai recruiter, oppure scrivi contenuti interessanti per fare il fighetto e comunque portare traffico alla piattaforma, e quindi portare sempre più paganti.

Facebook invece ha detto che vuole puntare sui gruppi di discussione. Perché evidentemente si è accorta che parlare del nulla potrebbe risultare ripetitivo dopo 10 anni di successo del vuoto pneumatico.

Andando in bici all’ora di pranzo (vento fino 30 km/h) cercavo di capire se ci fosse mai stato un modo per spiegare agli automobilisti che se c’è vento non puoi fare a meno di lasciare almeno 50 o 60 cm di strada a destra altrimenti con una folata finisci rovinosamente nei campi o nei tombini di cemento, che un ciclista non vale l’altro, ovvero se uno ti fa incazzare non è che pareggi il conto ammazzando il successivo che incontri. E via proseguendo sull’argomento “la bici e il vento”, in modo abbastanza moderato, a dire il vero.

Ma ho poi considerato che nessuno avrebbe ascoltato un bel nulla. Che non siamo noi a far soffiare il vento, né a decidere quando soffierà. (Ma quest’ultima penso sia una metafora sull’amore che devo aver rubato ad una radio o a qualche gruppo rock)

Ciò che deve cambiare lo farà e ciò che deve rimanere uguale continuerà a tediare con la sua risoluta inamovibile essenza.

Pubblicato da

kruks

A Programmer with no comics passions ;)

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