Saluto ai caduti maceratesi nella 4a guerra d’indipendenza

I commenti di amici e conoscenti: “era una brava persona, non me l’aspettavo”, “una persona normale, aiutava gli altri”, “l’ho visto piangere”, eccetera.

Così una persona “normale”, “brava”, “buona”, a mattino inoltrato, quasi ora di pranzo, compie un atto terroristico per le vie del centro di una città di 40mila abitanti, dove certo non tutti conoscono tutti, ma quasi.

Ho due riflessioni da fare. La prima riguarda quanto sono ormai più vicini i terroristi islamici, i kamikaze, quelli che compiono atti violenti contro gente che vive in condizioni economiche e sociali del tutto simili alle proprie. Poveri contro poveri. Così gli islamici, così Traini. O dovrei scrivere i tolentinati? o i maceratesi? o cosa? Noi e loro.

Ma ci hanno ormai omologati, ed abbiamo finito per fare quello che forse il bombardamento mediatico, ovvero la propaganda, ci induce a fare.

Fai attenzione ai tuoi pensieri: diventano parole. Fai attenzione alle tue parole: diventano azioni. Fai attenzione alle tue azioni: diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini: diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere: diventa il tuo destino.
– Lao Tzu

Sicuramente le parole finiscono per diventare azioni, e con questo non sostengo assolutamente che bisogna mettere a tacere le contestazioni, o scartavetrare i cojoni con il politically correct.

Anzi, vorrei che si torni a scherzare sull’assurdo, proprio per ritrovare la funzione catartica dell’ironia del grottesco.

E l’altra considerazione è riguardo all’effettivo grado di integrazione. Ovvero: le cooperative di accoglienza che ci stanno a fare?

Veramente in un piccolo centro come Macerata, o Tolentino, tutti conoscono tutti?

Una volta un tipo mezzo alcolizzato, che girava sempre con un motorino con una miscela troppo grassa (si vedeva la nuvola per 10 minuti dopo che era passato), è andato contro un cassonetto ed è rimasto a terra insanguinato. È stato portato via dell’ambulanza e mia madre chiedeva alla vicina se lo conoscesse. “ma chi lo conosce?!? è negro, forse quelli del negozio dei negri”. Perché? boh, perché se è nero allora deve essere conosciuto da altri neri, e se si è neri allora ci si deve conoscere l’un l’altro.

Più o meno è il Noi-Voi su base cromatica. E questo vuol dire che non esiste integrazione. E vuol dire anche che c’è un’istintiva distinzione raziale.

D’estate assumo un colore che è, per così dire, un ponte tra un bianco e un nero, ho le narici larghe, e su un social network di incontri una ragazza dopo aver visto la mia foto mi ha risposto spaventata: “ma tu sei arabo!” brrr

Dico, è strano che i miei vicini, d’estate, non neghino di conoscermi.

D’altra parte non conosco nessuno di colore che faccia un lavoro normale.

E sì, perché il clan/famiglia/non-so-come-chiamarlo che gestiva il negozio nel mio viale era ben strano: orari alla vulimmosebeh, categoria merciologica quellochemicapitadiavere, furgone ducato con i colori ufficiali del brasile (ma erano nigeriani e parlavano “inglese”). Gli argentini hanno usi simili, infatti si trovavano spesso li a bersi una birra (il gradino fuori il negozio facceva da bar, e avevano il frigo per servire birra fresca).

Altri che ho “conosciuto”, cioè con i quali ho parlato, vendevano calzini/fazzoletti/bracciali/sapone per strada o in spiaggia. A Civitanova dissi ad uno che ero di Tolentino, e lui mi disse che anche lui a volte andava a Tolentino, alla moschea, ovviamente mi ha chiesto se ci andavo anche io (era estate, quindi ero colorato), al ché per mostrarmi informato gli ho chiesto se stesse parlando della moschea in Via Battisti, e lui “no”, quasi offeso, “noi del Senegal frequentiamo quella di Viale Buozzi, là c’è quella dei nigeriani”.

Non gli comprai nulla, ma mi avrebbe odiato comunque. (pensa se gli avessi detto: “sono ateo e convinto che i credenti siano sotto l’effetto di una psicosi collettiva”)

Non ho idea, cosa dovremmo integrare? Partono da casa per fuggire, si portano dietro l’odio, e tutto il resto.

Si ritrovano spesso ad essere mentalmente disagiati, se perdono il contatto o il rispetto della famiglia non hanno altro a cui aggrapparsi, sono e restano esclusi.

Se dovessero mettere in discussione il proprio credo religioso non avrebbero altro luogo da frequentare per socializzare. E visto che poi sono di un’altro colore si sentirebbero respinti dagli altri frequentatori di bar.

La scuola può integrare, e sicuramente lo fa, ma a 20 anni non la frequentano più.

Centri sociali non esistono. Un amico ha aperto un’associazione culturale, è l’unica cosa che si possa avvicinare ad un centro sociale senza che arrivino le forse dell’ordine a rompere (sì, ho scritto forse, perché non credo ne siano troppo sicuri neanche loro). Ma per via del terremoto e inagilità varie non so che fine abbia fatto.

Potrei fare la stessa considerazione per i nostri “Traini”, ma no, noi non siamo così soli, noi non abbiamo scusanti. Se un disagiato immigrato compie un atto terroristico potrebbe essere in qualche modo compreso dalla situazione, ma non certo un italiano. Non hai un lavoro, ma hai una famiglia. Sei preoccupato per il futuro, come è normale che lo sia chiunque. Hai contatti, conosci gente, sai con chi parlare, anche con chi sfogarti (a parole, spero).

Pubblicato da

kruks

A Programmer with no comics passions ;)

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