Felici e distanti

Quello strano bisogno

A 10 giorni dalla mia sortita dal social network di maggior successo (numericamente) quello che provo sono delle strane smanie, una sorta di bisogno di ubriacarmi, o perdere i sensi, perdere il controllo, staccare.

Non sono insolito alle dipendenze e in un certo senso mi affascinano. Uscire da quella delle sigarette è stata la cosa più dura, perché socialmente accettata, infondo, e comunque ritenuto un vizio “umano”, nel senso che ti rende in qualche modo “sensibile”, e il circolo vizioso creatosi tra la mia presupposta insensibilità e mancanza di rapporti sociali, e il voler uscire dal vizio del fumo perché non mi sentivo adatto/a mio agio, ha fatto sì che portassi avanti la dipendenza.

Infondo è sempre così, non si tratta mai di affrontare un singolo aspetto alla volta, perché esso è sempre correlato a qualcos’altro, incatenato. E tutto questo finisce per incatenare te che ne diventi vittima consapevole ed acconsenziente.

Così uscire da Facebook diventa difficile per via dei contatti che si perderebbero. In realtà sono uscito proprio per perdere quei contatti che mi sembravano deformati e trasformati, in qualcosa che stentavo a riconoscere e con i quali non avevo più voglia di relazionarmi. O quanto meno non a quel modo.

E così, dopo diversi anni, uscire da Facebook è diventato facile, o almeno lo è in questa finestra di tempo.

Mi è capitato poi, un sabato, di affrontare una “discussione” in un forum per informatici.

http://punto-informatico.it/b.aspx?i=4423817&m=4424077#p4424077

Molto probabilmente un troll, oppure qualcuno che è pagato per far si che si aumentino le interazioni e si riempia il forum di contenuti.

Uno dei meccanismi di condizionamento comportamentale usato da facebook:
In qualche maniera ognuno cerca di avere ragione, come in un gioco. Questo obiettivo ha alti e bassi, la produzione di dopamina stimola a perseguire questo scopo. Io sto ribattendo alla tua risposta perche’ credo che così otterrò qualche vantaggio. Ovvero avere ragione in una discussione, per altro del tutto sterile perché portata avanti con un qualcuno che mi sta semplicemente invitando a riempire il forum di questo sito rispondendo ad argomentazioni fallaci e variopinte.

Amore-Odio.
Se non sei sicuro di cosa provi probabilmente è dipendenza malsopportata.

Questa è certamente una cosa che ho imparato uscendo da diversi tipi di dipendenza.

Ciò che ti da una dipendenza è una sorta di felicità, e un bisogno. La felicità è il premio, il bisogno è la sofferenza.

Bastone e carota? Sort of.

Felici e distanti, direi. Infondo si cerca di avere un contatto con gli altri, per poi respingerli mettendo avanti una maschera, che è esattamente lo stesso tipo di comportamento che si avrebbe nella vita reale, con in più il vantaggio di sprecare il tempo a condividere le proprie informazioni con dei venditori ci merce varia.

Se la piattarforma è gratuita, in qualche qualcuno dovrà pagare il lavoro di tenerla in piedi, ovvio, e non metto in discussione questo aspetto.

Quello che nessuno ti ridà indietro è il tempo che passi ad interagire scambiandoti messaggi, e commenti che non lasciano nulla se non rumore.

Felici, distanti, e nullafacenti, aggiungo. Il problema non è nel meccanismo della dopamina e della gamification. Piuttosto quello che diventa patologico è il senso di soddisfazione (felici) per aver realizzato nulla.

Il gioco è una cosa stupenda, e la dopamina è una risorsa semplicemente fantastica.

L’uso che ne viene fatta da altri, la propria, è una sorta di furto di risorse. Risorse umane, intellettive.

Sto indovinando che questo bisogno in qualche modo possa essere soddisfatto con il lavoro e la persecuzione di obiettivi misurabili.

Quello che manca a facebook sono i premi. In realtà ci sono le notifiche, e quindi il numero di notifiche che si riceve giornamente è una sorta di premio. Il numero di mi piace, e così via. Però sono assolutamente effimeri. Poi ci sono il numero dei contatti. Questo sì può essere un punto di riferimento, ma è comunque un dato che non si guarda quasi mai.

Legalizzala

Quello che ho apprezzato della discussione su punto informatico è il parallelo con le droghe. Evidentemente se la droga è una sostanza chimica, e la dopamina lo è, non ci sono molte differenze tra le dipendenze “fisiche” e quelle psicologiche. E questo secondo me non dovrebbe aprire la strada ad una possibile regolamentazione delle piattaforme dei SN, ma anzi considerare la deregolamentazione delle altre droghe, ovvero delle sostanze.

Tutto fatto sulla base della consapevolezza dei meccanismi, non delle sostanze.

Cambiano solo alcuni aspetti, ma la descrizione del meccanismo è più o meno sempre la stessa: fornire bisogno e soddisfacimento del bisogno in due tempi separati e indurre e pensare che la sostanza (o il mezzo) sia responsabile della sola soddisfazione e non del bisogno.

Non esiste una sostanza che ti induce alla dipendenza al primo consumo, perché non si possono instaurare queste dinamiche con un solo giro di giostra. La prima sensazione che si prova è curiosità e stupore. Si chiamano “stupefacenti” non a caso.

Più un condizionamento è leggero più sarà facile che faccia breccia e si instauri molto profondamente. Questo è il principio della rana che bolle: se si tuffasse in una pentola bollente farebbe di tutto per uscirne il prima possibile, ma siccome l’acqua aumenta di calore gradualmente la rana finisce per essere felicemente lessa.

Così il vizio del gioco è qualcosa di innocuo, perché giocare qualcosa in più non conta nulla. E ancora un po’ di più … finisce poi per prendere il posto di tutto.

E così il fumo. Non è niente una sigaretta, non fa mica tossire. Sì, fa tossire, ma si sopporta. Da qualche disturbo, ma non importa. È una soddisfazione, quell’odore affumicato, piacevole, che entra nei polmoni, e rilasssa, e non fa pensare ad altro. Ma soprattutto è una forma di libertà, liberazione, liberazione dal subdolo bisogno fisiologico della nicotina.

Ma la sostanza è effettivamente solo un mezzo, infatti ci si disintossica dalla nicotina nel giro di una settimana. Il perché si ha il vizio del fumo è dovuto a dei cambiamenti a livello cerebrale, e non solo alla dipendenza dalla sostanza.

Il discorso riguardo al fumo che è “piacevole”, “è bello sentirlo entrare nei polmoni”, “rilassa”, sarebbe assolutamente inaccettabile per chi non è mai stato fumatore, eppure per un fumatore è giusto, è comprensibile.

Provare a sostituire il gas di scarico dell’auto con il fumo nel discorso sarebbe ragionevole. Infondo è un erba bruciata, erba aromatizzata con sostanze chimiche, e a volte anche derivate dal petrolio. Dunque:

respirare il gas di scarico è piacevole, è bello farlo entrare nei polmoni, rilassa, non fa pensare ad altro, e da un senso di liberazione.

C’è chiaramente qualcosa di insensato ed illogico in questo, qualcosa spiegabile solo con un cambiamento sinaptico che scorrela il fumo da qualsiasi argomentazione logica, in qualche modo il gesto del fumare risulta ragionevole e coerente col resto della personalità, anche se è assolutamente illogico e auto lesivo. Ovvero le cose riescono a coesistere, e certamente anche in persone molto intelligenti (ricordo che, almeno dai racconti, Marvin Minsky è stato un fumatore, e sicuramente molte altre personalità eccellenti).

[Hint: la respirazione lenta, profonda e controllata ha di suo la capacità di calmare e rasserenare. Il fumare costringe a respirare lentamente e in modo controllato (altrimenti si soffoca e si inizia a tossire), il resto dell’opera lo porta a termine l’introduzione di nicotina che calma la sensazione di mancanza (astinenza). Ad esempio io ho avuto difficoltà a diminuire il numero di sigarette prima di riuscire a smettere del tutto, sarebbe bastato sostituirne alcune con pausa-di-respirazione-profonda]

Si può aumentare la produzione di endorfine operando dall’esterno, e portare a gesti ripetitivi e instaurare reazioni condizionate ad eventi, e con la ripetizione far sì che questi pattern comportamentali diventino compulsivi, automatici. Questa non è fantascienza o pseudoscienza. Questo è sfruttare il meccanismo del rinforzo.

Qualcosa di laterale, contestuale, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, di quella basata sulle reti neurali, è lo studio dei meccanismi del cervello, nell’ottica di poterne riprodurre le qualità. Ed è noto che una rete neurale deve essere istruita, si ha una fase di apprendimento, durante la quale i pesi delle connessioni tra i nodi (che rappresentano semplificatissimi neuroni) vengono regolati e aggiornati (con un meccanismo di propagazione e una opportuna funzione gradiente), per far si che la risposta sia conforme a ciò che ci si aspetterebbe come “giusto” nel caso di una domanda rappresentata dai dati forniti in ingresso.

In realtà il comportamentalismo è nato parallelamente e in maniera svincolata dalla scienza del calcolo, ma sono più o meno contemporanei.

Rimane il fatto che uscire da una dipendenza non risolve di per sé i problemi. La nullafacenza resta, oppure è stata proprio la causa dell’accidia camuffata da “networking”.

Bisogna piuttosto capirne il meccanismo e saperlo sfruttare per perseguire i propri obiettivi. Uno dei libri che ho trovato molto interessanti per questo è “la dittatura delle abitudini” di Charles Duhigg, criticato malissimo per il suo modo di esporre gli argomenti in modo sensazionalistico, ma a torto secondo me, perché i contenuti sono del tutto rispettabili, e la forma ad effetto ricalca esattamente i meccanismi che descrive.

Pubblicato da

kruks

A Programmer with no comics passions ;)

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