Non siamo noi a far soffiare il vento

Stamani va così.
Non siamo noi a far soffiare il vento.
Una mamma stringe a se il proprio pargolo.
Gli dice piano: “quando sarai grande, ricorda
sempre: ‘non fare la strada di quello che ora
sta correndo'”.
Non siamo noi a far soffiare il vento.
So solo che sto correndo.
Le cose capitano quando non te l’aspetti,
e quando te l’aspetti non è detto che capitino.
O forse non capitano a te.
Sentirmi importante è stato sempre il mio
sogno proibito.
Non lo sono mai stato, neanche per me.
Così l’ho inventato. Ed ogni tanto si
riaffacciano i miei sogni lontani.
Li inquadro con un sorriso oblicuo
ed uno sguardo beffardo.
Ma non ho tempo di badare a loro:
ora sto correndo.
Non sarebbe mai dovuto succedere.
Forse no.
O forse è la mia fortuna che sia successo.

Non siamo noi a far soffiare il vento.
E allora sarà bello, sbagliare ancora
strada, perché quella diritta è
momentaneamente sbarrata, e ritrovarsi
in mezzo ad un freddo campo, o una strada
senza uscita. Sbagliata.
Ancora una volta sbagliando.

Si impara? No, non credo.

M’è stato utile l’avere un obiettivo.
Non sarei sopravvissuto a tutto questo.

Un anno buttato? Un anno vissuto, direi.

E per il resto cosa importa?

Non siamo noi a far soffiare il vento,
ma è comunque bello sentirlo freddo che
ti sferza la faccia al mattino, o in
primavera che ti sfiora umido e leggero.
Ecchissenefrega di meritarlo.

2013. Un anno di me

Non è un resoconto, piuttosto un modo di ordinare le idee.

Quest’anno c’è stato il Triathlon per me.

Mi ripeto, di nuovo, che non esiste la terapia giusta per le idee confuse, ma è il seguirla che la rende giusta, cioè è la disciplina ad ordinare le idee, è il seguire un ordine che ti fa essere ordinato.

Ho sempre odiato la disciplina e l’ordine, e mai come in questo anno ho imparato ad apprezzarli.

Non c’è nulla di ingiusto nell’ordine: dovendo fare una pila di pietre si metterà la più grande alla base, e via via quelle un po’ più piccole sopra, fino ad arrivare alla più piccola in alto. Si possono fare delle eccezioni, ad esempio si può scambiare la posizione delle ultime 2, probabilmente la pila contina a tenere. Forse si può scambiare anche la posizione delle prime 2, ed ancora la pila di pietre reggerà. Ma non si può sovvertire completamente l’ordine, perché un ordine c’è, ed esso è dato dal buon senso che ci fa percepire che, prese 2 pietre, una di esse è più piccola, l’altra è più grande.

Una disciplina identifica un arte in senso lato, cioè includendo l’ordine da seguire per raggiungere la maestria in quella stessa arte.

Il bello dell’arte è che è teoria e pratica, e una rafforza l’altra. Non è scritto e orale, è teoria e pratica. Acquisire praticamente l’arte si muovere delle dita su di una tastiera, è al tempo stesso acquisirla teoricamente. Non credo si possa onestamente rovesciare le cose.

Triathlon è nuoto, T1, bici, T2 e corsa. Triathlon è cambiare senza fermarsi, analizzare velocemente gli errori per tornare immediatamente a concentrarsi sul passo successivo. Triathlon ti insegna che l’autocritica è una perdita di tempo: se sai già di aver sbagliato è inutile analizzarlo, devi solo imparare a farlo giusto, e non c’è altro modo che ricominciare a correre, o cambiarsi le scarpe, o salire in bici, o prepararsi per la prossima gara, o prendere armi e bagagli per tornare a casa, riposare e recuperare per il prossimo allenamento.

È vero che si partecipa a delle gare, con delle premiazioni. È vero che si paga per creare un montepremi. È vero che c’è un podio. E tutto questo è certamente molto importante. Ma, almeno per me, quello che mi ha cambiato la vita, è stato il ritmo, la soppressione dei tempi morti. “La vita non è un film. Nei film non ci sono tempi morti”, così ripeteva il matto del paese in Radio Freccia. I tempi morti non hanno più respiro in un triathleta. Sto scrivendo, è forse un tempo morto? No, ho un ora per farlo, poi devo cercare i sensori per la raspberry pi, da qualche parte devo averli messi, per poi attaccarceli e fare qualche test …

In musica una pausa non è un tempo morto, è una pausa.

Alla fine del 2012 ero amareggiato. Finalmente ero riuscito a togliere di mezzo la terapia farmacologica per disturbi psichici, che comunque non credevo di avere da almeno un paio d’anni. 5 anni di terapia, durante la quale qualsiasi pensiero col quale mettessi in discussione la mia malattia doveva essere nascosto ed offuscato. 5 anni di paure, paura di dover continuare una terapia che in qualche maniera mi era stata imposta (o forse avevo la convinzione che così fosse), e la paura di dover sottostare al volere altrui per tutta la vita, arrivare a desiderare la morte dei miei, per poi ripensarci visto che non sarebbe servito a niente ed in un modo o nell’altro sarei stato costretto a proseguire la terapia, imposta dall’alto, da un medico che arbritrariamente avrebbe deciso che io ero malato, che non avrei potuto sopravvivere senza medicinali. 5 anni di ossessioni, provacate da chi pretendeva di risolverle.

Ero amareggiato. Un anno di lavoro su di un progetto legato ad ecommerce, che avevo fatto senza la coscienza della partecipazione, nonostante fossi uno dei cardini principali per la realizzazione e la riuscita del progetto.

Volevo cambiare, chiarirmi le idee, schiarirmi le idee.

Il primo atto è stato iscrivermi ad una società di triathlon, la Cingolani Triathlon. All’atto stesso è coincisa la sensazione di essermene pentito. Cingolani Triathlon nasce da Olimpia Triathlon Camerino, che è una società storica di triathlon marchigiana. Erano 4 anni fa, quando feci la prima dieta, e decisi che avrei dovuto fare uno sport per poter tener fede all’impegno di dimagrire, e decisi che quello sporto doveva essere il triathlon, e decisi che la cosa più importante era imparare ad andare in bici facendo dei tempi decenti, e decisi che l’obiettivo era finire uno sprint. Poco dopo la decisione contattai la società Olimpia, ma senza stabilire nulla. Non ero maturo abbastanza. Non ero indipendente abbastanza.

Essere maturo abbastanza, essere indipendente abbastanza. Vuol dire prendersi le responsabilità. Vuol dire concepire il Mondo come qualcosa che sta alle tue regole, e le rispetta, cioè che non decide lui per te, ma tu decidi per lui. Vuol dire stabilire che il mondo che ti circonda è creato da te, e tu ne rispondi. Ovviamente non si può stabilire che il Sole sorga ad Ovest, non è quello il punto (ma in fondo Sole, Ovest ed Est sono tue regole).

E perché poi io sia andato a prendere proprio il triathlon tra la confusione dei miei obiettivi non ne ho idea. So, ora, di aver fatto bene.

Il pentimento comunque era per via dello sponsor, per via del fatto che la società cambiasse nome, si spostasse vicino ad Ancona (cioè lontano da me), per via del fatto che non frattempo nascevano società nei dintorni, perché io di questa situazione non conoscevo molto, perché in qualche modo mi sentivo raggirato: nessuno si era preso la briga di spiegarmi il tutto, ma è meglio dire che la mia accidia ha ucciso tutte le mie indagini.

Penso di poter fare un triathlon medio. Lo penso perché faccio 100km in bici e comunque non credo di poter fare tempi eccezionali come gara, mi piace l’idea di partecipare ad una gara, ma non ho la minima idea di cosa sia o di cosa si provi, voglio farlo solo perché l’ho deciso, solo perché l’ho detto in giro.

Ma la prima cosa che faccio è la Stracivitanova, mezza maratona. Correre è veramente pesante, e do ragione ai colleghi della squadra Cingolani Triathlon che la mia prima gara sarebbe stato un olimpico.

San Benedetto del Tronto, 28 Aprile 2013. Parto il giorno prima avendo preso una camera in un B&B per la notte prima della gara. Vado a prendere il pacco gara, è la prima volta che lo faccio il giorno prima, trovo difficile trovare il posto, gentilmente qualcuno dello staff mi spiega il percorso. Mi accorgo di avere una gomma sgonfia, passo da un gommista di fortuna (è sabato, ma è aperto), la gonfia e vede che ci sono delle crepe, mi dice “cambiala, se ti scoppia questa ti fa fuori tutto il parafanghi”, me ne trova una un po’ usata, più o meno a livello delle altre, e spendo una trentina d’euro, forse meno. Gentilissimo, non c’è che dire. Gentilissimi tutti. Ma ho quel traffico dentro, quell’idea che devo stare attento, che non è un posto tranquillo, quella diffidenza standard troppo elevata, tipica di chi è sotto assedio. (5 anni di terapia forzata, mi domando se “è importante che tu capisca che la terapia è per te e dovresti essere tu a volerla fare” sia abbastanza, mi domando perché mai non sarebbe stata accettata la risposta “non voglio farla”, ma so già la risposta e so che saperla non cambia nulla). Mangio in un posto tipico, nella città vecchia, zona dove è il mio B&B (il mio B&B è a 2 passi dal cimitero, posto tranquillissimo). Poi doccia, barba e letto. Avrò forse dormito 2 ore in tutto, l’idea di non digerire, la paura per la gara, un milione di pensieri. Ma al mattino ero riposato, veramente, forse si dorme generalmente troppo. Partiti per la frazione nuoto io mi accorgo di aver dimenticato di fare la spunta. Mi giro e cerco un giudice o qualcuno dello staff per dirglielo. Lei mi chiede il numero, lo cerca sul taquino, ma interrompe la ricerca per alzare lo sguardo e dirmi “Vai! Vai!”. La mia diffidenza mi fa pensare che il mio numero non è molto importante, che è troppo alto, quindi vale poco, che quindi non ha importanza che io partecipi o sia valida la spunta. Così la mia prima transizione della mia prima gara: devo slacciare la scarpe da bici, perché le avevo messe allacciate per occupare meno spazio nella sacca, e così allacciate le ho lasciate vicino alla bici. 5 giri di bici. Sempre il pensiero che la spunta non sia valida. Poso la bici, cambio le scarpe, anche qui le scarpe allacciate, la mia prima seconda transizione, dovrei perdonarmi. Ma non è quello il problema, è ancora il pensiero della spunta. Corro fuori dalla zona cambio. Incitano. Il pubblico incita gli atleti. Sì, me compreso. “Dai! Forza!”, “Bravo”, “Forza, bravo!”. Qualcosa che non avevo mai sentito, sono così assorto dalle mie ossessioni che penso che tutto sia inutile: e cosa gliene frega a loro? 2 giri di corsa ed esco con un tempo di 2 ore e 28 minuti circa. Ok, ma i giri erano 3 per finire la gara, i giudici avevano dato il tempo come valido, c’è voluto un giorno prima che mi accorgessi che non avevo finito la gara, contattandoli sono scesi ad un compromesso, forse per via del loro errore nel mettermi in classifica, hanno semplicemente aggiunto il tempo di un altro giro di corsa al ritmo col quale l’ho corso. Hanno fatto tutto da soli, e a me non è piaciuta molto questa cosa, ma non ho protestato perché faccio parte di una società e io ho fatto solo quello che era necessario, dirgli che non sono capace di correre 10km in 31 minuti, che avevo sbagliato a contare, io.

C’è Vanessa che viene a vedere la gara. Conosciuta ad uno speed date, al quale io dico sì mi interessi, lei anche, ma poi mi chiama e dice “non è per lo speed date”. Infatti, non passa niente, prendiamo una pizza assieme, non è neanche male, dovrei provare desiderio, no. Dovrei? Non penso si possano comandare queste cose, ma veramente non è male, forse abbiamo dei filtri nei confronti di alcuni che ci rende incompatibili, o forse bisogna dimenticare ciò che è stato innamorarsi in passato, perdere i termini di paragone per stupirsi di nuovo … non lo so, però se sto seduto vicino una che è figa e mi piace ho un erezione, se siedo vicino a Vanessa no. Il resto son seghe.

La mia intemperanza, la mia diffidenza va scemando. La gara più ardua è con me stesso. La gara è in me stesso. La gara non finisce al traguardo e non inizia al via.

La gara continua. È il 2013.

Alla pubalgia che mi costringe a saltare il triathlon in Milano città, trovo la soluzione tramite una conoscenza di mia cognata. Osteopatia etnica, allenta le tenzioni. E mi capita di andare in un momento in cui riprendo i contatti lavorativi per un vecchio progetto. “Sei bloccato a livello di stomaco, vuol dire che non vocalizzi o non digerisci. Cose che non vanno ne su  ne giù”. È più importante stare bene, che qualsiasi lavoro. Butto fuori tutto. Forse in modo poco composto, ma lo faccio. Forse dietro qualche bicchiere di troppo, ma lo faccio.

Sono uno strumento scordato. O non sono bravo a vibrare. Stono e vado fuori tempo. Ma non ho mai visto Eric Clapton accordare la sua chitarra senza far brivare le corde. Non ho mai visto nessun farlo.

Così di ciò che non viene fatto ma dovrebbe esserlo non ci si può lamentare.

Così non resta che fare ciò che si può fare.

Ognuno fa quello che può.

(Mi sono iscritto a Cingolani Triathlon anche per il 2014, perché ho portato il body per tutto il 2013, sono stato Cingolani Triathlon per tutto il 2013, perché il 2013 è un punto di riferimento, perché non c’è niente che non va, perché mi piace, perché certe cose non si scelgono: ti capitano e le accetti)

Diario di bordo 19 Dicembre 2013

Sto attraversando un momento critico. Questo è un appunto a futura memoria.

Giovedì 12 dicembre sollevo delle finestre abbastanza pesanti, sono appena tornato da un allenamento di corsa (breve, 8km circa, il giovedì ho nuoto al mattino e volevo stare leggero in questo periodo: ripetute 6×200 mt). Sono bagnato di sudore, ma mi copro bene, la temperatura è attorno allo zero, e per via del compito non c’è molto da scaldarsi.

Penso che la cosa abbia avuto qualche effetto, il mattino dopo, venerdì, ho una seduta di massaggi: osteopatia etnica. Prima per allentare la contrattura alle gambe, poi per cambiare la postura (esercizio con bastone e piegamento in avanti per migliorare la lordosi).

Mi sento piuttosto contratto a livello di torace, questo dopo il pranzo, mentre sono piegato a fare il presepe.

C’è da spostare un’altra finestra, la sollevo ma ho una specie di malore, non sento dolore alla schiena, ma un malessere indefinito, tipo voltastomaco.

Alla sera diventa mal di schiena. Il mattino dopo non sono affatto convinto di alzarmi dal letto, mi decido a chiamare il massaggiatore per chiedere cosa si può fare.

La seduta del sabato è di mezz’ora, decoprempressione della colonna con massaggi e un olio per far passare il dolore (devo chiedere riguardo doping e dintorni, ma sa che faccio sport e non credo ci sia cortisone o roba del genere), poi esercizi di respirazione fatti a pancia in sotto.

Ripeto gli esercizi di respirazione, smetto qualsiasi cosa che abbia a che fare con la corsa o anche il camminare (cammino il meno possibile).

Dal sabato alla domenica il dolore alla schiena si trasforma in torcicollo per la maggior parte, sale, diciamo.

Lezione di nuoto lunedì successivo, sento le spalle “bloccate”, direi meglio rigide, come due blocchi di marmo, muovo piuttosto bene le braccia, ma sento le spalle rigide in modo innaturale. Finisco la lezione e sembra ok, ma il torcicollo persiste.

Il martedì porto dei vetri all’isola ecologica, caricandoli in macchina, qui il torcicollo si fa evidente (è pericoloso guidarci, ma devo fare poca strada).

Martedì la sera vado a spinning, e pedalo, sento il lombari molto più rilassati, vedo che sto più basso in bici, è un bene, credo.

Ancora esercizi di respirazione a pancia sotto, e decompressione intercostale.

Il mercoledì passa senza nessun allenamento.

Giovedì (oggi), lezione di nuoto, la respirazione mi pare bloccata, l’aria non entra ed esce fluidamente, sento le spalle affaticate (già dal mattino).

È di origine emotiva, sto lavorando sul passato, accettazione, comprensione e perdono.

Il carico sta diminuendo, mi accorgo di avere aumentato la sensibilità delle mani, mi accorgo di averle fredde, ed avere maggiore controllo su quando riscaldarle. Allentando la tensione a livello toracico allento anche i bicipiti del braccio, sento i muscoli più elastici.

Le spalle sono ancora pesanti. Lo è anche la testa: ho un sordo dolore a livello cervicale che ha accompagnato il torcicollo.

La problematica maggiore in una vertebra toracica, direi tra l’ultima toracica e la prima lombare, zona della mia scoliosi.

Per il resto va bene.

Mi sento curiosamente ottimista nonostante potrei pensare di non poter più correre. Non lo penso, penso che dovrò saltare una mezza maratona o qualsiasi cosa io abbia fantasticato di fare. Penso che devo dimagrire (ho accumulato 4 kg di troppo).

Stasera ho spinning, senza correre perdere peso potrebbe essere difficile.

Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

sky_dive_atmoN

Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

“Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.