The love of power

When the power of love overcomes the love of power, world will know peace.

Jimi Hendrix o William Ewart Gladstone, comunque riflettevo su come ultimamente si stia cercando di scindere questo legame guerra-potere, su quanto si stia cercando di far passare il potere, e l’amore per il potere dei potenti, distinto dalle guerre che fatalmente accadono, così, scorrelate.

Si cerca di far credere che Obama, Bergoglio, Hollande, Draghi, Gates, Buffett … (andiamo più su? ok, non importano i nomi) ecco, che essi non c’entrino nulla. Nulla con lo ISIS, nulla con i guerriglieri sanguinari africani, nulla con i rovesciamenti governativi del sud-america, nulla con Mubarak, post-mubarak, post-post-mubarak, nulla con Gheddafi, post-gheddafi, post-post … nulla insomma.

Cioè che nulla… Aspirano al potere, lo raggiungono e questo potere li mette nella situazione di essere impotenti tutti contro le guerre che accadono nel mondo, loro malgrado. …che nulla possano farci riguardo alle violenze. Loro aspirano al potere in modo pulito, e lo raggiungono senza esercitarlo. Che equivalerebbe in effetti a non raggiungerlo mai. La contraddizione è nel fatto che il potere lo raggiungono, ed è evidente, e mai lo esercitano.

Basta fare un po’ di sport per capire che chi è davanti si è confrontato, ed ha vinto. Non teoricamente, ma realmente, ha esercitato.

Cosa? Quale altra stronzata dovrei ascoltare oggi? Ditemi ancora ragazzi della tv, sono curioso. È puerile persino la vostra dialettica ormai, non fate più neanche lo sforzo di tirar fuori un congiuntivo corretto. Ah, questo sì, lo fate per essere più “alla mano”, ovvero semplici, quindi innocenti. (dovreste ricordare: Edipo non voleva vedere, ma quando fu costretto a vedere non sopportò la vista e si cavò via gli occhi dalle orbite. E non “si giro da un’altra parte”).

p.s.: non un granché di post, me ne accorgo, ma certe idee vanno fissate

java oracle vs google

Ho qualche anno e ricordo Java (TM) come una tecnologia creata da Sun Microsystem in modo aperto e collaborativo nei confronti di altre aziende software, in particolare MS e Apple a quel tempo.

Il modo aperto era implementato appunto diffondendo l’uso di una API a cui gli implementatori dovevano aderire affinché ricevessero l’attestazione di compatibilità Java. La API definiva classi, metodi e proprietà (e regole di accessibilità di metodi e proprietà) dettagliatamente descrivendo i comportamenti di questi metodi e classi.

Ora Oracle pensa che Java sia una tecnologia proprietaria e non copiabile, che quella sia una fuga di informazioni, o almeno crede di poter farla passare per tale. La tecnologia Java si è diffusa proprio perché aveva quei termini di utilizzo.

Oracle ha torto sotto tutti gli aspetti riguardo la questione specifica. È una pratica scorretta quella di mettere i concorrenti nelle condizioni di illegalità cambiando le regole che prima erano state garantite e assicurate.

È legalmente una svista. Il copyright sulle api dice che le specifiche non possono essere distribuite e non possono essere modificate da altri se non da Sun. Questo non vuol dire che queste specifiche non possano essere usate una volta che uno le ha ottenute, proprio da Sun o da Oracle, per implementare una sua versione. Né vuol dire che l’implementarle in modo giusto o sbagliato ponga il programmatore in uno stato di illegalità.

L’acrobazia legale è posta in questi termini:
1. Oracle rilascia le specifiche delle API Java
2. Oracle pone il divieto di diffusione (distribuzione) non autorizzato delle specifiche.
3. Google documenta il proprio sistema che implementa le API Java rilasciate da Oracle.
4. Google è colpevole di aver distribuito qualcosa senza il permesso di Oracle

È quasi convincente, no?

Ma il punto 2. è sbagliato. I termini non sono di divieto di copia come opera d’autore sulla definizione delle api, ma riguardano l’uso di Java(TM), e questa limitazione è decaduta col tempo (causa Sun-MS) definendo Java come linguaggio e non tecnologia.

 

L’arte della guerra, ontologie, semantica e intelligenza artificiale

Non sto parlando ovviamente dell’opera di Lao Tzu, ma sto parlando di guerra vera e propria. Il documento approvato per la distribuzione libera è frutto di un lavoro che inizia probabilmente attorno il 2005 http://dtic.mil/cgi-bin/GetTRDoc?AD=ADA503082 Ontology of Command and Control.

Quello che trovo interessante è che sebbene l’ontologia sia stata definita per scambiare informazioni tra diversi uffici del dipartimento di difesa americano, effettivamente definire una OWL permette di automatizzare molte azioni necessarie per trattare dati relativi ai conflitti. È anzi detto esplicitamente nell’introduzione che l’affinamento dei commandi è dato dall’osservazione dei feedback. Comanda e controlla. Inoltre c’è una parte che riguarda l’intento delle operazioni: offesa, difesa, stabilità e supporto. Quindi il sistema semantico stabilirà le relazioni tra comandi ed effetti ottenuti grazie ad affinamenti successivi.

Il tutto, e concludo, potrebbe portare ad un sistema automatico che stabilisca quali sono le operazioni necessarie per ottenere l’ottimo in un sistema di difesa, una intelligenza artificiale che si sostituisca alle decisioni dei generali, o che almeno faccia presente quali siano le operazioni più opportune.

E quel che penso è che se tale intelligenza artificiale fosse operativa sceglierebbe sempre la stabilità ed eviterebbe la guerra, qualunque parametro sballato gli si vada ad inserire, essendo un sistema obiettivo riuscirebbe sempre a tirar fuori il motivo per evitare la guerra.

Altro documento su C2 ontology (tecnicamente più chiaro):

http://netdb.cis.upenn.edu/papers/ontonet_fois.pdf

 

Dove saremmo oggi

Italia 2014. Ma dove saremmo oggi se fossimo meno furbi? E siamo ancora abbastanza furbi?

Ci siamo lamentati, e sentiti presi in giro dopo lo scandalo Gladio, l’associazione denunciata dal presidente Francesco Cossiga, nella famosa autodenuncia, come se il sospetto non bastasse per crederlo vero. Viviamo di illusioni, non possiamo farne a meno.

E così ci illudiamo di essere giusti e buoni, ci illudiamo di “italiani brava gente” per poi stupirci se i libici e gli etiopi ci odiano, perché, pensiamo, abbiamo fatto solo del bene quando ci siamo stati (e ora non ci siamo più? già, ci piace crederlo).

Discorrevo qualche giorno fa con mio padre portando l’esempio dell’Inghilterra, di come una nazione potrebbe funzionare meglio. Se ne esce con la storia delle colonie, e infondo a me non mi va tanto di discutere quando ci si attacca a tesi così irreali.

Poi è uscito il discorso della produzione agricola. E qui non credo che si abbiano le idee chiare. Quanto meno non ci si riflette abbastanza.

Quando si parla di “quote latte”, si semplifica pensando che infondo se una nazione può produrre più latte perché ha le aziende che lo fanno, essa dovrebbe farlo.

Bene, sarebbe così. Ma sarebbe utile che ognuno posso essere retribuito per il proprio lavoro, e il quadro è complesso, o meglio semplici, un semplice compromesso tra vari fattori.

L’Italia consuma molto grano duro, e molto grano tenero. L’Italia non ne produce abbastanza, diciamo, per dare un idea, che ne produce 20 a fronte di un consumo di 100. Si importa, e quando importi devi pagarlo al prezzo di mercato. Ora se il prezzo di mercato fosse 100 la spesa per l’Italia sarebbe 10mila, mentre se il prezzo di mercato fosse 20 allora la spesa per l’Italia sarebbe 4mila, un quinto.

Ovviamente preferiamo spendere 4mila, ma come facciamo?

Semplice: contributi all’agricoltura. Se sei un agricoltore italiano, produrre il grano ti costa 100, ma noi vogliamo che tu produca il grano a 20 così il resto ce lo mette il ministero dell’agricoltura: contributo per la produzione di grano. Inoltre i grano lo compra il ministero dell’agricoltura, e lo offre nel mercato mondiale a 18. Questo fa scendere il prezzo del grano dei Paesi produttori, così da portarlo ai desiderati 20, dall’offerta dei Paesi poveri che si aggira attorno i 30, supponiamo.

Paesi produttori, Paesi poveri, Stati Uniti a parte, è così.

L’Italia consuma abbastanza latte, ma il resto d’Europa usa molto il burro perché lo ritiene, giustamente, un alimento sano (in Italia si è spacciata per salutare l’idea di consumare oli vegetali idrogenati e/o trattati industrialmente, ma questa è un’altra storia). Il nord Europa ha bisogno di latte per farne burro per i dolci e per qualsiasi altro uso alimentare. E ne ha bisogno a prezzi ragionevoli. La produzione di latte in Italia richiede la necessità di mangimi o di produzioni agricole non volte alla produzione di grano, che maggiormente manca in Italia. Non solo, è l’Italia che può far leva su di una maggior produzione da poter offrire a prezzi stracciati sul mercato per ottenere l’effetto dell’abbassamento del costo necessario per il nostro sostentamento. Sono l’Italia e la Spagna sostanzialmente i Paesi europei che possono giocare questo ruolo, e per di più sono i Paesi che più ne traggono beneficio.

L’Italia è un Paese industriale, o quanto meno cerchiamo di produrre macchine e tecnologie necessarie per aumentare la produttività.

Ma il costo dei prodotti diminuisce, così vorremmo pagare meno anche i lavoratori, in più, se andassimo nel Benin, in Togo, in Ghana, Nigeria o chessoio, potremmo pagare il personale un quinto di quanto lo si paga qui, o forse anche meno, perché la loro alternativa è quella di lavorare per chi coltiva grano per farselo pagare 30, e quindi non vuole pagare il lavoratore eccessivamente. Infondo basta spiegargli come si fa e si può spostare la produzione la.

O forse trasferirci tutti nel Benin, o in Togo, così la con quattro soldi riesco a camparci bene.

Infondo che differenza c’è tra un capitalista e uno zingaro?

Ecco, lo zingaro ha rispetto per la natura, certo non raccoglie le cartacce, ma non costruisce case, usa quello che trova, vive da parassita delle società stanziali, perché le società stanziali esistono. Non è colpevole, non dal suo punto di vista. Se vedo un fiore posso coglierlo e regalarlo alla mia principessa per vederla sorridere. Se ho fame raccolgo un frutto, se trovo il frutto incassettato e trasportato vicino casa mia, tanto meglio. Cosa mi interessa? Capisco che alla gente da fastidio, quindi prendo ciò che mi serve di nascosto.

Un capitalista ….

 

Bah, è solo un iperbole, non è vero niente, le cose non stanno così, e anche se ci somiglia non mi interessa.

Ma mi piacciono questi voli pindarici, specialmodo il sabato mattino.

Olympic Triathlon. Vieste e Gargano. L’orecchiette, il metano, l’autostrada e Tolentino.

Vieste - Faro

È finita. Gironzolo. Sono soddisfatto. Cazzo è finita, l’ho finito! in 2:34, forse quasi 2:35, ma vabbé, meno di 2:48 estrapolate di SBdT. Pezzi di banana, chiedo se posso prenderne, il viso di chi annuisce è un po’ contrariato, c’è gente che deve arrivare e probabilmente ha consumato di più, non prendere l’integratore è stata una mia scelta, ma al momento non ricordo neanche di averlo nel body, sopra il sedere, così ogni tanto mi ripresento e chiedo un pezzo di banana, e una bottiglietta d’acqua.

Tra l’altro vado nel bar della spiaggia e trovo qualche atleta a fare la doccia, io faccio schifo, come gli altri del resto, così la trovo una buona idea, non tiro giù il body, e non avrei niente per cambiarmi, ma l’acqua fredda è spettacolare, e sto veramente fuso. Tolgo i calzini e li intreccio tra i lacci delle scarpe. Lavo via la sabbia e rimetto le scarpe. Fresco come una rosa. Ora dovrei mangiare qualcosa: i pezzi di banana di cui sopra con inclusi sguardi di rimprovero :), ma ho deciso di non badare a cosa pensano gli altri, è una delle considerazioni sulla mia guerra e tutto il resto che accade.

La frazione ciclistica è conclusa da tutti, quindi zona cambio diciamo che si può entrare, chiedo se è custodita, sì, ma senza garanzie, converso un po’, arriviamo alla conclusione che sia meglio portarmi via tutto prendere bici e borsa, arrivare all’auto, tornare in zona, parcheggiare e trovarmi per il pasta party (orecchietta party).

Così faccio, arrivo in albergo. Uso sempre la strada sbagliata lungo mare, ma questa volta è l’occasione per fare una foto al faro, risalendo per poco non cado dalla bici perché sono consumato e poco lucido. Arrivo in albergo, chiedo se mi può aprire il cancello del parcheggio, “certamente. Come è andata?”, faccio su “abbastanza bene” in modo soddisfatto, no, dovevo dire è andata benissimo, e sono molto soddisfatto, penso che poi gli parlerò prima di partire. Metto su la bici, traffico con vestiti, casco, scarpe, calzini, e tutto. Fortunatamente la polo di Cingolani Triathlon è abbastanza lunga e riesco a tirar via il body e infilare il costume ormai asciutto della sera prima: ho voglia di fare un bagno prima di partire. È quasi l’una, vado che ho fame, esco con l’auto dal parchetto e non ho proprio modo di parlare col gestore dell’albergo. Questa volta faccio la strada giusta, e dopo 2 o 300 metri sono sul lungomare Mattei. Parcheggio e, ciabatte ai piedi, arrivo alla pizzeria Paradisea. Menù “atletico”, mezza mela o mezza banana (mah … perché mezza?!?), birra, bruschetta con pomodori, un piatto di orecchiette. Ad occhio sono metà delle calorie consumate in gara. Così appena buttato giù tutto in ordine sparso (tipo una forchettata di orecchiette ed un morso alla mezza mela …), finisco la birra e sento uno stimolo intestinale (è vivo). Mi fa piacere e vorrei esprimermi in tal senso, trovo un bagno (al solito stabilimento), mi ci chiudo, ma sono semplici espressioni sonore con niente di sostanzioso a seguito. Il che è anche normale. Ma allora faccio il bagno. Sta volta appoggio i panni su di un paletto di plastica che divide 2 spiagge, e mi butto. Più o meno come la sera prima. Piacevole. Ma oggi la vista è luminosa, fantastica. Esco, anche perché si dice che fare il bagno dopo mangiato blocchi la digestione, che probabilmente non è ancora iniziata. Giretto e altre foto lungo la spiaggia, doccia, prendo un caffé, vado verso la macchina, e sul marciapiedi rimetto la maglia: dicono che sia immorale girare a torso nudo per strada se non è molto vicino alla spiaggia e possono farti la multa per immoralezza, così non rischio. Alla macchina mi trovo con il costume bagnato e su la polo, che è rimasta sufficientemente lunga, quindi tolgo via il costume e metto le mutande, in piedi, vicino l’auto. Penso che questo non sia immorale perché essere asciutti mentre si guida è di buon auspicio. 14.47 e parto.

Rifornimento metano. Ma è domenica. Chiuso. Dopo il primo immagino lo sia qualsiasi altro in zona. Tiro diritto per Termoli.

Il ritorno è più veloce, vado di fretta. Ho chiamato a casa e deciso di non rimanere perché, infondo, stare a Vieste per fare un giro nel parco con la bici è da fuori di testa. Chiedo al navigatore, ma ha una voce così secca e fa talmente tanti errori di pronuncia che decido di seguire i cartelli stradali con scritto Foggia o (in verde) Pescara-Bari. È la stessa strada all’inverso. E di nuovo foresta umbra. Silenzio. Inspirare, respirare. Ascolto. L’occhio è così incasinato che non sa dove posare lo sguardo, tant’è la bellezza attorno. Finisce che, un po’ affascinato dal quello che è di fronte, l’occhio si perde la vista della vallata sulla sinistra, e di nuovo la collina boscosa. E poi Peschici. Questa volta non c’è la vista spettacolare che m’ha colto di sorpresa all’arrivo. Invece mi ritrovo a sfiorarla nella rotonda. Fuori dalla foresta Umbra, strada dritta verso Lesina. Sempre paesaggio irreali e carichi di colore. Ancora lago di Varano. Questa volta è salita e il motore sforza un po’. Ma tengo una buona media. Strada veloce, leggo Termoli 6 quando sono vicino a lesina, ma parla del casello autostradale, dal quale nel mancano 36. Sono ancora a metano, poco dopo entrato in autostrada passa a benzina. 30km e sono a Termoli, questa volta arrivo subito al distributore, che, non capisco per quale motivo, mette dentro 10 euro di metano, quando da secco ce ne andrebbero 12 credo. Ma va bene. Decido di arrivare a Porto Sant’Elpidio senza fermata a Pineto. E così tiro fino a che posso, quando mi rendo conto che i riflessi non ci sono molto mi fermo, per un gelato e una bottiglia d’acqua. Di nuovo leggermente frizzante. L’acqua che ho preso dal rubinetto dell’hotel non ho un sapore molto invitante. Esco dall’autogril e rientro perché il bagno è all’interno. Calma, concentrazione, e calma. Parto per PSE. Ancora a metano, esco dal casello e sono ancora a metano, il distributore dovrei cercarlo (penso), ma invece è lì a portata di vista, solo che é chiuso. Spengo l’auto affranto. No, a fianco. Che potrebbe essere un errore. In effetti riparte a benzina. Altro distributore, chiuso, altro, chiuso. Ok, vada per i 40km per casa.

Smonto giù tutto, tiro giù la bici, vedo che ho rotto il reggi guaina per il freno, non so come riattaccarlo, penso attack. Spero venga un bel lavoro, è così bella con tutti i colori … ma ci penserò. Cena. Certo, la cena, ma prima un’ordinata a tutto quello che ho portato e riassetto della panda (su i sedili, su il pianale sotto il lunotto). Bici da passeggio e via per la cena. Ricca, molta roba, e dicono che il pranzo era ancora più ricco (ma mentono sicuramente). Fagiolini con le patate sono uno dei miei piatti preferiti, uno dei motivi per cui è bello che esista l’estate.

Mah … così e cosà, una birra dopo cena, e su e giù, e torno a casa. La domenica è finita.

E ci penso giusto il pomeriggio del lunedì, appena pranzo, lungo sul letto: il cuore non mi duole. Anzi è accelerato, sono sui 62, ma sto molto bene. Il pieno di carboidraiti, proteine paesaggi e buona compagnia l’ha rimesso in sesto. E la guerra … la guerra, beh…

Il fatto è che vivi e nessuno ti dice quale direzione prendere, non hai l’organizzazione che ti prepara la zona cambio, ti dice quali sono le regole, ti danno delle penalità se sbagli, fanno i briefing prima di partire, fanno la spunta per validare la partenza. Niente. Non sai perché tutti vanno e pensi che abbiano una qualche ragione, una qualche istruzione da seguire, credi che loro sì che hanno certezze, loro sanno cosa vogliono fare, e quindi sicuramente sbagliano. Non è così ovvio che sono insucuri, almeno quanto te, che prendo la strada che hanno preso perché suppongano sia giusta, ma non hanno affatto la certezza, che alcune sere, soli, non è che non passino dei brutti momenti come li passi tu, non è che siano così sicuri e forti come li immagini. E non capisci, non capisci gli altri, che il loro offrire aiuto non è saccenza ma, piuttosto, mutuo soccorso.

Così scegli di essere contro. Contro è un ottima direzione. Contro non hai dubbi. Contro non hai responsabilità, né personalità o ego da giustificare. Contro è semplice perché non è una tua scelta alla quale sei tenuto a rispondere, è la scelta degli altri, l’opposto, ma è comunque una decisione altrui. Sei innocente e puro. Così continui a combattere. Hai la sensazione che non ci sia nessun nemico. Mulini a vento. Però è così comodo farlo. Arrivi ad una certa età e rimpiangi i tempi passati, non solo per quello che non hai fatto, ma per la guerra, la guerra era facile, ed era essere giovane. E vorresti tener viva la guerra. Attaccare e distruggere i giganti… forse … ora che sei grande, sei lucido, potresti farlo … mulini a vento … e mah … mulini a vento.

Dalla guerra nessuno esce vincitore. L’unica strategia per vincere una guerra e smettere di combatterla. Ma la sensazione è ancora piuttosto strana ed esotica. Devo farci l’abitudine.