Di nuovo questo discorso di merda. Rompetegli quel gioco.

Migranti muoiono sui barconi. Oddio la morte. Esultare per la morte è deprechevole, eccetera.

Dalla parte dei migranti.

Sei povero, l’Europa è ricca, bisogna elevarsi, trovare una situazione migliore. Qui c’è guerra, e se non c’è fra un paio di mesi ci sarà, oppure è poco più là, e quindi arriva. Qui c’è fame, si lavora ma per pochi soldi, per lo più sfruttati dal mondo ricco che vuole prodotti a poco prezzo, e qui tutti a spaccarsi la schiena. Cosa si fa? Ribellarsi, far rispettare i propri diritti, far deporre il presidente corrotto e prezzolato dalle economie ricche? E sì … come non lo si sa? Appoggiare un gruppo di ribelli, imbracciare un fucile, fucile venduto dai ricchi del Mondo, pagati con le schiene rotte dei nostri padri, per poi arrivare al potere e farsi corrompere di nuovo, e aspettare il proprio turno, che qualcuno venga a spararci alla schiena.

Sei povero, cosa si fa? Andarsene, qui non cambia niente, se non imbracci il fucile tu lo fa qualcun’altro. Vattene.

Ma come? Ci sono diverse vie per l’Europa. Una, ad esempio, è la Spagna, stretto di Gibilterra, facile da attraversare, abbastanza sicuro, spesso percorso da trafficanti di droga, cosa piuttosto richiesta in Europa, ma illegale. Il problema sono i documenti, in Spagna bisogna essere entrati in modo regolare, altrimenti non si ha la patente, ad esempio, così non ci si può muovere, e se c’è un controllo possono arrestarti, si è ricattabili e si è sempre esposti al potere dei prepotenti.

Un’altra via è per l’Italia. In Italia puoi vivere e fare tutto nella quasi illegalità. Ci sono pochi controlli, raramente si è incarcerati, se si protesta si è ascoltati, si sta bene, non è freddo. Il problema è la via. Trafficanti, di uomini, chiedono fino a 2mila euro per attraversare un tratto lungo di mare, spesso calmo, ma a volte non sicuro. I barconi che affondano sono circa il 10%. E una volta affondati non c’è scampo.

Dalla parte degli stanziali.

La proprietà privata è un furto? Lo Stato tassa la proprietà non permettendo di mantenerla, le banche sottomettono le istituzioni facendo impoverire i piccoli proprietari, non sono invece loro i ladri?

Arrivano i migranti e occupano le case, la mia casa, il mio investimento, il frutto del mio lavoro che non avevo speso per usarlo per progetti più grandi. Questo investimento non ha funzionato. E ora fanno pena. Sì, fa pena vedere che muoiono sui barconi cercando di arrivare in Italia.

I morti fanno pena, ma non quei parassiti che sono nella casa che pensavo fosse un investimento. Mi mettono i bastoni tra le ruote. Che pensano di essere migliori? I miei progetti non valgono nulla? La mia famiglia, quello che avevo in mente: buttato per la decisione di non doverli toccare. Perché? Perché non sono rimasti dove erano? Oppure perché non lavorano e non pagano un affitto?

Non vorrei molto, ma mediare. Ecco.


Questa cosa è quella che non farete mai se continuate ad andare dietro ai vari Bossi, ai Salvini, eccetera. Non medierete. Mai.

Purtroppo sono proprio quelli che non c’entrano niente a votare la Lega. Ma d’altra parte nessuno propone di mediare.

Però c’è sempre chi ragiona col culo. O sei Salvini che vuol bruciare i neri nei barconi, oppure parli delle condizioni estreme attraversate dai poveri per far passare in secondo piano tutto quello che gli si giustifica. Nel secondo caso, passano 10 anni, più o meno, e gli stessi migranti iniziano a votare Lega. Ecco, hai creato il circolo vizioso grazie al quale la politica si foraggia senza inventare nuove idee.

Il punto è che bisogna minare le posizioni di rendita, anche quando si tratta di politica. Altrimenti essa si adagia sul solito conflitto, li trovi a litigare nei talk show e alla fine farsi i complimenti: “bella partita”. Avversari, sempre, ma sportivi.

Rompetegli quel gioco.

L’arte del compromesso

Stamattina devo solo correre per 50′, corsa lenta. È mercoledì ed a Castelferretti c’è mercato. Che importa? faccio via del Consorsio poi giro per la strada che porta allo stadio, giro intorno allo stadio. Inevitabile non notare la differenza tra via del Consorsio e la zona stadio di Falconara, molto più tranquilla e silenziosa quest’ultima. Ed inevitabile notare come a livello emotivo incide, anche nel correre si sente parecchio la differenza. Corro sul marciapiedi, le auto non mi disturbano, eppure è una specie di agitazione che si trasmette dal movimento delle auto a me. È lecito chiedersi dove accidenti state andando tutti? Sì, lecito, e la risposta è anche semplice: da qualche parte.

Da qualche parte, comunque un po’ diversa per ognuno. E nessuno riesce a mettere daccordo chi deve andare esattamente dove deve ed esattamente all’ora in cui deve trovarsi proprio lì. È impossibile. Per questo c’è bisogno che ognuno faccia da se. Altrimenti si potrebbero organizzare in maniera tale che uno guida, gli altri semplicemente aspettano di arrivare, si potrebbero predisporre mezzi più grandi delle automobili, di modo da poter far salire un numero maggiore di 4 persone alla volta, e addirittura far specializzare alla guida una sola persona, che per tutto il tempo faccia questo servizio. Servizio pubblico, lo chiamerei.

Ecco, ma nessuno vuol scendere a quel compromesso. E magari trovarsi lì 10 minuti prima o 10 minuti dopo.

Quello che più mi stupisce di noi italiani è la pazienza con la quale riusciamo a stare in fila senza fiatare. Eppure non ammettiamo nessun altro tipo di compromesso. Appena ne abbiamo l’occasione facciamo come ci pare, perché è nostro diritto. Senza starci a pensare troppo se convenga o meno.

Mai ci chiediamo perché si fa la fila. Non sarebbe meglio passare avanti a tutti e farsi servire per primi? Se io fisicamente sono più grosso potrei pretenderlo, no? Allora perché non organizzare le code in base alla stazza? Oppure si potrebbero organizzare tornei di lotta periodici per poter stabilire le priorità nelle code. Non è una cattiva idea. Del resto mettiamo in discussione tutto, perché non mettere in discussione anche le code?

Ah, ma la macchina conviene, comunque

Cosa vuole la ggente

Perché la gggente vuole lavorare, mica leggere proposte strampalate e affrontare processi di selezione inutili. Se allora non avete un piano, e se no siete tipi da avere la velleità e la pretesa di buttar giù un business plan che non preveda stipendi da rockstar, statevene zitti, non disturbate chi il lavoro se lo va a cercare da chi lo sa fare, stop.

E perché sia così non basta fare quattro chiacchiere. Sono un po’ stufo.

Sì ho 40 anni ormai e non mi piace sentirmi trattare da macchietta, ma voglio essere universalista, sono stufo di sentir trattare i “ragazzi” di 25 anni come dei “ragazzi”. Ma dite sul serio? lo credete davvero??

A 25 anni sei un uomo, sei una donna, maturi, solitamente è l’età in cui ci si sposa, si mettono al mondo dei bambini, e a quell’età le donne riescono a pretendere diritti per badare ai figli ed al contempo pensare alla carriera. Perché possono farlo? Perché sono in una posizione sufficientemente di rilievo da averne l’autorevolezza.

Questa si chiama meritocrazia, quella che si guadagna spingendo e dandosi gomitate in faccia quando serve, non è lo spirito santo che viene giù ad ungerti e metterti nel posto che tu meriti perché ne hai le capacità. E chi lo dice?

E chi dovrebbe farla la selezione delle aziende che cercano delle “figure professionali”.

Io. Con questi criteri:

  1. Se cerchi qualcuno lo fai personalmente, ovvero lo fa il direttore del dipartimento o dipendenti che lavorano in quel dipartimento e suggeriscono qualcuno, non deleghi una azienda per la selezione del personale, a meno che questo lavoro non sia fuori dal core business della tua azienda.
  2. Se ti premuri di specificare che l’opportunità ha dei possibili sviluppi di crescita personale, stai semplicemente dicendo l’ovvio per riempire un vuoto o per coprire qualcosa. Non mi frega niente. Ovvio che voglio crescere personalmente e professionalmente.
  3. Cerchi qualcuno che abbia attitudine al lavoro di gruppo? Aria fritta. Ovvio. (A no, scusa, stai cercando qualcuno che lavora su quello che gli pare senza neanche dirti cosa? beh allora specificalo)
  4. “Remunerazione proporzionale alle reali capacità del candidato.” Cosa vuol dire? Devi rispondere prima ad una domanda: CHI STAI CERCANDO? Perché messa così sembra quasi che vada bene chiunque, poi gli dai quello che si merita, oppure forse non hai abbastanza speranza di trovare la persona abbastanza brava, cosicché ti accontenterai del meno peggio. Sembra interessante? Per me è interessante come lo sbiancamento anale o le vicende delle starlet della TV italiana o le partite di calcio. Ossia zero.

 

Analfabetismo funzionale. Ovvero Governo ladro

Governo ladro … e Renzi né è la dimostrazione.

Maratona di Roma

Riprendo questa statistica che dice che solo il 20% degli italiani siano capaci di comprendere un testo.

Nella blogsfera (se ancora la chiamano così) c’è un articolo di Rudy Bandiera piuttosto catastrofista “Siamo un popolo di analfabeti funzionali e, spesso, di idioti

Facebook. 25 milioni di italiani sono iscritti. Ammettiamo che in questi 25
milioni siano tutta la fetta del 20%, cioè che quella persona su 5 italiani
che riescono a comprendere un testo sia iscritta a facebook, anche se la cosa,
ovviamente, non è in relazione. Cioè, ammettiamo che 12 dei 25 milioni di italiani
iscritti a facebook sappia comprendere un testo, ne restano fuori 13 milioni,
che si collegano, evidentemente, per guardare immagini e video, o scambiarsi
messaggi del tipo “ho fame”, “fatto cacca”, “forza XXX” (sostituendo ad XXX una
qualsiasi squadra di calcio), “governo ladro”, etc.

Per esprimere un pensiero complesso c’è bisogno di molte parole. Il 60% degli utenti
facebook si fermano alle prime 10 parole se non trova un “forza qualcosa”.

Ma torno alla disfunzionalità di comprensione del testo. Provando ad esprimere un pensiero.

Stamattina vado a Macerata. Devo fare l’analisi del sangue perché sembra abbiano
trovato una persistente situazione di inversione della formala leucocitaria.
Vuol dire, mi ha spiegato lunedì scorso la dottoressa, che alcuni componenti del sistema
immunitario sono leggermente fuori scala e invertiti, e vuol dire inoltre
che la situazione si è ripetuta (persistente) più volte negli ultimi 2 anni nei quali
ho donato il sangue.

“Vai al mattino quando vuoi, non dopo le 10” mi disse la dottoressa lunedì. Sto
fermo al passaggio al livello per entrare a Macerata 5 minuti. Altri 5 minuti li
perdo al ritorno. Di nuovo passaggio a livello chiuso. Mi viene da pensare che
c’è gente che fa questa cosa tutti i giorni, e penso che sia scocciante, no?

Penso che per percorrere 20km in auto c’è bisogno comunque di un tempo non nullo,
diciamo 20 minuti con il traffico, considerando una media di 30km/h, e considerando
certo, il traffico praticamente inesistente di Macerata.

Tutti i giorni. Se c’è qualcosa che ho imparato allenandomi per una maratona, è che
un piccolo fastidio non può essere ignorato per 42km. Puoi ignorarlo se fai 2km e ti
fermi, ma non per 42. Se la scarpa fa leggermente male all’ultimo dito del piede
dopo 42km quel dito sarà tumefatto, probabilmente anche sanguinante, cambia le scarpe,
i calzini, fai qualcosa, ma risolvi quel “piccolissimo” fastidio.

Tutti i giorni. Tutti i giorni salite in auto e fate code per 20 minuti, un piccolissimo
fastidio. Ma alla fine dei vostri giorni avrete l’umore di merda, lo ignorate, fingete,
ma siete feriti dentro, tumefatti, sanguinanti.

Capita che in questo periodo passo del tempo a Francoforte ed è capitato, inoltre, che
la settimana scorsa alloggiassi fuori, 20 minuti di metro con un cambio.

La metro è noisa, non devi pensare al traffico, puoi portare il kindle e leggerti qualcosa,
controllare le email, o social-cosare su facebook e twitter. A Francoforte va molto.
In effetti il traffico di cui si lamentano i tedeschi è nulla rispetto a quello di …
di Macerata, sì, il traffico di Francoforte è nulla rispetto a quello di Macerata.

Eppure il traffico lo trovano fastidioso, quindi prendono la metro.

E guardo il treno passare lento, probabilmente vuoto e mi chiedo se avrei dovuto aspettare così tanto se fossi stato tra le prime 4 (e uniche) auto ferme prima del passaggio al livello.
Io che non ho un percorso, non ho un abitudine a farmi del male, di poco, giorno per giorno, io non riesco a sopportarlo.

Perché non salire su quel treno invece che farsi abbaiare dal miraggio pubblicitario
di una strada deserta, un deserto della ragione nella quale coltivare un sogno di
libertà che riesce a far ignorare il logorio delle catene che feriscono le caviglie
nell’attesa di arrivare al lavoro dove potersi lamentare per qualsiasi cosa, chessò,
del Governo, di Renzi, della squadra che non va, o il presidente farabutto? Perché no?

Shortest Path to Success. Psicologia e programmazione

Questo blog ha contenuti che si alternano tra la psicopatologia e il faceto, così mi sento in diritto di parlare di psicologia del programmatore.

La programmazione è una attività dell’intelletto, ma consegnare un lavoro e decidere le priorità riguarda molto la parte emotiva. Del resto Agile, Extreme Programming, Kanban, etc, parlano più di metodo, di interazione, di rapporti sociali, piuttosto che di metodologie (i vari manifests dicono: non si esclude l’importanza degli strumenti, ma la persona viene prima …).

Shortest Path to Success. La strada più breve per il successo. È un concetto fondamentale, però si rischia sempre di lasciare questo tipo di approccio per paura di fare qualcosa di sbagliato. Il mantra era “chi prende le scorciatoglie si troverà sempre nei guai“. Non so se c’entra qualcosa di religioso, o meno, so che è una idiozia. Invece la cosa più semplice che funziona e che ha successo è la migliore scelta che si possa fare.

Succede di studiare una gran quantità di concetti, di algoritmi, di modelli e di pattern per la soluzione di diversi problemi, ed è possibile essere attratti dal decidere prima il pattern senza chiedersi se nel caso specifico sia strettamente necessario. Oppure succede di vedere librerie realizzate con un certo schema e, non potendole usare nel caso specifico, aver voglia di realizzarle con concetti simili.

E invece no. La scorciatoia è la strada giusta.

Faccio questo ragionamento prendendo spunto dai trader (quelli che giocano in borsa) e si dilungano sulla psicologia quando il loro lavoro consiste nel cercare di speculare il più possibile. Sembra strano, ma nell’attività di trader la psicologia gioca un ruolo importante. Perché no nella programmazione?

Oggi faccio l’economista de noantri: debito, mercati, pubblica amministrazione, spread

Facciamo un ipotesi.

L’Italia, considerata come azienda, in totale produce 100 MD (MegaDobloni) all’anno, inoltre l’Italia, ancora considerata come azienda, in totale consuma 120 MD all’anno.

Dando queste ipotesi per vere, procediamo con l’appianare questa discrepanza chiedendo aiuto all’estero.

Vale a dire, supponiamo che ogni anno l’Italia chieda un prestito di questi 20 MegaDobloni offrendo come controparte un interesso o degli interessi annui valutati in base a quanto sia verosimile che l’Italia restituisca questi 20 MegaDobloni.

Riguardo al debito si ha spesso una idea piuttosto “casalinga” diciamo, il debito per una azienda è una opportunità di crescita. Supponiamo che un calzolaio riesca a produrre 10 scarpe al giorno con un margine di guardagno del 30%. Questo calzolaio ha bisogno di spendere 70 al giorno per poter vendere 100. In un mercato non saturo il calzolaio potrebbe vendere 100 scarpe (10 volte tanto) se assumesse altre 9 persone, che, supponiamo, costino 25 al giorno. Quindi la spesa diverrebbe 99 * 70 + 25 = 9405 più la spesa per scarpe prodotte comunque, 70, ossia 9475. L’entrata sarebbe 10000, così d’avere un utile di esercizio di 525 al giorno, al posto delle 30. Un bel guadagno, ma effettivamente questo calzolaio non ha questa disponibilità economica. Si rivolge al mercato per chiedere un finanziamento, supponendo che lo ottenga ripagandolo a fine giornata il 4% in più, dovrebbe pagare 10000 * 1.04 = 9854, vale a dire che il suo guadagno giornaliero sarebbe di 146, comunque il 486% in più rispetto al non assumere e non prendere un prestito.

L’esempio non è dei più felici, ci sono molte variabili in una attività vera e propria ma dovrebbe rendere l’idea.

Il calzolaio senza debiti

Ci sono lacune evidenti nell’esempio, ma quella più interessante è sicuramente il “mercato non saturo”

Ma tornando all’Italia, un Paese, considerato come azienda, è in una situazione di “mercato non saturo”?

Ha senso di parlare di mercato saturo solo relativamente ad alcune tipologie di prodotti. Ad esempio la produzione di carozze è un mercato saturo, anche se se ne vendono 4 l’anno. La produzione di yacht di lusso diventa un mercato saturo velocemente.

Dunque è interesse dell’Italia, come Nazione, avventurarsi in mercati non saturi e fare leva con i prestiti il più possibile: più debito == più soldi * leva == più soldi (*!!).

La pubblica amministrazione effettivamente da servizi verso l’interno, non verso l’esterno. Non può essere considerata come positiva per la leva. Non se presa indipendentemente dal resto.

La pubblica amministrazione può essere utilissima se è da supporto alle aziende che riescono a fare leva sui mercati riuscendo ad ottenere successi rispetto ad altri concorrenti lavorando in modo più efficace. (Anche l’assistenza sanitaria gratuita a tutti è di supporto alle aziende: dipendenti sani e felici producono, malati muoiono e vanno formati di nuovi. Detta cinicamente)

Inoltre c’è un altro aspetto riguardo l’esempio del calzolaio, esempio non tanto felice. La leva e il limite del possibile, se il mercato non è disposto a prestarmi a meno del 5%, è preferibile per me non produrre, accontentarmi di 30 al giorno ed essere sempre al margine dei mercati, finire per non avere più risorse per la ricerca, e quindi non potermi avventurarmi in mercati non saturi e smettere di fare impresa. Morire come libero professionista, e divenire professionista dipendente. La differenza tra il costo di produzione e il costo dei prestiti in termini di tassi di interessi è chiamata spread.

(*!!) Tornando a soldi * leva, se la leva è negativa, vuol dire che lo spread è negativo (spread è distacco, in realtà non è mai negativo grammaticalmente), più debito vuol dire più soldi negativi, ossia più povertà.

Riassumo i punti più importanti:

  1. il debito come leva
  2. cercare mercati non saturi
  3. pubblica amministrazione come supporto al sistema produttivo
  4. spread dei tassi tra i costi del mercato e i costi di produzione positivo (e possibilmente massimizzato)

Le soluzioni di Monti, troika e vari think tank: ridurre la domanda interna, abbassare il costo del lavoro, aumentare la produttività e ridurre il costo della pubblica amministrazione. Spaventano. Non avere soldi è una proposta poco accettabile. La pubblica amministrazione come costo: effettivamente il costo qui è inteso come guadagno negativo, vale a dire ciò che non è funzionale va tagliato.

Le soluzioni (?) di Paolo Barnard http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=949. A volte penso ci sia del complottismo nell’aria, o della complottologia.

Effettivamente non credo sia una questione finanziaria, ma di mercato vero e proprio, basta fare mente locale: cosa consumate di più ogni giorno? chi le sta producendo e chi state pagando per averle queste cose?

E il lamentarsi della perdita del mercato dell’acciaio. Ma poi quanto acciaio si consuma? È un mercato saturo? È conveniente? C’è una leva sufficiente?

Cosa dovrebbe fare il calzolaio (a parte le scarpe):

 

Il calzolaio indebitato

Rif.: infografica creata con easel.ly

Ciò che è superfluo è inelegante

E ovviamente sarebbe superfluo dirlo/scriverlo se la mancanza di eleganza non fosse così diffusa.

Prendo la bici, torno. Dovrei mettere dovrei fare cose come mettere a caricare l’orologio GPS, ma non intendo farlo veramente, solo toglierlo dalla bici nel frattempo. Non è indispensabile. Inelegante.

Se sei un triatleta sai che gesti superflui fanno solo perdere tempo. E sono ineleganti anche alla vista. O comunque se sei un atleta sai che il gesto deve essere i meno dispendioso possibile, essenziale, scarno, elegante. Come un vecchio vestito grigio, camicia con colletto coreano e giacca minimalista.

Commenti inutili: “e già infatti”. Inelegante. Sarebbe bastato “già” e un cenno del capo.

Parlando di programmazione il superfluo è controproducente e spesso rende il codice lento, è la principale causa della rigidità al cambiamento, fino ad essere la causa di bug che sembrano inspiegabili.

Non è questione di tirchiaggine o di parsimonia: l’inefficienza è brutta. Il gotico è un ingorgo in centro con rabbia repressa in auto e delitti inspiegabili in casa.

Infilarsi un dito su per il naso tirar fuori una caccola. Essenzialmente utile a respirare meglio. Altro che inelegante.

 

Dove saremmo oggi

Italia 2014. Ma dove saremmo oggi se fossimo meno furbi? E siamo ancora abbastanza furbi?

Ci siamo lamentati, e sentiti presi in giro dopo lo scandalo Gladio, l’associazione denunciata dal presidente Francesco Cossiga, nella famosa autodenuncia, come se il sospetto non bastasse per crederlo vero. Viviamo di illusioni, non possiamo farne a meno.

E così ci illudiamo di essere giusti e buoni, ci illudiamo di “italiani brava gente” per poi stupirci se i libici e gli etiopi ci odiano, perché, pensiamo, abbiamo fatto solo del bene quando ci siamo stati (e ora non ci siamo più? già, ci piace crederlo).

Discorrevo qualche giorno fa con mio padre portando l’esempio dell’Inghilterra, di come una nazione potrebbe funzionare meglio. Se ne esce con la storia delle colonie, e infondo a me non mi va tanto di discutere quando ci si attacca a tesi così irreali.

Poi è uscito il discorso della produzione agricola. E qui non credo che si abbiano le idee chiare. Quanto meno non ci si riflette abbastanza.

Quando si parla di “quote latte”, si semplifica pensando che infondo se una nazione può produrre più latte perché ha le aziende che lo fanno, essa dovrebbe farlo.

Bene, sarebbe così. Ma sarebbe utile che ognuno posso essere retribuito per il proprio lavoro, e il quadro è complesso, o meglio semplici, un semplice compromesso tra vari fattori.

L’Italia consuma molto grano duro, e molto grano tenero. L’Italia non ne produce abbastanza, diciamo, per dare un idea, che ne produce 20 a fronte di un consumo di 100. Si importa, e quando importi devi pagarlo al prezzo di mercato. Ora se il prezzo di mercato fosse 100 la spesa per l’Italia sarebbe 10mila, mentre se il prezzo di mercato fosse 20 allora la spesa per l’Italia sarebbe 4mila, un quinto.

Ovviamente preferiamo spendere 4mila, ma come facciamo?

Semplice: contributi all’agricoltura. Se sei un agricoltore italiano, produrre il grano ti costa 100, ma noi vogliamo che tu produca il grano a 20 così il resto ce lo mette il ministero dell’agricoltura: contributo per la produzione di grano. Inoltre i grano lo compra il ministero dell’agricoltura, e lo offre nel mercato mondiale a 18. Questo fa scendere il prezzo del grano dei Paesi produttori, così da portarlo ai desiderati 20, dall’offerta dei Paesi poveri che si aggira attorno i 30, supponiamo.

Paesi produttori, Paesi poveri, Stati Uniti a parte, è così.

L’Italia consuma abbastanza latte, ma il resto d’Europa usa molto il burro perché lo ritiene, giustamente, un alimento sano (in Italia si è spacciata per salutare l’idea di consumare oli vegetali idrogenati e/o trattati industrialmente, ma questa è un’altra storia). Il nord Europa ha bisogno di latte per farne burro per i dolci e per qualsiasi altro uso alimentare. E ne ha bisogno a prezzi ragionevoli. La produzione di latte in Italia richiede la necessità di mangimi o di produzioni agricole non volte alla produzione di grano, che maggiormente manca in Italia. Non solo, è l’Italia che può far leva su di una maggior produzione da poter offrire a prezzi stracciati sul mercato per ottenere l’effetto dell’abbassamento del costo necessario per il nostro sostentamento. Sono l’Italia e la Spagna sostanzialmente i Paesi europei che possono giocare questo ruolo, e per di più sono i Paesi che più ne traggono beneficio.

L’Italia è un Paese industriale, o quanto meno cerchiamo di produrre macchine e tecnologie necessarie per aumentare la produttività.

Ma il costo dei prodotti diminuisce, così vorremmo pagare meno anche i lavoratori, in più, se andassimo nel Benin, in Togo, in Ghana, Nigeria o chessoio, potremmo pagare il personale un quinto di quanto lo si paga qui, o forse anche meno, perché la loro alternativa è quella di lavorare per chi coltiva grano per farselo pagare 30, e quindi non vuole pagare il lavoratore eccessivamente. Infondo basta spiegargli come si fa e si può spostare la produzione la.

O forse trasferirci tutti nel Benin, o in Togo, così la con quattro soldi riesco a camparci bene.

Infondo che differenza c’è tra un capitalista e uno zingaro?

Ecco, lo zingaro ha rispetto per la natura, certo non raccoglie le cartacce, ma non costruisce case, usa quello che trova, vive da parassita delle società stanziali, perché le società stanziali esistono. Non è colpevole, non dal suo punto di vista. Se vedo un fiore posso coglierlo e regalarlo alla mia principessa per vederla sorridere. Se ho fame raccolgo un frutto, se trovo il frutto incassettato e trasportato vicino casa mia, tanto meglio. Cosa mi interessa? Capisco che alla gente da fastidio, quindi prendo ciò che mi serve di nascosto.

Un capitalista ….

 

Bah, è solo un iperbole, non è vero niente, le cose non stanno così, e anche se ci somiglia non mi interessa.

Ma mi piacciono questi voli pindarici, specialmodo il sabato mattino.

Il popolo italiano dei quarantenni bamboccioni

Ora questa non è autocritica, cosa che personalmente trovo inutile, è solo constatazione dei fatti.

Posto che la moneta è un mezzo che ha fiducia o non ha fiducia, l’atto del governo presieduto da Giuliano Amato, cioè il prelievo forzoso dai conti correnti, ha ben altro significato rispetto a quello analizzato dal blog ilsignoraggio.it (http://www.signoraggio.it/quella-notte-del-92-in-cui-giuliano-amato-prelevo-dai-conti-correnti-degli-italiani-senza-avvisare/). E il significato è quello dell’usurpazione del ruolo di spauracchio alle banche, vale a dire, visto che il denaro è gestito dalle banche, esse possono stabilire (influenzare) quanto vale, così da poter guidare l’economia. Ma se anche il governo può stabilire chi lo possiede, allora la palla torna in mano al popolo. O no. E infatti no, perché comunque è usato come vettore di paura, cosa che rende i mezzi dei governati dei bisturi che tagliano il superfluo, piuttosto che acqua e letame che favorisce la crescita. Sembra che la battaglia continui tra minacce a chi usa meglio il bisturi col risultato che il corpo molle, morente ed in putrefazione si riduce sempre di più, tanto che non c’è più niente da spolpare e quel poco che ne rimane è marcio.

Ecco però si affaccia l’idea che tutto questo sia dovuto all’accidia dei quarantenni. Bamboccioni. Anzi, farabutti, incivili e ladri. Loro sono i responsabili della classe politica. È il popolo che ha voluto quella classe politica al potere. Il popolo l’ha eletta. Un popolo ha il governo che merita.

Ma guardo mio padre e non è così. Non è il nostro carattere. Non è il loro carattere. Mai a mio padre sarebbe passata per la testa l’idea di essere disonesto, ma ancora più lontano gli sarebbe passata l’idea di dirmi di comportarmi in maniera disonesta. Ne a me, ne ai miei fratelli, e neanche a chiunque altro conoscesse.

E per quanto riguarda il darsi da fare, per il portare a termine un lavoro, per lo svegliarsi al mattino, trovare una soluzione e realizzarla. E per il guardare al domani, tranquilli per ciò che si è fatto oggi. Ecco, per tutto ciò, i miei genitori hanno speso una vita d’esempio, dove il lavoro non è sfruttamento, ma opportunità, è stare assieme, e trovarsi in sintonia nel realizzare qualcosa di utile, perché così gira il mondo, perché è il viaggio che conta.

Ma allora da dove siamo usciti noi bastardi, figli di madre ignota (e di padre altrettanto ignoto)?

Ripetono che i politici sono il prodotto di chi li ha votati. Ma il potere ha in mano i mezzi di comunicazione, e il popolo vota in base a ciò che conosce. Ciò che conosce è ciò che gli viene fatto sapere. Ciò che pensiamo è ciò che loro vogliono che noi pensiamo. Le nostre opinioni non sono importanti, per loro, visto che sono esattamente le loro opinioni.

I sondaggi, poi, sono la truffa più subdola che si possa immaginare. Le domande hanno delle possibili risposte, e tipicamente qualsiasi idea aliena non viene pronunciata dall’intervistato perché portato a conformarsi a ciò che va per la maggiore.

La polarizzazione (il famoso sistema bipolare) è un veicolo tramite il quale nessuno può permettersi si deragliare: ci sono 2 binari, corrono paralleli, o sei su uno o sei sull’altro.

Ma i binari hanno una sola direzione. Quella che hanno deciso loro. Che tu sia sul binario di destra o che tu sia sul quello di sinistra, ciò che cambia è solo il panorama.

Fino ad un certo punto Andreotti, Forlani, Craxy, ed i politici di quell’epoca hanno tenuto un certo contegno, avevano addirittura il vizio della cultura, usavano leggere, e usavano, pensate voi, scrivere! Ma non di quei libri da ghost writer o da diario di pippicalzelunghe che nessuno mai si metterebbe a leggere perché chiaramente una perdita di tempo (perché in realtà non sappiamo più leggere ed è difficile per noi giudicare). No, dico, Andreotti parlava dell’impero romano e di argomenti storici d’un certo rilievo, scriveva robe del genere, leggeva altrettanto.

Poi qualcuno ha scoperchiato il vaso di Pandora, ed esce un Cirino Pomicino, un po’ buffo, a dir la verità, con i materassi imbottiti di soldi. Così tutto l’idillio sparisce e si riconoscono gli uomini nella loro pochezza e nella loro falsità e si fa un fascio d’ogni erba. Sì, tutti ladri. Con il bell’appoggio della cultura da stadio (cultura????) con le urla da morti di fame (sì, tiravano le centolire perché valevano ancora meno di quello).

Non avevo vent’anni, ma mi ricordo di aver approvato quei gesti, sì, un bastardo figlio di madre ignota. Non so come, qualcuno parla della televisione, ma forse non ha neanche torto. Ma tutti, in fondo, gli abbiamo dato ragione.

Sì, infondo anche i miei genitori, anche se un po’ sentivano che era sbagliato usare violenza, che c’era qualcosa che non andava nel modo, infondo non gli davano tutti i torti.

Babbo ancora oggi ripete: io il padrone non l’ho mai sopportato. E così è sempre stato imprenditore. Se ne deduce che non si dovrebbe sopportarlo (e neanche dovrebbe sopportare se stesso). (In effetti non è facile sopportarlo, ma questo è per altri motivi).

Non si accetta che l’amministrare sia un lavoro, o meglio che l’amministrare sia un lavorare insieme. Non si vede, quindi si pensa che non si lavora.

Così è naturale dire che i politici siano tutti ladri. O tutti mafiosi.

La sostituzione è stata fatta per rimpiazzare i troppo dotti, quelli le cui parole non si capiscono, per mettere quelli un po’ più comprensivi, quelli che parlano coi rutti, per intenderci. Oppure quelli che sbagliano i congiuntivi.

Ignorante ma onesto. Così si dice.

Onesti, ma ignoranti. Così si fottono, si fanno fottere, e fottono tutto e tutti.

E onesti non lo sono più.

Ignoranti lo siamo ormai. Noi abbiamo sostituito loro e loro hanno cambiato noi.

Non è la necessità che porta ad essere disonesti, ma l’ignoranza.

Non si ruba al supermercato perché si ha bisogno e non si arriva a fine mese.

Si ruba al supermercato perché si è disonesti.

Le persone oneste in stato di bisogno non rubano.

Le persone oneste in stato di bisogno fanno la rivoluzione.

Se Steve Jobs fosse nato a Napoli nel 2012, sarebbe ancora vivo

E invece Steve Jobs è morto.

Antonio Menna scrive un libro ipotezzando la vita di uno Steve Jobs nato a Napoli (o provincia), si chiama Stefano Lavori … ok, ha già fatto il giro del web più volte, è storia.

 

http://antoniomenna.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/ questo è un suo post, che poi è diventato un libro:

 

http://www.ibs.it/code/9788820052409/menna-antonio/steve-jobs-fosse.html

Bene, penso sia abbastanza come endorsement. Sicuramente sarà un libro divertente, e divertirsi è sacrosanto, doveroso e utilissimo.

Ma ecco cosa non mi convince del parallelo. Steve Jobs è vero che ha creato il primo PC partendo dal garage dei genitori, senza soldi, in una provincia americana e via dicendo (ho dei dubbi riguardo al garage, molti immaginano il garage dove i genitori tenevano le auto, in realtà il padre di Steve era meccanico, penserei piuttosto ad un officina quando si parla di garage, ma è un mio punto di vista). La parte importante però è che Steve Jobs si diplomò nel 1972.

A Napoli, nel 1973 esplose un epidemia di colera. Mentre in California i figli dei fiori ancora scorazzavano convinti della loro rivoluzione, vivevano in delle comuni dove si sperimentava la condivisione e differenti modelli di società (questa cosa è accaduta anche in Italia e col ’68 sono finite le barricate, non le comuni), e dove il cinema portava soldi in una terra non ricchissima, ma con un bel po’ di petrolio da estrarre da sotto (cioè ricca).

In una federazione, gli USA, dove la cultura non era un ospite inusuale, la scolarizzazione era a livelli ben più elevati e diffusi rispetto a quello che poteva essere l’Italia degli anni ’70, per non parlare del sud Italia (ma escluderei la città di Napoli per questo aspetto).

Ecco, il parallelo non ci sta.

D’altra parte mettiamo sia successo ora. Cioè ora Stefano Lavori inventa … cosa? un pc? C’è già, non è molto sensato ipotizzare questo … ma seguirò un mio ragionamento ora, diverso.

Supponiamo che Steve Jobs fosse nato a New Delhi, no, anzi, in una provincia di uno statarello di quel centinaio che formano l’India di oggi. Oggi, esatto. Le epidemie in India sono tenute sotto controllo, non è che non accadano, c’è un ottimo pronto intervento e sono debellate sul nascere.

Questo Steve, non so che nome dargli, diciamo iSteve (visto che è indiano, lo smartphone non c’entra niente), è appassionato di statistica, ha ottimi voti in matematica, ma non riesce ad accedere all’università, perché un monsone gli porta via la casa dei genitori, torna e si mette a riscostruirla, perché ci tiene, rimette su l’azienda (non era proprio un morto di fame uscito dal nulla, ma neanche un figlio di papà), usa internet per promuovere i propri prodotti, gira per internet e viene a sapere dell’hype attorno i Big Data, capisce si tratta di statistica, guarda caso la sua passione. Inizia a frequentare forum, scrive qualcosa, trova altri appassionati e squatrinati, decide di invitarli a casa a lavorare e, nel frattempo, lavorano sui big data.

Fondano una azienda (ora le chiamano startup) che propone soluzioni innovative e consulenze pagate oro riguardo lo sfruttamento e l’analisi dei big data. Il villaggio dove vive diventa un centro nevralgico dello sviluppo software, dove altre aziende nascono e si occupano un po’ di tutto.

In Italia, nell’Italia di allora, quella del ’76, sono successe cose ben più eccezionali, ma non si ha la penna, ne la voglia per raccontarle. Per esempio la Olivetti era in concorrenza con Apple Co. e con IBM sul campo dei personal computer, con tecnologia sviluppata in Italia, vergognandosene a quel tempo.
Cosa dovrebbe inventare oggi Stefano Lavori non ne ho idea, ma di certo ne sentiremo parlare, forse sara figlio di un iraniano, adottato da una famiglia della provincia di Caserta, forse non si chiama neanche Stefano Lavori, ma Luca Aiello (per fare un nome un po’ più tipico), forse non sa neanche che se ne racconterà qualcosa, o che qualcuno ne scriverà una biografia.
Il fatto è che l’Italia ha aspettato 50 anni per celebrare Adriano Olivetti, forse si aspetta troppo per accorgersi dell’eccezionalità, si sottovalutano le idee ponte, quelle che portano a, le possibilità che vanno verso altre cose, a volte si smette di credere in qualcosa pensando di aver fallito, a volte non si considera il proprio lavoro come la base dalla quale partire per sviluppare ciò che avrà successo.
Ecco, non mi va di dire che noi italiani siamo sempre pronti a smontare e criticare le idee, perché di questo ce ne è bisogno, di senso critico, è indispensabile. Preferisco invece dire che bisogna faticare, e non smettere di pedalare.
A proposito, giorni fa cerco Unione Ciclistica Tolentino, e parlo col presidente. Mi dice che “A volte è venuto qualche giovane, negli ultimi anni. Provano a fare qualcosa, ma poi la bicicletta è faticosa. Durano poco. In passato abbiamo avuto qualche campione, qualcuno che ha vinto. Non so se conosci …”.
Già, è dura pedalare, ma per qualcuno vuol dire essere un campione, e non sai se quel qualcuno potresti essere tu, non lo sai se non ci provi.