E della majonese ricordo le uova

E della alimentazione ricordo cose.

In Germania mi stupisce dei tedeschi il loro mangiare senza pane. Sono un italiano, è evidente.

Di Würsteln ce ne sono di tutti i tipi, e anche questa è una cosa da notarsi: la totale fiducia nel prossimo.

Sostanzialmente macinano la carne e la insaccano in piccole porzioni, e tutto questo va benissimo perché è pratico. E non è una moda degli anni consumistici. Ogni città ha la sua ricetta per le salsicce, non tutte le città effettivamente, ma spesso una ricetta prende il nome di una città tedesca (o austriaca, ok, il Wienwurst, per esempio).

Succede anche in grandi porzioni: uno stufato di carne mista macinata e poi affettata per essere messa nel mezzo di un panino viene offerta a 2 euro tutti i martedì dal supermercato Edeka.

Il pane, sì, per i pasti veloci è usato, ma un po’ un’americanata. Se hai un minimo di classe mangi la carne, e basta. E mangi poco. Casomai metti un contorno. Fine.

E sulla majonese. Ovviamente, è bandita dalla carne, sei strano se la chiedi ed è difficile che per strada abbiano il dispenser anche per quella. Ma di gente strana ce n’è, come il mio collega Sebastian, di origini russe (la usa come scusa per giustificarsi nel mettere la majonese, è tedesco in realtà).

E sui tedeschi di Ucraina, ovvero tedeschi della Bessarabia, ricordo questa cosa che cosomai qualcuno l’avesse letta nei libri di storia, spesso è sfuggita. Essi emigrarono dalla Germania durante il 1800, dal sudovest e dal nordest della Germania principalmente, e nella regione tra Ucraina, Romania e Moldavia si stabilirono come coltivatori.

Per una qualche ragione tornarono durante il Terzo Reich, 1940, forse perché quella regione fu invasa.

La Prussia, cioè la regione nord-orientale della Germania, corrisponde oggi per gran parte alla Polonia, che al tempo della seconda guerra era un territorio molto più piccolo. Sostanzialmente per aver perso la guerra, la Germania non fu divisa in 2, bensì in 3 parti, e una di queste parti appunto è l’ovest e il nord della Polonia (Prussia orientale).

E sulla Polonia ho questa cosa che mi viene in mente, cioè la lingua. Se il tedesco è complicato perché ci sono le declinazioni negli articoli dei sostantivi in base all’uso (nominativo, accusativo, dativo e genitivo), in polacco queste declinazioni sono anche nei sostantivi stessi, che variano le desinenze in base all’uso che ne viene fatto. Ci sono casi in cui questo fenomeno accade anche in tedesco, ma sono meno frequenti e piuttosto circoscritti (al genitivo sostanzialmente). Se apro wikipedia trovo che il polacco ha 7 casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, strumentale, locativo e vocativo. Strumentale e locativo corrispondono al latino ablativo (come se poi questa cosa dovrebbe informarmi meglio … non conosco il latino, mai stato in lato)

E questo è tutto quello che posso dire riguardo la majonese e i tedeschi della Bessarabia.

Ma a proposito del ketchup, non sapendo nulla della sua storia, posso ben dire che è l’alimento più pericoloso del mondo, contiene più del 20% di zuccheri raffinati, ed veramente sconveniente questo pastruglio appiccicoso mieloso e acido.

E sulla senape il mio indirizzo è verso quella forte, che ti spacca il naso e ti apre in due o tre, a seconda delle fratture già presenti. Seppure sarebbe da preferire la dolce per il Weisswurst, e la forte per il Rindwurst perché ha un sapore più forte.

Il Rindwurst è spesso speziato, credo sia un’esigenza nata per soffocare il forte odore di bestiame della carne. È una cosa che lo rende particolarmente in sintonia con i gusti dei turchi, e anche con i miei. A volte bisogna essere daccordo sul mangiare. E del resto neanche il kebab non è così male.

E le bollicine, che sia birra, possono accompagnare solo.

Buon 20 Agosto a tutti.

 

ref.
https://it.wikipedia.org/wiki/Tedeschi_della_Bessarabia
https://de.wikipedia.org/wiki/Bessarabiendeutsche la versione tedesca è più completa, ma è in tedesco!
https://it.wikipedia.org/wiki/Minoranze_di_lingua_tedesca
https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_polacca
http://slideplayer.it/slide/9433093/ (come cambiano i confini polacchi)

Basta casino, qui dobbiamo divertirci

Che poi essere accostati a Salvini è triste.

Vengo da una famiglia agiata, cioè da una famiglia con 4 figli da far crescere, 2 aziende da mandare avanti, 5 o 6 operaii da far campare, con un reddito familiare di 12 milioni dove tutto si mischia e si finisce sempre col far colazione con i biscotti scaduti e pranzo con il pane del giorno prima (mia madre avendo il forno vendeva il pane e non conveniva darlo indietro).

Certo agiata perché di imprenditori, ma non è vero niente. In realtà quello che è stato crescere lì è imparare che nella vita se vuoi un cambiamento devi farlo. Se vuoi migliorare la tua situazione devi farlo. E che se chiedi ad altri finisci per prenderti delle fregature memorabili.

Forse un po’ diffidente, questo lo trovo un difetto. Ma per il resto non trovo che l’atteggiamento sia sbagliato.

D’altra parte mi sono trovato sempre a disagio con gli amici, proprio per questo modo di ragionare. Non c’è mai stato un discorso ragionevole che si potesse portare avanti, mi sono sentito sempre un po’ alieno.

Riguardo la politica ricordo i commenti di babbo e zio di fronte a “tribuna politica” quando parlava Fini, molto giovane e non a capo del suo MSI. Mio padre disse “eh però, come discorsi sono piuttosto giusti, parla bene”, mio zio: “sì però non fa un cazzo come tutti l’altri”, “e allora a chi voti?”, e mio zio: “a stocazzo”. Non si è mai capito chi votasse mio zio effettivamente, su alcune cose era veramente snervante.

Sì, è vero. Votare è una cazzata. È come ammettere che si possa chiedere ad altri di cambiare la propria situazione, e questo è in contraddizione con l’atteggiamento che abbiamo assorbito in famiglia.

Quindi sebbene Salvini faccia discorsi sensati, lo fa per avere consenso, e sedersi in Parlamento a fare quello che ha fatto finora. Nulla. Del resto qualsiasi discorso si limita al “non va bene …” e sostituisce ai puntini qualsiasi cosa che sembra ingiusta, e spesso lo è.

D’altra parte, sì, quella del “salviamo tutti gli uomini in mare”, la proposta si limita a “non va bene che la gente soffra”. Senza considerare che se la gente ci marcia su questo, consapevolmente o meno. Si finisce per autoconvincersi che sia il mondo ad essere avverso, senza considerare che spesso la stessa situazione è superata dai più senza fare grandi tragedie, e senza fare gesti inconsulti.

Tutti abbiamo problemi, andiamo a sbattere contro un’auto che ci viene addosso, tutti dobbiamo combattere con chi pretendere di avere ragione quando ha evidentemente torto, tutti.

Eppure a volte assumiamo atteggiamenti del tipo “non va bene che sia così”, e a volte invece accettiamo la sfida e non lo facciamo essere così.

Cioè, insomma, indignarsi è una cazzata. È un atteggiamento fine a se stesso, è la pretesa di far pena ed essere coccolato per le proprie ragioni. È come chiamare la mamma, raccontare cosa è successo e chiedere “chi è che ha ragione?”, e prendersi 2 schiaffi a testa, con infine il commento “smettetela di litigare”.

Ecco, in conclusione alla riflessione vorrei che mi resti questa immagine ogni volta che mi indigno: un paio di schiaffi.

Ed ogni volta che leggo qualche ragionamento di un indignato e provo a seguirlo, di nuovo: un paio di schiaffi.

E non s’ha mica tempo per questi piagnistei, dobbiamo divertirci.

P.S.: Molti sono incoscienti e si indignano, i politici non lo sono e ci giocano sopra. Per dire, Matteo Salvini è sempre pronto a fare sue battaglie di giustizia sociale dove di mezzo ci sono gli immigrati, a dichiarare di appoggiare Casapound, e a simulare atti violenti che in prima persona evita sempre di fare. Lui è sempre innocente, ma fa nascere nell’immaginario di chi lo segue l’idea della lotta, del poter minacciare qualcosa. In realtà, dopo le solite parole “armiamoci e partite”, è al bar a prendersi un caffé con l’avversario politico o anche con l’immigrato irregolare che lavora in casa a mettergli a posto il giardino. È tutto ok. Perfettamente italiano. Il post era su Salvini, e così mi viene in mente lui, ma la cosa è applicabile a tutti. “ma non fa un cazzo come l’altri”.

Sono il figlio del Re. Fanculo.

Che diritto hai tu di vivere qui e per quale merito?

Ho diritto perché ci sono nato, e il merito nessuno.

Esistono diritti di nascita, facciamo finta che non sia vero solo per vivere nelle favole, ma esistono.

Ed esistono soprattutto nelle favole, per dirla tutta, ma questa è un’altra storia.

Quello che hai, la storia attorno, le condizioni della tua città, i rapporti, le conoscenze, l’idea che hai dei tuoi diritti, il tuo modo di comportarti, come saluti, quando ritieni di poterti arrabbiare, tutto. Tutto questo fa parte della tua cultura, fa parte di ciò che è cresciuto con le generazioni precedenti, ed esistono diverse culture.

Esistono diversi modi di regolare i rapporti umani, e diversi usi e costumi. Non sono tutti compatibili.

Se sono migliori o sono peggiori è spesso difficile da dirsi. Ma evidentemente esistono.

Non si possono tagliare fuori questi argomenti dalle discussioni e pensare che si vive comunque.

I vecchi modi di dire erano “se c’è spazio per 10 c’è spazio anche per 11, e se ce n’è per 11, ce n’è anche per 12”, ma davano per assunto che chi arrivava non veniva dall’altra parte del pianeta con i suoi usi e le sue esigenze.

Qui c’è spazio per tutti, ma il “qui” è un concetto molto ampio.

Non c’è bisogno di azzuffarsi per entrare in questo Paese e voler stare tutti qui, un pezzettino di marciapiede ad ognuno, oppure in UK che sia.

Per quale motivo i sogni sono omologati?

Perché si è di un Paese povero, e si sogna la vita agiata dall’altra parte? Omettendo ovviamente tutte le contingenze e le regole che sarebbe necessario rispettare. Nei sogni, sì nei sogni.

Finiamo sempre col pensare che chi è povero è un incapace, limitato, che ha bisogno di aiuto, e se qualcuno mette in discussione questa cosa allora è razzista. E perché non dovrebbe essere il contrario? Perché il razzista non dovrebbe essere quello che assume, presume (cioè ha dei pregiudizi) riguardo alle ridotte capacità degli immigrati?

E quando hai capacità pari a quelle degli altri, puoi certo essere in uno stato di necessità e chiedere aiuto, ma non certo identificarti in un gruppo di persone che hanno bisogno di aiuti, una cultura a parte, che ha bisogno di essere integrata.

Se è questo che pensi, c’è posto per tutti, ma da un’altra parte.

Si è liberi di viaggiare, e questa libertà è sacrosanta. Se non ti trovi bene nella tua situazione, nella tua cultura, vattene.

Se la gente che ti circonda non ti somiglia, se credi che si può vivere meglio altrove, fallo.

Ma fallo rispettando le regole. Riusciresti, con le capacità, ad ottenere un buon lavoro in un qualsiasi Paese, più o meno sviluppato. Con le capacità. E se non le hai c’è poco da fare: non è il mondo ad essere sbagliato, ma tu a non saperti adattare.

D’altra parte quale è la proposta, quella oltre la protesta? In realtà non esiste, ma supponiamo esista, si parlerebbe di “dare la possibilità a tutti di essere nati qui”, e come si potrebbe fare?

Immaginiamo un mondo dove un ragazzo di 13 anni ha consapevolezza del posto disgraziato dove è nato e non accetti questo fatto. Gli dobbiamo dare la possibilità di essere nato da un’altra parte, da un’altra donna. E così si trasferisce a casa di Joseph e Annie, una coppia olandese che ha un solo figlio, ma potrebbe benissimo averne due, per quanto se ne può sapere, come sarebbe andata se ne fosse arrivato un altro? Eggià. È così, è un diritto del resto.

Ovviamente ci sono cose che naturalmente accadono e non esistono normative affinché queste non accadano. Non sono né giuste né sbagliate. Se le vogliamo chiamare sfortuna o fortuna facciamolo. Ma cosa cambia?

Ed è come nell’introdurre una novità in un software. Se provi a non accettare l’esistente e pretendere che tutto sia rinnovato di colpo, il software muore, la clientela se ne va, e nessuno finanzia il cambiamento. L’esistente va accettato.

Si può poi tracciare una strada per il cambiamento, e percorrerla.

Altro che gridare “razzisti”. Facile. Oppure dire “invasione”. Altrettanto facile. Invece decidere quale è la direzione, e giorno per giorno percorrerla, senza lode e senza infamia, senza essere eroi ma lavorando a piccoli passi, di questo non si è capaci più. In un’epoca in cui basta un click, ed ora un tap, perché dovremmo fare piccoli passi, controllare e aspettare, e riconoscere d’esserci sbagliati, … e tutto, insomma?

No, molto più facile urlare frasi fatte. O sei con me, o sei contro. O con Salvini, o con il medico squattrinato che salva il mondo.

Mai un ragionamento, mai una riflessione fuori dalla viuzza stretta dell’idiozia su binario unico (e un treno contro l’altro).

Ditemi che differenza passa tra il rifiutare la realtà puntando il dito verso un fumoso “sistema”, e il girarsi dall’altra parte e fare finta di niente.

Di quanto siete sicuri che i vostri sogni non siano gli stessi di chi non si unisce al coro da tifoseria?

“””
…e scrive sui muri NOI SIAMO TUTTI UGUALI ma prega nel buio “La sorte del più debole non tocchi mai a me”
“””
cit. L’uomo sogna di volare. Negrita.

 

Giornataccia, eh??

No. All’estero non ti incazzi. All’estero accetti le regole e fai quello che ti dicono di fare. Non discuti. Non ti metti a contestare qualsiasi cosa. E non vuoi la pillola indorata, vuoi sapere l’esatta dimensione della supposta, perché puoi decidere di accettare o meno, con coscienza.
Ma è diverso.
Perché lì le regole ci sono e sono rispettate, e non succede che qualcuno non rispetti i tuoi diritti dopo che gli hai citato l’articolo che ne parla, no, non ti chiudono il telefono in faccia.
 
E questo è un effetto a catena. È per tutto così. Qui tutto è un’incognita. Ognuno fa quello che vuole. E nessuno può fare affidamento su nessuno.
 
Il lavoro è pagato poco? Ma come si può fare affidamento su una persona assunta? Se poi non è diligente? (Presunzione d’indolenza.)
 
Semplicemente non funziona. Inutile parlare della buona fede e dello scommettere su questo Paese. Sono soldi persi.
 
E se poi pensi che sta andando, che hai risolto qualcosa, non è vero niente. È solo un compromesso, è solo una pezza che hai messo per tirare avanti, fra 2 mesi si ripresenta qualche altro problema e se di nuovo al punto precedente.
 
Gli imprenditori se ne vanno. I lavoratori qualificati se ne vanno. Rimangono gli immigrati, talmente abituati alla corruzione dalla quale provengono, che questo è il paradiso a confronto. Benvenuti, ma no, non è il paradiso, è solo un gradino più su, è solo tirare fuori la testa dal letame nel quale stiamo affogando. Si sopravvive e non si affoga.
 
Davvero, quanto manca che per avere un certificato devi corrompere il funzionario? E che se vuoi passare prima in un concorso devi pagare qualcuno? Ci manca qualcosa per essere Africa.
 
E no, non ci piace l’Europa, ma siamo africani, africani con la spocchia di essere meglio. Corrotti peggio del peggio. La mafia è solo una filiale di tutto il sistema, semplicemente usa metodi più violenti, ma la corruttela è la stessa, o forse addirittura minore. Ed è tipica la replica dei mafiosi: “cosa vuol dire non ammazzare se sei un uomo di merda? se non mantieni la parola sei peggio di un cane rabbioso, e come cane rabbioso vai ammazzato”
 
E non è colpa del caldo. È la stessa merda anche d’inverno.

Liberate Budeikin. Imparate a fare la guerra, piuttosto

«Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza».
Nessun messaggio per i genitori, uno per gli adolescenti: ecco cosa stai cercando. Trova il modo di ottenerlo: facile, finto, difficile, lungo, breve, immediato, duraturo. La rosa è ampia.
Sono scelte. Non sono gli altri ad risponderne, qualsiasi esse siano. Il fatto che il tipo sia in carcere non riporterà in vita le vittime (di loro stesse).

Proviamo a vedere perché si calvalca lo scandalo esagerando con i numeri, piuttosto. UK è la prima che mette la cosa in evidenza e lancia l’allarme. Il controllo di internet forse prima aveva qualche oppositore, ora ne ha di meno.

Perché? il messaggio è: state attenti ai vostri ragazzi. Non potete. È così. Faranno scelte che vi piaceranno e gli darete importanza, e scelte che non vi piaceranno, e direte che non valgono nulla (anche senza dirlo). E nessuno può cambiare il fatto che gli adolescenti scelgano, e nessuno può cambiare il fatto che i genitori approvino o disapprovino. Dal momento che c’è un distacco, ci sono contrasti. Siate preparati a fare la guerra, piuttosto.

I genitori non saranno più l’unico punto di riferimento, saranno sempre genitori, comunque. I figli non diventano figli di altri, non vengono adottati dalle persone che si troveranno ad ammirare durante le loro scelte. Perché non abbandonare queste paure? Perché temere, da figlio di sentirti un traditore quando scegli qualcosa per te, ma disapprovato dai genitori? Perché si pensa di non poter apprezzare intellettualmente di più un professore rispetto al proprio padre? E perché un padre si sente tradito da questo? Perché una madre pretende di avere il posto affettivo insostituibile e protettivo (per sempre)?

Perché gli psicologi insistono nel risolvere i problemi in famiglia? È così difficile riconoscere quando è la famiglia stessa a crearli?

I pericoli non sono  in internet. Il pericolo è di perdere parte dell’umanità bloccata nella non-scelta di dover accontentare gli altri prima ancora di pensare a se stessi.

Collegamento gambe <-> cervello

Oggi mi esplode il cervello, ovvero, mi stanca proprio riuscire a capire il codice che sto modificando, non riesco ad entrare nella testa di chi l’ha concepito, sono troppe informazioni da accumulare, così decido continuamente di prendermi delle pause. In realtà sono 2 giorni che non ne vengo a capo.

Quindi piuttosto che pause, la mia idea è questa: prendo degli appunti e mi do delle risposte, eventualmente lacunose, forse sbagliate, ma fisso dei punti semifermi.

Prendo a prestito questa metodologia da GTD, Get Things Done, il metodo per organizzare il lavoro e i vari task, da qualche parte in quel libro si dice che nelle prime fasi, nell’ideazione di un progetto, è meglio scrivere quello che si vuole fare, le fantasticherie spesso zoppicano e non è evidente.

Epperò mi viene in mente un altro collegamento. Mi capita di leggere osservatori ignoranti che criticano i cliclisti che vanno in frequenza, tipo “cosa pedali veloce se sei sempre lì”. Basta conoscere un po’ di fisica e di biologia per capire che maggiore è il numero di pedalate, minore è la potenza necessaria ad ogni pedalata. Oppure, detto in altra maniera, a parita di potenza della gamba con l’aumento della frequenza c’è un aumento della potenza espressa per il movimento.

L’analogia quindi è che la mente, grazie agli appunti scritti, riesce ad esprimere più potenziale, a parità di potenza computazionale. Calcolo + memoria = ragionamento (penso sia qualcosa affermato da Ada Lovelance durante una delle presentazioni della macchina analitica, circa un secolo fa’). E aumentare la velocità con la quale si fanno aggiornamenti della memoria aumenta la capacità di ragionamento.

Ma c’è di più, a livello macroscopico, la cultura umana stessa è una specie di memoria sulla quale l’umanità, come se fosse un immenso sistema di calcolo, scrive continuamente, ed amplia, e migliora.

Ecco, mi andava di spaziare, di appuntarmi questa cosa, per me, a futura memoria, di quando mi troverò in difficoltà ad affrontare qualcosa: trovare appoggi, anche non veri ma verosimili e credibili, e andare a piccoli passi.

E comunque è una scusa per cuocere 2 uova per la pausa di mezza mattinata.

(Nel titolo andava analogia, ma è bella l’idea di collegare le gambe al cervello.)

La Mala Intención

Pagata una quota per nuoto master Team Marche, presso piscina di Falconara. 4 allenamenti settimanali più un quinto, eventuale, il sabato mattino. 2 gare da farsi durante l’anno prossimo, febbraio e giugno.

Niente di strano, se non fosse che sono una papera in acqua e non riesco a stargli dietro nelle ripetute sul 100mt (ieri sera ne facevo 75). Perché? beh, ho pensato che nel giro di un mese riuscirò a tenere il ritmo aerobico sull 1’40” per 100mt, e tempo gara di 1’28”. Non mi importa se sembra impossibile, il fatto è che possibile lo è, quindi devo riuscirci, quindi ci riuscirò. Farò la gara di febbraio puntando ad 1’25”, un tempo ridicolo tutto sommato, ma non per me.

Se penso alla scheda che mi ha dato l’allenatore in questo periodo mi viene da pensare, e pensando mettermi le mani sulla testa. Persino i bulbi capelliferi sono doloranti. Gli allenamenti sono pochi e relativamente brevi, questo mi permette di gestirmeli in questo periodo di lunghe notti. Ho quasi l’impressione di non allenarmi affatto. Ma non c’è una singola parte del corpo che non sia dolorante. Ieri sera avevo dolore alle mani (dita, polsi, tutto), ma in realtà anche dalle spalle fino agli addominali bassi ero tutto un dolore, poi quadricipiti, ginocchia, polpacci, per non parlare dei piedi. Mi sto concentrando molto sull’appoggio e sulla sensibilità del piede, ho preso delle scarpe non protettive per fare quei 400 metri tra un esercizio e l’altro e le anche ringraziano, le giocchia ringraziano, le caviglie lavorano, i piedi sono sempre più forti, ma doloranti, molto doloranti.

Tornando da 1h20′ di allenamento ed esercizi, stamattina salivo le 6 rampe di scale con la sensazione che le gambe non avessero peso, leggerissime. Eppure ho sofferto per 50′ sullo sterrato, i polpacci sono come filo spinato, ma niente, sto bene, meglio che prima.

La vera Mala Intención non è forse neanche l’ironman di Venezia, al quale sono ormai iscritto, non sono forse i 100mt a 1’25”, la vera Mala Intención è qualcosa che sto fantasticando ora: Trans D’Havet 80KM, il lungo. Sicuramente avevo intenzione di fare 40km di trail per quest’estate, dopo l’iron, ma 80km è tanta roba, 80km è eccessivo per come la vedo, sono 16 ore di corsa per me, e non ho idea di come gestirla tutta: mangiare, bere, pisciare, fermarsi (quando? quanto?).

Epperò, epperò mi affascina, ho tempo fino a marzo per decidermi, e sarà comunque troppo presto.

Lasciateli andare

USA: facciano quel che credono.
Erano una luce guida, ora sono intrappolati nella loro paura del buio e brancolano senza direzione.

Guardate come è cambiato il consolato americano a Francoforte (conosco questa storia per bocca di un amico che vive lì da quando era bambino ed ora ha più di 40 anni). Fino agli anni ’90 il consolato aveva un semplice muretto di confine, non completamente chiuso, era molto aperto e comunicativo con l’esterno, i residenti americani parlavano e frequentavano i tedeschi senza nessun problema. Era l’emblema dei valori di libertà.
Oggi il consolato è recintato completamente, la recinzione è alta minimo 3 metri, ogni entrata è presidiata da uomini armati, a stento parlano con gli abitanti locali, è solo la polizia tedesca che riesce a renderli tollerabili con la loro insospettabile gentilezza e cortesia. Sono la rappresentazione della paura e della diffidenza.

E questo è ciò che è accaduto alla luce guida, ora vogliono guidarci nel buio, non è più tempo di seguirli.

Chiaramente, dal punto di vista economico siamo sempre stati una provincia, noi subalterni abbiamo prodotto, e loro ci hanno fatto sognare col loro cinema, la letteratura, i voli spaziali, la speranza, il sogno (americano) e tutto il resto.

Ma ora non sono più capaci neanche di darci un lume di speranza, neanche un sogno. Ora sono come vedenti, spaventati di aprire gli occhi, per paura di rimanere accecati da chissà quale terribile raggio laser. E così brancolano.

Non parlo di Trump, la sua elezione ha solo reso evidente il tracollo della cultura americana. L’ascesa è finita, la finzione non regge e non è riuscita a coprire gli orrori persino peggiori che sotto l’amministrazione Obama essi sono riusciti a compiere nei confronti di popoli poveri e oppressi da secoli di sfruttamento. 200 anni di storia, da sopraffatti a sopraffattori, poi carnefici, e poi orribili orchi spaventati dagli scarafaggi, come degli immensi elefanti che scappano da un topolino.

Il tracollo è inevitabile. Oggi s’è grandi, non si gioca più alla guerra. E francamente mi hanno stufato, vorrei vedere qualcosa di diverso, altri riferimenti, accetterei persino la supremazia cinese. Basta cowboys

visita a Tolentino

(scritto ieri, domenica)

Martedì primo novembre. È festa e penso di andare in spiaggia, in bici, quella da passeggio, ci metto meno di 20 minuti e il tempo non è male. Mi accorgo di non avere con me la muta, così se avessi voglia di fare un tuffo proprio non potrei. Allora decido di tornare a Tolentino, prendere un po’ di roba. Prendere tutta la roba: mio fratello e famiglia, sua cognata e famiglia, e sua suocera, sono senza casa, e casa mia è ancora agibile. E comunque io me ne sono andato ormai, non è il caso di occupare spazio.

Il giorno scelto è sabato, è più comodo, prendo una macchina alla Hertz il venerdì sera e la riconsegno domenica sera, il costo è contenuto e riesco a far tutto: giro in bici di sabato, e 24km di corsa la domenica.

Parto in ritardo come al solito. Sono a casa per le 2. Pranzo e l’atmosfera è quello di un giorno di festa ma lavorativo, tipo una vigilia di natale, per capirci. Quindi tutti stanno tornando a lavoro (??) … no è che il terremoto tiene occupati, anche di sabato, è troppo un casino.
Tolentino è deserta. Ma io passo 2 ore abbondanti cercando di riordinare le mie cose e buttarle dentro scatoloni. Non ho proprio tempo di farmi un giro per il paese.

Quando gli scatoloni sono tutti in auto, parto per la piscina, vado a trovare Luca per fare l’iscrizione alla squadra e parlare un po’. Parliamo di corsa, e come sta andando la mia preparazione. E parliamo un po’ anche di Camerino, e come è difficile cercare di trovare una normalità. Cose di cui effettivamente io non riesco proprio a rendermi conto.

Ne ho un’idea quando vado a Caldarola, a prendere la maglia della squadra (di bici e di corsa, la mitica asd Monti Azzurri Bike Team). Dal benzinaio. Caldarola ha chiuso. Centro storico non agibile, transennato, situazione molto triste. Lo vedo da come le persone non trovino la forza di arrabbiarsi, per il dover aspettare che Gino li serva, per dover fare retromarcia perché la mia auto blocca il passaggio. Nulla. È strano, ma è come se si capisse che le energie non possono più essere usate per la rabbia e l’indignazione, che ora si ha bisogno di altri sentimenti, di altro sentire.

È un sentire triste ma empatico, a livello veramente profondo, via tutte le sovrastrutture, abbozzi di sorrisi, stanchezza nei volti.

Caldarola. Il suo bar non c’è più, c’è il benzinaio. Per ora. Fra qualche settimana si rimetterà in piedi qualcosa nella zona ristorazione. Ma sta arrivando il freddo, è da vedersi. Sono stati raccolti i giochi per i bambini. “ne sono arrivati troppi” sento i commenti. Ma ne arriveranno ancora.

Torno a casa e sono tutti lì, è ora di cena e siamo 3 (o 4) famiglie, ma piccolissime famiglie. Dove si sta da soli si sta anche in tre. Sono le 7:50 e l’atmosfera è così prenatalizia che per me è naturale guardare la bottiglia di vino cotto e pensare alle castagne. “Compro le castagne?”. Espressioni felici, forse non s’era pensato, ma le castagne sono proprio quello che ci vuole questa sera, e siamo tutti d’accordo. Arrivo al centro commerciale e scelgo le più belle (e le più costose, ma che fa). Anche qui incontro facce conosciute, il solito atteggiamento scontroso e riservato del tipico maceratese è andato perso. Gli occhi sono usi al pianto ormai, e non c’è proprio la forza di mantenere la supponenza.

Parlo di Caldarola. Ha chiuso. Camerino: chiuso. Castelraimondo: chiuso. Ussita, Castelsantangelo: chiuso. San Severino: chiuso a metà, come Tolentino. Non andiamo avanti col discorso.

Poi si parla della casa, l’altra, quella persa. Capisco che c’è poco da fare, che dal 26 agosto bisognava intervenire per sanare la struttura, cosa non fatta purtroppo per ovvie lungaggini italiane. Poco da fare vuol dire: demolire, ruspa. Alla parola ruspa gli occhi di Roberto si riempiono di lacrime.

È così triste, ma così umano tutto ciò. Oggi mi chiama Elena, e mi chiede perché me ne sono andato. Avrei veramente la voglia di star lì, a fare non so cosa, anche solo a vivere e cercare di esserci. Perché forse è stupido ma trovo che in quella disgrazia, così vicina a me, ci sia molta ricchezza di umanità.

Ma ho un’altra strada. Sono ormai a Castelferretti, ed è necessario proseguire. Ho speso troppo tempo senza capire quale sia il mio valore, e quali i miei difetti. Faccio cose eccezionali eppure mi capita di vantarmi per cose nelle quali sono assolutamente mediocre. È come se guidassi un’auto i cui comandi sono invertiti e non capisco bene quale sia frizione, quale il freno, e quale l’acceleratore. Quella auto sono io, un’auto da 300km/h, che va male a pena a 40 all’ora, oppure l’inverso. Realmente non ne ho idea.

Cose che si fanno a 20 anni. “Ma ormai cosa conta? ormai che tutto è compromesso” ho sentito dire tra 2 barboni alla stazione qualche giorno fa. La vita continua, continua per tutti, che ti sia crollata casa, che tu debba ancora capire chi sei, poco cambia, personalmente penso a me stesso come qualcuno che ha costruito qualcosa senza progetto, quel qualcosa regge perché man mano che mettevo su i pezzi quel che non doveva reggere è semplicemente crollato, quindi regge quel che ne rimane. Non è un ottimo modo di andare avanti.

Non ci sarò e mi dispiace. In bocca al lupo

Terremoto. Terra in moto.

Terremoto è quando la terra si sposta. E non puoi farci molto. Se come me scrivi software cosa te ne importa? Infondo basta che ti salvi la pelle, e fortunatamente, almeno per ora, facendo gli scongiuri, la pelle a Tolentino se la sono salvata tutti.

Te ne importa perché hai bisogno di un posto dove vivere, ovvio, e questo posto devi pagarlo, devi pagare chi lo costruisce, eccetera.

Il mio “cosa te ne importa?” è più a livello professionale, ovvio che ti cambia la vita e ti mette nella merda. Ma io intendo, se fai case, allora sì che te ne frega e come.

Se non puoi sapere se la terra si muove, né quando, né come, né dove, allora il tuo lavoro è di brutto compromesso.

Io non dico il tremore, che è comunque devastante, specialmente se la casa non rispetta le normative antisismiche, dico proprio i pezzi di terra che si spostano. Metti una collina che ad ogni scossa cambia posizione. Metti  una montagna che si spacca lungo la faglia. Metti che c’hai costruito casa sopra. Mettici pure che il numero di case che ci stanno sopra è, diciamo, 200. Che fai?

Ricostruisci? Sì, daccordo. Ricostruisci con criteri antisismici. D’accordo (erano già costruite con criteri antisismici). Ma dove? Lì? Di nuovo sulla collina che si sposta? E quanto si sposta? Dovresti rivedere i criteri riguardo le fondamenta. E come? E quanto costa? Ed è meglio così o rivedere dove costuire? Cosa costa meno?

Se arrivano altri eventi, e non sai quando, e non sai quanto potenti, cosa devi aspettarti? Sanare edifici antisismici? Riapplicare le solite norme?

Se forse la sola normativa antisismica non bastasse? Se gli aspetti geologici cambiassero tutto?

È un casino. È chiaro. Darsi da fare non è sufficiente. Forse non è il caso di cassare teorie su teorie, forse è meglio pensare un attimo prima di agire. Di tempo ce ne vuole comunque per tornare alla situazione precedente. È meglio usarlo bene quel tempo.

Forse in alcune zone non è possibile costruire. Forse la densità abitativa non può eccedere una certa entità. Non è il cemento che manca, ma forse è che di cemento ce n’è troppo, troppo pesante, non per la struttura stessa, ma per la collina che c’è sotto.

Non è un problema ignorabile. Nessuna vita persa, è andata bene, ma come puoi farci affidamento?