Sui vaccini e gli antivaccinisti

Penso piuttosto che.

Se pensi che dare la colpa a qualcuno, a qualcosa, al sistema, alle case farmaceutiche, al denaro, eccetera, possa sollevarti dal peso di accettare l’autismo di un tuo figlio, fa pure. E movimenta anche folle di persone che battaglino contro i farmaci, i vaccini, o le onde elettromagnetiche, o qualsiasi cosa tu creda che sia la causa della caratteristica di quel tuo figlio.

Difficoltà. Evidenti e lampanti. Non certo una persona normale, quel tuo figlio autistico.

E non posso mettermi nei tuoi panni, tutti i giorni, tutte le notti, tutte le occasioni. Qualsiasi rappresentazione o film è solo una immagine sbiadita di parte di ciò che attraversi, e attraversate.

“E il mio maestro ci insegnò come è difficile cercare l’alba dentro l’imbrunire”

da quasi fastidio sentir citare Battiato. Ma resta il fatto che è difficile.

Difficile.

Se potessi mi picchierei da solo per quello che ho appena scritto.

È brutto, schifoso e freddo. Ma la scienza è così: fredda e pura. Non puoi girarci attorno, la realtà continuerà a dirti che sono solo tue fantasie, che non c’è nessun complotto, e d’altra parte come puoi essere sicuro che quello che sarebbe stato sia veramente vero?

Come puoi sapere quale sarebbe stata la tua vita avendo un figlio non-autistico? E come sarebbe stata la sua vita, sei sicuro di saperlo?

Stai solo applicando un modello, una proiezione, una probabilità. Statistica. Quella che non accetti quando ti dice che non ci sono correlazioni.

E dunque il problema non sono i vaccini, la legge o le case farmaceutiche. Il problema è una mancata crescita personale.

Altra statistica. Veniamo all’interesse delle case farmaucetiche affinché più e più persone sviluppino il disturbo autistico della personalità.

Evidentemnete ci sono farmaci specifici per autistici, che sono riconosciuti dalla comunità scientifica per la loro efficacia, almeno quanto i vaccini. Altrimenti per quale motivo una casa farmaceutica avrebbe di questi interessi? Sadismo? spendere soldi per far ammalare gente … per sadismo?

Ok. Ma ad oggi non ci sono farmaci specifici per il disturbo autistico. Si utilizzano antipsicotici che vengono adottati per una pletora di altri disturbi psichici, nonché i farmaci di nuova generazione, che in pratica sono sempre antipsicotici.

Per di più ci si orienta sempre verso una terapia cognitivo-comportamentale, che coinvolga la famiglia quindi.

In sostanza la comunità scientifica non riconosce in modo unanime l’efficacia di un determinato farmaco per la terapia del disturbo autistico della personalità.

È piuttosto complicato riuscire a vendere farmaci basandosi su questo.

Eppure ci riescono, ma nessuno solleva qualche dubbio sui farmaci terapeutici (dove non c’è un consenso), piuttosto lo si solleva sui vaccini (che statisticamente non c’entrano una mazza, e su questo si è tutti d’accordo).

Buonanotte a tutti.

Il sabato e il mio viaggio

Niente da temere, nessuna pazzia, tutto regolare.

È solo un semplice, momentaneo, episodico rifugio, ma che non ho più voglia di frequentare.

Le aspettative da parte di altri, da parte di me stesso, rimangono ormai solo rumore di fondo, come lo sciabordio delle onde, che non sento quasi più, ormai che il mare è calmo.

E per di più scopro che il rumore delle onde che si infrangono mi rende tranquillo e mi rasserena l’animo.

Ascolterò quindi le aspettative come ascolto la voce del mare, che infondo viene a dirmi nulla, ma solo a farmi capire che vive.

Questo non è sentirsi liberi, è diverso. È essere del tutto disinteressati alla libertà. Essere se stessi è un limite, un limite che accetto di avere. Ma essere se stessi è anche una ricchezza, a volte un compito.

Non escludo di scappare, ogni tanto, di nuovo. Non importa. Non ho regole fisse, ho voluttà.

Certo tremo. Al passaggio di ogni treno. Sono le 2 di notte ed ho tirato fino a tardi per scrivere software. Io, quello che scrive codice, perché a me piace farlo, e perché sono bravo (ma questa dovrei/potrei invertirla).

Ho paura, non so di cosa, non ne ho motivo. Sono solo, come al solito. Forse è non avere un rifugio, ma non è così, è differente, il rifugio so che è lì, semplicemente non voglio più frequentare quella nicchia dove i sensi si spengono e tutto è favoloso.

E alla fine prendo sonno.

Ed è al mattino che scrivo questo.

Ho solo voglia di ascoltare.

Il vento, la strada, il rumore del mare.

Il sabato e il mio viaggio.

Socraticamente

Sbaglio o mi sono chiesto 2 settimane fa come poter favorire, scatenare o causare il cambiamento?

Forse la risposta è nella domanda, o meglio nelle domande. Mi capita di ricevere gli aggiornamenti di Internazionale, il settimanale, perché sono abbonato, e mi capita stamattina di leggere un articolo sulle 5 domande da porre in occasione del salone internazionale del libro.

E c’è un link verso il metodo socratico del porre le domande. È una pagina di wikipedia in italiano ben scritta.

Porre domande con l’intento di conoscere e tirare fuori il vero io della persona interrogata, dimostrando sempre rispetto verso l’interlocutore.

E parla anche di come questo metodo si contrappone al sofismo (che non conosco deve essere qualcosa di dogmatico), e al metodo aristotelico, cioè il ragionamento induttivo. Per un socratico la conoscenza è sempre un divenire.

Questa cosa mi ha fatto riflettere ed ha cambiato un po’ la mia prospettiva.

Mi sono trovato a disagio spesso ponendo delle domande partendo dal presupposto di essere a conoscenza della risposta.

C’è un modo diverso di indurre ad un cambiamento, che certo potrebbe non essere quello che si desidera, ma forse invece essere anche migliore di quello che ci si aspetterebbe.

Questo modo è cercare di capire se il comportamento altrui ha una qualche motivazione, e cercarlo di capire facendoselo spiegare da chi ha questo comportamento.

Infondo a tutti piacerebbe che le cose andassero diversamente, ma non è così scontato capire cosa sia questo “diversamente”.

L’idea che ho io di “diversamente” è sicuramente la migliore idea di diversamente che si possa avere. Questo fino a quando qualcuno non mi pone delle domande sul perché, sul come, sulle conseguenze di quelle idee.

Ecco che le cose cambiano.

Appunto. Questo è un cambiamento.

Se questo è un cambiamento

Login in facebook.

“Vado in pasticceria e non accettano la carta di credito, e non va bene e … blah blah”

giustissimo. Poi apri una petizione: accettate le carte di credito, eccetera.

Così i commercianti si informano ed accetteranno le carte di credito.

Lo credi?

È veramente così che si cambiano le cose?

instanza -> petizione -> cambiamento (???)

Una petizione, e trovare tutti d’accordo sul fatto che qualcosa non vada è un passo per rendersi conto che esiste un problema.

Ma no, non è così che le cose possano cambiare.

Spesso è solo per una questione di inerzia che le cose continuano ad andare così, quindi il tono accusatorio, l’indignazione, è fastidioso ed ha l’effetto contrario.

Ovvero se io tengo un certo comportamento, di cui neanche me ne sono mai accorto, e tu vieni da me con tono accusatorio dicendomi che non dovrei, la mia prima reazione è ostile, tipo: “cazzo vuoi te?!?”

Change.org è veramente utile? se l’ingiustizia è cosciente e volontaria può esserlo, ma per il cambiamento, quello che porta vantaggio, che favorisce il progresso, no. Non serve al cambiamento. È più corretto dire che serve al non peggioramento.

Ma allora cosa serve per il cambiamento?

Questa è una domanda che mi faccio ultimamente, anche nel lavoro.

Non abbiamo adottato delle best practice finora e dovremmo iniziare. Avremmo iniziato, effettivamente. Eppure non ho molto seguito.

Per apprezzare qualcosa devi iniziare a farla, e per iniziare a farla devi nutrire curiosità per quella cosa.

La curiosità deve essere ripagata positivamente. Cioè se hai curiosità per il fuoco e provi a toccarlo, il tragitto del cambiamento finisce lì: toccare il fuoco non è ok.

Se invece la curiosità è ripagata positivamente allora si nutre da sola, un po’ come una dipendenza.

Facebook ha stabilito che comunicare con gli altri sia diventata una dipendenza. Può essere positivo come negativo. Dipende poi da quante maschere si finisce per indossare nell’interazione con i propri contatti.

Se sai sui calcinculo e prendi il fiocco, o ci vai vicino, allora l’emozione genera dopamina, e questo genera desiderio di ripetere l’esperienza.

Per creare cambiamento bisogna creare curiosità.

Per generare curiosità bisogna essere accessibili, cordiali, ed entusiasti.

Come è nell’uso di uno strumento, per dire Jenkins e le pipeline. Preso da solo non combina niente se non eseguire automaticamente una sequenza di azioni, ma visto che queste sono scatenate da un evento su di un repository, e gli eventi sul repo sono causati dal commit del codice, allora il tutto diventa qualcosa di stupendo se vuoi svincolarti dal compito di fare test e deployment manualmente.

Vorrei che si usasse sempre meno l’automobile per gli spostamenti, infondo anche se devi andarci a lavore in un posto, finisce che oltre che lavorare per il datore di lavoro, devi anche pagare i produttori di auto, e gli estrattori di petrolio, una specie di tassa. Che paghi inconsapevolmente ed volontariamente perché guidare l’auto genera curiosità, sapere come si guida, usare i comandi, e via dicendo.

Quindi suppongo sia piuttosto difficile favorire un cambiamento verso l’uso di mezzi pubblici.

In un mezzo pubblico sei seduto. Devi stare composto. Probabilmente incontri qualcuno di nuovo, e questo potrebbe farti piacere. Ma spesso devi sorbirti la scomodità della pioggia, dell’attesa al freddo, del non poter ritardare (ehi, neanche in auto puoi farlo, ma nella tua fantasia è così).

Ma cosa potrebbe offrire un mezzo pubblico per favorire il cambiamento?

Monitor, televisione, divertimento, curiosità. Ma questo deve incontrare i gusti di tutti, e non è certo facile.

Ma esso deve andare al cinema.

Vicino l’uscita per Corridonia-Macerata, lungo la SS77, direzione mare, un’auto procede a 90 Km/h dove il limite è di 110.

Sta passando vicino al rilevatore di velocità, ma non è per quello che va così piano. È poco abituato a guidare, durante la settimana non gli serve, ma oggi vuole andare al cinema.

In provincia è ormai così. Non sarebbe un posto invivibile, anzi, tutt’altro. Ma sono arrivati gli “‘mericani”, hanno costruito centri commerciali perché così è migliore, perché così è più moderno, perché così tutti spendono più felici e si ritrovano la domenica a socializzare, e magari, tra uno svago e l’altro, gli viene in mente di andarsene al cinema. Tutto a portata di mano.

E soprattutto perché così spendono i soldi guadagnati in qualche modo, qualche modo che non è bello dire, che non è il caso, non perché sia cattivo, ma forse non è esattamente legale.

E così ci sono soldi per il cemento, per pagare operai, imprese, tecnici, per progetti faraonici, in mezzo a campagne altrimente piuttosto fertili, ma si sa, il progresso.

E pagare operaii, e tecnici, e imprese, con soldi che comprano il lavoro e qualche piacere, qualche benevolenza, qualche voto a chi di dovere, perché a chi di dovere si saranno pure presentati per lamentarsi della crisi, e così dovranno essere riconoscenti di aver preso l’appalto. Che poi da dove venissero quei soldi è un dettaglio. È il commercio, è gente che muove capitali, è gente che “ci sa fare”. E poi vai pure a discutere? C’è la crisi, tanto meglio ci sia qualcuno che fa girare i soldi.

Così nascono fantasmagorici villaggi in mezzo al nulla, completi di improbabili ciclabili, collegate al nulla: una sorta di città ideale. Villaggi che notte fonda si trasformano in spettrali ed inquietanti città deserte completi di tutto il necessario, tranne di ciò che serve per vivere: nessuna casa, nessun alloggio.

Tanto che per raggiungerli bisogna attraversare strade a scorrimento caotiche e già normalmente trafficate, ma se c’è un centro commerciale allora lo saranno di più. E così prendi l’auto anche se in linea d’area potresti arrivarci in 10 minuti, ma la strada non è mai stata terminata, se ne dovrebbe occupare il Comune, ma gli statali, si sa, non son certo gente che “ci sa fare”. E tra l’altro i soldi possono avere solo quelli rendicondati, segnati, contati.

E rifletto su quanto scrive l’Espresso riguardo alla strategia di Matteo Salvini per costituire, o meglio per svecchiare, la sua Lega Nord, che è diventata semplicemente Lega. Un po’ come un materiale metallico innovativo si va da improbabili alleanze con la DC e con (neo?) fascisti siciliani (contemporaneamente), poi calabresi, e così su, fino a Roma, per poi arrivare nelle Marche e in Romagna. Non ho ben capito se è coperto o meno in Toscana, ma c’è sicuramente qualcosa di apprezabile in tutto questo lavoro di alleanze ed accordi. Certo l’Espresso si limita solo a citare superficialmente il resto dei legami con il sistema economico. E lo stesso per il PD, e le sue alleanze, la prepotenza di ed i dittact di alcuni, i feudi, il clientelismo …

E quante risorse vengono spese per questo, parlo di risorse mentali, quanta energia usata per rimanere a galla nella politica italiana. Oppure per sperare di vincere. Ma vincere cosa?

Perché dopo aver tessuto tutta questa meticolosa ragnatela di interessi reciproci, promesse e scambi, anche arrivando a capo non si possono tirare i fili se non rischiando di rimanerci invischiati e soccombere. E tutto rimane immobile.

Qualsiasi rivoluzione, chiunque riuscisse a vincere, non avrebbe nessun effetto. Ammirabile Salvini come stratega, se vince lo sarà ancora di più, se dimostrerà che la sua strategia ha funzionato.

Ma se quello che vince alla fine è una ragnatela che non può toccare se non per finire fagogitato dall’intreccio degli interessi che è stato necessario per costruirla, per quale motivo dovrebbe essere ammirabile? Vedi uno strano tipo indaffarato a raggiungere qualcosa che lo rende semplicemente schiavo di ciò che ha creato. Ma non importa, lavora notte e giorno per raggiungere quello scopo. Deve vincere. Le sue catene, forse. Non importa, quel che conta è vincere.

E quale sarebbe il senso? Dove si sono persi gli obiettivi?

Per quanto deprecabile, Machiavelli diceva “il fine giustifica i mezzi”, ma ora tutti sembrano essersi dimenticati del fine. Cosa?

Una società attravera tre fasi: della sopravvivenza, della riflessione, della decadenza. Caratterizzate della tre domande: Come? Perché? e Dove?
Come riusciamo a procurarci da mangiare? Perché mangiamo? Dove andiamo a mangiare questa sera?

Più o meno scriveva così Douglas Adams nel “Ristorante al termine dell’Universo”.

E questa è la fase della decadenza per l’Italia. Non ci importa più il “Perché”, ormai ci stiamo chiedendo Dove?

Dove devo andare a chiedere il lavoro?

Dove devo girarmi per dire sì signore?

Dove devo inchinarmi (o genuflettermi) dopo le prossime elezioni?

Ma perché? non importa, tanto è uguale. Chiederselo non ha mai cambiato nulla. Alla fine tutti desistono e lo scopo è solo un dettaglio. Ci si assolve dicendo che infondo va bene così, che un ristorante vale l’altro, e la scelta forse è solo un peso.

Ma è fine settimana e si vuole evadere, anche per solo 2 ore, e il cinema è fantastico. Certo, non ci saranno più film come “C’eravamo tanto amati” di Scola, che forse fanno un po’ troppo pensare, tanto meglio i fantastici 4 o altri eroi della Marvel, che svolazzano sopra a centri commerciali deserti la notte.

Non è momento delle riflessioni, io ho proseguito ed esso avrà sicuramente raggiunto il Multiplex, con il suo SUV. Che ormai comprano tutti quello perché è meglio trascinarsi dietro 2 tonnellate per accompagnare 2 persone, che però eventualmente potrebbe andare bene anche fuori strada, anche se solo in teoria, visto che non ha le sospenzioni giuste, e nemmeno le gomme. Insomma, una lode al suprefluo. Perché? sbagliato. Dove: Dove comprarlo? Nissan? Dacia? Fiat? infondo è uguale, ma ci piace scegliere.

Forza votate gente!

Molti Mondi (M&M’s)

Discussioni inconcludenti.

Se la coscienza emerga come nuova entità dalla fisica delle particelle.

Ho iniziato a leggere un articolo scettico e senza dargli troppa fiducia, eppure, con l’andare avanti ho capito la tesi sostenuta e l’ho trovata affascinante.

L’idea è che la coscenza, in una qualche maniera, sia il risultato delle interazioni della materia, interazione appunto che crea un campo magnetico e quindi una entità nuova, cioè la coscenza. (Internazionale, 1 Settembre 2017, l’autore Adam Frank, university of Rochester)

Si spinge oltre azzardando una qualche forma di coscenza insita in ogni cosa.

Ora la prima obiezione che mi viene da fare è: se un sasso ha una qualche forma di coscenza perché questa coscenza non è condivisa con altri sassolini vicini? o forse con una pianta? Esiste veramente discontinuità? È forse la coscenza che determina la discontinuità di ciò che vediamo?

È vero che questa ultima domanda (o proposta), che la discontinuità sarebbe il risultato della coscenza renderebbe le cose coerenti, come dire: un sasso è “coscente” di essere sasso, e un individuo è coscente di essere individuo, distinto da tutta la materia che lo circonda, ed è la coscenza a definire l’individualità, e i confini di ogni entità, che d’altra parte sarebbero un continum indistinguibile di energie caratterizzate da una funzione d’onda, che interagiscono creando oggetti materiali e coscenza. O meglio gli oggetti materiali esisterebbero solo perché esiste una coscenza che, sotto qualche aspetto, li definisce (li limita, li comprende, li percepisce come tali).

Secondo questa interpretazione l’uomo è sicuramente superiore al qualsiasi cosa, visto che è la sua coscenza a creare il tutto. Ma è anche vero che ogni singolo uomo è superiore a qualsiasi altro uomo.

E qui sorgono dubbi sull’efficacia di questa interpretazione, sulla sua idoneità o coerenza. Se sono IO superiore a chiunque altro, perchè IO definisco cosa sia altro, e cosa siano sassi, come è possibile che io mi trova a condividere idee con altri? Come è possibile riconoscere da parte mia l’ingegno e la creatività di una idea che ho appreso da qualcun’altro? Sicuramente per tramite di un mezzo di comunicazione, ma può essere accettabile che io abbia creato quella idea all’esterno nell’esatto momento in cui l’ho percepita?

Sono divagazioni troppo lontane dall’esperienza. Se è vero che una particella si comporta in modo probabilistico e che l’osservazione cambia la realtà (l’esempio dell’elettrone che colpisce un rilevatore in un determinato punto individua la posizione, e, quindi, fa collassare la sua funzione caratteristica), è anche vero che sappiamo che il 99% degli elettroni passano in quel punto, in quell’area di un micron.

Cioè, è vero che l’osservazione cambia la realtà, ma è anche vero che la mia coscenza non esisteva quando asteroidi si sono raggruppati attorno ad una stella e si sono iniziati a formare pianeti e satelliti, seguendo leggi della fisica (quella newtoniana o relativistica) che non erano state ancora concepite.

E qui interviene l’interpretazione a molti mondi, dove la linea di sviluppo della realtà (e non posso neanche parlare di linea temporale), sarebbe solo una delle molteplici (infinite? che grado di infinito?) realtà, o mondo/universo.

Ognuno degli universi potrebbe avere altre leggi, altre interpretazioni, altra coscenza.

Non so se si possa dire “non è assolutamente vero” o “è assolutamente così”, ma mi affascina vedere le cose sotto un’altra prospettiva, anche solo per specularci.

Alcuni riferimenti sull’autore:

http://www.adamfrankscience.com/
https://www.pas.rochester.edu/people/faculty/frank_adam/index.html

L’Italia. Dovrebbe forse stare a testa in giù, davvero

Niente da aggiungere oggi.
Leggo da l’espresso quseto articolo di un giornalista kuwaitiano, o semplicemente che scrive per l’agenzia stampa del kuwait, tradotto per l’Espresso non ho idea da chi. Il titolo

Ma chi è questo Di Maio?

Incuriosito mi aspetto una critica alla persona, come poco capace, qualche argomentazione sulla sua poca esperienza politica, o lavorativa in generale, eccetera.

Mentre invece trovo una critica alla politica estera italiana. Inizia con “il peso politico dell’Italia si è andato via via indebolendo con gli anni”, riporto non letteralmente, ma questo è il senso.

E questo è il senso di tutto l’articolo, per altro breve, sintetico e denso. Per poi concludere con la domanda “Ma chi è questo Di Maio? È stato a Bruxelles, ma nel mediterraneo non si è mai visto”.

Di Maio è napoletano, ho un’amico napoletano che divide gli italiani in “quelli del sud” e “quelli del nord”, ovviamente sulla base della mentalità. Ma sud per lui è tutta l’Italia peninsulare e tutta la costa, nord è tutta l’Italia continentale, che vuol dire poi Piemonte, alcune province del Veneto, Valle d’Aosta, Lombardia, l’Emilia.

L’argomentazione è: se vivi nel mediterraneo, sei mediterraneo. E non la trovo sbagliata. Il mare non è solo uno svago, o un perdere tempo, il mare è un tramite, una via di comunicazione, un modo di scambiare merci, informazioni, cultura.

È luogo comune che se vuoi essere affidabile devi essere continentale. Se sei mediterraneo, oppure del sud, sei qualcuno che vive di espedienti, che non ha valori morali, che non rispetta niente.

Ah già, hanno coniato un acronimo per i Paesi europei, PIGS: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna.

Trovo offensivo sentirmi tra i porci, ma questo acronimo ci ha tratti in inganno. Insultare i mediterranei è un espediente per farci ignorare la ricchezza delle opportunità che offre il mare, e quindi per approfittarne. Basta vedere il comportamento della Francia con la Libia. Non aveva nessuna autorità per attaccare militarmente la Libia, nessun diritto. Lo ha fatto e basta, infrangendo qualsiasi diritto di non interferenza su gli affari esteri. E l’ONU ha taciuto colpevolmente.

Non solo. L’Italia non ha dichiarato guerra alla Francia. Neanche commerciale. Perché? Perché essere così smidollati? Perché nessuno conosce le potenzialità a disposizione?

Perché siamo tutti a rimuginare sulla nostra supposta inferiorità economica e morale.

Direi di stare a testa in giù. Con i piedi nel continente e la faccia rivolta all’Africa e al Medio Oriente.

E non perché relativamente saremmo più ricchi, ma perché oggettivamente saremmo più al nostro posto.

Svegliarsi pensando alla nebbia dei Goonies

Stamattina mi sveglio con delle strane idee in testa, come quella di voler visitare la spiaggia dei Goonies. Fantastico che sia da qualche parte non lontano da Los Angeles, in fondo, penso, non sarà qualcosa di troppo distante dall’industria del cinema: deve essere una qualche spiaggia Californiana.

Immancabilmente sbaglio. È nell’Oregon, all’estremo nord, al confine con lo Stato del Washington. Il paese si chiama Astoria, sembra che il posto sia così noto tra i cinefili che è diventata una metà molto frequentata, tanto che il 7 giugno si celebra il Goonies day.

http://www.travelastoria.com/trip-idea/annual-goonies-day

http://www.thegoondocks.org/

Ma quello che mi girava in testa è proprio la spiaggia, Astoria, da quello che vedo nella cartina è nel golfo, un posto abbastanzafreddo a giudicare dalla latitudine, e circondata dal mare, la spiaggia dovrebbe essere a sud, di fronte alla città, e l’immagine più “nitida” (in effetti è nebbiosa) è quella della roccia nel mare leggermente avvolta nella foschia autunnale.

Non ricordavo a cosa assomigliasse lo scoglio che viddi e Vieste diversi anni fa. Ed ora sì, assomiglia alla spiaggia dell’Oregon, di Astoria.

Vieste, in Puglia:

immagine rubata a http://mediterraneo-hotel.it/

(immagine rubata a http://mediterraneo-hotel.it/ si sappia, se vuole la tolgo, insieme a questo link)

Felici e distanti

Quello strano bisogno

A 10 giorni dalla mia sortita dal social network di maggior successo (numericamente) quello che provo sono delle strane smanie, una sorta di bisogno di ubriacarmi, o perdere i sensi, perdere il controllo, staccare.

Non sono insolito alle dipendenze e in un certo senso mi affascinano. Uscire da quella delle sigarette è stata la cosa più dura, perché socialmente accettata, infondo, e comunque ritenuto un vizio “umano”, nel senso che ti rende in qualche modo “sensibile”, e il circolo vizioso creatosi tra la mia presupposta insensibilità e mancanza di rapporti sociali, e il voler uscire dal vizio del fumo perché non mi sentivo adatto/a mio agio, ha fatto sì che portassi avanti la dipendenza.

Infondo è sempre così, non si tratta mai di affrontare un singolo aspetto alla volta, perché esso è sempre correlato a qualcos’altro, incatenato. E tutto questo finisce per incatenare te che ne diventi vittima consapevole ed acconsenziente.

Così uscire da Facebook diventa difficile per via dei contatti che si perderebbero. In realtà sono uscito proprio per perdere quei contatti che mi sembravano deformati e trasformati, in qualcosa che stentavo a riconoscere e con i quali non avevo più voglia di relazionarmi. O quanto meno non a quel modo.

E così, dopo diversi anni, uscire da Facebook è diventato facile, o almeno lo è in questa finestra di tempo.

Mi è capitato poi, un sabato, di affrontare una “discussione” in un forum per informatici.

http://punto-informatico.it/b.aspx?i=4423817&m=4424077#p4424077

Molto probabilmente un troll, oppure qualcuno che è pagato per far si che si aumentino le interazioni e si riempia il forum di contenuti.

Uno dei meccanismi di condizionamento comportamentale usato da facebook:
In qualche maniera ognuno cerca di avere ragione, come in un gioco. Questo obiettivo ha alti e bassi, la produzione di dopamina stimola a perseguire questo scopo. Io sto ribattendo alla tua risposta perche’ credo che così otterrò qualche vantaggio. Ovvero avere ragione in una discussione, per altro del tutto sterile perché portata avanti con un qualcuno che mi sta semplicemente invitando a riempire il forum di questo sito rispondendo ad argomentazioni fallaci e variopinte.

Amore-Odio.
Se non sei sicuro di cosa provi probabilmente è dipendenza malsopportata.

Questa è certamente una cosa che ho imparato uscendo da diversi tipi di dipendenza.

Ciò che ti da una dipendenza è una sorta di felicità, e un bisogno. La felicità è il premio, il bisogno è la sofferenza.

Bastone e carota? Sort of.

Felici e distanti, direi. Infondo si cerca di avere un contatto con gli altri, per poi respingerli mettendo avanti una maschera, che è esattamente lo stesso tipo di comportamento che si avrebbe nella vita reale, con in più il vantaggio di sprecare il tempo a condividere le proprie informazioni con dei venditori ci merce varia.

Se la piattarforma è gratuita, in qualche qualcuno dovrà pagare il lavoro di tenerla in piedi, ovvio, e non metto in discussione questo aspetto.

Quello che nessuno ti ridà indietro è il tempo che passi ad interagire scambiandoti messaggi, e commenti che non lasciano nulla se non rumore.

Felici, distanti, e nullafacenti, aggiungo. Il problema non è nel meccanismo della dopamina e della gamification. Piuttosto quello che diventa patologico è il senso di soddisfazione (felici) per aver realizzato nulla.

Il gioco è una cosa stupenda, e la dopamina è una risorsa semplicemente fantastica.

L’uso che ne viene fatta da altri, la propria, è una sorta di furto di risorse. Risorse umane, intellettive.

Sto indovinando che questo bisogno in qualche modo possa essere soddisfatto con il lavoro e la persecuzione di obiettivi misurabili.

Quello che manca a facebook sono i premi. In realtà ci sono le notifiche, e quindi il numero di notifiche che si riceve giornamente è una sorta di premio. Il numero di mi piace, e così via. Però sono assolutamente effimeri. Poi ci sono il numero dei contatti. Questo sì può essere un punto di riferimento, ma è comunque un dato che non si guarda quasi mai.

Legalizzala

Quello che ho apprezzato della discussione su punto informatico è il parallelo con le droghe. Evidentemente se la droga è una sostanza chimica, e la dopamina lo è, non ci sono molte differenze tra le dipendenze “fisiche” e quelle psicologiche. E questo secondo me non dovrebbe aprire la strada ad una possibile regolamentazione delle piattaforme dei SN, ma anzi considerare la deregolamentazione delle altre droghe, ovvero delle sostanze.

Tutto fatto sulla base della consapevolezza dei meccanismi, non delle sostanze.

Cambiano solo alcuni aspetti, ma la descrizione del meccanismo è più o meno sempre la stessa: fornire bisogno e soddisfacimento del bisogno in due tempi separati e indurre e pensare che la sostanza (o il mezzo) sia responsabile della sola soddisfazione e non del bisogno.

Non esiste una sostanza che ti induce alla dipendenza al primo consumo, perché non si possono instaurare queste dinamiche con un solo giro di giostra. La prima sensazione che si prova è curiosità e stupore. Si chiamano “stupefacenti” non a caso.

Più un condizionamento è leggero più sarà facile che faccia breccia e si instauri molto profondamente. Questo è il principio della rana che bolle: se si tuffasse in una pentola bollente farebbe di tutto per uscirne il prima possibile, ma siccome l’acqua aumenta di calore gradualmente la rana finisce per essere felicemente lessa.

Così il vizio del gioco è qualcosa di innocuo, perché giocare qualcosa in più non conta nulla. E ancora un po’ di più … finisce poi per prendere il posto di tutto.

E così il fumo. Non è niente una sigaretta, non fa mica tossire. Sì, fa tossire, ma si sopporta. Da qualche disturbo, ma non importa. È una soddisfazione, quell’odore affumicato, piacevole, che entra nei polmoni, e rilasssa, e non fa pensare ad altro. Ma soprattutto è una forma di libertà, liberazione, liberazione dal subdolo bisogno fisiologico della nicotina.

Ma la sostanza è effettivamente solo un mezzo, infatti ci si disintossica dalla nicotina nel giro di una settimana. Il perché si ha il vizio del fumo è dovuto a dei cambiamenti a livello cerebrale, e non solo alla dipendenza dalla sostanza.

Il discorso riguardo al fumo che è “piacevole”, “è bello sentirlo entrare nei polmoni”, “rilassa”, sarebbe assolutamente inaccettabile per chi non è mai stato fumatore, eppure per un fumatore è giusto, è comprensibile.

Provare a sostituire il gas di scarico dell’auto con il fumo nel discorso sarebbe ragionevole. Infondo è un erba bruciata, erba aromatizzata con sostanze chimiche, e a volte anche derivate dal petrolio. Dunque:

respirare il gas di scarico è piacevole, è bello farlo entrare nei polmoni, rilassa, non fa pensare ad altro, e da un senso di liberazione.

C’è chiaramente qualcosa di insensato ed illogico in questo, qualcosa spiegabile solo con un cambiamento sinaptico che scorrela il fumo da qualsiasi argomentazione logica, in qualche modo il gesto del fumare risulta ragionevole e coerente col resto della personalità, anche se è assolutamente illogico e auto lesivo. Ovvero le cose riescono a coesistere, e certamente anche in persone molto intelligenti (ricordo che, almeno dai racconti, Marvin Minsky è stato un fumatore, e sicuramente molte altre personalità eccellenti).

[Hint: la respirazione lenta, profonda e controllata ha di suo la capacità di calmare e rasserenare. Il fumare costringe a respirare lentamente e in modo controllato (altrimenti si soffoca e si inizia a tossire), il resto dell’opera lo porta a termine l’introduzione di nicotina che calma la sensazione di mancanza (astinenza). Ad esempio io ho avuto difficoltà a diminuire il numero di sigarette prima di riuscire a smettere del tutto, sarebbe bastato sostituirne alcune con pausa-di-respirazione-profonda]

Si può aumentare la produzione di endorfine operando dall’esterno, e portare a gesti ripetitivi e instaurare reazioni condizionate ad eventi, e con la ripetizione far sì che questi pattern comportamentali diventino compulsivi, automatici. Questa non è fantascienza o pseudoscienza. Questo è sfruttare il meccanismo del rinforzo.

Qualcosa di laterale, contestuale, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, di quella basata sulle reti neurali, è lo studio dei meccanismi del cervello, nell’ottica di poterne riprodurre le qualità. Ed è noto che una rete neurale deve essere istruita, si ha una fase di apprendimento, durante la quale i pesi delle connessioni tra i nodi (che rappresentano semplificatissimi neuroni) vengono regolati e aggiornati (con un meccanismo di propagazione e una opportuna funzione gradiente), per far si che la risposta sia conforme a ciò che ci si aspetterebbe come “giusto” nel caso di una domanda rappresentata dai dati forniti in ingresso.

In realtà il comportamentalismo è nato parallelamente e in maniera svincolata dalla scienza del calcolo, ma sono più o meno contemporanei.

Rimane il fatto che uscire da una dipendenza non risolve di per sé i problemi. La nullafacenza resta, oppure è stata proprio la causa dell’accidia camuffata da “networking”.

Bisogna piuttosto capirne il meccanismo e saperlo sfruttare per perseguire i propri obiettivi. Uno dei libri che ho trovato molto interessanti per questo è “la dittatura delle abitudini” di Charles Duhigg, criticato malissimo per il suo modo di esporre gli argomenti in modo sensazionalistico, ma a torto secondo me, perché i contenuti sono del tutto rispettabili, e la forma ad effetto ricalca esattamente i meccanismi che descrive.

Saluto ai caduti maceratesi nella 4a guerra d’indipendenza

I commenti di amici e conoscenti: “era una brava persona, non me l’aspettavo”, “una persona normale, aiutava gli altri”, “l’ho visto piangere”, eccetera.

Così una persona “normale”, “brava”, “buona”, a mattino inoltrato, quasi ora di pranzo, compie un atto terroristico per le vie del centro di una città di 40mila abitanti, dove certo non tutti conoscono tutti, ma quasi.

Ho due riflessioni da fare. La prima riguarda quanto sono ormai più vicini i terroristi islamici, i kamikaze, quelli che compiono atti violenti contro gente che vive in condizioni economiche e sociali del tutto simili alle proprie. Poveri contro poveri. Così gli islamici, così Traini. O dovrei scrivere i tolentinati? o i maceratesi? o cosa? Noi e loro.

Ma ci hanno ormai omologati, ed abbiamo finito per fare quello che forse il bombardamento mediatico, ovvero la propaganda, ci induce a fare.

Fai attenzione ai tuoi pensieri: diventano parole. Fai attenzione alle tue parole: diventano azioni. Fai attenzione alle tue azioni: diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini: diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere: diventa il tuo destino.
– Lao Tzu

Sicuramente le parole finiscono per diventare azioni, e con questo non sostengo assolutamente che bisogna mettere a tacere le contestazioni, o scartavetrare i cojoni con il politically correct.

Anzi, vorrei che si torni a scherzare sull’assurdo, proprio per ritrovare la funzione catartica dell’ironia del grottesco.

E l’altra considerazione è riguardo all’effettivo grado di integrazione. Ovvero: le cooperative di accoglienza che ci stanno a fare?

Veramente in un piccolo centro come Macerata, o Tolentino, tutti conoscono tutti?

Una volta un tipo mezzo alcolizzato, che girava sempre con un motorino con una miscela troppo grassa (si vedeva la nuvola per 10 minuti dopo che era passato), è andato contro un cassonetto ed è rimasto a terra insanguinato. È stato portato via dell’ambulanza e mia madre chiedeva alla vicina se lo conoscesse. “ma chi lo conosce?!? è negro, forse quelli del negozio dei negri”. Perché? boh, perché se è nero allora deve essere conosciuto da altri neri, e se si è neri allora ci si deve conoscere l’un l’altro.

Più o meno è il Noi-Voi su base cromatica. E questo vuol dire che non esiste integrazione. E vuol dire anche che c’è un’istintiva distinzione raziale.

D’estate assumo un colore che è, per così dire, un ponte tra un bianco e un nero, ho le narici larghe, e su un social network di incontri una ragazza dopo aver visto la mia foto mi ha risposto spaventata: “ma tu sei arabo!” brrr

Dico, è strano che i miei vicini, d’estate, non neghino di conoscermi.

D’altra parte non conosco nessuno di colore che faccia un lavoro normale.

E sì, perché il clan/famiglia/non-so-come-chiamarlo che gestiva il negozio nel mio viale era ben strano: orari alla vulimmosebeh, categoria merciologica quellochemicapitadiavere, furgone ducato con i colori ufficiali del brasile (ma erano nigeriani e parlavano “inglese”). Gli argentini hanno usi simili, infatti si trovavano spesso li a bersi una birra (il gradino fuori il negozio facceva da bar, e avevano il frigo per servire birra fresca).

Altri che ho “conosciuto”, cioè con i quali ho parlato, vendevano calzini/fazzoletti/bracciali/sapone per strada o in spiaggia. A Civitanova dissi ad uno che ero di Tolentino, e lui mi disse che anche lui a volte andava a Tolentino, alla moschea, ovviamente mi ha chiesto se ci andavo anche io (era estate, quindi ero colorato), al ché per mostrarmi informato gli ho chiesto se stesse parlando della moschea in Via Battisti, e lui “no”, quasi offeso, “noi del Senegal frequentiamo quella di Viale Buozzi, là c’è quella dei nigeriani”.

Non gli comprai nulla, ma mi avrebbe odiato comunque. (pensa se gli avessi detto: “sono ateo e convinto che i credenti siano sotto l’effetto di una psicosi collettiva”)

Non ho idea, cosa dovremmo integrare? Partono da casa per fuggire, si portano dietro l’odio, e tutto il resto.

Si ritrovano spesso ad essere mentalmente disagiati, se perdono il contatto o il rispetto della famiglia non hanno altro a cui aggrapparsi, sono e restano esclusi.

Se dovessero mettere in discussione il proprio credo religioso non avrebbero altro luogo da frequentare per socializzare. E visto che poi sono di un’altro colore si sentirebbero respinti dagli altri frequentatori di bar.

La scuola può integrare, e sicuramente lo fa, ma a 20 anni non la frequentano più.

Centri sociali non esistono. Un amico ha aperto un’associazione culturale, è l’unica cosa che si possa avvicinare ad un centro sociale senza che arrivino le forse dell’ordine a rompere (sì, ho scritto forse, perché non credo ne siano troppo sicuri neanche loro). Ma per via del terremoto e inagilità varie non so che fine abbia fatto.

Potrei fare la stessa considerazione per i nostri “Traini”, ma no, noi non siamo così soli, noi non abbiamo scusanti. Se un disagiato immigrato compie un atto terroristico potrebbe essere in qualche modo compreso dalla situazione, ma non certo un italiano. Non hai un lavoro, ma hai una famiglia. Sei preoccupato per il futuro, come è normale che lo sia chiunque. Hai contatti, conosci gente, sai con chi parlare, anche con chi sfogarti (a parole, spero).