Sconsiderati al latere

Sono discussioni interessanti, ma si rischia di far passare il messaggio che la ricchezza venga dalla politica, e che la politica amministri alcunché. In effetti in un regime libero sono le decisioni di chi lavora che determinano la direzione di un Paese, gli ostacoli sono una burocrazia assurda ed impiegati capricciosi e/o con smanie di potere. Ergo, non contate nulla, e non vi rimane altro che vivere (o stravivere) delle ricchezze prodotte dagli altri, oppure mettere i bastoni tra le ruote a chi produce.
Mi dispiace se questa mia opinione può urtare qualcuno, ma questa è l’unica cosa che si capisce quando discutete di riforme che bloccano qualche cosa, quando dite che “non è possibile perché la costituzione ce lo impedisce”, è una evidente falsità. Il ping pong istituzionale è dovuto al pressapochismo e la mancanza di preparazione degli eletti. Prendete una gazzetta ufficiale e ditemi quante leggi fuffa tira fuori il parlamento. Fate la conta. (non lo faccio tutti i giorni, ma che vuoi, capita)
Ora il referendum è solo lo strumento con il quale si scarica le responsabilità che la classe politica non vuole assumersi. Il paravento dietro il quale voi direte “non è colpa mia”, “non è colpa nostra”, “l’Italia non può cambiare”.
Un referendum, un giorno, e l’Italia sarebbe diversa il 5 dicembre?
Non siete capaci di guidare un trattore e di fare il vostro lavoro, e vorreste una moto da 500 cavalli?
No. Se sbandi col trattore è perché guidi ubriaco. Mettete la testa a posto, io non vedo cime intellettuali e tutto questo fermento culturale effervescente nelle aule del potere, ma forse sono distratto io. Voglio sentirmi un idiota a sentirvi parlare, ma la sensazione è l’opposta. Allora se volete attenzione, prima smettete di fingervi idioti.
Il listino bloccato ce lo ha l’orologiaio, casomai, come si fa a non sentirsi presi per il culo quando usate un linguaggio infantile?? ma nel resto del mondo del lavoro cosa facciamo? montiamo la sogliola della porta?
Forza votate gente.

Un solo sospetto, forse

Un solo sospetto forse, ma …

Preferisco le domande aperte, e i misteri dietro la natura alla certezza del giudizio su persone affascinate dal proprio ego tanto da doverlo condividere col mondo intero.

Preferisco l’assenza dunque, annichilire di fronte lo spettacolo dell’ignoto, piuttosto che ribadire la mia presenza puntando il dito argomentando con una critica profonda solo nel ragionamento astratto scorrelato dalla realtà, come necessariamente dev’essere quando si è dietro una tastiera e si guarda fuori il mondo.

Ecco, il sospetto è quindi che coloro che critico mi infettino del loro stesso morbo, ovvero mi rendano succube del mio ego.

Ed è per questo, ed è perché infondo conta poco, che non mi interessa più nulla di cosa facciano i politici. Hanno bisogno di soldi e di gente attorno perché almeno possono pagare altra gente attorno che avrà bisogno di altri soldi, e tutta una serie di risorse consumate per il loro ego. Vale certo la stessa cosa per i “divi”, “star” o “webstar”.

Così è internet Nobel per la pace?

No, così è la solita merda.

ad esempio

ad esempio ciò che mi da piacere sono i miei polmoni. Come quando, dopo aver affrontato una salita vagamente impegnativa, mi ritrovo a dover rallentare per il traffico ed il dover la precedenza. Ed è in quel momento che torace e diaframma non smettono di lavorare e irrorano ossigeno che mi causano un fremito prima al tronco, poi gambe e tutto il corpo, per finire poi col darmi ebrezza frizzantina. Il tutto nell’attimo in cui mi trovo ad attraversare l’incrocio. E nel mio viso si apre uno spontaneo sorriso, che posso facilmente dissimulare dietro gli occhiali abbassando lo sguardo. Così si va in bici.

Dovrei sentirmi un po’ stupido, del resto è del tutto legale essere felice, e questo non è clever.

Dovrei, ma non oggi.

Problema di definizioni

Posso essere un programmatore, lavorare per una azienda a Francoforte, ed alcune aziende italiane, abitare a Tolentino, cercare casa in affitto a Chiaravalle, lavorare in ufficio presso un coworking ad Osimo?

No. Non posso esserlo perché il locatore pensa che sia tutto tremendamente troppo complesso tanto da concludere che io sia un poco di buono o roba simile.

E conta poco specificare quale sia il mio reddito, posso anche inviargli copia della mia dichiarazione dei redditi, della copia della registrazione della partita iva, qualsiasi cosa. Non gli basterà mai, per esso sarò sempre un poco di buono.

Programmatore non va bene.

Effettivamente sono un Dottor Ingegnere dell’informazione Iunior (iscritto all’albo degli ingegneri di Macerata), che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una azienda tedesca che si occupa di commercio online.

Poi se non ha capito niente non sono problemi miei, del resto capisce neanche cosa sia un programmatore e cosa sia un coworking, ma almeno sentir dire Dottor Ingegnere potrebbe bastare. Va da se che sono iscritto all’albo, ma se necessario lo specifico.

E questo è nel cercare casa. Cosa pensa un committente quando ci si presenta come consulente per un lavoro? Qual è in effetti il modo giusto di presentarsi? Perché non darsi del lei? (a se medesimi stessi, dico eh).

Tipo:

Sono un ingegnere informatico, ho iniziato l’attività come full-stack web developer, principalmente attratto dal backend (ho la certicazione ZCE php5.3, ad esempio). Ma ultimamente lavoro molto sul javascript e front-end, dove ritengo di essere molto produttivo, e lo pensano anche l’aziende per cui ho lavorato: mi sono spesso ritrovato ad essere “quello bravo col javascript”.

Ecco, così potrebbe andare.

Il punto è che la gente vuole inquadrarti, non vuole pensare. Non c’è bisogno di specificare che tu sei una persona che fa questo e quello. Ovviamente sei una persona, ti sta parlando. Vuole sapere in quale cassetto infilarti, in quale categoria di persone metterti. Vuole sapere se sei una persona affidabile o non affidabile, se lavori, se ami il tuo lavoro, sei apprezzato per questo. Se hai un posto dove lavorare e dove vivere. Ok, sto cercando un appartamento in un’altra citta, è evidente che il posto dove vivere lo sto cambiando, o non ce l’ho ancora, ma non importa! Devo averlo, devo essere stabile qui, ed avere una ragione non futile per cambiare posto. Tipo:

Sono un ingegnere informatico che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una aziende tedesca che si occupa di commercio online. Vivo a Tolentino, ma avrei bisogno di cambiare ufficio nell’ottica di avere maggiori servizi e comodità. Avrei bisogno di un appartamento, preferibilmente arredato, non troppo costoso, zona Chiaravalle/Catelferretti/Falconara.

Va meglio? Direi di sì, è incassettato in “ingegneri” e “consulente (informatico)” ed in “lavora per azienda tedesca”. È inoltre chiaro il fatto che vivo a Tolentino attualmente, ed è chiaro il motivo per cui sto cercando un appartamento in affitto.

Tutti abbiamo una cassettiera nella nostra mente, bisogna prenderne coscienza, perché poi è questa la prima cosa che ci si domanda quando si conosce qualcuno:

E questo adesso?!? dove lo metto?!?

E la cosa più gentile che si possa fare è darsi un etichetta a se medesimi, la più generica e comprensibile possibile, tanto da far capire: “Ehi! Io vado in quel cassetto, nessun disordine! Non ci sono stati i ladri. Non devi fare pulizie. Non devi riordinare. Non devi pensare”. E soprattutto: non devi pensare diversamente, non devi sforzarti, non devi cambiare idea, vai bene come sei, hai ragione tu … (e forse potresti tenermi in considerazione se hai bisogno di qualcuno su cui contare, perché abbiamo tutti bisogno di essere rassicurati, di avere un appoggio, di avere qualcuno che ci da ragione, in un mondo dove ci sembra di essere pazzi ad ogni nostro singolo pensiero troppo ovvio – per quelli della pubblicità)

Adoro il caos.

Pretendere.

Pretendere.

Quando imparai a farlo. Non ricordo. Forse l’idea di aver subito qualche ingiustizia ed essere risarcito. Qualche strappo, che va riparato. Come e cosa si può pretendere?

E non invece desiderare, chiedere, ricevere in dono.

Sarebbe forse meglio dimenticare i torti, gli strappi e pure i dolori. Sorridere, come si sorride a qualche accidenti che capita per colpa del caso, e null’altro. Non è forse un caso che ci si trova a scontrarsi con qualcuno piuttosto che altri? Cosa stabilisce che il conflitto di interessi interessi proprio quella persona e me, assieme? Solo perché quella persona mi è vicina? E quando mi è lontana?!? Non è forse la stessa cosa?

Oggi 8 volte 3km bici + 500mt corsa + 4′ recupero. Su strada deserta, ma alla sesta ripetizione mi metto in strada proprio quando sta per arrivare un’auto, ed inizio a pendalare avanti ad essa. Ho pensato: “proprio ora doveva arrivare?” Avrà pensato: “proprio ora doveva partire?”. “Eh, ma io ho finito il recupero, cosa ne sai te da quando è che faccio ‘sta cosa?”. “E tu cosa ne sai da quand’è che sono partito e quanti casini c’ho per la testa?”.

Ma infatti. Nessuno sa niente di nessuno. Però ho ragione io.

Passa il tram

Tram. Questa volta è più forte. L’ufficio si muove quasi. Apro gli occhi. Non sono a Francoforte. È Porto Potenza Picena. E la casa ora si muove vistosamente. E io sono dentro. La vibrazione iniziale ha smesso. Ora sembra d’essere in una curiosa altalena e attendo impazientemente che si fermi. È un’altalena di mattoni e questo non è bello. L’unica cosa che mi spaventa ora è il movimento del lampadario. Stavo dormendo e sono ancora lungo sul letto, ho preso il cuscino, l’ho messo sopra di me, e mi sono ranicchiato per poterci stare sotto con quasi tutto il corpo, lasciando fuori i piedi. Sono passati ormai alcuni secondi, forse 4, forse 10. Sento movimenti nell’altra stanza, dove dormono Paolo, Laila e Leo. Chiedo: “anche la si muove la casa?”, “sì, si muove tutto anche qua”, la risposta di mio fratello.

Mi ci sono voluti tra i 2 e i 4 secondi per capire che fosse un terremoto, e quello che ho pensato subito dopo è stato “perché accidenti si sta muovendo?”. È stata una sensazione stranissima, non avevo nessuno a cui dare la colpa, e questa cosa mi ha fatto riflettere sul mio atteggiamento in generale.

La casa si muove. È di mattoni. Col senno di poi ho pensato che sarebbe potuto succedere qualcosa di tragico. Qualcosa di tragico a me, intendo, potrei essere stato tra le numerose vittime di una novantina di km più a sud, sarebbero potuti venir giù i mattoni del solaio, il tetto, crollarmi tutto addosso, non solo il lampadario. Non so quanto un cuscino mi avrebbe protetto, comunque, credo, meglio di niente.

La casa è ormai ferma. Non so che ore sono. Non ho orologi a portata di mano. Vibrano gli smartphone all’arrivo di messaggi whatsapp. Non il mio, ma ora l’accendo. Non sono ancora le 4, non ho praticamente dormito nulla, ed in più è ancora notte, è presto per alzarsi e fare un giro in bici. Qualche scambio di messaggi con amici e parenti. Mamma scrive “ho avuto molto paura”, è la prima volta che riesce a mandare un messaggio su whatsapp senza prima chiamare qualcuno che gli rispieghi come si fa. È a Tolentino, la scossa è stata molto più forte.

Proverò a dormire ancora un po’. Si muove di nuovo, cuscino sopra, immediatamente. Scrivo sul gruppo triathleti all’attacco: “fottiti, ho il cuscino sopra”. Qualcuno scrive che a volte non mi capisce. A volte sono un po’ macabro, ammetto.

Non sapevo delle vittime, non sapevo che a Tolentino fosse stata più forte, e non sapevo dei crolli ad Amatrice. Non sapevo nulla. Avevo paura e volevo solo allentare la tensione in qualche modo, oppure ingannarla.

Ho finito per svegliarmi alle 7 e 20. Sole alto. Saccheggio il frigorifero. Mezzo melone, formaggio, decido infine di farmi una tazza di latte e caffé per calmare la fame. Direzione nord, lungo la statale 16 giro per Loreto, una bella salita, la gente in piazza piange, lo trovato strano. Ora non più. Poi verso Recanati, lungo la vecchia SS77, l’antica via lauretana percorsa in senso inverso. Anche lì faccio un selfie con la statua del Leopardi dietro di me. Ci sono lavori e devo passare sul marciapiedi in bici. Vado verso Montefano, poi valuto che ho fatto i miei km e giro per Montecassiano. Bella discesa, ma devo fermarmi ad un incrocio perché non ci sono segnali e non conosco la stada. Decido comunque ad intuito e indovino. Sono di nuovo sulla 77 e giro per Recanati, poi a Fontenoce devio per la regina. Ritmo regolare, sono in leggera discesa, è un piacere andare 36-38 km/h.

Deve arrivare mezzogiorno prima che io sappia qualcosa della tragedia. È la prima volta che mi capita di essere qui con un terremoto così forte, non riesco ad immaginare cosa sia successo nel ’97, e nemmeno lo voglio. Alla casa di Tolentino sono stati fatti degli interventi di consolidamento delle fondamenta e ampliamento dei volumi (alzato il tetto), in realtà abbassando il carico sopra la struttura (tetto in legno). Non ci sono danni se non ad una tamponatura interna non portante, già lesionata in passato, ma mai rifatta perché non pericolante né pericolosa. Nessun danno alle tamponature ai piani inferiori, dove le altre case e palazzi del paese sono state lesionate maggiormente.

Sono fortunato. Terremoto: è meglio quando non succede.

Ascoltatemi bene: per me non ha alcun valore

No, non sono snob, non si è snob solo perché si hanno altri interessi, si è snob perché ci si crede superiori nell’avere altri interessi, si è snob se si fa una classifica degli interessi.

Per me non è così. Semplicemente per me non ha alcun valore. Non pretendo che ciò che mi interessa ne abbia di valore per gli altri, ma per me quello che mi interessa è importantissimo.

È il caso che specifichi. Non mi interessa nulla della vostra opinione su quali che siano i giudizi morali, la necessità di conformarsi a qualcosa, a qualche comportamento, a qualche gruppo, a qualche movimento politico.

Non mi interessa la tutela della saluta pubblica, della pubblica incolumità, della sicurezza nazionale, e non mi interessa il patriottismo o la difesa dei confini nazionali.

Non mi interessa il mostrare una mia integrità morale, che non ho, e non mi mette a disagio la vostra disapprovazione. Provo piuttosto pena nei confronti di chi cerca con lo sguardo la complicità riguardo una nota di disapprovazione nei confronti di chicchessia. Ci sono cose che trovo curiose, cose ripugnanti, ma non disapprovo. A me non interessa disapprovare.

Non difendo neppure i confini della mia sensibilità, non ho bisogno di una zona franca, di una casa dove tornare, dei valori ben determinati ai quali potermi appigliare nei casi di pericolo.

Il pericolo è solo nella mente. Sono solo muri immaginari. Non devo appigliarmi a nulla. Il vento non è così forte da trascinarmi lontano, o almeno non abbastanza lontano tanto da poter volare per sempre.

Sarei curioso di capire come io appaio agli altri, se la stessa cosa che io penso e provo sia simile a quella provata e pensata, almeno in qualche momento, da chi conosco e chi ha una qualche idea di me. Se quella sua idea di me sia simile a quella che io ho degli altri.

Gli amici no, gli amici non giudicano, ma sembra comunque che cerchino sempre approvazione riguardo ai pregiudizi, e io non riesco a darne. Io non so niente, sono ignorante come un sasso che se ne sta muto al lato di una strada maestra che tutti increduli percorrono cercando di ostantare sicurezza. Questo può essere imbarazzante.

Forse è per quello che me ne sto spesso da solo. Anzi, sono sincero, quello è il principale motivo perché ricerco la solitudine. Non ho certezze e non ne cerco. E forse non mi spaventano neanche le persone che non ne hanno. Sto bene anche coi matti, per me non c’è problema. Qualsiasi sistema di valori è comunque attaccabile in qualche modo, dal punto di vista formale o informale, quindi non vedo perché fare distingui. Siamo tutti matti che cerchiamo continuamente di convincerci di essere nel giusto.

Non abbiamo certezze, né reddito fisso, né case, né amanti fedeli, né futuro prescritto, né un domani uguale a ciò che immaginiamo. Siamo solo pazzi che a volte cerchiamo appoggio sulla spalla di qualcuno che cammina di fianco, sperando che stia facendo la stessa strada che crediamo di percorrere perché è giusto così, o perché è necessario, o perché è salubre.

Per me non ha alcun valore. E va bene così.

Lo Stato delle co(s)ce

“La Germania è un bel Paese, ma l’Italia è meglio” – Blondie, Bording time in Flughafen München

Beh, c’è da capire, è una frase uscita dalla bocca di una norvegese, che probabilmente parla 3 o 4 lingue, tra l’altro anche piuttosto avvenente, non posso pretenderne la correttezza.

Dalle nebbie e dall’acqua del mare spunta il naso di Poseidone che ha scelto quella costa per poggiare la testa mentre schiaccia un pisolino, da qualche millennio a questa parte. Lo vediamo da lontano scendendo con l’aero verso Falconara Marittima. Oppure è il Monte Conero, la nebbia si dirada, sì, ormai è chiaro. Riusciamo a vedere anche Ancona. E le case, e il verde dei prati e le case disordinatamente sparse sulle dolci colline.

Cos’è che fa di un Paese un Paese bello? Il clima? È probabile, forse è solo quello.

Ero abituato a lamentarmi dei miei conterranei, ma in questo momento non più. Ho smesso di controllare facebook e le futili discussioni che stanno avendovi luogo da 3 settimane. Non mi vieto di entrare nel sito, lo faccio, ma non mi incuriosisco riguardo le discussioni. Pochi giorni fa leggendo Repubblica.it vedo che il ministro Maria Elena Boschi, polemizza con un vignettista che le critica di distrarre le masse dai contenuti delle riforme con la sua avvenenza (“lo stato delle cosce”). E questo sarebbe sessista. Il mio collega tedesco vede la vignetta e dice: “umh, and so?”. Gli spiego come stanno le cose riguardo le amicizie, gli amici, i figli degli amici degli amici, e i figli degli amici. Mi ferma e dice che capisce perfettamente, è così che vanno le cose anche in Germania.

Non ammorbarmi in Facebook mi lascia concentrarmi sulle interazioni reali, quelle di cui ho veramente bisogno, e queste per uno sviluppatore software sono pochissime. Il panettiere, le/i cassiere/i del supermercato, l’addetta alla piscina di Enkenheim, i/le colleghi/e al lavoro, i clienti, la famiglia. Di come vanno le cose non mi interessa più di molto. Sto lavorando su un sistema e devo farlo andare. Ci sono degli aggiormenti da fare e dei nuovi servizi da fornire.

Non trovo neanche interessante l’idea che tutti siamo sotto controllo. Non posso farci nulla, e per di più per esprimere questo concetto dovrei entrare in Facebook e condividere in una piattaforma che raccoglie i dati per profilare gli utenti in modo tale da poter targettizzare la pubblicità, di avere informazioni più dettagliate sulle tendenze, sui prossimi risultati elettorali, e via dicendo, in maniera tale da poter vendere queste informazioni (o usarle direttamente) per trarne vantaggio nel mercato dei future, dei prezzi delle materie prime, e via dicendo. Sono cose che sappiamo, sono così, non c’è un complotto dietro, né complottisti: i servizi sono forniti da persone che vanno pagate. È così per me, è così per chi sviluppa, migliora e garantisce il funzionamento di un social network come Facebook.

E così, cosa è che rende un Paese un Belpaese? Come sono i conterranei? Chi ti tocca frequentare? Il perché si abdica alle tue scelte di tutti i giorni? Bisognerebbe trovarlo questo perché.

  • Chi frequentare.
  • Cosa fare.
  • Quale corso seguire.
  • Quale escursione fare.
  • In che bar e con chi giocare a biliardo, e dove e con chi a carte.
  • Che libro leggere.
  • Che film andare a vedere.
  • Quale concerto.
  • A chi sorridere.
  • Che vestiti indossare.
  • Che lavoro fare.

Quali sono le libertà che mancano davvero? Perché non infrangere questi muri oleografici della propria mente? Forse passarci attraverso potrebbe dare brividi di piacere, perché avere paura? non sempre tremare vuol dire essere in pericolo.

Da 8 anni il mio Mondo tra le Stelle

Io sono un tipo strano.
Vorrei essere accettato per quello che sono, ma infondo mi faccio un po’ schifo, quindi mi va bene essere rifiutato. E anzi me lo aspetto un po’.

È che questa mattina mi sono svegliato ed ho pensato di avere forse mezz’ora in più per la bici, di poter arrivare in ritardo in ufficio, insomma. E perché? perché ieri sera sono stato un’ora in più, sono a buon punto e così è giusto.

Ma il peggio è quello che ho pensato ieri sera, lì sì che mi sono superato.

Sono 8 anni che lavoro per questa azienda di Francoforte scrivendo codice in javascript e php. Ecco, 8 anni fa non era tanto comune, in effetti l’interfaccia è ancora usata, fa schifo, andrebbe rifatta, ma è ancora in produzione. Poi c’è altro codice, che io non sapevo di aver scritto, ma in realtà l’ho fatto.

Essere fuori di testa non paga. Ma non posso farvi niente, non è stato facile, e forse neanche voluto. Di fatto un po’ di questa ditta funziona grazie a me, e sono 2 le cose di cui non ero consapevole. La prima è che sono bravo a programmare e per questo vengo apprezzato (è bello scoprirlo e capire che non mi stanno prendendo per il….). La seconda è che faccio parte di un gruppo, di una impresa, e ci sono legato, da molto, e lo sarò, finché riusciremmo a tenerla in piedi e farla crescere.

Ed ho pensato che dovrei esserne orgoglioso. O forse non è esatto. Dovrei prendermene cura. Questo è meglio. Del codice che ho scritto con le migliori intenzioni a livello formale, ma con nessuna speranza a livello commerciale, è usato effettivamente da anni e tutto sta funzionando (ok, è software, tutti si lamentano per i suoi odiosi difetti, ma sta andando avanti). Sì, ecco, dovrei prendermene cura come una creatura anche un po’ mia, dovrei difenderla e combattere perché continui a vivere, e quando non dipende da me, dovrei pretendere che i colleghi la trattino bene, e che la curino e la nutrino a dovere. E così si

Non ho idea di cosa voglia dire, forse solo che devo riavviare il chromium, non c’è speranza che si riprenda, se non esco continuo con infinite reverie.

No, così non va bene, sto testando dal browser e la cosa è lenta. Ora passo ad usare node. Devo implementare questa cosa entro stasera. Ci serve.

E comunque avevo disabilitato javascript nel browser.

Ed ora 7 gradi nord

7 gradi centrigradi stanotte. 11 Agosto, Germania. Questo mese è veramente bastardo da queste parti, si passa dai 28 gradi, per poi scendere ai 7 di stanotte nel giro di 3 giorni.

I siriani sono degli idioti. Camminano per migliaia di chilometri con la brama di venire in Germania, altro che per scappare dalla guerra. Eppure non hanno idea di dove stanno andando. L’anno scorso la Merkel ha fatto una denuncia all’Europa dicendo che bisognava fare qualcosa per la situazione dei siriani. Era agosto, e in Italia ci siamo chiesti “Ora?!?”.

Idioti, irresponsabili, criminali. Non conoscono le condizioni climatiche di una nazione dove desiderano andare a vivere? Ma come, non sono istruiti e di buone maniere, eccetera? Non hanno alcun contatto o posto dove dormire, portano con loro i figli piccoli a far cosa? A crepare? irresponsabili e criminali.

I tedeschi non sono simpatici. Nella lista dei primi aggettivi per descrivere un tedesco la simpatia non compare, e forse bisogna aspettare dopo almeno altre 20 caratteristiche prima di trovare la simpatia in quella lista. Ma hanno costruito una cultura, l’hanno fatto nei secoli, e col tempo si è delineata basandosi sul rispetto reciproco. Oggi puoi fare quello che vuoi, frequentare la chiesa o confessione che desideri. Devi rispettare le regole, qui si fa così, ma ciò che non è regolato è personale e libero. Vedi tutti aspettare il verde del semaforo prima di attraversare la strada. Ci sono poche regole e vanno rispettate. Ma nessuno ti giudica per quello che pensi, ed hai anzi lo spazio per esprimerti e persino l’attenzione della curiosità di chi vuole ampliare i propri orizzonti.

Con i disordini in Turchia ultimamente sono capitate risse in strada e atti vandalici contro associazioni turche vicine ideologicamente al politico esiliato di cui non mi interessa sapere il nome né la storia. Immagino già tutto da me, Erdogan e l’altro sono entrambi rappresentanti di partiti politici oscurantisti tipici della loro cultura, uno è scappato, l’altro comanda, non è che rovesciando le parti le cose possano cambiare. Comunque le associazioni turche sono qui in Germania, e questo non è tollerabile.

E il mio giudizio sui siriani (più esattamente, il mio pregiudizio sui siriani) è che essi non siano diversi dai turchi o da quelli che provengono da quella “cultura” violenta e diretta a coprire la conoscenza, in senso lato, con lo scopo di rendere il popolo suddito e succube del potere.

Stamattina niente allenamento, devo fare un lavoro di leggerissimo carico per svegliare i muscoli ed è preferibile farlo la sera. Vado al supermercato vicino casa gestito da turchi. Ho già parlato dei turchi?

La volta scorsa la cassiera mi ha dato la ricevuta della spesa del cliente precedente, io controllando mi sono insospettito, ho dimenticato del vuoto da pagarsi per le bottiglie d’acqua ed ho pensato che mi avesse fatto pagare di più (inoltre la cassiera non guardava neanche gli occhi e farfugliava tutte le formule di cortesia, Danke, Aufwidersehen, eccetera, in modo automatico e distaccato). Tornato indietro mi sono incazzato ed ho fatto la figura di merda per poi chiedere scusa. Ieri l’altro vado a comprare i tacchetti dei freni (Brennenshue) per la bici da passeggio/allenamento e la cassiera guarda come sono vestito e che razza di bici da quattro soldi ho.

Così ieri sera mi sono masturbato anche se pensavo che non ne avessi le ragioni per farlo. È così, mi pare di aver stabilito che, apparte i casi in cui ho una giornata eccitante, lo faccio perché è uno spazio personale dove il mio alterego è libero di abitare lo spazio del mio cuore solitario, affranto e tenerissimo. E quello è una sorta di rivalza nei confronti del mondo che mi odia. Non ne ho bisogno quando non vivo con i miei, non che essi mi odino, ma non mi fanno sentire a mio agio soprattutto per il mio lavoro che sembra qualcosa di alieno. Qui no, quando lavoro tutti riconoscono quello che sto facendo.

Ecco, così ierisera la rivalza era nei confronti dei commercianti. Sono cose che inizio a capire, forse piano alla volta unendo i punti si delineano le figure più oscure del mio io, e credo che questo sia giusto e opportuno. Il fatto che sia tardi è del tutto relativo. Suppongo di non aver avuto mai bisogno di nessuno nella vita perché il posto era già occupato. Ho sempre capito questa cosa, ma capire chi o cosa fosse ad occupare quel posto è sempre un lavoro di approssimazione.

Temo l’amore. Ci si innamora di chi si frequenta, per quanto sia mostruoso un alterego che copra la realtà e non permetta di agire liberamente, evidentemente non è così mostuoso se riesce a riequilibrare la propria tristezza.

Non vogli pensarci oltre. Ora si lavora.