L’arte del compromesso

Stamattina devo solo correre per 50′, corsa lenta. È mercoledì ed a Castelferretti c’è mercato. Che importa? faccio via del Consorsio poi giro per la strada che porta allo stadio, giro intorno allo stadio. Inevitabile non notare la differenza tra via del Consorsio e la zona stadio di Falconara, molto più tranquilla e silenziosa quest’ultima. Ed inevitabile notare come a livello emotivo incide, anche nel correre si sente parecchio la differenza. Corro sul marciapiedi, le auto non mi disturbano, eppure è una specie di agitazione che si trasmette dal movimento delle auto a me. È lecito chiedersi dove accidenti state andando tutti? Sì, lecito, e la risposta è anche semplice: da qualche parte.

Da qualche parte, comunque un po’ diversa per ognuno. E nessuno riesce a mettere daccordo chi deve andare esattamente dove deve ed esattamente all’ora in cui deve trovarsi proprio lì. È impossibile. Per questo c’è bisogno che ognuno faccia da se. Altrimenti si potrebbero organizzare in maniera tale che uno guida, gli altri semplicemente aspettano di arrivare, si potrebbero predisporre mezzi più grandi delle automobili, di modo da poter far salire un numero maggiore di 4 persone alla volta, e addirittura far specializzare alla guida una sola persona, che per tutto il tempo faccia questo servizio. Servizio pubblico, lo chiamerei.

Ecco, ma nessuno vuol scendere a quel compromesso. E magari trovarsi lì 10 minuti prima o 10 minuti dopo.

Quello che più mi stupisce di noi italiani è la pazienza con la quale riusciamo a stare in fila senza fiatare. Eppure non ammettiamo nessun altro tipo di compromesso. Appena ne abbiamo l’occasione facciamo come ci pare, perché è nostro diritto. Senza starci a pensare troppo se convenga o meno.

Mai ci chiediamo perché si fa la fila. Non sarebbe meglio passare avanti a tutti e farsi servire per primi? Se io fisicamente sono più grosso potrei pretenderlo, no? Allora perché non organizzare le code in base alla stazza? Oppure si potrebbero organizzare tornei di lotta periodici per poter stabilire le priorità nelle code. Non è una cattiva idea. Del resto mettiamo in discussione tutto, perché non mettere in discussione anche le code?

Ah, ma la macchina conviene, comunque

Tutto ok. Sono sfinito.

Tutto ok. Sono sfinito.

Il problema è che tra ciò che ti aspetti e la realtà c’è sempre discrepanza.

Per quanti problemi uno si aspetti di trovare durante una impresa o avventura, essi saranno sempre maggiori e diversi, soprattutto diversi.

Piuttosto che imparare o trarre insegnamenti da ciò che ho fatto di sbagliato o giusto, questa volta credo sia opportuno imparare altro.

Vale a dire, qualsiasi problema ci si trovi ad affrontare, ci sarà un certo numero di possibili strade da seguire e perseguire per risolverlo.

Formalmente parlando nessuna strada esclude l’altra, ma praticamente parlando, essendo limitati nel tempo, e nello spazio da poter dedicare a ciascuna, va da se che la scelta di una o più strade ne esclude un certo numero di altre strade, spesso maggiore di quelle perseguite.

Vale poco considerare che i percorsi intrapresi non sono stati quelli più efficaci nel determinato momento, o per affrontare la determinata problematica. O almeno vale quel po’ di limitato tempo necessario a fare il punto. Non si aveva la mappa prima di affrontare il percorso, così si è proceduto per tentativi, ed è così che si è sbagliato. Inutile infierire, o farsi immotivati complimenti.

Ma oggi sono triste. Quella tristezza data dall’esaurimento dell’entusiasmo. Sfinito per essere arrivato a metà percorso, o meglio, per avere appena iniziato.

Me ne sono accorto stamattina quando decido di uscire di casa per fare quattro passi, per raccogliere le idee e calmarmi un po’. Avevo voglia di piangere. Vuoi il tempo, vuoi il freddo, vuoi che manca l’acqua calda a casa e da una settimana faccio docce fredde, vuoi il cielo grigio, vuoi qualsiasi altro motivo idiota. Volevo piangere, punto.

Ho pensato che ho chiamato innumerevoli volte il servizio cliente di Enel Energia, per la fornitura del gas, ho ripetuto 3 volte la compilazione e l’invio dei moduli del contratto di fornitura, ho atteso 16 giorni, e ancora non ho il gas a casa. Tutte le volte che ho parlato con qualcuno del servizio clienti, mi è stato risposto che del fatto che non mi venisse allacciato il gas (spiombato il contatore) egli, o ella, non era responsabile. Ho parlato persino con la distribuzione, anche dalla distribuzione tutto ciò che ho saputo è che potevo parlare solo con chi non c’entrava niente. Mi sono domandato:

“ma come è possibile che tutta la gente con cui parlo si trovi lì per caso? Come è possibile che non riesca mai a contattare chi ha una (1) responsabilità riguardo il prosieguo della mia (mie) pratica (pratiche)? È forse normale che la gente si trovi tutta lì per caso a rispondere a clienti che si lamentano dell’inefficienza? Che tutta questa gente si sia casualmente trovata davanti una scrivania, con microfono, un terminale difronte, una tastiera, un mouse e tutto il resto, e che riceva chiamate da clienti inviperiti per motivi del tutto fuori dalla loro portata? Questo mondo è evidentemente ingiusto nei loro confronti. Bisogna fare qualcosa“.

Ecco, ciò che dovrei cambiare non è il modo col quale affronto i problemi, ma l’atteggiamento in generale. Dovrei smettere di cercare difetti in ciò che non va, perché è fin troppo semplice trovarne.

E come del resto perseguire alcune strade ne esclude altre per mancanza di tempo, in modo analogo focalizzarsi sui problemi esclude la possibilità di considerare alcune opportunità.

Inevitabilmente le opportunità non saranno ciò che ci si aspetta, visto che ci si focalizza su di esse e non si ha il tempo di considerare le problematiche e le difficoltà per arrivare a sfruttarle. Ma ciò non toglie che se esiste una strada possibile per sfruttarle essa passa per forza di cosa dal prenderle in considerazione.

Basta con l’astrattismo. Vorrei essere entusiasta, e tutto questo ragionamento sarebbe servito a quello, in realtà sono esausto, ma c’è poco che ci possa fare.

ma menefrego. No, me ne vado

Il fatto è che non me ne frega niente.

Devi lavare i panni, e hai spese da fare, devi pagare l’affitto, e spostarsi, e poi questo, e poi quello.

E non puoi mangiare i pomodori freschi, e devi cucinare, e poi cosa mangi?

Non me ne frega niente. Sono stufo esattamente di tutto questo. Va bene una pizza, o anche un piatto di pasta. La gente che non mangia quello che ha cucinato la mia mamma sopravvive. E non me ne frega niente.

Fuori c’è un mondo che corre, che si interroga su come avere una soluzione migliore, e sono cose che a me piacciono, e ci metto bocca, e so cosa dico. A volte sbaglio, come tutti, si capisce, forse un po’ più degli altri. Ma è quello che mi piace.

E proprio quel mondo che per voi è difficile da vivere, per me sono servizi, sono utilità e comodità che posso sfruttare, altro che “soldi da pagare”, sono opportunità da acquistare e di cui approfittare.

La ossessione per il risparmio, non spendere soldi per sciocchezze per me è solo non fare quello che mi piace. Per me un software non è una sciocchezza, un computer non è una sciocchezza. Io piuttosto è della zappa e del perdere tempo a coltivare l’orticello che rende il 40% in meno rispetto ad un orto ben organizzato e professionale, di quello farei volentieri a meno, per me sono quelli i soldi buttati, sono quelle le sciocchezze.

Entro in un supermercato ed ho tutti i servizi. Me ne frego dei lavori che si sono persi, del contadino vicino casa, del km zero. Se tutto questo non mi permette di correre, di scoprire qualcosa di nuovo, di essere migliore.

“Ci sarebbe da fare questo” e “mi servirebbe una mano per”, carissimi, sono frasi che non voglio più sentire. Per ciò io vado.

E sull’essere soli, ma fatemi il piacere. Sono qui con colleghi edili ed architetti. Che differenza fa con l’essere soli. I miei colleghi sono a Francoforte. Frequenterò il coworking, qualche giorno. Vedrò come mi trovo.

Cara mia xenofobia

Cara mia non è questione di odio raziale o xenofobia.

Il fatto è che questa società è fortemente normata, e che ci sono rapporti in essere da generazioni che regolano il dare e l’avere, la proprietà, l’ereditarietà la ricchezza, le rendite acquisite, le regole del mercato e tutto il resto.

È una società. Qualcosa di fastidioso a volte, ma che ha reso possibile la stabilità e lo sviluppo, di competenze, di progressi, e di aumento di ricchezza complessiva.

Ora dovremmo farne a meno per far spazio a gente convinta che le cose siano calate dall’alto, che “basta un po’ d’amore”. No, non è così, l’amore è spesso vicino all’odio, lo sappiamo bene cosa hanno spacciato i religiosi per amore. Per amore abbiamo fatto guerre, e ci siamo sparati addosso meno di un secolo fa. Amore per la patria, amore per la razza, amore per la bellezza che avrebbe dovuto salvare il mondo.

No, l’amore non basta. Ed essi stessi sono in Africa a dimostrarlo. Si sparano addosso, non solo perché qualcuno gli vende le armi. Ok, quel qualcuno siamo noi, non che non me ne sia accorto, intendiamoci. Ma nessuno ti vende facilmente quello che non desideri. E quel che desiderano è amarsi. È evidente, da quanta crudeltà trasparisce dai loro occhi quando imbracciano un fucile.

Dunque, quale ricchezza verrebbero a portare costoro? Usi e costumi. Che stupidamente, e distrattamente perdono. Arrivano con su le maglie del Milan e dell’idolo del calcio di turno, come un fessacchiotto operaio del nordest, ed altrettanto banale e povero.

Ha speso 2mila euro per attraversare il mediterraneo, o anche più. Con quei soldi avrebbe preso una laurea nel suo Paese. No, ha deciso di prendere la zattera, perché qua è più facile.

Qualcuno azzarda che siano laureati. D’accordo, contiamo dunque QUANTI sono laureati, il numero e il RAPPORTO tra laureati e non.

E che nelle Università ci sia corruzione. In Africa. Un mio collega ha aspettato 12 anni per laurearsi in Fisica, il professore non voleva fargli passare la tesi e voleva sfruttare il suo lavoro per fare le sue pubblicazioni. È tedesco, Università di Francoforte.

È dunque giusto attraversare il mare e rischiare la vita? No. E vi darò sempre torto su questo. Sei un idiota. Una crocera costa 2mila euro, con piscina, idromassaggio, cene eleganti, palestra e tutto il resto. Sei un idiota. Scendi dal barcone, ok, ti asciughi, ti si da i panni, mangiare e tutto il resto, ma caro migrante, che ti sia chiaro questo messaggio: IMBECILLE.

È dunque giusto soccorrere gli immigrati che stanno rischiando la vita. Ovviamente lo è, come è sempre giusto soccorrere chi è in pericolo di vita.

Ma non andarli a prendere vicino la costa libica. Perché così sei connivente: delle “cooperative”, degli scafisti, e di tutta la mafia che ci gira attorno. Sono sacrificabili sì, sono loro che lo stanno facendo, consapevolmente, salgono su bagnarole, vogliono credere alle bugie che gli vengono raccontante, come quando credono che uno, due, cento fucili li farà ricchi. Non puoi salvare dei suicidi, o almeno non puoi salvarli tutti.

È dunque giusto assistere gli immigrati per anni? No. Non credo che si possa sopperire alla mancanza di educazione infantile in età adulta. Chi cresce storto rimane storto. Se la cavi dunque da se, per quello che è, contribuisca, cambi, cambi il mondo dove arriva, se non è accettato verrà fermato, sanzionato, allontanato dalla società. Come chiunque altro. Non ha senso tenerlo nella bambagia, perdonarli eccessivamente, assisterli per anni.

Vorrei solo che si arrivi a questa consapevolezza. Consapevoli che chi arriva è un peso, e non è scortese farglielo notare. Consapevoli che le possibilità che gli si offrono sono limitate, e sono nell’ottica di un arricchimento, non nella prosettiva dell’assistenzialismo e della carità cristiana che piace tanto ai più. Consapevoli che i rapporti in essere lo rimangono, e che i nuovi arrivati possono e devono ritargliarsi uno spazio portando del valore, non continuando a chiedere come dei dementi seduti fuori la chiesa del paese o vicino la porta scorrevole del supermercato (questo prodigio della tecnica! porte scorrevoli! magia!).

Per quanto l’universo sia sconosciuto non lo è quanto la mente umana, ci sono innumerevoli possibilità che non sono state percorse, e neppure immaginate. Sedersi vicino la porta del supermercato non credo sia tra quelle sconosciute.

Mostri

Non importa quanto sia imponente il mostro o quanto si dia per scontato di soccombere, è dato solo di combattere.

Anche quando si crede di desistere, si sta combattendo.

Puoi correre stancamente, lamentandoti del peso che tocca trascinarsi dietro. Oppure correre fiero, a testa alta, con la schiena diritta, rallentare ma non fermarti. Penseresti che stai bruciando più energie se tieni lo sguardo alto e diritto di fronte a te. È questo quello che credi, ma non è affatto vero. Il corpo è fatto per correre. Fiero e con la schiena diritta si risparmiano energie.

Tanto vale combattere, e farlo convinto, fieri e deciso, rilassato e sprezzante del dolore e della fatica. Spesso vuol dire perdere, e svegliarsi il mattino seguente con le ossa rotte e tutti doloranti. Ma forse è il periodo (cit. “Quelli che …”)

Sconsiderati al latere

Sono discussioni interessanti, ma si rischia di far passare il messaggio che la ricchezza venga dalla politica, e che la politica amministri alcunché. In effetti in un regime libero sono le decisioni di chi lavora che determinano la direzione di un Paese, gli ostacoli sono una burocrazia assurda ed impiegati capricciosi e/o con smanie di potere. Ergo, non contate nulla, e non vi rimane altro che vivere (o stravivere) delle ricchezze prodotte dagli altri, oppure mettere i bastoni tra le ruote a chi produce.
Mi dispiace se questa mia opinione può urtare qualcuno, ma questa è l’unica cosa che si capisce quando discutete di riforme che bloccano qualche cosa, quando dite che “non è possibile perché la costituzione ce lo impedisce”, è una evidente falsità. Il ping pong istituzionale è dovuto al pressapochismo e la mancanza di preparazione degli eletti. Prendete una gazzetta ufficiale e ditemi quante leggi fuffa tira fuori il parlamento. Fate la conta. (non lo faccio tutti i giorni, ma che vuoi, capita)
Ora il referendum è solo lo strumento con il quale si scarica le responsabilità che la classe politica non vuole assumersi. Il paravento dietro il quale voi direte “non è colpa mia”, “non è colpa nostra”, “l’Italia non può cambiare”.
Un referendum, un giorno, e l’Italia sarebbe diversa il 5 dicembre?
Non siete capaci di guidare un trattore e di fare il vostro lavoro, e vorreste una moto da 500 cavalli?
No. Se sbandi col trattore è perché guidi ubriaco. Mettete la testa a posto, io non vedo cime intellettuali e tutto questo fermento culturale effervescente nelle aule del potere, ma forse sono distratto io. Voglio sentirmi un idiota a sentirvi parlare, ma la sensazione è l’opposta. Allora se volete attenzione, prima smettete di fingervi idioti.
Il listino bloccato ce lo ha l’orologiaio, casomai, come si fa a non sentirsi presi per il culo quando usate un linguaggio infantile?? ma nel resto del mondo del lavoro cosa facciamo? montiamo la sogliola della porta?
Forza votate gente.

Un solo sospetto, forse

Un solo sospetto forse, ma …

Preferisco le domande aperte, e i misteri dietro la natura alla certezza del giudizio su persone affascinate dal proprio ego tanto da doverlo condividere col mondo intero.

Preferisco l’assenza dunque, annichilire di fronte lo spettacolo dell’ignoto, piuttosto che ribadire la mia presenza puntando il dito argomentando con una critica profonda solo nel ragionamento astratto scorrelato dalla realtà, come necessariamente dev’essere quando si è dietro una tastiera e si guarda fuori il mondo.

Ecco, il sospetto è quindi che coloro che critico mi infettino del loro stesso morbo, ovvero mi rendano succube del mio ego.

Ed è per questo, ed è perché infondo conta poco, che non mi interessa più nulla di cosa facciano i politici. Hanno bisogno di soldi e di gente attorno perché almeno possono pagare altra gente attorno che avrà bisogno di altri soldi, e tutta una serie di risorse consumate per il loro ego. Vale certo la stessa cosa per i “divi”, “star” o “webstar”.

Così è internet Nobel per la pace?

No, così è la solita merda.

ad esempio

ad esempio ciò che mi da piacere sono i miei polmoni. Come quando, dopo aver affrontato una salita vagamente impegnativa, mi ritrovo a dover rallentare per il traffico ed il dover la precedenza. Ed è in quel momento che torace e diaframma non smettono di lavorare e irrorano ossigeno che mi causano un fremito prima al tronco, poi gambe e tutto il corpo, per finire poi col darmi ebrezza frizzantina. Il tutto nell’attimo in cui mi trovo ad attraversare l’incrocio. E nel mio viso si apre uno spontaneo sorriso, che posso facilmente dissimulare dietro gli occhiali abbassando lo sguardo. Così si va in bici.

Dovrei sentirmi un po’ stupido, del resto è del tutto legale essere felice, e questo non è clever.

Dovrei, ma non oggi.

Problema di definizioni

Posso essere un programmatore, lavorare per una azienda a Francoforte, ed alcune aziende italiane, abitare a Tolentino, cercare casa in affitto a Chiaravalle, lavorare in ufficio presso un coworking ad Osimo?

No. Non posso esserlo perché il locatore pensa che sia tutto tremendamente troppo complesso tanto da concludere che io sia un poco di buono o roba simile.

E conta poco specificare quale sia il mio reddito, posso anche inviargli copia della mia dichiarazione dei redditi, della copia della registrazione della partita iva, qualsiasi cosa. Non gli basterà mai, per esso sarò sempre un poco di buono.

Programmatore non va bene.

Effettivamente sono un Dottor Ingegnere dell’informazione Iunior (iscritto all’albo degli ingegneri di Macerata), che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una azienda tedesca che si occupa di commercio online.

Poi se non ha capito niente non sono problemi miei, del resto capisce neanche cosa sia un programmatore e cosa sia un coworking, ma almeno sentir dire Dottor Ingegnere potrebbe bastare. Va da se che sono iscritto all’albo, ma se necessario lo specifico.

E questo è nel cercare casa. Cosa pensa un committente quando ci si presenta come consulente per un lavoro? Qual è in effetti il modo giusto di presentarsi? Perché non darsi del lei? (a se medesimi stessi, dico eh).

Tipo:

Sono un ingegnere informatico, ho iniziato l’attività come full-stack web developer, principalmente attratto dal backend (ho la certicazione ZCE php5.3, ad esempio). Ma ultimamente lavoro molto sul javascript e front-end, dove ritengo di essere molto produttivo, e lo pensano anche l’aziende per cui ho lavorato: mi sono spesso ritrovato ad essere “quello bravo col javascript”.

Ecco, così potrebbe andare.

Il punto è che la gente vuole inquadrarti, non vuole pensare. Non c’è bisogno di specificare che tu sei una persona che fa questo e quello. Ovviamente sei una persona, ti sta parlando. Vuole sapere in quale cassetto infilarti, in quale categoria di persone metterti. Vuole sapere se sei una persona affidabile o non affidabile, se lavori, se ami il tuo lavoro, sei apprezzato per questo. Se hai un posto dove lavorare e dove vivere. Ok, sto cercando un appartamento in un’altra citta, è evidente che il posto dove vivere lo sto cambiando, o non ce l’ho ancora, ma non importa! Devo averlo, devo essere stabile qui, ed avere una ragione non futile per cambiare posto. Tipo:

Sono un ingegnere informatico che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una aziende tedesca che si occupa di commercio online. Vivo a Tolentino, ma avrei bisogno di cambiare ufficio nell’ottica di avere maggiori servizi e comodità. Avrei bisogno di un appartamento, preferibilmente arredato, non troppo costoso, zona Chiaravalle/Catelferretti/Falconara.

Va meglio? Direi di sì, è incassettato in “ingegneri” e “consulente (informatico)” ed in “lavora per azienda tedesca”. È inoltre chiaro il fatto che vivo a Tolentino attualmente, ed è chiaro il motivo per cui sto cercando un appartamento in affitto.

Tutti abbiamo una cassettiera nella nostra mente, bisogna prenderne coscienza, perché poi è questa la prima cosa che ci si domanda quando si conosce qualcuno:

E questo adesso?!? dove lo metto?!?

E la cosa più gentile che si possa fare è darsi un etichetta a se medesimi, la più generica e comprensibile possibile, tanto da far capire: “Ehi! Io vado in quel cassetto, nessun disordine! Non ci sono stati i ladri. Non devi fare pulizie. Non devi riordinare. Non devi pensare”. E soprattutto: non devi pensare diversamente, non devi sforzarti, non devi cambiare idea, vai bene come sei, hai ragione tu … (e forse potresti tenermi in considerazione se hai bisogno di qualcuno su cui contare, perché abbiamo tutti bisogno di essere rassicurati, di avere un appoggio, di avere qualcuno che ci da ragione, in un mondo dove ci sembra di essere pazzi ad ogni nostro singolo pensiero troppo ovvio – per quelli della pubblicità)

Adoro il caos.

Pretendere.

Pretendere.

Quando imparai a farlo. Non ricordo. Forse l’idea di aver subito qualche ingiustizia ed essere risarcito. Qualche strappo, che va riparato. Come e cosa si può pretendere?

E non invece desiderare, chiedere, ricevere in dono.

Sarebbe forse meglio dimenticare i torti, gli strappi e pure i dolori. Sorridere, come si sorride a qualche accidenti che capita per colpa del caso, e null’altro. Non è forse un caso che ci si trova a scontrarsi con qualcuno piuttosto che altri? Cosa stabilisce che il conflitto di interessi interessi proprio quella persona e me, assieme? Solo perché quella persona mi è vicina? E quando mi è lontana?!? Non è forse la stessa cosa?

Oggi 8 volte 3km bici + 500mt corsa + 4′ recupero. Su strada deserta, ma alla sesta ripetizione mi metto in strada proprio quando sta per arrivare un’auto, ed inizio a pendalare avanti ad essa. Ho pensato: “proprio ora doveva arrivare?” Avrà pensato: “proprio ora doveva partire?”. “Eh, ma io ho finito il recupero, cosa ne sai te da quando è che faccio ‘sta cosa?”. “E tu cosa ne sai da quand’è che sono partito e quanti casini c’ho per la testa?”.

Ma infatti. Nessuno sa niente di nessuno. Però ho ragione io.