Senza Nome

La mamma. Il babbo.
Pensa.
Avevo 8 anni e chiedevo di avere l’MSX perché quello sì che si programma, che c’è il basic, che si fanno i programmi …
“hai il videogiochi dei tuoi fratelli, quello va bene”
Non si programma.
“Ma come, vedi che va bene”.

Avevo 15 anni, e allora sì che potevo usare il pc, di mio fratello, perché dovevo fare i programmi del laboratorio di informatica.

Mio fratello studiava ad Ancona, così io potevo stare scrivere programmi davanti al computer. Ero silenzioso. Mi è capitato di passare la notte a programmare e il giorno dopo a fare un compito in classe a scuola. Sarebbe andato bene, se non avessi stampato il listato del programma nei fogli del cedua (centro elaborazioni dati università di Ancona). Il codice era mio, ma tanto bastava ad essere un imbroglione agli occhi del professore.

Ma no, se è per dirla tutta non era quello il problema, cari genitori.

All’università frequentai il primo anno, concluso con 3 esami sostenuti su 5 con media 28. Era luglio, torno a casa.

Avrei sì voluto preparare gli esami mancanti. Come del resto mio fratello prima di me aveva studiato per i 5 anni senza dover lavorare. Invece io no, dovevo aiutare per i lavori al negozio di mamma.

Ecco, un indizio: questo è uno dei problemi.

Sono depresso, mi sento incompreso, poco accettato, e per nulla preso in considerazione. Mi ubriaco, prendo l’auto e vengo fermato, poi picchiato da un carabignere (e sì che si scrive così). Ma si sa come vanno queste cose, eccetera. Ecco. Non era il “carabignere” il problema.

Nonostante tutto, fatta la domanda, a novembre mi viene assegnata la borsa di studio. “A Pisa devono essere proprio buoni”: le parole di babbo.

Le telefonate, di mamma che si lamenta che non telefono e perché. Che poi non faccio esami, che non studio, eccetera.

No. Non studio. Perché studiare non va bene. Non basta. E alla fine è solo che “a Pisa sono proprio buoni”.

Non è questione di alcool o ashish. Siete voi, cari il babbo e la mamma, il problema.

Non mi faccio avanti con le ragazze, con la ragazza, ce ne era una. Ma mi sento sbagliato, non va bene. Non posso piacergli, sento forte la contraddizione. Mi blocca.

No. Non è paura. Sarebbe facile. Provo di tutto. Cado in motorino. Paura, ok, ma mi rialzo e vado.

Cosa ho di sbagliato? Cosa?

Non valgo niente.

Qualsiasi cosa io sappia fare col computer è talmente astratta che non ha senso.

I voti e la borsa di studio non valgono niente.

Più avanti penso che sarei stato indemoniato, sarebbe stata una spiegazione efficace, semplice.

Per il babbo e la mamma, per la famiglia, ero esaurito per lo studio.

No. Diciamola tutta. Non studiavo perché ero esaurito dalla lagna che mi toccava ascoltare secondo la quale io sarei stato insensibile e menefreghista.

Sì, forse un po’ depresso e demotivato. Come qualcuno che si rende conto che ciò che sa fare e fa non serva a nulla.

E perso. Sì, perso come qualcuno che nel fare quello che fa riceve complimenti da chi gli sta intorno, ma da parte della famiglia continua ad essere un buono a nulla. E poi “gli altri si prendono gioco di te”, oppure “gli altri di fregano”.

Io sono così. Senza Nome.

Senza genitori che abbiano una minima idea di chi io sia.

A 25 anni il mio primo ricovero in psichiatria. Dopo quasi un mese esco. Parlando con mio padre, tra i vari discorsi che aveva sentito da me, mi chiede se fosse vero che non ero mai stato con una donna. Rispondo di sì. “Ma come si fa? come è possibile?”. Il babbo, si è sposato all’età di 29 anni. Non aveva mai scopato prima.

Sei un coglione. Caro il babbo.

E io dovrei riconoscere di essere tuo figlio.

Anzi, dovresti riconoscerlo tu, che il frutto non è poi caduto così lontano.

È la vigilia della festa della mamma. Fammene dire alcune.

La mamma. Hai rotto il cazzo. Cara la mamma. Lagna e lamenti, per cosa? Cosa cazzo ti ho fatto io? Dovrei dimostrare che ti voglio bene perché mi fai i complimenti per i mediocri risultati sportivi? Sport che faccio come svago, sport iniziato principalmente per starmene per i fatti miei, tra l’altro.

Per i fatti miei, intendo senza avervi tra i coglioni: la mamma, il babbo, i fratelli, eccetera.

Non voglio avere tra i miei punti di riferimento qualcuno che non capisce un cazzo ed ha una qualche influenza emotiva nei miei confronti.

Pretendo forse di avere dei genitori perfetti? No, anzi, pretendo che riconoscano quanto siano stati coglioni.

E gli alibi. Certo, ne sto cercando io, ora. Ma cosa è la vostra pretesa di pensare che tenendomi a casa sarebbe stato un bene per me? Alibi. “abbiamo fatto il possibile”.

No. Siete ciechi e non avete voglia di vedere.

Siete ignoranti e pretendente che la vostra condizione sia applicabile a tutti gli altri.

Non faccio nulla stando seduto davanti al pc, vero?

Ok. Guardate la tv, ascoltate la radio, guidate l’auto, comprate cibo confezionato. E pensate che chiunque sia l’artefice di tutto questo progresso faccia esattamente le vostre stronzate?

È pretendere la perfezione? No. La consapevolezza.

Mi è stato chiesto, sì: “ma tu sei consapevole?”

Da una donna che mi ha conosciuto tramite facebook e pretendeva di essersi innamorata di me da ciò che scrivevo.

Chiaro sì, certo sono consapevole.

Ma di cosa? Perché colleziono un fallimento dietro l’altro? perché preferisco essere perdente piuttosto che vincere? Perché non trovo passioni? Perché mi attacco al giudizio degli altri? Perché non cambio lavoro quando potrei guadagnare 70mila euro al posto di guadagnarne poco più di 30mila?

Quali sono i miei valori? Nessuno. Dovrei amare me stesso in modo viscerale. E questo che cerco di tenere a mente. Ogni attimo.

Amare me stesso. È l’unica salvezza. Imparerà poi, forse, almeno una ad amare me. E non sarà mia madre, quella che ama quel me che io nemmeno conosco, che non capisco.

Mi sento onestamente trasparente agli occhi dei miei “cari”, e anche a quelli di mia madre. Purtroppo.

Senza nome. Senza identità. Senza anima.

Cosa vuoi che sia?

È solo un’altro sabato del cazzo.

Avrei bisogno di ubriacarmi.

Ma non ho amici con cui farlo.

Se non altro ora, oggi, un po’ più consapevole lo sono. Cercherò di badare a quanto impegno metto nel fallire. Cambio strada.

Un giorno smetterò di odiarvi.

Nel frattempo non scassate il cazzo.

Narrazione

(La chiamano story telling?)

Correvo un giorno su di una strada attorno ad un campo non coltivato, un posto quasi esotico… l’ho sognato od è successo veramente?

Frankfurt am Main vista da Friedberg Landstraße

Nel dormiveglia di un sabato mattino non capisco perché mi fosse venuto in mente quel ricordo. Quel ricordo era del venerdì, sì esattamente del giorno prima. Con questo caldo riuscire a dormire per più di 2 ore consecutive è un impresa, realtà e fantasia si confondono. Conta poco che sia a Francoforte con 20 gradi la notte, è caldo comunque.

E sì, non era un sogno, Hundplatz vicino Preugenheim, o come si chiama la zona confinante, penso sia un’area per lo sgambamento dei cani, da cui il nome. Francoforte, una città così provincialmente cosmopolita, uno skyline da città d’oltreoceano e frazioni e campi, e orticelli, e parchi ovunque. È facile trovare la propria dimensione, ed è tutto così vero.

Ho sottoscritto da qualche settimana l’abbonamento per Internazionale, il settimanale che raccoglie articoli da tutto il mondo. Quello che apprezzo di più di questo settimanale è la narrazione. La scelta è ampia e c’è da fare i complimenti ai redattori/traduttori per l’ottima cernita, bellissimi articoli, scritti da eccelsi giornalisti di tutto il mondo. La narrativa, appunto, il modo col quale con poche battute riescano a presentare una storia lunga, che magari trova le radici nella storia di un Paese, radici anche lontane.

La apprezzo, la narrazione, in questo momento in modo particolare. Quel sabato, in dormiveglia, seguiva un venerdì sera passato in Opernplaz, all’ombra dei grattaceli del centro e di fronte al teatro dell’opera di Francoforte. (considerato che fa notte alle 10 di sera, “ombra dei grattaceli” non è solo un modo di dire).

Tornavamo da una visita ad un supermercato per prendere un paio di bottiglie d’acqua, stavo piuttosto bene ora che la sete era placata, camminiamo verso la festa, le bancarelle, il cibo, l’apfelwein. Ed ecco avanti a noi, sì, voglio una ragazza come quella. Anzi, voglio quella. Bionda, vestita di bianco, tubino e minigonna, alta, forse un po’ troppo magra, ma bella. Sembra quasi ascoltare i miei pensieri. Hot. Quello che provo è ok. La sorpasso, giro un po’, lascio che mi sorpassi. I nostri sguardi si incontrano e non c’è niente che non vada. Devo fare il primo passo, lei mi tiene d’occhio, è come se me lo stesse chiedendo.

Non lo farò. So già che è così. Lascio che scompaia tra la folla. Forse ancora mi cerca. C’è qualcosa che non va.

Non è solo paura di sbagliare, è come se avessi la consapevolezza di essere predisposto a sbagliare, a dire la cosa sbagliata, a buttare tutto all’aria. Non ho problemi con i fallimenti, posso accettarli. Il problema ce l’ho con me stesso. Cosa mi mette a disagio in qualsiasi situazione mi trovi in mezzo alla gente? Qualsiasi situazione.

Finisco per parlare col mio collega di questa cosa, e mi chiede se quando faccio le gare sono o no a disagio in mezzo a tutta quella gente. Sì, sono a disagio anche lì, solo che c’è la competizione e la cosa è differente, riesco ad ignorare il disagio.

E allora? Quando sono a mio agio? Mai.

La cosa è sempre più forte quando mi capita di incontrare una donna che mi piace, all’inizio è desiderio, se la cosa è forte è facile entrare subito in contatto intimo, e sentirsi vicini, voler essere migliori, l’uno per l’altra, e cercare di essere la cosa più piacevole, o almeno desiderare che ci sia un’intesa buona, dolce, e subito. Ma chi è lei? Posso chiederglielo. Chi sono io?

Sì, ecco, perché non dovrei essere all’altezza? perché non dovrei essere desiderabile? perché non dovrei essere abbastanza per lei? Perché non dovrei essere nulla? Sono nulla? Chi sono?

Abituato ad ascoltare e stare zitto, abituato a fare battute e mai parlare seriamente di ciò conosco, abituato ad avere dei riferimenti sentimentali troppo demotivanti (i genitori, soprattutto), sono niente. Oppure un buono a nulla. È l’unica cosa che posso dedurre.

Sono qui per lavorare. E no, non porto a tavola in un ristorante in periferia facendo i conti con i risparmi per poter tornare ogni tanto in Italia. Ecco no. Potrei trovare il mio lavoro anche oltreoceano, o in Inghilterra, avrei un buono stipendio, ma non mi sono mai deciso a cambiare.

Scrivo software. La cosa è iniziata nell’agosto del 2008. Mi chiama un vecchio amico dei tempi dell’università per chiedermi se posso fare qualche lavoro piccolo su un software tedesco che fa ricerche da prodotti e transazioni di vendita di ecommerce. Non ci capisco niente, l’interfaccia fa schifo, ma quello nel 2008 potrebbe essere ok, il problema è il tedesco. Boh.

La cosa va avanti per un po’, in effetti va avanti fino ad oggi. Conosco più o meno tutto il codice del back office dei clienti e amministrazione per il supporto tecnico. Il core business di Starsellersworld è il posizionamento dei prodotti sulle piattaforme di vendita, l’analisi dei prezzi, e l’ottimizzazione dei guadagni. Queste cose sono gestite dal team sviluppo di Stoccarda. Ci sono stati tempi migliori, e anche tempi peggiori. Da allora l’interfaccia è stata completamente riscritta. Siamo lontanti dall’essere competitivi dal punto di vista delle interazioni, ma ci stiamo lavorando. Anche il marketing zoppica un po’, sembra che nessuno conosca il servizio, e a ben vedere è difficile trovare nel mercato qualcuno che sia un vero nostro concorrente. Dovremmo fare soldi a palate, ma in questo periodo non sta succedendo. Ci stiamo lavorando. Ci sto lavorando. Mi rendo conto di essere rimasto piuttosto solo. Il collega col quale parlavo sabato sta cambiando lavoro e non ci sarà più a Francoforte.

In queste settimana a Francoforte abbiamo implementato l’interfaccia per acquistare le etichette di spedizione presso DHL, tramite la loro API. Era qualcosa rimasto incompleto. Stiamo cercando di finalizzare. È necessario e salutare. Per me e il collega, che abbiamo scritto il software, per i clienti che possono avere il servizio, per la ditta che può applicare un fee sull’uso del servizio. Sono state tre settimane intense e faticose. Davvero.

Ad Opernplatz è arrivato un amico di Gunter, il mio collega, e io ho approfittato per starmene sulle mie e ragionare su tutto questo. Me ne sto sulle mie tanto che Gunter mi chiede se anche a me mi va di andarmene (esso dice che lì le ragazze sono troppo snob e finte, non è come Friedbergerplatz). Sì, andiamocene, continuo riflettere sul letto prima di dormire. Forse questa cosa è servita, forse più di un probabile 2 di picche.
E dunque chi sono? Sono un uomo.

visita a Tolentino

(scritto ieri, domenica)

Martedì primo novembre. È festa e penso di andare in spiaggia, in bici, quella da passeggio, ci metto meno di 20 minuti e il tempo non è male. Mi accorgo di non avere con me la muta, così se avessi voglia di fare un tuffo proprio non potrei. Allora decido di tornare a Tolentino, prendere un po’ di roba. Prendere tutta la roba: mio fratello e famiglia, sua cognata e famiglia, e sua suocera, sono senza casa, e casa mia è ancora agibile. E comunque io me ne sono andato ormai, non è il caso di occupare spazio.

Il giorno scelto è sabato, è più comodo, prendo una macchina alla Hertz il venerdì sera e la riconsegno domenica sera, il costo è contenuto e riesco a far tutto: giro in bici di sabato, e 24km di corsa la domenica.

Parto in ritardo come al solito. Sono a casa per le 2. Pranzo e l’atmosfera è quello di un giorno di festa ma lavorativo, tipo una vigilia di natale, per capirci. Quindi tutti stanno tornando a lavoro (??) … no è che il terremoto tiene occupati, anche di sabato, è troppo un casino.
Tolentino è deserta. Ma io passo 2 ore abbondanti cercando di riordinare le mie cose e buttarle dentro scatoloni. Non ho proprio tempo di farmi un giro per il paese.

Quando gli scatoloni sono tutti in auto, parto per la piscina, vado a trovare Luca per fare l’iscrizione alla squadra e parlare un po’. Parliamo di corsa, e come sta andando la mia preparazione. E parliamo un po’ anche di Camerino, e come è difficile cercare di trovare una normalità. Cose di cui effettivamente io non riesco proprio a rendermi conto.

Ne ho un’idea quando vado a Caldarola, a prendere la maglia della squadra (di bici e di corsa, la mitica asd Monti Azzurri Bike Team). Dal benzinaio. Caldarola ha chiuso. Centro storico non agibile, transennato, situazione molto triste. Lo vedo da come le persone non trovino la forza di arrabbiarsi, per il dover aspettare che Gino li serva, per dover fare retromarcia perché la mia auto blocca il passaggio. Nulla. È strano, ma è come se si capisse che le energie non possono più essere usate per la rabbia e l’indignazione, che ora si ha bisogno di altri sentimenti, di altro sentire.

È un sentire triste ma empatico, a livello veramente profondo, via tutte le sovrastrutture, abbozzi di sorrisi, stanchezza nei volti.

Caldarola. Il suo bar non c’è più, c’è il benzinaio. Per ora. Fra qualche settimana si rimetterà in piedi qualcosa nella zona ristorazione. Ma sta arrivando il freddo, è da vedersi. Sono stati raccolti i giochi per i bambini. “ne sono arrivati troppi” sento i commenti. Ma ne arriveranno ancora.

Torno a casa e sono tutti lì, è ora di cena e siamo 3 (o 4) famiglie, ma piccolissime famiglie. Dove si sta da soli si sta anche in tre. Sono le 7:50 e l’atmosfera è così prenatalizia che per me è naturale guardare la bottiglia di vino cotto e pensare alle castagne. “Compro le castagne?”. Espressioni felici, forse non s’era pensato, ma le castagne sono proprio quello che ci vuole questa sera, e siamo tutti d’accordo. Arrivo al centro commerciale e scelgo le più belle (e le più costose, ma che fa). Anche qui incontro facce conosciute, il solito atteggiamento scontroso e riservato del tipico maceratese è andato perso. Gli occhi sono usi al pianto ormai, e non c’è proprio la forza di mantenere la supponenza.

Parlo di Caldarola. Ha chiuso. Camerino: chiuso. Castelraimondo: chiuso. Ussita, Castelsantangelo: chiuso. San Severino: chiuso a metà, come Tolentino. Non andiamo avanti col discorso.

Poi si parla della casa, l’altra, quella persa. Capisco che c’è poco da fare, che dal 26 agosto bisognava intervenire per sanare la struttura, cosa non fatta purtroppo per ovvie lungaggini italiane. Poco da fare vuol dire: demolire, ruspa. Alla parola ruspa gli occhi di Roberto si riempiono di lacrime.

È così triste, ma così umano tutto ciò. Oggi mi chiama Elena, e mi chiede perché me ne sono andato. Avrei veramente la voglia di star lì, a fare non so cosa, anche solo a vivere e cercare di esserci. Perché forse è stupido ma trovo che in quella disgrazia, così vicina a me, ci sia molta ricchezza di umanità.

Ma ho un’altra strada. Sono ormai a Castelferretti, ed è necessario proseguire. Ho speso troppo tempo senza capire quale sia il mio valore, e quali i miei difetti. Faccio cose eccezionali eppure mi capita di vantarmi per cose nelle quali sono assolutamente mediocre. È come se guidassi un’auto i cui comandi sono invertiti e non capisco bene quale sia frizione, quale il freno, e quale l’acceleratore. Quella auto sono io, un’auto da 300km/h, che va male a pena a 40 all’ora, oppure l’inverso. Realmente non ne ho idea.

Cose che si fanno a 20 anni. “Ma ormai cosa conta? ormai che tutto è compromesso” ho sentito dire tra 2 barboni alla stazione qualche giorno fa. La vita continua, continua per tutti, che ti sia crollata casa, che tu debba ancora capire chi sei, poco cambia, personalmente penso a me stesso come qualcuno che ha costruito qualcosa senza progetto, quel qualcosa regge perché man mano che mettevo su i pezzi quel che non doveva reggere è semplicemente crollato, quindi regge quel che ne rimane. Non è un ottimo modo di andare avanti.

Non ci sarò e mi dispiace. In bocca al lupo

la casa delle meraviglie. Fateci morire in casa

 
… prima di tutto “lo sapevano” e “è probabile che” sono 2 concetti differenti.
Seconda cosa, e se anche l’avessero detto chiaro e tondo, quanti prenderebbero la valigia e se ne andrebbero? e dove poi?
Le case sono antisismiche? Quando si acquista una casa lo si chiede o semplicemente “il mattone è sicuro”, “la zona è bella”, etc.
Gli appaltatori avranno le loro responsabilità, ma spendere un patrimonio e passare sopra a “particolari” come una certificazione energetica e antisismica è da scemi, se consideri che la pagherai per una vita, è da ultrascemi.
 
Compri una casa e dai per scontato che chi l’ha costruita l’abbia fatta con responsabilità e perizia, e che, visto il prezzo, non si sia approfittato per risparmiare qualcosa. Spesso non è neanche questione di malafede, è questione di ignoranza e incapacità, molte case sono venute su come funghi negli anni ’60, ’70. Altre sono state ristrutturate ed ampiate alla meglio e poi s’è pagato un condono, si è cercato di farle passare e sono passate. Poi arriva Charlie e dice che le ha costruite la mafia, in fondo è un sinonimo di Italia, ci sta, no? Committente scemo, esecutore ignorante, controllore che chiude un occhio per un manipolo di voti in più che tanto gli basta. E allora boh. Arriva un terremoto e la colpa è del governante che non ha fatto funzionare i controlli, del costruttore, del committente che ci vive e rischia di morirci sotto. Epperò bisogna risarcire i danni.
 
E questo del risarcire i danni è un po’ come giocare alla pari, ad esempio se giochi a calcio ed uno dell’altra squadra si azzoppa, allora devi permettergli di cambiare giocatore oppure rimandi la partita, altrimenti sarebbe sbilanciata e per nulla divertente.
In Italia ci sono città e regioni intere che zoppicano da anni, a volte c’è il sospetto è che facciano finta per non stancarsi troppo, e che di giocare per vincere non gliene freghi un granché. Ma pure se non dai modo a qualcuno di rimettersi bene da un infortunio finisce che ricomincia a giocare troppo presto e zoppicherà a vita. E così sono i finanziamenti.
 
Ho paura. Non sono a Tolentino, ma ho paura per i miei, per casa, per gli amici, un po’ per tutto. Ma quello che non mi piace sentire è sempre la solita lamentela. Quello che è, che abbiamo, lo è e lo abbiamo perché col tempo l’abbiamo costruito, così, male. E tutta questa conoscienza che abbiamo, e che NESSUNO ci ha mai nascosto, non ci è servita a fare case migliori, a prendere provvedimenti prima, ce ne siano scientemente fregati, abbiamo cose più importanti prima. Priorità. E se poi spendi i soldi e non ci sono più terremoti? Eggià. Ma se il mercato delle case va giù e non puoi rivenderla perché non ha nessuna certificazione? E se ti ritrovassi con un mucchio di mattoni, intatti, abitabili, ma comunque sempre un mucchio di mattoni? Se quell’investimento sicuro diventassero soldi buttati?
Volevo scriverlo su Facebook, sembra un’invettiva, e non mi va. È solo una riflessione, senza troppe pretese, ma abbastanza lunga. Ho amici in mezzo ad una strada e non voglio assolutamente offendere nessuno. Nessuno ha colpa, l’ho già detto, ma nessuno è assolutamente innocente, purtroppo.
Coraggio. Ecco, vorrei dire coraggio ed augurarlo davvero. Ad averlo!
Si sente dire “voglio una casa di legno”, “tanto io me ne vado”. E se non restassero parole?!? Vorrei trovassimo tutti il coraggio di seguire le nostre idee, anche le più banali e sovversive. Coraggio di fare la cosa giusta.
If you have a fact, face it! If you have a dream: chese it! you only live once …
sono versi di una canzone che ho sentito per radio, una radio jazz non ho idea di che canzoni sia, ma non importa. I problemi si affrontano, e i sogni si agguantano. Altro che “vorrei”. Coraggio!

Tutto ok. Sono sfinito.

Tutto ok. Sono sfinito.

Il problema è che tra ciò che ti aspetti e la realtà c’è sempre discrepanza.

Per quanti problemi uno si aspetti di trovare durante una impresa o avventura, essi saranno sempre maggiori e diversi, soprattutto diversi.

Piuttosto che imparare o trarre insegnamenti da ciò che ho fatto di sbagliato o giusto, questa volta credo sia opportuno imparare altro.

Vale a dire, qualsiasi problema ci si trovi ad affrontare, ci sarà un certo numero di possibili strade da seguire e perseguire per risolverlo.

Formalmente parlando nessuna strada esclude l’altra, ma praticamente parlando, essendo limitati nel tempo, e nello spazio da poter dedicare a ciascuna, va da se che la scelta di una o più strade ne esclude un certo numero di altre strade, spesso maggiore di quelle perseguite.

Vale poco considerare che i percorsi intrapresi non sono stati quelli più efficaci nel determinato momento, o per affrontare la determinata problematica. O almeno vale quel po’ di limitato tempo necessario a fare il punto. Non si aveva la mappa prima di affrontare il percorso, così si è proceduto per tentativi, ed è così che si è sbagliato. Inutile infierire, o farsi immotivati complimenti.

Ma oggi sono triste. Quella tristezza data dall’esaurimento dell’entusiasmo. Sfinito per essere arrivato a metà percorso, o meglio, per avere appena iniziato.

Me ne sono accorto stamattina quando decido di uscire di casa per fare quattro passi, per raccogliere le idee e calmarmi un po’. Avevo voglia di piangere. Vuoi il tempo, vuoi il freddo, vuoi che manca l’acqua calda a casa e da una settimana faccio docce fredde, vuoi il cielo grigio, vuoi qualsiasi altro motivo idiota. Volevo piangere, punto.

Ho pensato che ho chiamato innumerevoli volte il servizio cliente di Enel Energia, per la fornitura del gas, ho ripetuto 3 volte la compilazione e l’invio dei moduli del contratto di fornitura, ho atteso 16 giorni, e ancora non ho il gas a casa. Tutte le volte che ho parlato con qualcuno del servizio clienti, mi è stato risposto che del fatto che non mi venisse allacciato il gas (spiombato il contatore) egli, o ella, non era responsabile. Ho parlato persino con la distribuzione, anche dalla distribuzione tutto ciò che ho saputo è che potevo parlare solo con chi non c’entrava niente. Mi sono domandato:

“ma come è possibile che tutta la gente con cui parlo si trovi lì per caso? Come è possibile che non riesca mai a contattare chi ha una (1) responsabilità riguardo il prosieguo della mia (mie) pratica (pratiche)? È forse normale che la gente si trovi tutta lì per caso a rispondere a clienti che si lamentano dell’inefficienza? Che tutta questa gente si sia casualmente trovata davanti una scrivania, con microfono, un terminale difronte, una tastiera, un mouse e tutto il resto, e che riceva chiamate da clienti inviperiti per motivi del tutto fuori dalla loro portata? Questo mondo è evidentemente ingiusto nei loro confronti. Bisogna fare qualcosa“.

Ecco, ciò che dovrei cambiare non è il modo col quale affronto i problemi, ma l’atteggiamento in generale. Dovrei smettere di cercare difetti in ciò che non va, perché è fin troppo semplice trovarne.

E come del resto perseguire alcune strade ne esclude altre per mancanza di tempo, in modo analogo focalizzarsi sui problemi esclude la possibilità di considerare alcune opportunità.

Inevitabilmente le opportunità non saranno ciò che ci si aspetta, visto che ci si focalizza su di esse e non si ha il tempo di considerare le problematiche e le difficoltà per arrivare a sfruttarle. Ma ciò non toglie che se esiste una strada possibile per sfruttarle essa passa per forza di cosa dal prenderle in considerazione.

Basta con l’astrattismo. Vorrei essere entusiasta, e tutto questo ragionamento sarebbe servito a quello, in realtà sono esausto, ma c’è poco che ci possa fare.

ma menefrego. No, me ne vado

Il fatto è che non me ne frega niente.

Devi lavare i panni, e hai spese da fare, devi pagare l’affitto, e spostarsi, e poi questo, e poi quello.

E non puoi mangiare i pomodori freschi, e devi cucinare, e poi cosa mangi?

Non me ne frega niente. Sono stufo esattamente di tutto questo. Va bene una pizza, o anche un piatto di pasta. La gente che non mangia quello che ha cucinato la mia mamma sopravvive. E non me ne frega niente.

Fuori c’è un mondo che corre, che si interroga su come avere una soluzione migliore, e sono cose che a me piacciono, e ci metto bocca, e so cosa dico. A volte sbaglio, come tutti, si capisce, forse un po’ più degli altri. Ma è quello che mi piace.

E proprio quel mondo che per voi è difficile da vivere, per me sono servizi, sono utilità e comodità che posso sfruttare, altro che “soldi da pagare”, sono opportunità da acquistare e di cui approfittare.

La ossessione per il risparmio, non spendere soldi per sciocchezze per me è solo non fare quello che mi piace. Per me un software non è una sciocchezza, un computer non è una sciocchezza. Io piuttosto è della zappa e del perdere tempo a coltivare l’orticello che rende il 40% in meno rispetto ad un orto ben organizzato e professionale, di quello farei volentieri a meno, per me sono quelli i soldi buttati, sono quelle le sciocchezze.

Entro in un supermercato ed ho tutti i servizi. Me ne frego dei lavori che si sono persi, del contadino vicino casa, del km zero. Se tutto questo non mi permette di correre, di scoprire qualcosa di nuovo, di essere migliore.

“Ci sarebbe da fare questo” e “mi servirebbe una mano per”, carissimi, sono frasi che non voglio più sentire. Per ciò io vado.

E sull’essere soli, ma fatemi il piacere. Sono qui con colleghi edili ed architetti. Che differenza fa con l’essere soli. I miei colleghi sono a Francoforte. Frequenterò il coworking, qualche giorno. Vedrò come mi trovo.

Mostri

Non importa quanto sia imponente il mostro o quanto si dia per scontato di soccombere, è dato solo di combattere.

Anche quando si crede di desistere, si sta combattendo.

Puoi correre stancamente, lamentandoti del peso che tocca trascinarsi dietro. Oppure correre fiero, a testa alta, con la schiena diritta, rallentare ma non fermarti. Penseresti che stai bruciando più energie se tieni lo sguardo alto e diritto di fronte a te. È questo quello che credi, ma non è affatto vero. Il corpo è fatto per correre. Fiero e con la schiena diritta si risparmiano energie.

Tanto vale combattere, e farlo convinto, fieri e deciso, rilassato e sprezzante del dolore e della fatica. Spesso vuol dire perdere, e svegliarsi il mattino seguente con le ossa rotte e tutti doloranti. Ma forse è il periodo (cit. “Quelli che …”)

Un solo sospetto, forse

Un solo sospetto forse, ma …

Preferisco le domande aperte, e i misteri dietro la natura alla certezza del giudizio su persone affascinate dal proprio ego tanto da doverlo condividere col mondo intero.

Preferisco l’assenza dunque, annichilire di fronte lo spettacolo dell’ignoto, piuttosto che ribadire la mia presenza puntando il dito argomentando con una critica profonda solo nel ragionamento astratto scorrelato dalla realtà, come necessariamente dev’essere quando si è dietro una tastiera e si guarda fuori il mondo.

Ecco, il sospetto è quindi che coloro che critico mi infettino del loro stesso morbo, ovvero mi rendano succube del mio ego.

Ed è per questo, ed è perché infondo conta poco, che non mi interessa più nulla di cosa facciano i politici. Hanno bisogno di soldi e di gente attorno perché almeno possono pagare altra gente attorno che avrà bisogno di altri soldi, e tutta una serie di risorse consumate per il loro ego. Vale certo la stessa cosa per i “divi”, “star” o “webstar”.

Così è internet Nobel per la pace?

No, così è la solita merda.

Problema di definizioni

Posso essere un programmatore, lavorare per una azienda a Francoforte, ed alcune aziende italiane, abitare a Tolentino, cercare casa in affitto a Chiaravalle, lavorare in ufficio presso un coworking ad Osimo?

No. Non posso esserlo perché il locatore pensa che sia tutto tremendamente troppo complesso tanto da concludere che io sia un poco di buono o roba simile.

E conta poco specificare quale sia il mio reddito, posso anche inviargli copia della mia dichiarazione dei redditi, della copia della registrazione della partita iva, qualsiasi cosa. Non gli basterà mai, per esso sarò sempre un poco di buono.

Programmatore non va bene.

Effettivamente sono un Dottor Ingegnere dell’informazione Iunior (iscritto all’albo degli ingegneri di Macerata), che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una azienda tedesca che si occupa di commercio online.

Poi se non ha capito niente non sono problemi miei, del resto capisce neanche cosa sia un programmatore e cosa sia un coworking, ma almeno sentir dire Dottor Ingegnere potrebbe bastare. Va da se che sono iscritto all’albo, ma se necessario lo specifico.

E questo è nel cercare casa. Cosa pensa un committente quando ci si presenta come consulente per un lavoro? Qual è in effetti il modo giusto di presentarsi? Perché non darsi del lei? (a se medesimi stessi, dico eh).

Tipo:

Sono un ingegnere informatico, ho iniziato l’attività come full-stack web developer, principalmente attratto dal backend (ho la certicazione ZCE php5.3, ad esempio). Ma ultimamente lavoro molto sul javascript e front-end, dove ritengo di essere molto produttivo, e lo pensano anche l’aziende per cui ho lavorato: mi sono spesso ritrovato ad essere “quello bravo col javascript”.

Ecco, così potrebbe andare.

Il punto è che la gente vuole inquadrarti, non vuole pensare. Non c’è bisogno di specificare che tu sei una persona che fa questo e quello. Ovviamente sei una persona, ti sta parlando. Vuole sapere in quale cassetto infilarti, in quale categoria di persone metterti. Vuole sapere se sei una persona affidabile o non affidabile, se lavori, se ami il tuo lavoro, sei apprezzato per questo. Se hai un posto dove lavorare e dove vivere. Ok, sto cercando un appartamento in un’altra citta, è evidente che il posto dove vivere lo sto cambiando, o non ce l’ho ancora, ma non importa! Devo averlo, devo essere stabile qui, ed avere una ragione non futile per cambiare posto. Tipo:

Sono un ingegnere informatico che lavora principalmente come consulente presso Xwave, una aziende tedesca che si occupa di commercio online. Vivo a Tolentino, ma avrei bisogno di cambiare ufficio nell’ottica di avere maggiori servizi e comodità. Avrei bisogno di un appartamento, preferibilmente arredato, non troppo costoso, zona Chiaravalle/Catelferretti/Falconara.

Va meglio? Direi di sì, è incassettato in “ingegneri” e “consulente (informatico)” ed in “lavora per azienda tedesca”. È inoltre chiaro il fatto che vivo a Tolentino attualmente, ed è chiaro il motivo per cui sto cercando un appartamento in affitto.

Tutti abbiamo una cassettiera nella nostra mente, bisogna prenderne coscienza, perché poi è questa la prima cosa che ci si domanda quando si conosce qualcuno:

E questo adesso?!? dove lo metto?!?

E la cosa più gentile che si possa fare è darsi un etichetta a se medesimi, la più generica e comprensibile possibile, tanto da far capire: “Ehi! Io vado in quel cassetto, nessun disordine! Non ci sono stati i ladri. Non devi fare pulizie. Non devi riordinare. Non devi pensare”. E soprattutto: non devi pensare diversamente, non devi sforzarti, non devi cambiare idea, vai bene come sei, hai ragione tu … (e forse potresti tenermi in considerazione se hai bisogno di qualcuno su cui contare, perché abbiamo tutti bisogno di essere rassicurati, di avere un appoggio, di avere qualcuno che ci da ragione, in un mondo dove ci sembra di essere pazzi ad ogni nostro singolo pensiero troppo ovvio – per quelli della pubblicità)

Adoro il caos.

Pretendere.

Pretendere.

Quando imparai a farlo. Non ricordo. Forse l’idea di aver subito qualche ingiustizia ed essere risarcito. Qualche strappo, che va riparato. Come e cosa si può pretendere?

E non invece desiderare, chiedere, ricevere in dono.

Sarebbe forse meglio dimenticare i torti, gli strappi e pure i dolori. Sorridere, come si sorride a qualche accidenti che capita per colpa del caso, e null’altro. Non è forse un caso che ci si trova a scontrarsi con qualcuno piuttosto che altri? Cosa stabilisce che il conflitto di interessi interessi proprio quella persona e me, assieme? Solo perché quella persona mi è vicina? E quando mi è lontana?!? Non è forse la stessa cosa?

Oggi 8 volte 3km bici + 500mt corsa + 4′ recupero. Su strada deserta, ma alla sesta ripetizione mi metto in strada proprio quando sta per arrivare un’auto, ed inizio a pendalare avanti ad essa. Ho pensato: “proprio ora doveva arrivare?” Avrà pensato: “proprio ora doveva partire?”. “Eh, ma io ho finito il recupero, cosa ne sai te da quando è che faccio ‘sta cosa?”. “E tu cosa ne sai da quand’è che sono partito e quanti casini c’ho per la testa?”.

Ma infatti. Nessuno sa niente di nessuno. Però ho ragione io.