ognuno pretende d’amare “solo noi, veramente, voi invece meno”

Gay: amiamo solo noi veramente, voi solo usanze e buon costume.

Raggae: solo noi amiamo, mente aperta, rispetto, amiamo solo noi.

Punk: amiamo noi, il mondo fa schifo come voi.

Emo: cosa vuoi che conti tutto? meglio amare, come facciamo noi, non fate voi.

Io odio, ma non pretendo di essere l’unico.

Sento che capitolerò presto, la mia carne si sta lacerando, ieri notte la mia testa stava per esplodere ed ho temuto di spegnermi. Chiedo aiuto al mio cuore, mi dice aspetta, e intanto continua a battere e cercare quel dolce accordo in maggiore. Riccioli neri.

Se non hai niente di carino da dire, non dire niente

Un canadese in un social network pubblicava un link e chiedeva un commento, aggiungendo

“e vale il noto consiglio: se no hai niente di carino da dire, non dire niente”.

(non ricordo se fosse letteralmente così)

Dopo qualche anno capisco che questa cosa è bellissima, nei confronti degli altri e anche di se stessi. Dire qualcosa di scortese o inopportuno ci fa sentire brutti e inopportuni. Comunque a disagio. Non importa che faccia male agli altri, è fa male in prima persona, col tempo si finisce per farsi un idea di se poco gradevole.

Eppure la moda è di farlo continuamente, forse si critica la disonestà degli altri per giustificarsi, ma a volte si critica pensandosi migliori, pensando proprio che quel difetto l’altro non dovrebbe averlo, che non è sopportabile, e in modo scortese lo si fa notare.

Non so quanto sia noto questo consiglio, dì qualcosa di carino oppure taci, e costruisci un’idea di te che sia gradevole, carina, piacevole. Altrimenti ti ritrovi a lottare con un te che a stento sopporti di vedere allo specchio.

Pattern comportamentali

Nasce quest´idea da un post di un amico su facebook, dice che il comportamento delle persone è un deja vu mitigato dall’esperienza.

Dopo qualche commento dico che il comportamento è dato da degli schemi, una sequenza di azioni, espressioni e stati d’animo facilmente riconoscibili che ci permette di comunicare in modo semplice e capirci, e che questi schemi sono dati dalla educazione che ci viene data, anche per emulazione. Le sequenze sono come le cadenze in musica, vanno seguite per la maggior parte, ma forse sono più simili alle modulazioni jazz e quindi in qualche maniera più fantasiose, imprevedibili, creative e sicuramente infinite. Vuol dire che è un immensa sinfonia di scelte non determinate, quindi il riconoscere degli schemi non vuol dire sapere come si comporterà qualcuno, ma solo alcune sequenze.

Deja vu. Sì, appunto, facile anche riconoscerli in noi stessi, così sappiamo qual è la risposta, sono schemi, li abbiamo imparati forse emulandoli, quindi li stiamo mettendo in atto, probabilmente anche insiema ad altri, che hanno la stessa nostra cultura e sanno di interpretare esattamente quella parte, così ci troviamo a pensare di aver vissuto di già il tutto, ma lo stiamo appena interpretando dopo aver visto una rappresentazione con una scena simile o analoga. Il cervello ci fa da gobbo.

Questa non è una spiegazione riconosciuta, ma non mi importa, quello che ho poi detto è che se la sequenza non è riconosciuta/riconoscibile, allora si stona, e non si viene compresi. Questo mi ha fatto riflettere sulla sensazione di disagio che si prova nel non essere compresi e su quanto il disagio sia attualmente molto diffuso proprio quando c’è un bombardamento di informazioni tale da non capire esattamente qual è lo schema giusto, qual è l’accordo, la modulazione, per così dire, con la quale ci si deve comportare e non si è neanche troppo sicuri di essere riusciti a farsi capire.

E infondo ciò che riesce sempre difficile di ammetere è “forse ho steccato”, “forse non sono riuscito a rendere quello che volevo dire”, nel senso di dirlo palesemente in questa maniera, in caso di disagio, certo, non è che tutte le volte che si è insicuri dell’essersi fatti capire si sta lì a precisarlo, solo se questo da fastidio a se stessi, dirlo. E acquisire la consapevolezza che questa sensazione può essere normale.

qual è il keystroke giusto?

Su Windows si usa ^Z, è diventato uno standard, tant’è che molti programmi Linux usano la stessa combinazione per annullare.

È molto importante per imparare: pulisci la lavagna e ricominci a disegnare. Certo si ricorda l’errore, ed è proprio quello che conta, sapere come non fare per trovare la strada giusta. Ma la lavagna è pulita.

Nella vita qual è questa combinazione? Perché è vero, io imparo l’errore, ma come posso cancellare quello che ho fatto se per caso ha lasciato qualche cosa negli altri? Cosa fai? vai lì e dici “guarda, questa non va, la rigiriamo” tipo set cinematografico? Ma no, non è neanche questione di riavvolgere il nastro, non è questione di rigirarla, è il solo cancellare la lavagna. Io imparo dai miei errori, ma gli altri perché devono subirli?

Non è proprio possibile crescere da soli.

“Non scrivermi più” e quella smodata voglia di cancellare tutto ciò che si è scritto e lavar via i miei scarabocchi da te.

Sono un uovo

Un uovo.

Rotolo giù dal fienile. Sono un uovo.

Sbatto ma non mi rompo. Sono un uovo. Strano uovo.

Picchio, crepo ma torno sodo. Sono un uovo. Uovo sodo.

Non mi muovo, lì mi metti e qui mi trovo. Sono un uovo.

Qualcuno bussa. Voglio aprire. Io non posso. Sono un uovo.

Busso. Penso: fuori. (E busso dentro). Sono un uovo.

Sbatto contro me. O contro il guscio. Sono un uovo.

Ho paura di essere vuoto e solo. Solo guscio. Guscio duro, guscio d’uovo.

Non si rompe, sono fermo, non mi muovo. Sono un uovo.

Paura d’uscire. O di non aver molto da dire. Forse solo …

pio

Irresponsabile dichiarazione di indipendenza (dal DRM)

Il ministero della verità, dove lavorava Winston, si occupa della menzogna. Il lavoro di Winston e dei suoi colleghi era ricevere delle istruzioni con le quali cambiare i testi di giornali, storia, romanzi e quant’altro fosse stato pubblicato finora, se ciò non fosse conforme con la versione della storia dettata dal Partito.

Sono contro il DRM, Digital Right Management.

Sono contro il controllo centralizzato dei testi venduti, in qualunque forma.

Sono contro l’abolizione della stampa su carta dei testi.

Un testo venduto, anche in forma elettronica deve essere disponibile sotto tutti i punti di vista. Ciò vuol dire che devo poterne disporre liberamente.

Questa posizione è a favore degli autori, non contro.

L’autore deve essere garantito che l’editore non riveda il suo testo a piacimento, in base alla situazione economica.

Questa posizione è a favore degli autori vivi.

Questa posizione è a favore degli autori morti da meno di 75 anni.

È a favore degli autori morti da più di 75 anni.

È a favore delle famiglie degli autori e della loro memoria.

Sono a favore della tecnologia, della distribuzione di memorie di massa, dell’utilizzo consapevole della nuvola, dell’utilizzo di anonimizzatori come tor, del deep web, della liberalizzazione delle droghe, delle informazioni, di tutto.

A favore del gioco e dello stimolo alla curiosità. Ma a sfavore della censura ed a sfavore di qualsiasi divieto.

Da una parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a non fare ciò che vuoi.

Ma d’altra parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a fare ciò che non vuoi.

Sono a favore della consapevolezza ed alla rivelazione dei propri desideri, opera che ognuno deve fare dentro di s’è, guidato dal proprio spirito di avventura, senza limiti morali di sorta, senza insegnamenti religiosi intimisti ed invasivi.

Un umano è molto di più della somma delle sue abitudini. Ognuno deve essere libero di smettere di amare il sushi ed iniziare a mangiare i broccoli. Ognuno deve essere libero di preferire il caffé amaro e iniziare a mettere 3 cucchiaini, per poi passare ad uno. Ognuno deve essere libero di cambiare il proprio piatto preferito.

Nell’avventura dentro di se, i soli muri da abbattere sono dentro se stessi.

I muri esteriori sono degli abbagli che distraggono dalla propria opera. Vanno ignorati.

Una persona vale molto di più di quello che crede essa stessa, o di quello che viene educata a credere di se.

L’universo personale ha un’ampiezza indeterminata, quindi infinita.

Il vero nirvana è smettere di avere la curiosità di esplorarla.

Il vero nirvana è desistere dall’imporre il nirvana a chi non è pronto.

Siate farabutti.

2013. Un anno di me

Non è un resoconto, piuttosto un modo di ordinare le idee.

Quest’anno c’è stato il Triathlon per me.

Mi ripeto, di nuovo, che non esiste la terapia giusta per le idee confuse, ma è il seguirla che la rende giusta, cioè è la disciplina ad ordinare le idee, è il seguire un ordine che ti fa essere ordinato.

Ho sempre odiato la disciplina e l’ordine, e mai come in questo anno ho imparato ad apprezzarli.

Non c’è nulla di ingiusto nell’ordine: dovendo fare una pila di pietre si metterà la più grande alla base, e via via quelle un po’ più piccole sopra, fino ad arrivare alla più piccola in alto. Si possono fare delle eccezioni, ad esempio si può scambiare la posizione delle ultime 2, probabilmente la pila contina a tenere. Forse si può scambiare anche la posizione delle prime 2, ed ancora la pila di pietre reggerà. Ma non si può sovvertire completamente l’ordine, perché un ordine c’è, ed esso è dato dal buon senso che ci fa percepire che, prese 2 pietre, una di esse è più piccola, l’altra è più grande.

Una disciplina identifica un arte in senso lato, cioè includendo l’ordine da seguire per raggiungere la maestria in quella stessa arte.

Il bello dell’arte è che è teoria e pratica, e una rafforza l’altra. Non è scritto e orale, è teoria e pratica. Acquisire praticamente l’arte si muovere delle dita su di una tastiera, è al tempo stesso acquisirla teoricamente. Non credo si possa onestamente rovesciare le cose.

Triathlon è nuoto, T1, bici, T2 e corsa. Triathlon è cambiare senza fermarsi, analizzare velocemente gli errori per tornare immediatamente a concentrarsi sul passo successivo. Triathlon ti insegna che l’autocritica è una perdita di tempo: se sai già di aver sbagliato è inutile analizzarlo, devi solo imparare a farlo giusto, e non c’è altro modo che ricominciare a correre, o cambiarsi le scarpe, o salire in bici, o prepararsi per la prossima gara, o prendere armi e bagagli per tornare a casa, riposare e recuperare per il prossimo allenamento.

È vero che si partecipa a delle gare, con delle premiazioni. È vero che si paga per creare un montepremi. È vero che c’è un podio. E tutto questo è certamente molto importante. Ma, almeno per me, quello che mi ha cambiato la vita, è stato il ritmo, la soppressione dei tempi morti. “La vita non è un film. Nei film non ci sono tempi morti”, così ripeteva il matto del paese in Radio Freccia. I tempi morti non hanno più respiro in un triathleta. Sto scrivendo, è forse un tempo morto? No, ho un ora per farlo, poi devo cercare i sensori per la raspberry pi, da qualche parte devo averli messi, per poi attaccarceli e fare qualche test …

In musica una pausa non è un tempo morto, è una pausa.

Alla fine del 2012 ero amareggiato. Finalmente ero riuscito a togliere di mezzo la terapia farmacologica per disturbi psichici, che comunque non credevo di avere da almeno un paio d’anni. 5 anni di terapia, durante la quale qualsiasi pensiero col quale mettessi in discussione la mia malattia doveva essere nascosto ed offuscato. 5 anni di paure, paura di dover continuare una terapia che in qualche maniera mi era stata imposta (o forse avevo la convinzione che così fosse), e la paura di dover sottostare al volere altrui per tutta la vita, arrivare a desiderare la morte dei miei, per poi ripensarci visto che non sarebbe servito a niente ed in un modo o nell’altro sarei stato costretto a proseguire la terapia, imposta dall’alto, da un medico che arbritrariamente avrebbe deciso che io ero malato, che non avrei potuto sopravvivere senza medicinali. 5 anni di ossessioni, provacate da chi pretendeva di risolverle.

Ero amareggiato. Un anno di lavoro su di un progetto legato ad ecommerce, che avevo fatto senza la coscienza della partecipazione, nonostante fossi uno dei cardini principali per la realizzazione e la riuscita del progetto.

Volevo cambiare, chiarirmi le idee, schiarirmi le idee.

Il primo atto è stato iscrivermi ad una società di triathlon, la Cingolani Triathlon. All’atto stesso è coincisa la sensazione di essermene pentito. Cingolani Triathlon nasce da Olimpia Triathlon Camerino, che è una società storica di triathlon marchigiana. Erano 4 anni fa, quando feci la prima dieta, e decisi che avrei dovuto fare uno sport per poter tener fede all’impegno di dimagrire, e decisi che quello sporto doveva essere il triathlon, e decisi che la cosa più importante era imparare ad andare in bici facendo dei tempi decenti, e decisi che l’obiettivo era finire uno sprint. Poco dopo la decisione contattai la società Olimpia, ma senza stabilire nulla. Non ero maturo abbastanza. Non ero indipendente abbastanza.

Essere maturo abbastanza, essere indipendente abbastanza. Vuol dire prendersi le responsabilità. Vuol dire concepire il Mondo come qualcosa che sta alle tue regole, e le rispetta, cioè che non decide lui per te, ma tu decidi per lui. Vuol dire stabilire che il mondo che ti circonda è creato da te, e tu ne rispondi. Ovviamente non si può stabilire che il Sole sorga ad Ovest, non è quello il punto (ma in fondo Sole, Ovest ed Est sono tue regole).

E perché poi io sia andato a prendere proprio il triathlon tra la confusione dei miei obiettivi non ne ho idea. So, ora, di aver fatto bene.

Il pentimento comunque era per via dello sponsor, per via del fatto che la società cambiasse nome, si spostasse vicino ad Ancona (cioè lontano da me), per via del fatto che non frattempo nascevano società nei dintorni, perché io di questa situazione non conoscevo molto, perché in qualche modo mi sentivo raggirato: nessuno si era preso la briga di spiegarmi il tutto, ma è meglio dire che la mia accidia ha ucciso tutte le mie indagini.

Penso di poter fare un triathlon medio. Lo penso perché faccio 100km in bici e comunque non credo di poter fare tempi eccezionali come gara, mi piace l’idea di partecipare ad una gara, ma non ho la minima idea di cosa sia o di cosa si provi, voglio farlo solo perché l’ho deciso, solo perché l’ho detto in giro.

Ma la prima cosa che faccio è la Stracivitanova, mezza maratona. Correre è veramente pesante, e do ragione ai colleghi della squadra Cingolani Triathlon che la mia prima gara sarebbe stato un olimpico.

San Benedetto del Tronto, 28 Aprile 2013. Parto il giorno prima avendo preso una camera in un B&B per la notte prima della gara. Vado a prendere il pacco gara, è la prima volta che lo faccio il giorno prima, trovo difficile trovare il posto, gentilmente qualcuno dello staff mi spiega il percorso. Mi accorgo di avere una gomma sgonfia, passo da un gommista di fortuna (è sabato, ma è aperto), la gonfia e vede che ci sono delle crepe, mi dice “cambiala, se ti scoppia questa ti fa fuori tutto il parafanghi”, me ne trova una un po’ usata, più o meno a livello delle altre, e spendo una trentina d’euro, forse meno. Gentilissimo, non c’è che dire. Gentilissimi tutti. Ma ho quel traffico dentro, quell’idea che devo stare attento, che non è un posto tranquillo, quella diffidenza standard troppo elevata, tipica di chi è sotto assedio. (5 anni di terapia forzata, mi domando se “è importante che tu capisca che la terapia è per te e dovresti essere tu a volerla fare” sia abbastanza, mi domando perché mai non sarebbe stata accettata la risposta “non voglio farla”, ma so già la risposta e so che saperla non cambia nulla). Mangio in un posto tipico, nella città vecchia, zona dove è il mio B&B (il mio B&B è a 2 passi dal cimitero, posto tranquillissimo). Poi doccia, barba e letto. Avrò forse dormito 2 ore in tutto, l’idea di non digerire, la paura per la gara, un milione di pensieri. Ma al mattino ero riposato, veramente, forse si dorme generalmente troppo. Partiti per la frazione nuoto io mi accorgo di aver dimenticato di fare la spunta. Mi giro e cerco un giudice o qualcuno dello staff per dirglielo. Lei mi chiede il numero, lo cerca sul taquino, ma interrompe la ricerca per alzare lo sguardo e dirmi “Vai! Vai!”. La mia diffidenza mi fa pensare che il mio numero non è molto importante, che è troppo alto, quindi vale poco, che quindi non ha importanza che io partecipi o sia valida la spunta. Così la mia prima transizione della mia prima gara: devo slacciare la scarpe da bici, perché le avevo messe allacciate per occupare meno spazio nella sacca, e così allacciate le ho lasciate vicino alla bici. 5 giri di bici. Sempre il pensiero che la spunta non sia valida. Poso la bici, cambio le scarpe, anche qui le scarpe allacciate, la mia prima seconda transizione, dovrei perdonarmi. Ma non è quello il problema, è ancora il pensiero della spunta. Corro fuori dalla zona cambio. Incitano. Il pubblico incita gli atleti. Sì, me compreso. “Dai! Forza!”, “Bravo”, “Forza, bravo!”. Qualcosa che non avevo mai sentito, sono così assorto dalle mie ossessioni che penso che tutto sia inutile: e cosa gliene frega a loro? 2 giri di corsa ed esco con un tempo di 2 ore e 28 minuti circa. Ok, ma i giri erano 3 per finire la gara, i giudici avevano dato il tempo come valido, c’è voluto un giorno prima che mi accorgessi che non avevo finito la gara, contattandoli sono scesi ad un compromesso, forse per via del loro errore nel mettermi in classifica, hanno semplicemente aggiunto il tempo di un altro giro di corsa al ritmo col quale l’ho corso. Hanno fatto tutto da soli, e a me non è piaciuta molto questa cosa, ma non ho protestato perché faccio parte di una società e io ho fatto solo quello che era necessario, dirgli che non sono capace di correre 10km in 31 minuti, che avevo sbagliato a contare, io.

C’è Vanessa che viene a vedere la gara. Conosciuta ad uno speed date, al quale io dico sì mi interessi, lei anche, ma poi mi chiama e dice “non è per lo speed date”. Infatti, non passa niente, prendiamo una pizza assieme, non è neanche male, dovrei provare desiderio, no. Dovrei? Non penso si possano comandare queste cose, ma veramente non è male, forse abbiamo dei filtri nei confronti di alcuni che ci rende incompatibili, o forse bisogna dimenticare ciò che è stato innamorarsi in passato, perdere i termini di paragone per stupirsi di nuovo … non lo so, però se sto seduto vicino una che è figa e mi piace ho un erezione, se siedo vicino a Vanessa no. Il resto son seghe.

La mia intemperanza, la mia diffidenza va scemando. La gara più ardua è con me stesso. La gara è in me stesso. La gara non finisce al traguardo e non inizia al via.

La gara continua. È il 2013.

Alla pubalgia che mi costringe a saltare il triathlon in Milano città, trovo la soluzione tramite una conoscenza di mia cognata. Osteopatia etnica, allenta le tenzioni. E mi capita di andare in un momento in cui riprendo i contatti lavorativi per un vecchio progetto. “Sei bloccato a livello di stomaco, vuol dire che non vocalizzi o non digerisci. Cose che non vanno ne su  ne giù”. È più importante stare bene, che qualsiasi lavoro. Butto fuori tutto. Forse in modo poco composto, ma lo faccio. Forse dietro qualche bicchiere di troppo, ma lo faccio.

Sono uno strumento scordato. O non sono bravo a vibrare. Stono e vado fuori tempo. Ma non ho mai visto Eric Clapton accordare la sua chitarra senza far brivare le corde. Non ho mai visto nessun farlo.

Così di ciò che non viene fatto ma dovrebbe esserlo non ci si può lamentare.

Così non resta che fare ciò che si può fare.

Ognuno fa quello che può.

(Mi sono iscritto a Cingolani Triathlon anche per il 2014, perché ho portato il body per tutto il 2013, sono stato Cingolani Triathlon per tutto il 2013, perché il 2013 è un punto di riferimento, perché non c’è niente che non va, perché mi piace, perché certe cose non si scelgono: ti capitano e le accetti)

Sconfiggere la propria apatia

Ognuno è come è. Certe cose non si cambiano. Sono fatto così.

Tutte frasi di solito usate come dimostrazione dei propri limiti. Ma ci sono cose che veramente non si cambiano, per me è ciò che mi muove e che mi ha sempre mosso. Non c’è un altro ingrediente o un’altra spinta che mi fa muovere: è la curiosità.

Tendo a no realizzare niente se riesco ad immaginare come sia, è solo quando evidentemente non riesco che mi impegno a raggiungere un obiettivo, non per la soddisfazione di averlo ottenuto, ma per la curiosità di sapere come mi sentirò poi, come sarà avere quell’esperienza in più.

E spero che l’averlo scritto me lo faccia ricordare ogni volta che cercherò la forza per alzare il culo e muovermi, ogni volta che non me la sento di esprimere quello che sento perché potrebbe cambiare la mia condizione (cos’è una condizione? come è quella d’ora? e quella di poi?), ogni volta.

Come profilo gamer sono un esploratore, decisamente.

Scrivi di ciò che non capisci

Ovviamente uso questo blog per l’immondizia.

Effettivamente lo uso proprio come bidone della spazzatura, tant’è che ogni tanto lo svuoto.

Quindi per scrivere di ciò che non capisco, di ciò di cui non ho competenza per scriverne, per discuterne, per avere un opinione, dico un’opinione vagamente condivisibile o che abbia una qualche attinenza in merito alla questione.

Diciamo che questa è una pratica piuttosto diffusa, il “secondo me …” e via con una teoria sfacciata e improbabile basata sull’ignoranza. Quando poi un secondo me non esiste effettivamente, i “secondo me” andrebbero del tutto evitati.

Sarebbe piuttosto opportuno dare indicazioni riguardo ai punti fallaci di un discorso, ad esempio le aree attorno le quali si ha un po’ di confusione e attorno le quali il discorso sembra lacunoso, invece di adoperarsi nella formulazione di una teoria organica probabilmete (necessariamente) superficiale su un argomento sconosciuto. E forse dare semplicemente un punteggio e lasciare che le lacune si colmino col tempo.

E ora tutto questo era per dire che effettivamente la regola del P.O.R.C.O. (http://scicolaus.wordpress.com/2011/05/02/la-regola-del-p-o-r-c-o/ ), Pensa – Organizza – Rigurgita – Correggi – Ometti, ha senso in un blog dove si parla di ciò che si conosce effettivamente e di cui si ami parlare, e non quando si scrive di qualsiasi idiozia.

Il problema fondamentale sta nell’esporre un argomento con la modalità “reazione”, “in risposta a”, insomma, per ripicca, per qualcosa che da fastidio, eventualmente a livello personale, e non per “azione”, “proazione”, “a favor di conoscenza” per spirito di condivisione, in qualche maniera.

Cancellare articoli non fa bene al SEO, ma non mi interessa, sono un programmatore, non un visagista di siti.