Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

sky_dive_atmoN

Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

“Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.

Olympic Triathlon. Vieste e Gargano. L’orecchiette, il metano, l’autostrada e Tolentino.

Vieste - Faro

È finita. Gironzolo. Sono soddisfatto. Cazzo è finita, l’ho finito! in 2:34, forse quasi 2:35, ma vabbé, meno di 2:48 estrapolate di SBdT. Pezzi di banana, chiedo se posso prenderne, il viso di chi annuisce è un po’ contrariato, c’è gente che deve arrivare e probabilmente ha consumato di più, non prendere l’integratore è stata una mia scelta, ma al momento non ricordo neanche di averlo nel body, sopra il sedere, così ogni tanto mi ripresento e chiedo un pezzo di banana, e una bottiglietta d’acqua.

Tra l’altro vado nel bar della spiaggia e trovo qualche atleta a fare la doccia, io faccio schifo, come gli altri del resto, così la trovo una buona idea, non tiro giù il body, e non avrei niente per cambiarmi, ma l’acqua fredda è spettacolare, e sto veramente fuso. Tolgo i calzini e li intreccio tra i lacci delle scarpe. Lavo via la sabbia e rimetto le scarpe. Fresco come una rosa. Ora dovrei mangiare qualcosa: i pezzi di banana di cui sopra con inclusi sguardi di rimprovero :), ma ho deciso di non badare a cosa pensano gli altri, è una delle considerazioni sulla mia guerra e tutto il resto che accade.

La frazione ciclistica è conclusa da tutti, quindi zona cambio diciamo che si può entrare, chiedo se è custodita, sì, ma senza garanzie, converso un po’, arriviamo alla conclusione che sia meglio portarmi via tutto prendere bici e borsa, arrivare all’auto, tornare in zona, parcheggiare e trovarmi per il pasta party (orecchietta party).

Così faccio, arrivo in albergo. Uso sempre la strada sbagliata lungo mare, ma questa volta è l’occasione per fare una foto al faro, risalendo per poco non cado dalla bici perché sono consumato e poco lucido. Arrivo in albergo, chiedo se mi può aprire il cancello del parcheggio, “certamente. Come è andata?”, faccio su “abbastanza bene” in modo soddisfatto, no, dovevo dire è andata benissimo, e sono molto soddisfatto, penso che poi gli parlerò prima di partire. Metto su la bici, traffico con vestiti, casco, scarpe, calzini, e tutto. Fortunatamente la polo di Cingolani Triathlon è abbastanza lunga e riesco a tirar via il body e infilare il costume ormai asciutto della sera prima: ho voglia di fare un bagno prima di partire. È quasi l’una, vado che ho fame, esco con l’auto dal parchetto e non ho proprio modo di parlare col gestore dell’albergo. Questa volta faccio la strada giusta, e dopo 2 o 300 metri sono sul lungomare Mattei. Parcheggio e, ciabatte ai piedi, arrivo alla pizzeria Paradisea. Menù “atletico”, mezza mela o mezza banana (mah … perché mezza?!?), birra, bruschetta con pomodori, un piatto di orecchiette. Ad occhio sono metà delle calorie consumate in gara. Così appena buttato giù tutto in ordine sparso (tipo una forchettata di orecchiette ed un morso alla mezza mela …), finisco la birra e sento uno stimolo intestinale (è vivo). Mi fa piacere e vorrei esprimermi in tal senso, trovo un bagno (al solito stabilimento), mi ci chiudo, ma sono semplici espressioni sonore con niente di sostanzioso a seguito. Il che è anche normale. Ma allora faccio il bagno. Sta volta appoggio i panni su di un paletto di plastica che divide 2 spiagge, e mi butto. Più o meno come la sera prima. Piacevole. Ma oggi la vista è luminosa, fantastica. Esco, anche perché si dice che fare il bagno dopo mangiato blocchi la digestione, che probabilmente non è ancora iniziata. Giretto e altre foto lungo la spiaggia, doccia, prendo un caffé, vado verso la macchina, e sul marciapiedi rimetto la maglia: dicono che sia immorale girare a torso nudo per strada se non è molto vicino alla spiaggia e possono farti la multa per immoralezza, così non rischio. Alla macchina mi trovo con il costume bagnato e su la polo, che è rimasta sufficientemente lunga, quindi tolgo via il costume e metto le mutande, in piedi, vicino l’auto. Penso che questo non sia immorale perché essere asciutti mentre si guida è di buon auspicio. 14.47 e parto.

Rifornimento metano. Ma è domenica. Chiuso. Dopo il primo immagino lo sia qualsiasi altro in zona. Tiro diritto per Termoli.

Il ritorno è più veloce, vado di fretta. Ho chiamato a casa e deciso di non rimanere perché, infondo, stare a Vieste per fare un giro nel parco con la bici è da fuori di testa. Chiedo al navigatore, ma ha una voce così secca e fa talmente tanti errori di pronuncia che decido di seguire i cartelli stradali con scritto Foggia o (in verde) Pescara-Bari. È la stessa strada all’inverso. E di nuovo foresta umbra. Silenzio. Inspirare, respirare. Ascolto. L’occhio è così incasinato che non sa dove posare lo sguardo, tant’è la bellezza attorno. Finisce che, un po’ affascinato dal quello che è di fronte, l’occhio si perde la vista della vallata sulla sinistra, e di nuovo la collina boscosa. E poi Peschici. Questa volta non c’è la vista spettacolare che m’ha colto di sorpresa all’arrivo. Invece mi ritrovo a sfiorarla nella rotonda. Fuori dalla foresta Umbra, strada dritta verso Lesina. Sempre paesaggio irreali e carichi di colore. Ancora lago di Varano. Questa volta è salita e il motore sforza un po’. Ma tengo una buona media. Strada veloce, leggo Termoli 6 quando sono vicino a lesina, ma parla del casello autostradale, dal quale nel mancano 36. Sono ancora a metano, poco dopo entrato in autostrada passa a benzina. 30km e sono a Termoli, questa volta arrivo subito al distributore, che, non capisco per quale motivo, mette dentro 10 euro di metano, quando da secco ce ne andrebbero 12 credo. Ma va bene. Decido di arrivare a Porto Sant’Elpidio senza fermata a Pineto. E così tiro fino a che posso, quando mi rendo conto che i riflessi non ci sono molto mi fermo, per un gelato e una bottiglia d’acqua. Di nuovo leggermente frizzante. L’acqua che ho preso dal rubinetto dell’hotel non ho un sapore molto invitante. Esco dall’autogril e rientro perché il bagno è all’interno. Calma, concentrazione, e calma. Parto per PSE. Ancora a metano, esco dal casello e sono ancora a metano, il distributore dovrei cercarlo (penso), ma invece è lì a portata di vista, solo che é chiuso. Spengo l’auto affranto. No, a fianco. Che potrebbe essere un errore. In effetti riparte a benzina. Altro distributore, chiuso, altro, chiuso. Ok, vada per i 40km per casa.

Smonto giù tutto, tiro giù la bici, vedo che ho rotto il reggi guaina per il freno, non so come riattaccarlo, penso attack. Spero venga un bel lavoro, è così bella con tutti i colori … ma ci penserò. Cena. Certo, la cena, ma prima un’ordinata a tutto quello che ho portato e riassetto della panda (su i sedili, su il pianale sotto il lunotto). Bici da passeggio e via per la cena. Ricca, molta roba, e dicono che il pranzo era ancora più ricco (ma mentono sicuramente). Fagiolini con le patate sono uno dei miei piatti preferiti, uno dei motivi per cui è bello che esista l’estate.

Mah … così e cosà, una birra dopo cena, e su e giù, e torno a casa. La domenica è finita.

E ci penso giusto il pomeriggio del lunedì, appena pranzo, lungo sul letto: il cuore non mi duole. Anzi è accelerato, sono sui 62, ma sto molto bene. Il pieno di carboidraiti, proteine paesaggi e buona compagnia l’ha rimesso in sesto. E la guerra … la guerra, beh…

Il fatto è che vivi e nessuno ti dice quale direzione prendere, non hai l’organizzazione che ti prepara la zona cambio, ti dice quali sono le regole, ti danno delle penalità se sbagli, fanno i briefing prima di partire, fanno la spunta per validare la partenza. Niente. Non sai perché tutti vanno e pensi che abbiano una qualche ragione, una qualche istruzione da seguire, credi che loro sì che hanno certezze, loro sanno cosa vogliono fare, e quindi sicuramente sbagliano. Non è così ovvio che sono insucuri, almeno quanto te, che prendo la strada che hanno preso perché suppongano sia giusta, ma non hanno affatto la certezza, che alcune sere, soli, non è che non passino dei brutti momenti come li passi tu, non è che siano così sicuri e forti come li immagini. E non capisci, non capisci gli altri, che il loro offrire aiuto non è saccenza ma, piuttosto, mutuo soccorso.

Così scegli di essere contro. Contro è un ottima direzione. Contro non hai dubbi. Contro non hai responsabilità, né personalità o ego da giustificare. Contro è semplice perché non è una tua scelta alla quale sei tenuto a rispondere, è la scelta degli altri, l’opposto, ma è comunque una decisione altrui. Sei innocente e puro. Così continui a combattere. Hai la sensazione che non ci sia nessun nemico. Mulini a vento. Però è così comodo farlo. Arrivi ad una certa età e rimpiangi i tempi passati, non solo per quello che non hai fatto, ma per la guerra, la guerra era facile, ed era essere giovane. E vorresti tener viva la guerra. Attaccare e distruggere i giganti… forse … ora che sei grande, sei lucido, potresti farlo … mulini a vento … e mah … mulini a vento.

Dalla guerra nessuno esce vincitore. L’unica strategia per vincere una guerra e smettere di combatterla. Ma la sensazione è ancora piuttosto strana ed esotica. Devo farci l’abitudine.

Vieste e Gargano. Una breve corsa. Olympic Triathlon.

Parto il 15 Giugno per Vieste, sono le 12 e 3/4 e ho appena fatto metano nella panda. Caldo, sì, ma ho tra le mie opzioni anche l’aria condizionata. Aria condizionata che non accendo. Autostrada per uscita Poggio Imperiale, quindi Vieste, in qualche modo. Decido di fermarmi poco prima di Pineto, mi rinfresco ed è un ottima scelta perché parlando col benzinaio so che posso fare metano proprio a Pineto. All’uscita Pineto pago 6 euro di pedaggio, 5.74 per riempire di nuovo il serbatoio.

Non so per quale motivo, ma non voglio poggiare piede in Puglia se non a Vieste, a volte ho strane idee, questa è accettabile. Ancora 10 minuti di sosta, niente Cucciolone Algida questa volta, controllo se ci sono distributori di metano, ed trovo quello di Termoli nell’app che ho nel galaxy S2. Esco a Termoli e prendo una strada sbagliata, il navigatore mi dice di girare dove non è possibile e perdo un po’ le staffe. In realtà il distributore metano é direttamente di fronte al casello autostradale, basta girare sotto, meno di un kilometro e si arriva. Perdo un quarto d’ora, ma alla fine ritrovo la calma. 7,20 di metano. Giusto il tempo per rientrare in autostrada che già devo uscire a Poggio Imperiale. Esco e vedo chiara l’indicazione per Vieste, spengo il navigatore, e percorro una strada diritta su di un paesaggio pianeggiante, campi verdi e fieno mietuto. Pale eoliche sullo sfondo, aria molto buona, dolciastra e pulita. C’è un po’ l’odore di fieno. La strada scorre, ma apro i finestrini per far entrare l’aria, ora il condizionatore non serve. RTL manda su qualcosa che non ricordo, ma ben ritmata e divertente, anzi, rilassante. Asfalto buono, la strada scorre. Una salita, indicazioni per Lago di Varano (Iron Medio di settembre è una gara che mi piacerebbe fare), e vedo il lago dall’alto. Grande, una striscia di terra lo divide dal mare, è veramente immenso, è uno spettacolo. Poi qualche galleria, e la strada diritta finisce, spero di essere arrivato, ma l’indicazione dei 28 km era solo per arrivare al bivio per Vieste, e quindi altri 25 km, se ricordo bene. Gargano Olimpic Triathlon, dice un cartello all’incrocio. Ma non sono vicino. Entro nella Foresta Umbra, speculo pochi attimi sul nome, tipo che un umbro abbia piantato la foresta (da solo???), ma non mi interessa poi molto. Spengo la radio, i finestrini entrambi giù. È una discesa, il motore è poco rumoroso riesco ad ascoltare grilli e cicale, e molti animale. È una foresta, ascolto. Esperienza olfattiva che lascia il segno, sento aghi di pino, forse rosmarino o altro, ma è buonissimo, mai respirata un aria così. Il traffico è lento, sembriamo tutti ipnotizzati dall’esperienza: tutti calmi, incolonnati, ordinati e concentrati nell’ascolto. Si esce dall’ombra e si sale in alto, paesaggio fiabesco, i pini lungo la strada hanno un colore così acceso che sembrano irreali, quasi fossero disegnati da Walt Disney. Su e giù, ma dietro una curva si scopre una città ancora più fiabesca, Peschici, il bianco delle case colpisce ed è un opera d’arte, come tutto è inserito nella cornice della foresta umbra è spettacolare. E continuo a respirare leggero quest’aria stupenda. Vorrei passarci una settimana per farmi tutte le strade in bici. Ma ora vado a Vieste. Ancora foresta, ma ad un certo punto arrivo all’albergo, che trovo sulla destra senza neanche troppo accorgermene, parcheggio di fronte, c’è poca gente. Sono le 6 e 1/4, ho perso tempo fermandomi ma non credo più di 3/4 in tutto, e devo essere riposato. Penso si possa fare il viaggio in 5 ore.

Tiro giù lo zaino con ciabatte, doccia schiuma, e kindle e blocchetto per scrivere, che non uso: niente grafia oggi. Mi rinfresco, chiedo per il parcheggio auto, me lo concede gratuitamente perché sono un povero atleta in cerca di ristoro e la stagione non è iniziata, chiedo dov’è la zona per la gara, non lo sà ma fa su 200 metri massimo, così vado a piedi tranquillo. Solo che vado nella direzione sbagliata e ci metto 20 minuti, e lo faccio anche correndo ogni tanto, così, tanto per risvegliare i muscoli. Ci arrivo, mi fanno la cortesia di aspettarmi fino a quasi le 8, mentre se ne sarebbero andati un ora prima, ma sono gentilissimi e non mi fanno notare minimamente la cosa. Michele Falco mi aveva contattato via telefono perché avevo chiesto, via email, un’informazione sull’albergo. Durante la telefonata mi ha detto “chiama per qualsiasi cosa”, e diceva sul serio! Mi indica la pizzeria dove potrei mangiare la sera, e mi dice del bagno 2 mari, che è dello stesso hotel, mi sconsiglia di lasciare la roba incustodita.

Spiaggia_pizzomunno

Ma io vado allo chalet e gli chiedo se posso lasciare la roba, fanno la gentilezza di farmi lasciare il pacco gara e marsupio sul tavolo, scarpe a terra e vestiti su di una sedia. Acqua caldissima, entro, faccio 20 metri ed è ancora alle caviglie. È qui che si gareggia. Acqua alle ginocchia, ok: subbacqueo! (o subbacquisco). Occhi aperti acqua limpida, ho bisogno di sentire l’acqua scorrere addosso al corpo, riemergo, faccio 200 metri circa, senza forzare, dorso, braccia larghe, mi giro e vedo Vieste, Pizzomunno (che è un masso di una decina di metri che non vuol dire niente ma è caratteristico, anzi bello, come tutte le cose che non vogliono dire niente). Torno che faccio qualche foto. Infatti. Poi mi rivesto (sono asciutto). Ringrazio e cerco un posto per mangiare, mi dimentico del consiglio del Falco, ma appena chiedo ad un ristorante, mi dice di guardare dall’altra parte della strada ed ecco Pizzeria Paradisea, dove andremmo a mangiare nel dopo gara. Ho fame, mi siedo e ordino una pizza margherita e un acqua frizzante, che è in realtà leggermente frizzante, sembra che la frizzantezza dall’acqua sia sparita per qualche motivo in questo squarcio di tempo dedicato alla gara: al ritorno non riesco a trovare acqua veramente frizzante neanche all’autogrill. Ancora non arriva, ma vedo Marco Cinquantini, fidanzata (Federica), Ilaria (di Tolentino?) e … Andrea, un altro triatleta che gareggiava, dice selfista, con aquilone (figata!). Dico mangiamo assieme, ho già ordinato per me, a loro sta bene. Dopo la pizza mi viene fame e prendo una caprese e un insalata mista, forse ho un po’ esagerato, ma finisco giù tutto. Spendo 18 euro, è abbastanza, ma di mangiare roba per riempire la pancia, tipo riso in bianco, non mi piaceva, o forse avrei evitato la pizza e ormai era fatta. Rivado in albergo perché sono le 10 e non voglio far tardi. Un giro per i vicoli di Vieste, forse mi perdo. Beh, è difficile perdersi: non è Venezia. Molti venditori di souvenir, gente simpatica. Calore, è il sole del giorno che rimane sulle strade e sulle mura dei vicoli, è molto piacevole, ne ho quasi bisogno e mi piace passeggiare solo per i vicoli. Decido poi di andare verso l’albergo, lungo mare non è la strada più breve, ma lo scoprirò solo dopo la gara.

In albergo faccio su e giù dalla camera alla macchina 2 volte, una per prendere le chiavi dell’auto e posare il pacco gara in auto, poi dimentico di prendere un orologio da polso che mi può far comodo quindi ridiscendo. C’è una televisione, l’accendo per curiosità e non c’è digitale terrestre, non che cambi molto, sembra che il telecomando abbia le pile scariche: la stagione non è iniziata. Giro qualche canale e poi la spengo. Doccia e letto. Dormo 4 ore e mezzo filate, poi sonnecchio il mattino fino alle 6 e mezzo. Non ero stanco del giorno prima ed è un progresso: non sono agitato, la notte prima dell’olimpico San Benedetto del Tronto ho dormito 2 ore filate, e poi molto agitato fino alle 6. Colazione alle 7. Ci sono i cornetti e devo prenderne uno perché sembra così soffice (s’era detto niente grassi prima della gara? chi? quando?), banana, succo di non so cosa di frutta, mi chiede il gestore dell’hotel cosa voglio di caldo, chiedo un te, praticamente un acqua calda, ci solo cialde con diversi gusti, ne taglia una fetta e lascia lì il resto di un limone enorme, non trattato, buccia spessa, verde ma buono come sapore (a me piacciono molto maturi e dolci).

Cesso. Nel senso di bagno, cioè fare la cacca. Bene.

Oggi è il 16 Giugno 2013, e a Vieste c’è la gara di triathlon olimpico, quella che sono venuto a fare. Prendo via tutta la roba, indosso il body, metto la divisa della squadra, scendo, lascio l’albergo, chiedo conferma per poter lasciare l’auto, vada a tirar giù bici e borsa per gara (porto la muta perché ancora non ho capito se obbligatoria), vado. Ancora strada sbagliata, ma arrivo in poco tempo in zona cambio, entro, ed è tutto a posto. Ho il chip su, la borsa va lasciata vicino la zona cambio, comunque accessibile nel mentre si prepara la bici, metto su un po’ di crema protettiva oleosa strana che mi diede Silvia, una mia amica che vende prodotti per capelli prima dell’olimpico di SBdT, mangio un gel pregara (c’è scritto proprio), 70kcal, in realtà mi sta tornando fame.

Lascio la zona cambio ed è ora che si parte, gironzolo, capisco a briefing quanti giri di corsa vanno fatti, 4, che vuol dire andare e tornare per 4 volte. Del giro in bici capisco poco, ma per me è imporante sapere che sono 5 giri, per il resto seguo i gruppi che vanno e cerco di starci dietro, e, per gentilezza, ogni tanto avanti. Spunta ed entrata in spiaggia. Attesa: partono le donne. Attesa: le donne stanno nuotando. Attesa: entriamo nel box per la partenza. Sono dietro a tutti nella spiaggia, si dice di partire. Fischiano la partenza e andiamo. Di corsa per un bel po’, giù e si nuota. Calci, schiaffi … tipico. Qualcuno si aggrappa anche alle caviglie, ho su il chip e non mi fido tanto che il veltro regga, preferisco starmene largo per i fatti miei, forse non c’è scia ma nuoto meglio. Faccio la maggior parte della nuotata a 6 o 7 metri al lato esterno del gruppone. La traiettoria è accettabile, penso, potrei migliorare. Devo certo essere più concentrato, non vado un granché forte, non tutto quello che potrei: aggiustare la traiettoria mi rende nervoso e poco efficiente nella bracciata e nuoto scomposto. Devo tenere presente che aggiustare la traiettoria è normale, e smettere di pensare alla piscina con le corsie. Esco dall’acqua. Di corsa. E perché aspettare? Alla bici, invece, stancamente tolgo la cuffia e occhialini, metto le scarpe, casco e pettorale.

Vado all’uscita. Sento urlare “linea rossa”, mi agito e penso di averla passata, mentre è più in là (sarò mica un po’ rincoglionito? probabile). Fortunatamente non ci si fa male. In sella: strappo. Che poi, del giro, è il più pendente. Si entra in un vicolo, poi esce in una specie di giardini, e giù, curvone leggero fino in basso, si supera i 50, poi su di nuovo molto leggero (per via dello slancio, curva e via fino ad arrivare zona faro, bello! Asfalto un po’ dissestato, ma nella mia zona sono abituato a peggio. Direzione nord, alla fine di Vieste si gira verso l’interno, poi nell’entro terra, altra salitina, verso sud (non è che c’abbia capito molto, via … è un giro). Dopo il primo giro decido di aggrupparmi con dei tipi con le maglie azzurre e scritta ITU, o IT. Vanno forte e sono sicuramente un giro avanti a me, non so se gli tengo dietro, ma se to in scia aumento la media. È vero, lo vedo nel contakilometri. Ma no, non gli sto dietro, e così, tra un gruppo e l’altro, un po’ provo a fargli anche da gregario, ma scatto in avanti subito come un deficiente, così non sono di aiuto ne a loro, ne a me che mi ritrovo a 40 metri di distanza e nessuno che mi da il cambio. E alla fine di giri ne faccio 5. Sono nella seconda metà dei partecipanti, ho questa specie di sensazione, che poi scopro che è vera.

Ora bisogna correre, di prendere l’integratore alla fine della frazione bici non ne ho voluto sapere, e di mangiare mentre corro non è una cosa da me. Ma ho il gel sull’elastico con una specie di anello. Il gel sbatte su di una chiappa mentre sto correndo, appena inizio la frazione podistica il numero è girato. Lo rimetto a posto, 200 metri e di nuovo si gira. Forse un giro e mi decido di togliere l’integratore, che non mangerò e mettermelo nella tasca del body che è sopra il culo. A posto. Ma al 2 giro non vedo l’ora di fermarmi, fantastico di fare una breve passeggiata. Ma tutti acclamano intorno. Non per me, ma “vai fino alla fine. non ti fermare” sono frasi che girano nell’aria calda ma umida del lungomare Mattei. Così non mi fermo. E così arrivo. C’è Cinquantino che è arrivato da una decina di minuti, che mi fa “come va?”, io “eh”, mi giro, vedo 2:34:.. ok.

Buono. Per me è un ottima gara, avrei potuto prendere l’integratore, ma ce l’ho fatta. Scoprirò di  aver fatto i 10km in 44 minuti, tempo che non ho mai raggiunto nei test.