lo spettacolo

Forse non sei il top. In piedi non sei neppure uno schianto, forse hai le gambe corte, e di conseguenza anche un po’ il culo basso.

Ma sorridi, e ti piace farti fare. Forse non credi neppure a quello che dico quando ti faccio complimenti, ma lo apprezzi perché sai che lo faccio per farti eccitare, e ti piace che io voglia farti eccitare. E questo è già uno spettacolo.

Non mi ami e non ti amo, e lo sappiamo entrambi. Ma cosa ci frega?

Sei capace di messaggiarmi per dirmi che devo ricordarmi di avere voglia di te, e devo fissare un appuntamento. E non ti frega niente, e sai che sì, ho voglia di te, ma non me ne frega poi tanto. Ma ancora, non ti frega niente e messaggi. E questo è uno spettacolo.

Sai che il mio segreto perverso è averti mia. Sai che un altro mio segreto perverso e condividerti con altri. Sai che non posso avere niente e ti diverte. Sei capace di insistere perché sono in ritardo e devo sbrigarmi ad arrivare. E sai che a me non mi frega niente, sto al gioco dandoti un’importanza che non hai, ma ti piace lo stesso continuare il gioco. E questo è uno spettacolo.

Non tutti siamo uguali, non tutte le donne sono come te, molte sognano di esserlo, corteggiate e desiderate da tutti, possedute da nessuno. Ma non lo confesseranno mai. Sai che potresti fare invidia, ma non ti frega niente. E questo è uno spettacolo.

Entro senza badare troppo ad altro, esco dopo più di mezz’ora svuotato più di uno straccio uscito da una centrifuga, passeggio godendomela e fregandomene di tutto, pure delle donne che incrocio e forse ci starebbero. Me la godo così, prosciugato e libero da pensieri, svuotato dalla voglia di affrontare un qualsiasi giudizio morale da femministe confuse. Perché questo è lo spettacolo, quello che non vedi e non puoi commentare, che non puoi avere da me. Ma so che non ti frega niente, ed è per questo che sono leggero.

Buon viaggio.

Interludio e …

Il tempo stringe e farò ciò che non ti riesce ma che troppo vuoi, e da troppo tempo.

Parole o dettagli. Non l’avrei voluto dire. Non intendevo quello. Cioè … cosa ha capito?

Mi sta davanti e non mi interrompe, ascolta incredulo le mie cazzate. Si sono viste?

“ma perché non me sto zittu?”

“Non lo so, non te lo sei chiesto mai, strano che lo domandi adesso”, risponde, senza offesa,
solo uno scherzo, ma deve essersene vista almeno una.

Il castello di carta rischia di cadere. Una vita di bugie, ma hanno funzionato così bene.

Ora perché tace?

Continuerò con gli abbellimenti, i passaggi li so tutti alla perfezione, riesco a fare tutti gli accordi.

Continuerò a suonare come sempre ho fatto, o meglio non ho fatto, per colpa di chi non mi ha saputo ascoltare.

Ho sempre lavorato, e sono stato bravo fin da quando ero in maremma, a Montaldo, vicino Viterbo, ed ero sul
trattore, dalla mattina alla sera. E lavoravo. Dio lo sa come lavoravo.

Mi sarebbe piaciuto studiare, mi sono letto tutta la divina commedia, dicevo a Franco “perché
non sarebbe bello imparare a leggere, elevarsi”, “ma va a cagare” rispondeva. È sempre stato un irresponsabile.

Poi siamo tornati a casa. E così, boh. Libero dopo studiato è entrato in convento, ora non so quello che c’ha.

Poi ho fatto l’autista, ero bravo a guidare il camion, mica come gli altri. Ho viaggiato per tutta Europa.

Io sì che conosco il mondo. Che poi alla fine ovunque è uguale.

Poi mi sono messo a fare il fornaio. Io so fare tutto. Però mi stufava.

Gli altri non capiscono.

Basta.

Crollano i castelli e le illusioni e non piace a nessuno questo, neppure se si sta morendo.

Anzi, a maggior ragione proprio perché si sta morendo.

Ma forse non c’è niente da rifare.

Qualsiasi uomo porta il suo cambiamento.

Cambiare il mondo, perché non funziona o solo per far capire di esserci.

Esserci, esserci stato, per qualcosa, per qualcuno, aver lasciato un segno. Forse sbagliato, ma pur sempre un segno.

E allora cosa rimpiangere?

Cosa non piace di un castello crollatto? Non sono forse le macerie, lì, a testimoniare che quel castello è stato edificato.

Edificato senza calcoli, crollato inesorabilmente. E che importa?

Calcoli? Chi ha mai avuto tempo di farne? Sembrava reggesse, e non c’era tempo.

Chi vuol essere Robin? Siamo tutti Batman. E chi è più Batman di me?

Perché non perdonarsi?

Sono io a chiedertelo: perché non perdonarti?

Fuga

Sì, sono io, non conviene che io taccia oltre. Perché non ti perdoni?

Perché dire fai questo o quello? Perché non lasciar stare? Perché invece non lasciarsi stare, e lasciare andare tutto, e stare a guardare, senza bisogno di fare la tua partita?

E perché non starsene invece a guardare le partite degli altri, senza pretendere di capirne troppo il gioco, che forse è troppo veloce per i tuoi riflessi.

A quarant’anni inizi a lasciar andare, fai un passo indietro e guardi altri correre. Inizi a farlo, ed incoraggi chi sta inziando
la sua strada. E non importa quanto hai perso fin’ora, o quanto avresti dovuto prendere. Lasci che giochino la loro partita.

Perché no? Semplicemente.

C’è chi ha vinto, c’è chi ha perso. La partita si gioca una volta. Il processo del lunedì è una buffonata.

Le pagelle? Sì, fate pure. Ma il processo? “Processo”?

Abbiamo delle vittime? Non siamo tutti vittime dello stesso gioco?

Chi vince e chi perde. O è forse chi vince il colpevole e chi perde la vittima?

Perché la vittima finisce sempre per pensare il contrario?

Perché chi è vittima deve pensare di essere colpevole? Colpevole di non aver capito il gioco?

È davvero giusto così? “giusto”

“vero”, “giusto”, “processo”, “colpa”, “vittima”, “carnefice”, “preda” e “predatore”.

Prigionieri del più profondo meccanismo di sopravvivenza col quale declinare il giudizio su qualsiasi questione umana, animale, terrena e ultraterrena.

È normale.

Un po’ di veleno per non sentire il dolore, un po’ di più per non sentire più niente.

Proprio ora, ora che vorresti continuare a sentire, e allora il veleno lo centellini, un po’ alla volta, vorresti disintossicarti.

La vita è tossica, ma farne a meno non ti rende più sano.

Non c’è scappatoia, forse come pacman uscirai da una porta dimensionale per rientrare dalla parte opposta.

Forse.

E forse la Terra è veramente piatta ma non celo dicono. E l’Australia non esiste.

E d’altra parte tu in Australia non ci sei mai stato, ma tutto il mondo è paese.

Teresa aveva il torcicollo ed ogni volta che doveva fare la retromarcia si faceva il segno della croce. Perché guardare indietro se ti fa male il collo?

Chi deve perdonare te? Non io.

Chi deve perdonare me? Non te.

E quanto fa 6 per 7?

Di cosa hai bisogno?

Io di un caffé

… e pianto

Rebels

Io ribelle, scontroso e tormentato?
Sì mi accorgo che è vero, ma non per indole, per necessità piuttosto.
Lottare non è il mio sport preferito, non quello per cui sono portato.
La guerra e la competizione è forse l’opposto di quello che è il mio talento.

Sono riflessivo, introspettivo, calmo, e determinato.

E dunque perché? cosa mi ha stregato? Cosa mi ha portato a dimenticare me stesso, mi ha indotto a parcheggiarlo per portare avanti una difesa dell’io che al tempo stesso negava quell’io che si proponeva di difendere? Cosa mi ha fatto diventare quello che io non avrei voluto?

Porre tutto all’esterno non è mai una soluzione, per almeno 2 aspetti: si conferisce il potere agli altri, si nasconde le proprie responsabilità.

Preferirei assumermi tutte le responsabilità per ottenere così quel potere. Ma mi accorgo che la cosa diventa pesante. Devo d’altra parte ammeterere un concorso di colpe, e cedere quindi un po’ di quel potere.

Non si è quel che si è deciso di essere, ma si è ciò che si è concorso nel divenire, insieme a tutti coloro che hanno preteso qualcosa o il suo contrario.

Tormentato sì, ma anche altro.

Del resto nessun uomo è un’isola.

Mi resta d’altra parte difficile riuscire a ringraziare gli altri per il loro contributo. Ecco, per questo forse dovrò aspettare molto, e continuerà a tormentarmi.

L’imperativo nella conoscenza

La conoscenza, nel senso di capacità mentale, può essere suddivisa in dichiarativa e procedurale.

Dichiarativa è un’informazione nozionistica che può essere richiamata, riferita ed usata.

Mentre la conoscenza procedurale è più difficile da catturare, ed è quella relativa all’esecuzione di una determiata operazione, un dato programma. Tra i due estremi ci sono tutte le sfumature possibili. Può capitare di riflettere su di un proprio processo mentale, mentre sta avvenendo o a posteriori, e accorcersi dei meccanismi che lo guidano, facendo così emergere l’aspetto dichiarativo della conoscenza, rendendola codice analizzabile, e probabilmente modificabile. [1]

Mi capita di essere troppo duro con me stesso, e a volte di esserlo con gli altri. So quanto di migliorabile esiste, non ho realmente problemi ad accettarlo, ma non è così per gli altri.

Non è un modo di pormi al di sopra, è un mio modo di essere profondo senza citare Aristotele o Kant, anche se infondo potrei o dovrei farlo.

Una descrizione di una procedura inevitabilmente deve descrivere i suoi passi, assieme alle motivazioni che accompagnano questi passi. Sì può in questa maniera spiegare meccanismi che ad una prima osservazioni sembrano poco accessibili.

Il mio aspetto imperativo

D’altra parte qualsiasi osservazione su di una procedura seguita, se la procedura risulta essere poco efficace o poco efficiente, è accompagnata da possibili commenti su aspetti poco ragionevoli, sebbene in una prima analisi.

La descrizione dichiarativa di una procedura suona come imperativa, ed il motivo di questa sfumatura sta nell’essere sostanzialmente approssimativa.

Analisi procedurale

Più si procede a fondo nella “analisi procedurale” (per comodità la chiamo così), più emergono aspetti sfumati che la riguardano, e che ne determinano i singoli passi. Inoltre capita spesso che i singoli passi possano essere ulteriormente separati, per così scendere ad un livello più basso di descrizione procedurale, e conseguentemente far emergere maggiori dettagli riguardo agli argomenti che li accompagnano.

In questo discorso riguardo all’analisi procedurale si riconoscono almeno due elementi estranei: la critica sulla procedura e i singoli passi, e la motivazione causale della procedura e dei singoli passi.

La motivazione causale

Ciò che causa l’esecuzione di una procedura è qualcosa che è legato al fine ultimo, in qualche maniera e per qualche percorso seguito fino a giungere alla messa in atto della procedura. Ma ciò che ha determinato la metodologia seguita nell’esecuzione di un determinato compito, e col tempo ha rafforzato la consapevolezza della correttezza procedurale (anche se la procedura può in seguito rivelarsi errata), è uno aspetto che può essere posto al di fuori della procedura stessa, anche se ne è la causa che determina i singoli passi e la sequenza seguita.

La critica sulla procedura

Ad un livello più alto c’è la critica della procedura, in quanto mette sotto osservazione sia la procedura stessa, sia gli elementi causali che l’hanno determinata.

Ma fuori da cosa?

E torno alle tesi di Hostadter, che si rafforza ancora di più. Dove pongo la motivazione causale e la critica procedurale?

In qualche maniera la motivazione causale è un aspetto più dichiarativo che procedurale, d’altra parte è l’analisi procedurale che fa emergere una procedura come dichiarativa, quindi sembra assodato che una procedura possa essere portata in superficie.

Più in alto o più in basso?

Ho appena scritto “ad un livello più alto …” parlando della critica procedurale, e questo fa pensare ad un esoterismo dell’anima, o della mente, che è un’inclinazione comune.

C’è una contraddizione nel parlare di “livello più alto”, ed allo stesso tempo di “emersione in superficie” di una procedura che avviene quando si evidenziano i suoi aspetti dichiarativi.

Sembra piuttosto che fin quando una procedura non abbia una descrizione ci piace pensare che sia una caratteristica inspiegabile, “sono fatto così” è la tipica frase di chi non ha voglia di prendere in considerazione possibili cambiamenti.

E da questo punto di vista trovo piuttosto irritante che le mie osservazioni siano così irritanti (e qui abbiamo una ricorsività del prurito). Sì, pur rimanendo osservazioni, la cosa che risulta irritante è il fatto che venga fatto emergere che: non sei fatta così, ma ti comporti così. [2]

In sostanza è un furto dell’anima, che è costretta ad arretrare a qualcosa di più essenziale.

Generi e gruppi etnici

Ci sono ovviamente anche altri aspetti. Ad esempio sono un uomo, e osservo un modo di agire di una donna. Questo è inaccettabile perché non colgo tutti gli aspetti.

Sono etero ed osservo un comportamento di un gay. Di nuovo inaccettabile perché è un giudizio approssimativo.

Sono bianco e critico un nero, o sono nero e critico un cinese, o sono un europeo e critico un sudamericano, o sono slavo e critico un italiano.

D’altra parte la critica (nel senso di osservazione) è in un primo momento approssimativa e superficiale, perché fa parte di un processo di indagine nel quale cercare di far emergere aspetti dichiarativi della conoscienza procedurale sotto esame.

Esame? no, semplice curiosità, che esamino.

Buoni o cattivi?

Chi si aspetta un giudizio positivo o negativo, oppure è offeso da una osservazione o critica, lo trovo irritante. Nessuno è tenuto a cambiare un proprio comportamente semplicemente perché io ho osservato una qualche fallacia, né tanto meno mi assumo la responsabilità riguardo alla definizione di fallacia su qualcosa che può essere una descrizione approssimativa di una procedura, ed in sostanza un abbaglio.

D’altra parte questa mia inclinazione proviene da una mia passione alla quale, in quanto causa finale, non voglio rinunciare.

È piuttosto un utile consiglio quello di adottare una causa finale dell’esistenza come essenza dell’anima, e non i vari “sono fatto così” o “sono fatta così” utilizzando questi tratti bizzarri per sintetizzare locuziooni come “uomo di carattere” e “donna di carattere”.

Perché atteggiamenti differenti dal perseguire uno scopo finale sono artificiosi, e naturalmente irritanti.

p.s.: non cito “Superfici ed Essenze” dello stesso Hostadter perché è ancora incelofanato

[1] Sto chiaramente citando Douglas Hostadter, in Gödel, Escher e Bach, capitolo XI, conoscenza dichiarativa e conoscenza procedurale
[2] Scientemente ho declinato prima al maschile e poi al femminile per non far torto a nessuno

La macchina e la testa

Il problema vero, credo, è di chi le macchine ce le ha nella testa.

Cosa ci può essere di spaventoso in una intelligenza? O nella definizone stessa? Se una soddisfacente è possibile trovarne.

Cosa fa paura veramente? Che sia automatica, quindi non umana? È questo veramente che spaventa?

Se durante l’indagine si scoprissero misteri legati alla stupidità e anche, volendo, a comportamenti irrazionali che portano alla violenza verso gli altri e verso se stessi, sarebbe un male?

Cosa spaventa veramente credo sia la macchina che ognuno crede di avere al posto della testa, il timore di essere da meno, di essere meno di ciò che si crede. Automatizzare il pensiero, come sarebbe possibile? vorrebbe dire non essere altro che macchine.

E se lo fossimo? Cosa c’è di così inaccettabile nell’essere delle macchine imperfette e difettose, con un tempo di scadenza, percezioni deformate e deformabili, sistema di controllo senza istruzioni, e auto generato, e cangiante?

Saremmo miseri? La paura forse è quella dell’essere rivelati coscientemente quando preferiremmo restare nascosti.

In un certo senso tutti i meccanismi cerebrali sono rivelati, manca una congiunzione tra l’aspetto fisico e quello di livello più elevato, quello simbolico e concettuale.

Nonostante questa conoscenza mancante, penso sia necessario ammettere che siamo noi tutti delle macchine, e per questo non è necessario tirare in ballo il determinismo, e neppure negare il libero arbitrio.

Casomai questi timori nascono dalla mancata identificazione con la macchina stessa che siamo, e non per questo freddi o incapaci di sentimenti.

Cosa ci accade identificandoci con la macchina? Accettare che siamo degli esseri opportunisti e determinati a sopraffare gli altri, sorridendo e mettendo in atto i nostri piani, per dar seguito alla nostra genia.

E questo obiettivo va al di là della consapevolezza della autodistruzione alla quale ci indirizza.

Sono stato piuttosto impressionato dalla lettura della lettura de “La dimensione nascosta” di Edward T. Hall, dove parla anche delle strategie adottate incosciamente da una popolazione per garantire la sopravvivenza della specie diminuendo la sua crescita.

Ho pensato che l’amore ci stia portando fuori strada. Oppure l’idea che abbiamo di amore.

Penso a tutte le cure contro la sterilità, o allo stabilire come diritto l’avere un figlio.

Ci sono momenti in cui mi sento ignobile, e mi sono sentito così, e così credo mi sentirò in altri momenti in futuri.

Penso di poterla chiamare “consapevolezza”.

La mia quarantena.

Quella di un disadattato.

Più o meno sempre isolato deve esserci stata poca differenza tra lo stare da solo per scelta e lo stare da solo per costrizione.

Ecco no. C’è la rogna, quella che ti pija quando devi sottostare al volere degli altri.

Di colpo sono diventati tutti “responsabili”, bisognava rispettare le regole: tutti poliziotti bacchettoni.

Ecco, i responsabili. Quello che mi è pesato è accettare la vostra idea di essere responsabili.

Corro per svago e per passione, so che il posto peggiore dove andare a correre è difronte all’asilo nelle ore di ingresso
o di uscita dei bambini.

Sì, dove portate i vostri bambini, con le auto, rigorosamente, e aspettate fuori, ed amorosamente vi
assicurate che entrino nell’asilo.

Il vosto atto d’amore, quello di fargli attraversare la nuvola delle emissioni euro-5-pulite-garantite-ce,
che certamente non possono fargli male.

E quindi? li fate scendere dall’auto, senza mascherina, i vostri bambini.

Fortunatamente non sono un vostro bambino e posso andare a correre da un’altra parte.

Ecco, devo accettare quel vostro senso di responsabilità.

Durante la quarantena sono stato fermato dai carabinieri sotto casa perché stavo correndo:
“si può solo passeggiare, è scritto qui, non lo diciamo noi. È un avvertimento, la prossima volta c’è la multa”

Ora si riparte, via le multe, via il vostro senso di responsabilità, via tutto.

E tornate all’altra quarantena, quella dove avete relegato il vostro senso di consapevolezza.

Quello sì, mai uscito allo scoperto.

Siete consapevoli?

Ma infondo a che serve essere consapevoli, quando si è amorevoli.

Cosa ho veramente letto nel 2019

È vero non è facile, ma cerco di fare mente locale, e parlo solo di libri.
Credo di aver terminato solo La Guerra privata del Tenente Guillet, e Spartacus.
Interessante che si tratti di 2 libri di guerra. Forse ho bisogno di combattere.

Ho invece iniziato “La tavola periodiaca degli elementi”, che mi ha annoiato a dismisura, e “I vagabondi del Dharma”, ma sempre interrotto perché “volevo gustarmelo”

Mi sarebbe piaciuto leggere l’opera di Locke sull’intelletto umano, cosa che ho iniziato, acquistando una traduzione, giudicata mediocre, in realtà piuttosto comprensibile.

Di libri tecnici ne ho letti almeno un paio: su Zookeeper e su kafka.

Devo dire che ho passato molto tempo a ragionare e discutere cose inutili con persone inconsapevoli, e per questo ho trovato molto istruttivo l’articolo di Carlo Cipolla pubblicato su “Whole World Review” nel ’87 http://harmful.cat-v.org/people/basic-laws-of-human-stupidity/ Suppongo sia un ottimo spunto per usare il mio tempo in modo meno dispersivo

Devo dire che non mi dispiace Kerouac, ma ho trovato molto utili per la mia crescita in questo periodo i libri che parlano di guerre e battaglie.

Vorrei dare più spazio a Pirandello, di certo Verga lo sopporto a fatica.

Ricordo i Fratelli Karamazov lasciati ad inizio strada, forse Dostojevskj non meritava neppure di essere pagato per terminarlo. (“opera magna”, forse perché ci mangiava …). No, non riprenderò questo libro durante il 2020.

Penso che mi butterò sulla guerra, ancora, e ancora. Almeno finché non finirà la mia.

In realtà mi piace molto visualizzare, ed è i libri di guerra sono ottimi per questo.

Ho scritto 4 articoli in questo blog nel 2019, tutti di dubbio valore.

Credo di aver svolto un ottimo lavoro presso xWave per Starsellersworld.com, cionondimeno resta la mia volontà di andarmene e cercare altro. Principalmente credo di valere più di quanto vengo pagato, e, nonostante ciò, di non riscuotere la fiducia che merito.

Rob & Spier

Ad un certo momento decisero di mettere un cesto dal lato della ghigliottina dove cadeva la testa.

La teoria secondo la quale il condannato non provasse dolore non era poi così sicura, e la gente troppo spesso provava orrore nel vedere la testa del condannato rotolare sul patibolo, ancora capace di alcune smorfie ed espressioni, o così sembrava.

Se ti staccano la testa dal collo, continui a sentire il dolore della schiena? E quello delle braccia? Ti faranno ancora male i piedi? E ancora, cosa dire del mal di stomaco?

E del fastidio di un esistenza bizzarra e grave che ti accompagna come farebbe un’amica sadica e dispettosa, continuando a farti pregustare sapori che non conoscerai mai, cosa ne sarebbe?

Forse cadrebbe nel cestino, insieme alla testa, quel fastidio, così da poterlo guardare negli occhi.

Ma il fastidio non ha occhi e non ha presenza. Effimero ed intangibile. Continua solo a scavare dentro.

Se non avessi la testa avrei solo fastidio.

Se non avessi il corpo sarei solo un fulmineo pensiero,
e per di più sbagliato.

Ho smesso di scrivere, forse. Perché non so farlo

Incollo qui l’ultima cosa che ho scritto e non pubblicato. Datata 10 Luglio 2018, 2 giorni dopo l’ironman di Francoforte.

Come sto invecchiando male.

Francoforte non è più la stessa. Rimugino guardando i cantieri aperti mentre il bus navetta ci sta portando al Langen Waldsee, da dove si parte per l’Ironman.

Ai cittadini sicuramente non piace questo, o almeno non ai tedeschi. Ed è capitato perché l’inghilterra è uscita dalla comunità europea (che non è esattamente la stessa cosa che uscire da una comunità di recupero, ma forse hanno interpretato male il quesito).

Tutte le aziende vogliono stare vicino alla sede dello stock-exchange più pesante dell’eurozona. E così anche i lavoratori. E qui servono maestranze. Di tutti i tipi. Lavori in corso ovunque. Bene per chi é proprietario che forse può pretendere qualcosa di più. Male per chi vive in affitto, che vedrà aumentare la pigione.

Francoforte è finita. Ci ho tenuto tanto a questa gara, e soprattutto alla corsa: correre lungo il meno durante un evento vero.

Ho preparato la maratona di Roma qui a Francoforte, quella era la mia prima maratona.
Mi ricordo di essermi svegliato alle 6 di mattino, a marzo, in un ostello, per uscire ed andare a correre dalla zona ovest, poco oltre la stazione centrale, per arrivare al meno, a volte per fare qualche ripetuta, e poi tornare.

E mi ricordo pure quando alloggiavo al golden leave, a poche centinaia di metri dall’ufficio, ed poco più distante dal palazzo della BCE. Correre lungo il Meno: riva sinistra o riva destra, che poi infondo non si capisce neppure da quale parte scorra, e proseguire verso est a volte, ci sono gli orti, e altre città. E capita un po’ di tutto, esci col sole, inizia a nevicare i pezzi di gelo, poi torni e si è gia scaldata l’aria. E in primavera sono tutti lungo il fiume a bersi una birra, mangiarsi un panino o parlare, fare giocoleria gli universitari, suonare, o fare sport all’aria aperta. Ed io corro. A volte chiedo permesso, e forse do un po’ fastidio. Come succede ovunque.

Ieri c’erano degli americani, così ho pensato subito. Poi sentendoli parlare ho pensato che fossero più probabilmente africani. Neri, sicuramente. Ma non era certo quello che li distingue qui a Francoforte. È più la mancanza di tedeschitudine. Avevano quel modo di parlare ad alta voce e muoversi senza senso, tipico degli americani.

Sabato scorso c’era un turco con la macchina d’epoca ma tutta sporca. La turchitudine si capiva per via della musica in auto e la macchina sporca: un tedesco non terrebbe la macchina sporca, un turco lo fa per dimostrare di essere all’altezza di potersela comprare.

Il problema non sono gli immigrati. Il problema è la generazione che viene su e si aspetta tutto il giorno stesso in cui lo desidera, per poi non sapere neppure che farsene. Sì, pensavo proprio questo domenica scorsa.

E rifletto. Ma poi cosa ne so io che direzione dovrebbe prendere il mondo? e non spetta certo a me decidere ora, a 40 anni, decidere dove andare. Al più posso fare da motore, ma non sono certo io ad indicare la rotta. Forse avrei dovuto farlo 20 anni fa.

E penso che sto invecchiando, nel modo sbagliato. Non ho più contatto con le giovani generazioni, e nemmeno con le meno giovani. E quello in cui sbaglio di più è il non accettare neppure il loro atteggiamento, o le loro aspettative.

Come posso dire io che stato uno sbaglio degli inglesi lasciare la comunità europea? come posso dire che è stato uno sbaglio degli americani votare Trump? e come posso criticare la scelta degli italiani per il M5S e la lega?

Con l’età le passioni per ciò che accadrà in futuro sono destinate a scemare, e qualsiasi altro atteggiamento è solo inopportuno.

Faciate ‘npo come cazzo ve pare. Direi.

Epperò vorrei che emerga qualcuno che guarda avanti, che si sappia imporre, con una visione.

O forse è proprio vero che quando inizi a brillare ogni altra stella sembra lontana ed oscura.

Sì, sto invecchiando male e anche l’ultima impennata di orgoglio è piuttosto triste. Perché vedere l’errore nel mondo e non prendere atto invece di ciò che è e basta? Si dice, anche a Francoforte, “es ist wie es ist”. Mi sono accorto che sto leggendo molto meno di quello che potrei, e sto perdendo molto.

cosa vuoi diventare?

Io non voglio diventare. Sarà per via dei corsi di sviluppo personale che uno si fa la domanda, ma non mi serve. Io voglio restare così come sono. Certo invecchierò, diventerò forse più antipatico, spero di correggere alcuni difetti. Ma io non voglio diventare. Tutta questa cosa del personal branding, se non si beve non è roba che mi interessa. Fai di te un brand, ma che vuol dire? Cioè, dopo esser diventato un brand cosa faccio? Mi clono in formato postit e mi distribuisco negli uffici dei miei clienti?

“Sei tu il prodotto”, “bisogna sapersi vendere bene, con tutto il rispetto”. È qui ci vuole il rispetto, ma guarda caso non ce la nessuno per chi fa il mestiere veramente “sono poco di buono”, e tanto basta. Ma cosa cambia da sei tu il prodotto?

No, non sono un prodotto, non voglio esserlo.

Poi “quando vendi un prodotto, devi vendere una storia, devi vendere un sogno”, cioè il prodotto è un sogno ed io sarei il prodotto?

No. È una cazzata.

Io invece vorrei esere il sogno erotico di chi dico io. Lei bendata e legata, su di un letto qualche rosa qua e là, la sfioro e lei impaurita o incuriosita, non sa cosa scegliere ma capisce che è sempre più eccitata, non riesce a parlare ma forse non vorrebbe, si contorce, le labbra socchiuse ed umide e non solo. Mi masturbo e vado via, perchè sono stronzo. Ma non un prodotto, sarei un prodoto di merda.

Comunque non voglio diventare niente, ci pensa il tempo per quello.

Se corri diventi un atleta? “Se vuoi diventare un atleta devi correre”, ma se io voglio semplicemente correre e non diventare qualcosa? Voglio correre. Basta. Non voglio essere bello, essere magro, essere prestante, essere vincente, essere un accidenti che so io o sapete voi. Voglio correre, punto.

“Se vuoi essere una persona famosa devi fare molta gavetta”. Sono cazzate, se vuoi imparare un mestiere devi farlo per molto tempo, se veramente vuoi apprezzarne tutte le sfumature e capirne a fondo la bellezza che è nel fare e saper fare.

La vita è un divenire, no diventare