come sostenere il ritmo di pedalata in bici

Giustamente le energie pedalando si consumano. Fortunatamente in bici lo stomaco è piuttosto libero e poco sollecitato: mangiare non è un problema.

Per questo motivo ci sono molti integratori in commercio per la bici, sostanzialmente barrette, che sono equilibrate, leggere, energetiche e salutari.

Esattamente come un panino col prosciutto.

La confezione è in pellicola trasparente, il materiale migliore per poter essere aperto facilmente e mangiato. Il pane è di tipo condito, cioè con strutto. Lo strutto è un grasso semplice, a catena corta facilmente assimilabile.

Vale sempre il discorso del bere molta acqua, ma il panino è già di suo più idratato.

Di panini morbidi se ne trovano diversi, solitamente contengono anche zucchero, e quindi hanno un indice glicemico leggermente più alto del pane comune. È una cosa che torna utile durante una pedalata al 40%-50% dello sforzo. Il prosciutto e lo strutto fa il resto.

Altri grassi e proteine molto buone sono quelle da frutta secca: noci, mandorle, nocciole, arachidi (* ok), pistacchi, etc. Per questo le barrette della enervit sono ottime

E della majonese ricordo le uova

E della alimentazione ricordo cose.

In Germania mi stupisce dei tedeschi il loro mangiare senza pane. Sono un italiano, è evidente.

Di Würsteln ce ne sono di tutti i tipi, e anche questa è una cosa da notarsi: la totale fiducia nel prossimo.

Sostanzialmente macinano la carne e la insaccano in piccole porzioni, e tutto questo va benissimo perché è pratico. E non è una moda degli anni consumistici. Ogni città ha la sua ricetta per le salsicce, non tutte le città effettivamente, ma spesso una ricetta prende il nome di una città tedesca (o austriaca, ok, il Wienwurst, per esempio).

Succede anche in grandi porzioni: uno stufato di carne mista macinata e poi affettata per essere messa nel mezzo di un panino viene offerta a 2 euro tutti i martedì dal supermercato Edeka.

Il pane, sì, per i pasti veloci è usato, ma un po’ un’americanata. Se hai un minimo di classe mangi la carne, e basta. E mangi poco. Casomai metti un contorno. Fine.

E sulla majonese. Ovviamente, è bandita dalla carne, sei strano se la chiedi ed è difficile che per strada abbiano il dispenser anche per quella. Ma di gente strana ce n’è, come il mio collega Sebastian, di origini russe (la usa come scusa per giustificarsi nel mettere la majonese, è tedesco in realtà).

E sui tedeschi di Ucraina, ovvero tedeschi della Bessarabia, ricordo questa cosa che cosomai qualcuno l’avesse letta nei libri di storia, spesso è sfuggita. Essi emigrarono dalla Germania durante il 1800, dal sudovest e dal nordest della Germania principalmente, e nella regione tra Ucraina, Romania e Moldavia si stabilirono come coltivatori.

Per una qualche ragione tornarono durante il Terzo Reich, 1940, forse perché quella regione fu invasa.

La Prussia, cioè la regione nord-orientale della Germania, corrisponde oggi per gran parte alla Polonia, che al tempo della seconda guerra era un territorio molto più piccolo. Sostanzialmente per aver perso la guerra, la Germania non fu divisa in 2, bensì in 3 parti, e una di queste parti appunto è l’ovest e il nord della Polonia (Prussia orientale).

E sulla Polonia ho questa cosa che mi viene in mente, cioè la lingua. Se il tedesco è complicato perché ci sono le declinazioni negli articoli dei sostantivi in base all’uso (nominativo, accusativo, dativo e genitivo), in polacco queste declinazioni sono anche nei sostantivi stessi, che variano le desinenze in base all’uso che ne viene fatto. Ci sono casi in cui questo fenomeno accade anche in tedesco, ma sono meno frequenti e piuttosto circoscritti (al genitivo sostanzialmente). Se apro wikipedia trovo che il polacco ha 7 casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, strumentale, locativo e vocativo. Strumentale e locativo corrispondono al latino ablativo (come se poi questa cosa dovrebbe informarmi meglio … non conosco il latino, mai stato in lato)

E questo è tutto quello che posso dire riguardo la majonese e i tedeschi della Bessarabia.

Ma a proposito del ketchup, non sapendo nulla della sua storia, posso ben dire che è l’alimento più pericoloso del mondo, contiene più del 20% di zuccheri raffinati, ed veramente sconveniente questo pastruglio appiccicoso mieloso e acido.

E sulla senape il mio indirizzo è verso quella forte, che ti spacca il naso e ti apre in due o tre, a seconda delle fratture già presenti. Seppure sarebbe da preferire la dolce per il Weisswurst, e la forte per il Rindwurst perché ha un sapore più forte.

Il Rindwurst è spesso speziato, credo sia un’esigenza nata per soffocare il forte odore di bestiame della carne. È una cosa che lo rende particolarmente in sintonia con i gusti dei turchi, e anche con i miei. A volte bisogna essere daccordo sul mangiare. E del resto neanche il kebab non è così male.

E le bollicine, che sia birra, possono accompagnare solo.

Buon 20 Agosto a tutti.

 

ref.
https://it.wikipedia.org/wiki/Tedeschi_della_Bessarabia
https://de.wikipedia.org/wiki/Bessarabiendeutsche la versione tedesca è più completa, ma è in tedesco!
https://it.wikipedia.org/wiki/Minoranze_di_lingua_tedesca
https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_polacca
http://slideplayer.it/slide/9433093/ (come cambiano i confini polacchi)

Basta casino, qui dobbiamo divertirci

Che poi essere accostati a Salvini è triste.

Vengo da una famiglia agiata, cioè da una famiglia con 4 figli da far crescere, 2 aziende da mandare avanti, 5 o 6 operaii da far campare, con un reddito familiare di 12 milioni dove tutto si mischia e si finisce sempre col far colazione con i biscotti scaduti e pranzo con il pane del giorno prima (mia madre avendo il forno vendeva il pane e non conveniva darlo indietro).

Certo agiata perché di imprenditori, ma non è vero niente. In realtà quello che è stato crescere lì è imparare che nella vita se vuoi un cambiamento devi farlo. Se vuoi migliorare la tua situazione devi farlo. E che se chiedi ad altri finisci per prenderti delle fregature memorabili.

Forse un po’ diffidente, questo lo trovo un difetto. Ma per il resto non trovo che l’atteggiamento sia sbagliato.

D’altra parte mi sono trovato sempre a disagio con gli amici, proprio per questo modo di ragionare. Non c’è mai stato un discorso ragionevole che si potesse portare avanti, mi sono sentito sempre un po’ alieno.

Riguardo la politica ricordo i commenti di babbo e zio di fronte a “tribuna politica” quando parlava Fini, molto giovane e non a capo del suo MSI. Mio padre disse “eh però, come discorsi sono piuttosto giusti, parla bene”, mio zio: “sì però non fa un cazzo come tutti l’altri”, “e allora a chi voti?”, e mio zio: “a stocazzo”. Non si è mai capito chi votasse mio zio effettivamente, su alcune cose era veramente snervante.

Sì, è vero. Votare è una cazzata. È come ammettere che si possa chiedere ad altri di cambiare la propria situazione, e questo è in contraddizione con l’atteggiamento che abbiamo assorbito in famiglia.

Quindi sebbene Salvini faccia discorsi sensati, lo fa per avere consenso, e sedersi in Parlamento a fare quello che ha fatto finora. Nulla. Del resto qualsiasi discorso si limita al “non va bene …” e sostituisce ai puntini qualsiasi cosa che sembra ingiusta, e spesso lo è.

D’altra parte, sì, quella del “salviamo tutti gli uomini in mare”, la proposta si limita a “non va bene che la gente soffra”. Senza considerare che se la gente ci marcia su questo, consapevolmente o meno. Si finisce per autoconvincersi che sia il mondo ad essere avverso, senza considerare che spesso la stessa situazione è superata dai più senza fare grandi tragedie, e senza fare gesti inconsulti.

Tutti abbiamo problemi, andiamo a sbattere contro un’auto che ci viene addosso, tutti dobbiamo combattere con chi pretendere di avere ragione quando ha evidentemente torto, tutti.

Eppure a volte assumiamo atteggiamenti del tipo “non va bene che sia così”, e a volte invece accettiamo la sfida e non lo facciamo essere così.

Cioè, insomma, indignarsi è una cazzata. È un atteggiamento fine a se stesso, è la pretesa di far pena ed essere coccolato per le proprie ragioni. È come chiamare la mamma, raccontare cosa è successo e chiedere “chi è che ha ragione?”, e prendersi 2 schiaffi a testa, con infine il commento “smettetela di litigare”.

Ecco, in conclusione alla riflessione vorrei che mi resti questa immagine ogni volta che mi indigno: un paio di schiaffi.

Ed ogni volta che leggo qualche ragionamento di un indignato e provo a seguirlo, di nuovo: un paio di schiaffi.

E non s’ha mica tempo per questi piagnistei, dobbiamo divertirci.

P.S.: Molti sono incoscienti e si indignano, i politici non lo sono e ci giocano sopra. Per dire, Matteo Salvini è sempre pronto a fare sue battaglie di giustizia sociale dove di mezzo ci sono gli immigrati, a dichiarare di appoggiare Casapound, e a simulare atti violenti che in prima persona evita sempre di fare. Lui è sempre innocente, ma fa nascere nell’immaginario di chi lo segue l’idea della lotta, del poter minacciare qualcosa. In realtà, dopo le solite parole “armiamoci e partite”, è al bar a prendersi un caffé con l’avversario politico o anche con l’immigrato irregolare che lavora in casa a mettergli a posto il giardino. È tutto ok. Perfettamente italiano. Il post era su Salvini, e così mi viene in mente lui, ma la cosa è applicabile a tutti. “ma non fa un cazzo come l’altri”.

Sono il figlio del Re. Fanculo.

Che diritto hai tu di vivere qui e per quale merito?

Ho diritto perché ci sono nato, e il merito nessuno.

Esistono diritti di nascita, facciamo finta che non sia vero solo per vivere nelle favole, ma esistono.

Ed esistono soprattutto nelle favole, per dirla tutta, ma questa è un’altra storia.

Quello che hai, la storia attorno, le condizioni della tua città, i rapporti, le conoscenze, l’idea che hai dei tuoi diritti, il tuo modo di comportarti, come saluti, quando ritieni di poterti arrabbiare, tutto. Tutto questo fa parte della tua cultura, fa parte di ciò che è cresciuto con le generazioni precedenti, ed esistono diverse culture.

Esistono diversi modi di regolare i rapporti umani, e diversi usi e costumi. Non sono tutti compatibili.

Se sono migliori o sono peggiori è spesso difficile da dirsi. Ma evidentemente esistono.

Non si possono tagliare fuori questi argomenti dalle discussioni e pensare che si vive comunque.

I vecchi modi di dire erano “se c’è spazio per 10 c’è spazio anche per 11, e se ce n’è per 11, ce n’è anche per 12”, ma davano per assunto che chi arrivava non veniva dall’altra parte del pianeta con i suoi usi e le sue esigenze.

Qui c’è spazio per tutti, ma il “qui” è un concetto molto ampio.

Non c’è bisogno di azzuffarsi per entrare in questo Paese e voler stare tutti qui, un pezzettino di marciapiede ad ognuno, oppure in UK che sia.

Per quale motivo i sogni sono omologati?

Perché si è di un Paese povero, e si sogna la vita agiata dall’altra parte? Omettendo ovviamente tutte le contingenze e le regole che sarebbe necessario rispettare. Nei sogni, sì nei sogni.

Finiamo sempre col pensare che chi è povero è un incapace, limitato, che ha bisogno di aiuto, e se qualcuno mette in discussione questa cosa allora è razzista. E perché non dovrebbe essere il contrario? Perché il razzista non dovrebbe essere quello che assume, presume (cioè ha dei pregiudizi) riguardo alle ridotte capacità degli immigrati?

E quando hai capacità pari a quelle degli altri, puoi certo essere in uno stato di necessità e chiedere aiuto, ma non certo identificarti in un gruppo di persone che hanno bisogno di aiuti, una cultura a parte, che ha bisogno di essere integrata.

Se è questo che pensi, c’è posto per tutti, ma da un’altra parte.

Si è liberi di viaggiare, e questa libertà è sacrosanta. Se non ti trovi bene nella tua situazione, nella tua cultura, vattene.

Se la gente che ti circonda non ti somiglia, se credi che si può vivere meglio altrove, fallo.

Ma fallo rispettando le regole. Riusciresti, con le capacità, ad ottenere un buon lavoro in un qualsiasi Paese, più o meno sviluppato. Con le capacità. E se non le hai c’è poco da fare: non è il mondo ad essere sbagliato, ma tu a non saperti adattare.

D’altra parte quale è la proposta, quella oltre la protesta? In realtà non esiste, ma supponiamo esista, si parlerebbe di “dare la possibilità a tutti di essere nati qui”, e come si potrebbe fare?

Immaginiamo un mondo dove un ragazzo di 13 anni ha consapevolezza del posto disgraziato dove è nato e non accetti questo fatto. Gli dobbiamo dare la possibilità di essere nato da un’altra parte, da un’altra donna. E così si trasferisce a casa di Joseph e Annie, una coppia olandese che ha un solo figlio, ma potrebbe benissimo averne due, per quanto se ne può sapere, come sarebbe andata se ne fosse arrivato un altro? Eggià. È così, è un diritto del resto.

Ovviamente ci sono cose che naturalmente accadono e non esistono normative affinché queste non accadano. Non sono né giuste né sbagliate. Se le vogliamo chiamare sfortuna o fortuna facciamolo. Ma cosa cambia?

Ed è come nell’introdurre una novità in un software. Se provi a non accettare l’esistente e pretendere che tutto sia rinnovato di colpo, il software muore, la clientela se ne va, e nessuno finanzia il cambiamento. L’esistente va accettato.

Si può poi tracciare una strada per il cambiamento, e percorrerla.

Altro che gridare “razzisti”. Facile. Oppure dire “invasione”. Altrettanto facile. Invece decidere quale è la direzione, e giorno per giorno percorrerla, senza lode e senza infamia, senza essere eroi ma lavorando a piccoli passi, di questo non si è capaci più. In un’epoca in cui basta un click, ed ora un tap, perché dovremmo fare piccoli passi, controllare e aspettare, e riconoscere d’esserci sbagliati, … e tutto, insomma?

No, molto più facile urlare frasi fatte. O sei con me, o sei contro. O con Salvini, o con il medico squattrinato che salva il mondo.

Mai un ragionamento, mai una riflessione fuori dalla viuzza stretta dell’idiozia su binario unico (e un treno contro l’altro).

Ditemi che differenza passa tra il rifiutare la realtà puntando il dito verso un fumoso “sistema”, e il girarsi dall’altra parte e fare finta di niente.

Di quanto siete sicuri che i vostri sogni non siano gli stessi di chi non si unisce al coro da tifoseria?

“””
…e scrive sui muri NOI SIAMO TUTTI UGUALI ma prega nel buio “La sorte del più debole non tocchi mai a me”
“””
cit. L’uomo sogna di volare. Negrita.

 

Giornataccia, eh??

No. All’estero non ti incazzi. All’estero accetti le regole e fai quello che ti dicono di fare. Non discuti. Non ti metti a contestare qualsiasi cosa. E non vuoi la pillola indorata, vuoi sapere l’esatta dimensione della supposta, perché puoi decidere di accettare o meno, con coscienza.
Ma è diverso.
Perché lì le regole ci sono e sono rispettate, e non succede che qualcuno non rispetti i tuoi diritti dopo che gli hai citato l’articolo che ne parla, no, non ti chiudono il telefono in faccia.
 
E questo è un effetto a catena. È per tutto così. Qui tutto è un’incognita. Ognuno fa quello che vuole. E nessuno può fare affidamento su nessuno.
 
Il lavoro è pagato poco? Ma come si può fare affidamento su una persona assunta? Se poi non è diligente? (Presunzione d’indolenza.)
 
Semplicemente non funziona. Inutile parlare della buona fede e dello scommettere su questo Paese. Sono soldi persi.
 
E se poi pensi che sta andando, che hai risolto qualcosa, non è vero niente. È solo un compromesso, è solo una pezza che hai messo per tirare avanti, fra 2 mesi si ripresenta qualche altro problema e se di nuovo al punto precedente.
 
Gli imprenditori se ne vanno. I lavoratori qualificati se ne vanno. Rimangono gli immigrati, talmente abituati alla corruzione dalla quale provengono, che questo è il paradiso a confronto. Benvenuti, ma no, non è il paradiso, è solo un gradino più su, è solo tirare fuori la testa dal letame nel quale stiamo affogando. Si sopravvive e non si affoga.
 
Davvero, quanto manca che per avere un certificato devi corrompere il funzionario? E che se vuoi passare prima in un concorso devi pagare qualcuno? Ci manca qualcosa per essere Africa.
 
E no, non ci piace l’Europa, ma siamo africani, africani con la spocchia di essere meglio. Corrotti peggio del peggio. La mafia è solo una filiale di tutto il sistema, semplicemente usa metodi più violenti, ma la corruttela è la stessa, o forse addirittura minore. Ed è tipica la replica dei mafiosi: “cosa vuol dire non ammazzare se sei un uomo di merda? se non mantieni la parola sei peggio di un cane rabbioso, e come cane rabbioso vai ammazzato”
 
E non è colpa del caldo. È la stessa merda anche d’inverno.

Lo scogliattolo sul monte. Aronamen 2017

Lo scogliattolo sul monte.

Si parte ed è al solito tutto un interrogativo. Oppure è tutto programmato. Dipende solo da quanto ci si fida del futuro, e questa volta decido di fidarmi.

Blablacar mi ha fatto perdere tempo nel rispondere a richieste curiose, “puoi passare a prenderci di fronte all’hotel?”, o “però parto da ancona sud …”, o anche 2 richieste per lo stesso viaggio quando rimaneva un solo posto disponibile. Ma il car sharing secondo me è doveroso offrirlo se si ha la possibilità, basta farci un po’ il callo e preoccuparsi poco nel rispondere “no”.

La direzione è Arona, sale Silvia e Marco a Rimini. Silvia lavora in banca, ma è anche coordinatrice di viaggi e avventure nel mondo ed è diretta in Marocco (aereo da Bologna). Marco va in montagna con gli amici dell’università a Milano. Quando scende Silvia chiedo a Marco di guidare, poi ci ripenso considerando l’assicurazione. Dopo qualche km ci fermiamo ad un autogrill per un caffé e lo faccio guidare (“se succedesse qualcosa stavo guidando io”), io mangio il secondo spuntino. Un po’ teso alla guida, quasi fosse un esame, ha 21 anni, non dico niente, anzi cerco di parlare di altro. Arriviamo alla stazione di Trezzano sul Naviglio. Bene, ora mi tocca proseguire da solo, forse non sono stato corretto. Non è questo il modo in cui si fa car sharing, ma volevo rilassarmi un attimo e 6 ore di macchina non è il massimo se devi fare una gara il giorno dopo.

Bene. Arona è la solita. Oppure no. Arona è cambiata, la solita strada riporta “varco chiuso”. Non si arriva a Piazza Gorizia passando per il lungolago da sud. L’ultima volta per me è stata 2 anni fa. Parcheggio a 400mt. Faccio il biglietto per 30 minuti. Vado a prendere il numero e pacco gara. Incontro Roberto, io cappuccino e pasta, lui un’aperitivo. Ma inizia a piovere. Finiamo la consumazione, ci fermiamo sotto il loggiato. Inizia a diluviare. Lo sapevo, anzi, mi aspettavo succedesse più presto, dalle previsioni.

Spiove. Ci muoviamo. Ricomincia a piovere. Un bar è un riparo. Di nuovo aperitivo. Questa volta 2 prosecchi.

E ora si torna alla macchina, io, e all’hotel Roberto. Se mi hanno fatto la multa per biglietto scaduto si è liquefatta. Non ho idea.

Lo scogliattolo è lungo la strada, ci passo di fronte, non lo noto, chiamo e dico che sono nel paese Massino Visconti. Ok, torno indietro. Sono le 7 e 20 di sera e chiedo se posso avere la colazione prima delle 6 di mattino. Non è possibile, è tardi, non è stata fatta la spesa. C’è un supermercato? A 4 km trovo Tigros. Pane preaffettato, prosciutto cotto, 2 uova e 2 banane. Non mangierò tutto ma non ho idea del mud col quale mi sveglierò domani.

Cena al ristorante vicino, Lo scogliattolo. Grigliata mista e pizza bufalina. 1 quarto di barbera, sfuso, sorprendentemente sconosciuto. È ok per la carne, non mi sforzo di finirlo, non voglio perdere i sensi e il gusto dell’ottima carne. E dessert ai frutti di bosco. Mi offre una grappa del Nonino

Basta così. C’è la festa nel paese, ma sono quasi le 11 di sera e domani la sveglia è alle 5. Non si può fare tutto.

La sveglia. Ok, ci sta. Sono le 5 e devo preparare tutto e poi partire, dovrei essere giù alle 6 perché la zona cambio chiude alle 6 e 30. Mangio. Bene. In bagno tranquillamente. Faccio un po’ di stretching e sono un po’ stanco. La corsa della sera prima? o il vino della sera prima? Per un qualche motivo mi ritrovo a partire alle 6 da Massino Visconti, a 12km da Arona, e so che sarò al limite.

Corro come un pazzo. Sarò più pazzo in bici? Sì, se mi fanno partire. Parcheggio. Giù la bici, monto le ruote, e gonfio a 8atm. Ce la si fa, e la si fa a tutta. Borsa in spalla e pedalata fino alla zona cambio. Non ho messo su gli adesivi ma ho il pettorale, gli dico sono nella borsa, mi fanno entrare. Prima di poggiare la bici armeggio con l’adesivo, non riesco a spiccicarlo, ma per fortuna arriva una ragazza dell’organizzazione che mi da una mano. Riempio le borracce, metto 2 barrette nel borsello della bici, scarpe bici, scarpe corsa e gel liquido, trovo dei calzini, solo un paio, casco e occhiali sono sul manubrio, e via. Si esce che stanno fischiando. Ora devo mettere la muta, sono la prima ondata. La metto. Poi ricordo che è freddo e volevo mettere l’antivento. Ok, corro a prenderlo, l’antivento sotto la muta, è strano ma si può fare, si bagna, ma è di nylon. È lo stesso. Si fa. Corro di nuovo verso la partenza. Riesco ad entrare il acqua, devo impostare il garmin su multisport, hanno già fischiato la partenza, ma con pochi secondi me la cavo e sono in multisport (fortunatamente è già nuoto-bici-corsa, niente multicombinati strani nelle ultime settimane). Start.

Parto quasi ultimo. Prendo la scia, anzi prendo una tallonata in faccia, sento un po’ di fresco, fantastico che ci sia del sangue (e se fosse? mi fermerei? maddai, va! con tutta la corsa che ho fatto per arrivarci, mi fermerei se sanguina un po’ l’occhio? bah). Passaggio a terra e sono 18 minuti. Tempo penoso. Di nuovo lo stesso giro? no, questa volta nessuna tallonata in faccia. Esco a 38 minuti, bene. (18+18 = 36, ma lo dico col senno di poi).

Ora cambiarsi è boh … ho l’antivento sotto, beh, ok. Neanche troppo difficile, anzi, veloce per i miei standard. Metto i calzini e le scarpe. Pettorale verso dietro. Casco ed occhiali. Faccio casino con l’antivento, peccato. Ma mi districo. Ora sto sulle prolunghe e il programma era non spendersi troppo nella parte pianeggiante. Ma invece chissenefrega sto a 39-40 all’ora. Poi arrivano i geni con i grupponi. “come si fa a non stare nel gruppone?” (e basta che ti togli dalla scia e lo vedi se tieni i 42). Ma mi incazzo e non mi piace che mi passino, così tengo i 42 pure io. Fuori scia. Alla salita dovrei essere consumato, la prendo con calma, sorpasso 3 o 4 bici, vengo sorpassato da 2 o 3, e da qualche scalatore che vola in salita e non c’è storia.

Ma la bici non è il mio forte, e le discese non vado bene. E invece questa volta le tiro tutte, e sto anche sulle prolunghe, curve facili, a parte alcune, e giù. Poi le salite cerco di prenderle con pazienza. E scorre. Ad un certo punto, dopo una bella discesa tirata bene, mi trovo ad un bivio e non ci sono cartelli. Ho sbagliato strada. Chiedo. Mi dicono dovevo girare su. “Eh ma non si vedeva” faccio. Torno su. Nessun cartello. Ancora più su. Ah, ecco, uno dell’organizzazione che mi ha fatto segno di prendere la strada sbagliata. “e vabbeh, è uguale” dice. No. “è uguale un cazzo” gli faccio io.

Rimangono pochi km ormai, ho perso 5 o 6 minuti per un piccolo diversivo. Ma a questo punto la gara devo finirla comunque. 10 o 15 km ancora, il più in discesa. Penso. Ma sbaglio. Ancora qualche salita, poi discesa, poi salita, e poi una discesa tecnica carina fino a Piazza Gorizia. Zona cambio.

Ora dovrebbe essere più complicato? tutte le bici sono sui castelli. Cazzo. È lo stesso, provo ad andare, forse starò sotto le 5 ore, forse ce la faccio uguale. La corsa è cuore. La corsa è respiro. La corsa è anima. Il ritmo può essere più alto, ma non troppo. Va impostato il giusto, e va ascoltato. Ci sono gli altri, vorrei far meglio del tipo di Milano, credo, bassino e più o meno al mio livello. Vorrei. E devo però tenere il ritmo, e devo mangiare. Al secondo km vado col gel liquido, sono a poche centinaia di metri dal rifornimento d’acqua. Ce lo vuole. Non reggo più i 4’20” a km. Col gel rallento ancora di più ma devo gestire la cosa. Bevo. Sì sto meglio.

Mangiare mentre si corre lo trovo sempre traumatico. C’è sempre un rallentamento. Ma non se ne può fare a meno. C’è da abituarcisi. Due anni fa andai in ipoglicemia, 28° C e sentivo freddo. Due anni fa il percorso era migliore vicino piazza Gorizia, si passava sotto un pergolato lungo il lago, ora ci sono gli scavi archeologici aperti (niente più vetrata sopra), dicono che l’arte deve essere accessibile. (secondo me è una cazzata)

scavi durante i lavori del 2016 (vedi update, ma è ora che la mettano una vetrata)

Devo prenderne un altro di gel, all’inizio del terzo giro. L’ultimo giro tengo il ritmo, arrivo alla fine, il milanese l’ho perso. Arriva almeno 500mt prima di me.

Insomma, ho tenuto il ritmo ed è una soddisfazione non essersi fermato a passeggiare. Ma stoppo il cronometro a 5h5′.

Ci vuole pazienza.
Ci vuole molta pazienza.

Ma io non ce l’ho. Io non ho proprio pazienza, e così inizio a chiedere a tutti come è andata, e a lamentarmi del fatto che mi hanno fatto sbagliare strada, anche con i passanti.

Adesso va bene. Va bene lamentarsi quando hai finito di fare tutto, ed hai cercato comunque di portare a termine la gara nel migliore dei modi. È bello lamentarsi.

E poi le indicazioni sbagliate dell’addetto è l’unica cosa di cui posso lamentarmi, il resto della serie di errori è solo colpa mia, che però ho risolto. E quindi se non sto sotto le 5h è solo colpa di una indicazione sbagliata.

Ok. Comunque non sono stato sotto le 5h.

Cerco di lavarmi, mangiare, farmi una birra. Aspetto Roberto, non arriva. Non aspetto. E caricare la macchina, e raggruppare o raggiungere la ciurma del blablacar del ritorno, e far salire gli ospiti, e partire. 14:30. Puntuale.

Roberto s’è sentito male. Lo so solo dopo parlandoci per telefono. Ha corso tutta la gara, piano, ma poi ha avuto problemi di stomaco.

Io no. Io sto bene e dopo aver scaricato uno a Forli e l’altro a Riccione sono riuscito a raggiungere un supermercato ancora aperto (di domenica, e fino alle 20:30) e cavarmela per cena con una bistecca, una pizza e un pizzicato di manduria (ancora un vino nuovo).
Ho deciso di fidarmi, e sì, non è stato un idillio, ma neanche una tragedia, come si dice, ci vuole pazienza.

Ci vuole molta pazienza.

Ma io non ne ho.

rif. http://www.aronamen.it/ il sito dell’evento. ARONAMEN ogni anno ad Arona fine luglio.

 

UPDATE 3 Agosto 

Qualcosa mi ha ingannato nella memoria, non c’era nessuna vetrata 2 anni fa (2015), http://www.lastampa.it/2016/02/02/edizioni/novara/larona-sotterranea-svela-le-mura-antiche-volute-dai-borromeo-bAL7ZMFUf46GwnITUpgSgI/pagina.html

cielo aperto

Non solo, io ho pensato nella mia memoria fallace ad una vetrata, qualcuno ha pensato a non “tornare indietro nel tempo” http://www.aronanelweb.it/2017/03/23/un-bel-pesante-fardello/

Auto Faccio prima, e in bici faccio tardi

Esco di casa in bici e mentre procedo sulla strada principale una macchina proveniente dal senso opposto deve svoltare a sinistra. Mi trovo in mezzo alla via che quell’auto deve imboccare ed è costretto ad aspettare che io attraversi.

Il traffico automobilistico è più veloce di quello ciclistico, non c’è dubbio. Mi viene in mente che forse avrei fatto meglio a prendere l’auto, così non avrei intralciato il traffico.

Penso sia la stessa cosa che ha pensato l’altro automobilista: prendo l’auto, così faccio prima. Ma poi trova il ciclista e gli tocca di aspettare.

Quanto è vera questa cosa?

Personalmente preferisco non prendere l’auto per fare 500mt, che percorsi ad una velocità di 20 km/h, si fanno in 90 secondi, a 15 km/h in 2 minuti.

Prendere l’auto vorrebbe dire uscire dal parcheggio (circa 40 secondi per aspettare il traffico), procedere ad una media di 35km/h, che vorrebbe dire impiegare 55 secondi per arrivare, parcheggiare, chiudere, etc.

Considerato il fatto che le operazioni uscire dal parcheggio, entrare in strada, chiudere, e tutto sono praticamente necessarie anche con la bici, in auto guadagnerei circa 60 secondi, cioè sarei in piscina un minuto prima.

Ma questo è il punto di vista personale/individuale.

Quando sono a Francoforte devo percorrere circa 6 km per arrivare in ufficio, in bici impiego non più di 16 minuti. Prendendo i mezzi di trasporto, con le coincidenze giuste, posso arrivare in 35 minuti. In questo caso è conveniente la bici. In auto, all’ora di punta, il tempo necessario è di circa 20 minuti, una velocità media inferiore ai 20km/h.

È l’effetto dei semafori. Ci sono semafori per ogni cosa, e per di più la metro di Francoforte è di superfice, ed ha ovviamente la precedenza. In bici te la cavi non rispettandoli, in fondo stai passando sulla ciclabile, sopra i marciapiedi, se non ci sono pedoni la strada è libera, e lo è spesso.

Supponiamo che ogni utente della strada prenda l’auto. Supponiamo che in un’ora ci sia un traffico di 100 auto. I punti di partenza e di arrivo sono casuali, e casualmente distribuiti in una determinata area di interesse.

Supponiamo una situazione differente in cui il 50% degli utenti scelga la bici al posto dell’auto.

D1. Ci sarà più o meno traffico?
D2. Il tempo di percorrenza medio di ogni utente sarà maggiore o minore?
Prendiamo in considerazione un’ultima situazione: il 100% degli utenti sceglie la bici per spostarsi. Di nuovo le domande:

D3. Ci sarà più o meno traffico?
D4. Il tempo di percorrenza medio di ogni utente sarà maggiore o minore?

R1. Intuitivamente, ma anche scomodando qualche algoritmo di collition detection, con meno auto e più bici la possibilità di collisioni, ovvero di conflitti di precedenze è minore. Quindi il traffico è minore. Ok, l’automobilista deve aspettare che attraversi la bici, ma questo evento è più raro e meno fastidioso dell’aspettare che passino più auto (tenendo conto della risposta a 2.)

R2. Il tempo di percorrenza sarà in media maggiore? è difficile rispondere a questo. Se è vero (come lo è) che l’auto viaggia più velocemente, ha una maggiore accelerazione, frena più prontamente. È anche vero che il traffico (il numero di auto presenti) rallenta la mobilità, rendendola poco scorrevole, e creando ingorghi. È molto probabile che il vantaggio dell’avere un mezzo più potente sia annullato dal non avere vie di fuga per poterlo sfruttare.
Con il 50% di traffico automobilistico trasformato in ciclistico le auto dovrebbero avere maggior spazio di manovra, e riuscire a svincolarsi più velocemente dagli ingorghi più rari.

Ad intuito direi che debba esistere una specie di numero caratteristico di ogni strada, che descrive oltre quale numero di auto si forma un ingorgo con una certa propabilità. Ovvero forse è il caso di parlare di funzione caratteristica che lega la probabilità di ingorgo al numero di auto presenti in strada.

FCI(n) = p con p reale e 0 < p < 1

(Funzione Caratteristica di Ingorgo)

D5. Supponendo di avere a disposizione questa funzione, come la si potrebbe usare per determinare se e in quale misura sia conveniente l’uso della bicicletta?

R5. Per rispondere a 5 bisogna definire “conveniente”. Per me conveniente è un minor tempo di percorrenza medio, ovvero:

n
S    TPT(i)
i=1

(Tempo di Percorrenza Totale) dove n è il numero di utenti. Il tempo di percorrenza dovrebbe essere in relazione alla FCI, rivedendo questa funzione, dovrebbe anche essere legata ad un intervallo di tempo, ovvero è una funzione a 2 variabili:

FCI(n, D) = p

con D reale è una misura del tempo, diciamo secondi, durante il quale l’utenza sta percorrendo la determinata strada.
Uso D come Delta t, intervallo di tempo, si potrebbe pensarlo come integrale, ovvero:

t1
S    FCI(n) dt
t=0

ma essendo FCI non dipendente da t, risulterebbe

t1
S     FCI(n) dt = (t1-t0) * FCI(n)
t=t0

Ritorno sui miei passi e considero FCI(n) una funzione con una variabile aleatoria intera n.

È costante, non dipende dall’ora della giornata, le ore di punta lo sono perché l’utenza è maggiore, ovvero perché n è maggiore, può dipendere dalle condizioni metereologiche, dal grado di concentrazione dell’utente, e via dicendo. Ma dovendo produrre una probabilità confido che questa funzione riesca nel suo scopo senza dover scomodare tutte le componenti, anch’esse probabilistiche.
Dunque, tornando al problema, il TPT(i), tempo di percorrenza totale dell’utente ‘i’, è funzione della probabilità di ingorgo, della velocità massima, e dell’accelerazione possibile nel percorso P che deve fare per raggiungere la destinazione.

TPTi(VmaxP, AmedP)

Velocità massima e accelerazione massima sono dipendenti dal percorso, considero che si possa determinare una media di questi 2 parametri. La velocità massima è regolata dalle possibilità del mezzo e dalle norme che limitano le velocità per questioni di sicurezza stradale. L’accelerazione media è dipendente dal mezzo e dal percorso, vale che una bicicletta non può accellerare oltre un certo limite, e che in salita la sua accelerazione sarà comunque minore, e questa cosa vale, nelle dovute proporzioni, per ogni tipologia di mezzo.

E ovviamente TPTi(VmaxP, AmedP) ha a che fare con la probabilità di ingorgo, che è dipendente dal tempo T, risultante dall TPTi() stessa. Sia

TPTi(VmaxP, AmedP) = Ti

allora FCI(n), n sia 100, FCI(100) p_100, la probabilità di ingorgo è Ti*p_100.

D’accordo, ma come questa probabilità influisce sul tempo di percorrenza?
E influendo su esso, cambia Ti, ovvero, provo a fare un esempio:

Ti = 600 sec.
p_100 = 0.001

la probabilità di ingorgo sarà 0.6 , supponendo che un ingorgo standard diminuisca la velocità media di percorrenza di un singolo utente del 10%, e supponendo che tale velocità media fosse 30 km/h, sarà 24 km/h, se in 10 minuti (1/6 di ora) a 30 (2 min/km) ha percorso 5 km, allora a 24 km/h, per percorrere 5 km avrà bisogno di 750 secondi, ma l’equazione diverrà:

Ti = 750 sec.
p_100 = 0.001

e la probabilità di ingorgo sara 0.75, e così via.

Le variabili sono interdipendenti ed è il caso di parlare di equazione differenziale. Ma essendo p_100 una costante, basta aggiungerla alle variabili aleatorie di TPTi:

TPTi(VmaxP, AmedP, p_100) = Ti

Dunque, VmaxP e AmedP sono funzioni caratteristiche del mezzo e del percorso,

VmaxP = vm(k,p)
AmedP = am(k,p)

dove k sta per kind (tipo di mezzo) e nel caso che interessa me può essere ‘auto’ o ‘bici’

in sostanza sarebbe interessante valutare qual è il valore

TPTi(VmaxP, AmedP, p_100) = Ti

nel caso dell’auto:

TPTi(vm(‘auto’,p), am(‘auto’,p), p_100) = Ti

e nel caso bici:

TPTi(vm(‘bici’,p), am(‘bici’,p), p_100) = Ti
MA non bisogna dimenticare che le auto hanno una probabilità di collisione/conflitto per precedenza maggiore rispetto alle bici, quindi è più corretto rivedere la funzione

FCI(n) = p

nel senso di

FCI(a,b) = p

con a numero delle auto, e b numero delle bici. Essendo
FCI(0,b) =~ 0

per b non sproporzionalmente alto (non vicino alla saturazione completa delle careggiate, condizione piuttosto improbabile).

MA, seconda obiezione, bisogna anche stabilire quanto sia influente un ingorgo sulla percorrenza di un auto, e quanto lo sia sulla percorrenza di una bici. Ovvero, in caso di ingorgo con la bici si riesce comunque a muoversi, con l’auto la cosa è più difficoltosa, cioè l’influenza sulla velocità media, la riduzione di velocità media per una bici dovuta alla presenza di un ingorgo è praticamente insignificante. Vale a dire che il valore di FCI(a,b) incide solo su TPTi() di un’auto.

A questo punto ha senso e non si perde molto di dettagli (nelle condizioni non estreme) considerare FCI(a) e ignorare completamente la presenza delle bici in quanto ininfluenti per il verificarsi dell’ingorgo.

Ma sto contraddicendo l’evento di stamattina, quando attraversavo un incrocio andando in bici. Il mio attraversamento ha causato un ingorgo. Ovvero è giusto far dipendere FCI(a,b) sia da a che da b, ma può essere ignorata nella valutazione di TPTi() nel caso di i = bici
Un caso estremo è 99 bici e 1 sola auto. In tal caso la probabilità di ingorgo o rallentamento influisce sulla percorrenza della unica auto, ed è il caso che l’unico automobilista prenda la bici per avere meno rallentamenti possibili, sempre che le caratteristiche del mezzo non sopperiscano al tempo perso nel dover rallentare e dare le precedenze.

Altro caso estremo è quello che 99 auto e 1 sola bici. Visto che gli ingorghi non influiscono sulla percorrenza di una bici, le 99 auto avranno un disturbo in più e una maggiore probabilità di ingorgo, ma l’unico ciclista è rimane comunque nelle condizioni ideali di percorrenza, dipendenti sostanzialmente dalla propria gamba e dall’asperità del percorso.

Parlando di velocità medie, una bicicletta può tenere circa 15km orari, senza troppe difficoltà. Mentre un’auto, in una zona con limiti di 50 km/h ha una velocità media di percorrenza di circa 30 km/h. Ma questo è vero in teoria.

Le notizie a riguardo riportano queste velocità

http://www.lastampa.it/2012/05/16/italia/cronache/velocita-media-chilometri-all-ora-in-citta-si-viaggia-lenti-come-nel-XryHlFrywXunZmoxHOjTIP/pagina.html

15 km/h e scende fino ai 7 km/h
Scegliere l’auto per muoversi nelle ore di punta è un’utopia. In realtà riuscire a tenere la media dei 30 in una strada con limite di 50 è piuttosto azzardato, spesso prevede il non dare precedenza ai pedoni, e una guida piuttosto aggressiva.
Questi i dati provenienti dalle scatole nere:

In città, tutti i giorni in auto, alla velocità di una bicicletta…

Nel percorso urbano meno di 20 km/h

Ma sarebbe comunque interessante determinare empiricamente la forma delle funzioni caratteristiche, o comunque cercare di modellare in questa maniera il traffico

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Nota: uso S la prima vota come Sommatoria (Sigma), le altre volte con simbolo di integrale. È perché sono pigro e non mi va di formattare bene. Non è un errore, è pigrizia, una mia caratteristica.

Narrazione

(La chiamano story telling?)

Correvo un giorno su di una strada attorno ad un campo non coltivato, un posto quasi esotico… l’ho sognato od è successo veramente?

Frankfurt am Main vista da Friedberg Landstraße

Nel dormiveglia di un sabato mattino non capisco perché mi fosse venuto in mente quel ricordo. Quel ricordo era del venerdì, sì esattamente del giorno prima. Con questo caldo riuscire a dormire per più di 2 ore consecutive è un impresa, realtà e fantasia si confondono. Conta poco che sia a Francoforte con 20 gradi la notte, è caldo comunque.

E sì, non era un sogno, Hundplatz vicino Preugenheim, o come si chiama la zona confinante, penso sia un’area per lo sgambamento dei cani, da cui il nome. Francoforte, una città così provincialmente cosmopolita, uno skyline da città d’oltreoceano e frazioni e campi, e orticelli, e parchi ovunque. È facile trovare la propria dimensione, ed è tutto così vero.

Ho sottoscritto da qualche settimana l’abbonamento per Internazionale, il settimanale che raccoglie articoli da tutto il mondo. Quello che apprezzo di più di questo settimanale è la narrazione. La scelta è ampia e c’è da fare i complimenti ai redattori/traduttori per l’ottima cernita, bellissimi articoli, scritti da eccelsi giornalisti di tutto il mondo. La narrativa, appunto, il modo col quale con poche battute riescano a presentare una storia lunga, che magari trova le radici nella storia di un Paese, radici anche lontane.

La apprezzo, la narrazione, in questo momento in modo particolare. Quel sabato, in dormiveglia, seguiva un venerdì sera passato in Opernplaz, all’ombra dei grattaceli del centro e di fronte al teatro dell’opera di Francoforte. (considerato che fa notte alle 10 di sera, “ombra dei grattaceli” non è solo un modo di dire).

Tornavamo da una visita ad un supermercato per prendere un paio di bottiglie d’acqua, stavo piuttosto bene ora che la sete era placata, camminiamo verso la festa, le bancarelle, il cibo, l’apfelwein. Ed ecco avanti a noi, sì, voglio una ragazza come quella. Anzi, voglio quella. Bionda, vestita di bianco, tubino e minigonna, alta, forse un po’ troppo magra, ma bella. Sembra quasi ascoltare i miei pensieri. Hot. Quello che provo è ok. La sorpasso, giro un po’, lascio che mi sorpassi. I nostri sguardi si incontrano e non c’è niente che non vada. Devo fare il primo passo, lei mi tiene d’occhio, è come se me lo stesse chiedendo.

Non lo farò. So già che è così. Lascio che scompaia tra la folla. Forse ancora mi cerca. C’è qualcosa che non va.

Non è solo paura di sbagliare, è come se avessi la consapevolezza di essere predisposto a sbagliare, a dire la cosa sbagliata, a buttare tutto all’aria. Non ho problemi con i fallimenti, posso accettarli. Il problema ce l’ho con me stesso. Cosa mi mette a disagio in qualsiasi situazione mi trovi in mezzo alla gente? Qualsiasi situazione.

Finisco per parlare col mio collega di questa cosa, e mi chiede se quando faccio le gare sono o no a disagio in mezzo a tutta quella gente. Sì, sono a disagio anche lì, solo che c’è la competizione e la cosa è differente, riesco ad ignorare il disagio.

E allora? Quando sono a mio agio? Mai.

La cosa è sempre più forte quando mi capita di incontrare una donna che mi piace, all’inizio è desiderio, se la cosa è forte è facile entrare subito in contatto intimo, e sentirsi vicini, voler essere migliori, l’uno per l’altra, e cercare di essere la cosa più piacevole, o almeno desiderare che ci sia un’intesa buona, dolce, e subito. Ma chi è lei? Posso chiederglielo. Chi sono io?

Sì, ecco, perché non dovrei essere all’altezza? perché non dovrei essere desiderabile? perché non dovrei essere abbastanza per lei? Perché non dovrei essere nulla? Sono nulla? Chi sono?

Abituato ad ascoltare e stare zitto, abituato a fare battute e mai parlare seriamente di ciò conosco, abituato ad avere dei riferimenti sentimentali troppo demotivanti (i genitori, soprattutto), sono niente. Oppure un buono a nulla. È l’unica cosa che posso dedurre.

Sono qui per lavorare. E no, non porto a tavola in un ristorante in periferia facendo i conti con i risparmi per poter tornare ogni tanto in Italia. Ecco no. Potrei trovare il mio lavoro anche oltreoceano, o in Inghilterra, avrei un buono stipendio, ma non mi sono mai deciso a cambiare.

Scrivo software. La cosa è iniziata nell’agosto del 2008. Mi chiama un vecchio amico dei tempi dell’università per chiedermi se posso fare qualche lavoro piccolo su un software tedesco che fa ricerche da prodotti e transazioni di vendita di ecommerce. Non ci capisco niente, l’interfaccia fa schifo, ma quello nel 2008 potrebbe essere ok, il problema è il tedesco. Boh.

La cosa va avanti per un po’, in effetti va avanti fino ad oggi. Conosco più o meno tutto il codice del back office dei clienti e amministrazione per il supporto tecnico. Il core business di Starsellersworld è il posizionamento dei prodotti sulle piattaforme di vendita, l’analisi dei prezzi, e l’ottimizzazione dei guadagni. Queste cose sono gestite dal team sviluppo di Stoccarda. Ci sono stati tempi migliori, e anche tempi peggiori. Da allora l’interfaccia è stata completamente riscritta. Siamo lontanti dall’essere competitivi dal punto di vista delle interazioni, ma ci stiamo lavorando. Anche il marketing zoppica un po’, sembra che nessuno conosca il servizio, e a ben vedere è difficile trovare nel mercato qualcuno che sia un vero nostro concorrente. Dovremmo fare soldi a palate, ma in questo periodo non sta succedendo. Ci stiamo lavorando. Ci sto lavorando. Mi rendo conto di essere rimasto piuttosto solo. Il collega col quale parlavo sabato sta cambiando lavoro e non ci sarà più a Francoforte.

In queste settimana a Francoforte abbiamo implementato l’interfaccia per acquistare le etichette di spedizione presso DHL, tramite la loro API. Era qualcosa rimasto incompleto. Stiamo cercando di finalizzare. È necessario e salutare. Per me e il collega, che abbiamo scritto il software, per i clienti che possono avere il servizio, per la ditta che può applicare un fee sull’uso del servizio. Sono state tre settimane intense e faticose. Davvero.

Ad Opernplatz è arrivato un amico di Gunter, il mio collega, e io ho approfittato per starmene sulle mie e ragionare su tutto questo. Me ne sto sulle mie tanto che Gunter mi chiede se anche a me mi va di andarmene (esso dice che lì le ragazze sono troppo snob e finte, non è come Friedbergerplatz). Sì, andiamocene, continuo riflettere sul letto prima di dormire. Forse questa cosa è servita, forse più di un probabile 2 di picche.
E dunque chi sono? Sono un uomo.

Liberate Budeikin. Imparate a fare la guerra, piuttosto

«Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza».
Nessun messaggio per i genitori, uno per gli adolescenti: ecco cosa stai cercando. Trova il modo di ottenerlo: facile, finto, difficile, lungo, breve, immediato, duraturo. La rosa è ampia.
Sono scelte. Non sono gli altri ad risponderne, qualsiasi esse siano. Il fatto che il tipo sia in carcere non riporterà in vita le vittime (di loro stesse).

Proviamo a vedere perché si calvalca lo scandalo esagerando con i numeri, piuttosto. UK è la prima che mette la cosa in evidenza e lancia l’allarme. Il controllo di internet forse prima aveva qualche oppositore, ora ne ha di meno.

Perché? il messaggio è: state attenti ai vostri ragazzi. Non potete. È così. Faranno scelte che vi piaceranno e gli darete importanza, e scelte che non vi piaceranno, e direte che non valgono nulla (anche senza dirlo). E nessuno può cambiare il fatto che gli adolescenti scelgano, e nessuno può cambiare il fatto che i genitori approvino o disapprovino. Dal momento che c’è un distacco, ci sono contrasti. Siate preparati a fare la guerra, piuttosto.

I genitori non saranno più l’unico punto di riferimento, saranno sempre genitori, comunque. I figli non diventano figli di altri, non vengono adottati dalle persone che si troveranno ad ammirare durante le loro scelte. Perché non abbandonare queste paure? Perché temere, da figlio di sentirti un traditore quando scegli qualcosa per te, ma disapprovato dai genitori? Perché si pensa di non poter apprezzare intellettualmente di più un professore rispetto al proprio padre? E perché un padre si sente tradito da questo? Perché una madre pretende di avere il posto affettivo insostituibile e protettivo (per sempre)?

Perché gli psicologi insistono nel risolvere i problemi in famiglia? È così difficile riconoscere quando è la famiglia stessa a crearli?

I pericoli non sono  in internet. Il pericolo è di perdere parte dell’umanità bloccata nella non-scelta di dover accontentare gli altri prima ancora di pensare a se stessi.

Se non ce la fai fermati

Ci hanno abituati male.

570 euro sono i soldi che ho pagato per partecipare a 2 gare: Rimini Challenge e Venice Challenge. Distanze: half-iron, e Ironman.

Perché si pagano questi soldi? Organizzazione, chiusura delle strade, assistenza in mare, gadget, sicurezza, tutto.

Ecco, quando andate a vedere una gara di triathlon il biglietto lo hanno pagato i partecipanti. Sì, gli attori pagano lo spettacolo.

Quindi ringraziate e divertitevi.

Ma “perché?” nascondeva altro, perché pagare per preparsi 6 mesi (e più) per partecipare ad una gara che ti esaurisce fisicamente e mentalmente?

Forse perché se hai pagato allora lo fai.

Capita che venerdì sera ho il dito del piede infiammato, ma decido ugualmente di andare in piscina, dopo qualche tentennamento di rito. Il sabato ho un lungo in bici (200km) e la domenica 30km di corsa. Se non si risolve questa situazione finisce che devo saltare i lunghi, e questo è male per la preparazione. All’ora di pranzo avevo fatto le ripetute di 500 metri (10) ed ero piuttosto soddisfatto, ma saltare i lunghi sarebbe come buttare il lavoro di mesi.

Alla fine penso: sì, è gonfio. Sì, esce un po’ di liquido. Fa male, è infiammato, eccetera. Ma nell’acqua della piscina c’è cloro.

Torno da piscina, mi fa male il dito. Mangio bene, e più tardi vado a dormire. Non più di un’ora. Il dolore mi sveglia e non ce la faccio.

Mi alzo pensando di impazzire. Non voglio saltare il lungo, ma è insopportabile, non capisco cosa c’è, inizio con la mia solita ipocondria e penso alla meningite (che non so neanche cosa sia, ma ho visto una immagine su wikipedia e mi basta per attaccare con la paranoia). Poi cerco un’antidolirifico, forse. Vedo che ne ho uno al cortisone, vecchia prescrizione poi mai usato. Non mi piace il cortisone, da troppi effetti collaterali. E comunque è un’antidolirifico, non voglio non sentire se ho qualche problema. Vedo che ho l’OKI in bustine, ma ho appena pensato quella cosa … non prendo nemmeno quello.

Chiuso discorso “medicinali a caso”.

Provo a ragionare così: infiammazione, liquido … acidi urici? forse sto esagerando con le proteine? Mangio, del resto è la risposta standard della mamma di fronte ai problemi: prima di tutto mangia. Ho 3 fette di pane, tostato. Poi qualche mela, ma immature, ne mangio 2. Sono le 2 di notte. Domani non faccio il lungo. Sono preoccupato, mi sveglierò e andrò al pronto soccorso.

Apro gli occhi e cerco di girarmi in direzione della sveglia. Doveva esserci una sveglia… Appena realizzato dove stavo dormendo riesco a trovarla. 9:10

È impossibile partire per il lungo, il piede però mi fa meno male, vuoi vedere che la ricetta funziona? Gli zuccheri sfiammano? Boh

Di certo vado all’alimentari sotto casa (emh, sì, si chiama proprio così, oltre al fatto che è a 2 passi da casa mia), prendo pane, banane, gallette, prosciutto cotto. Forse non farò 200km ma proverò a partire lo stesso. Forse il dolore del piede mi farà fermare dopo 50km, ma voglio provarci. Sarò pronto per le 10:30 bene che va, non ho neanche il tempo.

Colazione con soli carbodrati, frutta e avena (è un cereale, quindi ok). Preparo molta acqua, 1,7 litri, con poco isotonico. 2 panini con prosciutto. 3 barrette. È ora di partire, giusto un caffé. Sono le 10:50.

Non ho nessuna fiducia, ma sono in strada e si pedala. È una giornata fredda. Mi fermo a pisciare dopo 40km, non brucia, per ora ok. E panino mentre riparto: devo andare, si fa notte. Così arrivo a Fano, poi Pesaro. In realtà avrei voluto fare passo del Furlo, ma non so che strada ho preso. Giro per Urbino. Arrivo ad Urbino. Altra sosta. Non brucia. Ok. Il piedo come sta? Nella scarpa. Non muoio. Ok.

95km. Si torna, forse poi arrotondo attorno a Falconara. La discesa è una figata, ma non è neanche molta. Vicino Pesaro capisco che non ho le forze, ora ho solo barrette, e così ne mangio. Dovrei fermarmi per un cappuccino, ma il latte e proteico e forse è meglio evitare. Allora arrivo a Pesaro. Sbaglio qualche strada, ma alla fine ad un semaforo adocchio un gruppo che va verso la ss16.

Sono in 4. Fanno il cavalcavia all’uscita verso il mare di Pesaro e sembrano lenti, penso: “gli sto dietro, ho trovato un passaggio per casa”. Ok, finita la salitina (durante la quale comunque guadagno pochissimo), iniziano ad andare. E anzi mi staccano di più. Devo spingere, devo avere quel passaggio! È poco spazio, saranno 40 metri. Mi abbasso sulle prolunghe, spingo, guardo il contachilometri, solo … solo? 41? Ma non bastano, così mantengo solo il distacco, devo spingere di più. Ma non sono forti, devo smetterla di cercare scuse. Spingo e basta. Li ho quasi presi, 5metri. L’effetto scia ancora non c’è. 2 metri. 1 metro. 50 centrimetri. Cazzo come spingono! Non ce la faccio a stare in scia. Altro che rilassarmi qua.

Vado avanti fino a Fano, ad ogni km pensando: “fra un po’ li lascio, non ce la faccio”. Ad un semaforo si girano e dicono qualcosa riguardo l’evitare gli autovelox, si girano, mi guardano come per chiedersi “e questo? come accidenti ha fatto a mettersi qua dietro?”, avranno pensato che fossi uscito di casa in quel momento, lì a Fano. Girano per non so dove. Meglio così, più che a casa mi avreste portato al prontosoccorso.

La sosta solo dopo 150km, a Marotta. E sto a 4h55′. Il ritmo c’è.

Arrivo a Falconara e mi mancano 15km. Giro per Polverigi, valuto che ci sto. Torno. 205 e stop.

Sono passate 7 ore, non sono sfinito, e non ho neanche il piede particolarmente dolorante. Sì, sono stanco, e devo mangiare.

Epperò domani devo correre 30km. Quindi per ora pizza. Esco per comprare qualcosa. Orata con patate. È pesce e le patate sono ok. E vino rosso: anestetizza.

Ma prima di cucinare, al bar per cappuccio e cornetto (ok, sono le 8 di sera, e allora?!?)

Tiro tardi, l’orata ha bisogno del suo tempo nel forno.

Non ho idea di come starò domani. Non ho proprio idee. Sono sbronzo. Dormo.

Non so come sia successo, ma è tardi e devo ancora partire. Riesco a fare colazione, andare in bagno, è fresco fuori non so cosa mettere. Maglia forellata, fresco ma soleggiato. Si parte. 30km, il dito del piede fa male. Vasellina. Proverò a volare.

Nel correre mi sento forte, sicuro, senza fiato pesante, vado ad un ritmo lento, 5 al km, e la sensazione è quella che ho sulla bici: posso andare ad oltranza. Ovviamente sono ancora a 5km.

Penso di essere all’ironman. A Venezia. Penso che siano venuti a vedermi, a fare il tifo. C’è anche mamma. Io corro e sto bene, lei mi vede e urla:

“Dai, se non ce la fai fermati ..”

Lo penso davvero, lo farebbe. Ed io lì a rispondere: “Vai così mamma! Motivante ti voglio!”

E sì: è così che ci hanno cresciuti.

Non riesci a studiare? forse non sei capace.

Non trovi la concentrazione? hai qualcosa che non va, prova a farti vedere.

Sei stanco? riposa.

Al lavoro non guadagni abbastanza? sono ingiusti con te.

Negli ultimi anni ho partecipato a 3 maratone, qualche granfondo, 5 o 6 Half-ironman, e ce ne sono alcuni che ricordo per aver combattutto contro questa mia abitudine di cercare scuse per non portarla a termine. In particolare il mezzo di Pescara 2016. Organizzazione ridicola e penosa. Ho corso 21km passeggiando, e in più sotto la pioggia. Non c’era nessuna ragione perché non corressi. Non esiste che non avessi le forze per farlo. Semplicemente ero incazzato, ho tirato avanti fino alla fine, corricchiando e fermandomi. Inventando che “non ho più forze”.
No. Non è un’impresa da titani fare un ironman, veramente tutti possono farlo, non ci sono scuse, se uno ha deciso di farlo lo fa. Non esiste la gente che si spaventa pensando che sia impossibile andare avanti per tutto quel tempo, per tutti quei chilometri. Non vuol dire niente, è solo ignoranza.

Ci sono cose che ho imparato in questi mesi, e di sicuro la più importante è starmi zitto. Se alla fine di un allenamento di nuoto devo fare 20×50 ad 1′, vanno fatte. Non ce n’è che non ho le forze, che non arrivo alla fine. Non esiste che non riesco a respirare e affogo o perdo conoscenza. Se perdo conoscenza allora si usa la fantasia. Farlo e basta. Non ci sono scuse.

Troppa pretenziosità, avere l’idea che una cosa è troppo difficile da fare, mettere in discussione un allenamento, degli esercizi, dei compiti, un lavoro, qualsiasi cosa. In Italia è sempre il management che non funziona. (non ho scritto Alitalia, non solo)

E l’abitudine non può essere una scusa. L’educazione non è una scusa, aver riconosciuto che qualcosa è fallace nel proprio modo di fare è sufficiente per cambiarlo.

Non ho fatto un Ironman, e considerato il problema al dito del piede mi viene da pensare che è possibile che non riesca a partecipare per qualsiasi motivo che non posso tenere sotto controllo, che va al di là della preparazione. Ma non voglio spendere un solo secondo per cercare scuse.

Non ho bisogno di assoluzioni per i fallimenti.

Un fallimento è una piccola condanna che non può essere tolta e va scontata: non c’è scappatoia. Pensare di non averlo meritato non fa altro che rendere la condanna più dura.