Essenzialmente apatico

Si parla d’umanità ma mai si discute su cosa significhi.

Chiaro, amare il prossimo tuo. L’umanità fa guerre di confine da prima che queste fossero scritte, e la storia stessa è principalmente la narrazione delle gesta di guerra.

Poi c’è il piano personale. Tutto bene finché non sei nei guai, ma se succede sei pronto a buttare tutto all’aria: “non sono gli uomini a tradire ma i loro guai”.

Mi domando cosa sia questo pathos, io che sono apatico. Sui migranti, intendo. O sei a favore del loro viaggio verso un’altra terra o sei razzista. Il fregarsene non è considerato. Perché poi fregarsene vorrebbe dire trattare gli uomini alla pari.

Invece no, chi sta viaggiando ha diritti maggiori di chi non sta viaggiando. Perché? Da cosa gli discendono? Lo stato di guerra della terra dalla quale provengono. Ma questo è un argomento fintantoché si fermano nel primo Paese non in guerra. Cessa di essere un argomento quando attraversano 2 o 3 Paesi, senza documenti. Mettono in pericolo la loro vita e quella dei familiari con i quali viaggiano, e lo fanno deliberatamente.

“Non c’è altra possibilità”. Anche questa è una forzatura. La vita è piena di possibilità, e lo è per tutti. C’è sempre un’altra opzione. Per 100 persone che migrano ce ne sono milioni che restano nel loro Paese a cercare di costruire un futuro per loro e per i loro figli. Nonostante i conflitti, che spesso interessano delle zone limitate del Paese di provenienza, e sicuramente non i Paesi confinanti.

Quale soluzione state proponendo? E quale distorzione volete far passare?

Il continente più ricco del pianeta è capace di esportare ricchezza ma non di sfamare il suo popolo?

Vorreste voi, sostenitori delle migrazione, esporci il perché di questo?

Perché siamo responsabili? Di cosa? Del continuare a sostenere che l’unica possibilità è andarsene?

O nel sostenere che le guerre vengano calate dall’alto e non c’è nessuna responsabilità da parte di chi preme il grilletto.

Smartphone. “Sono poveri eppure vanno tutti in giro con lo smartphone”

Il punto non sono i soldi il punto è la cultura necessaria per l’utilizzo dello smartphone, non sono propriamente ignoranti a tal punto di sostenere che le guerre vengano calate dall’alto e loro, poveri imbecilli, non riconoscono il gioco di raggiro.

L’India è stata tenuta sotto scacco per duecento anni. Puoi accedere a wikipedia ed informarti? È uno smartphone, no?

Per me che sono un essenzialista, ciò che conta è l’essenza di ognuno, e un migrante è falso, gioca una partita sporca e sta barando.

Ma di gente del genere ne è piena il mondo. Non sostengo certo di “affondare la nave” o cose del genere. Solo che mi tengo la mia posizione, credo che le ONG stiano facendo del bene solo al proprio narcisismo, e niente più. Così come tutti quelli che si auto-proclamano “salvatori dell’umanità”.

Così come coloro che sono contro le ONG, che dovrebbero sparire, che devono essere multate, affondate. Narcisismo e niente altro.

La realtà cruda è che i migranti non fanno ne caldo ne freddo. Che in Italia è difficile far rispettare la legge perché c’è sempre pronto qualche funzionario ad “interpretarla in modo elastico”. La realtà è che si considera la detenzione come una pena, e non come un mezzo per rettificare alcune storture etiche e valoriali, che capita di avere. Può capitare a tutti di commettere reati, ma non per questo gli si toglie la possibilità di raddrizzare la rotta con la detenzione o altri strumenti.

E non esiste “hai sbagliato e devi soffrire”, almeno non in una società matura. Siamo la patria di Beccaria? Cosa è questo eccesso di pathos?

Si viaggia con i documenti, se non ci sono accordi pregressi si chiede il visto presso l’ambasciata del Paese destinazione. Si ottengono visti turistici o di lavoro in base alla decisione dell’ambasciata e del governo destinazione. Esiste la sovranità territoriale.

Vogliamo mettere in discussione questi principi? Bene, ma dovremmo essere pronti a rinunciare alla proprietà privata (non sto qui a fare tutta la catena di conseguenze, è chiaro che sia così)

Apaticamente essenziale. Forse.

Pensieri in libertà

Non mi interessa che tu dica che farsi le canne è sbagliato e che chi lo fa dovrebbe essere incarcerato. Quel che conta è che se incontri qualcuno che sta fumando lo saluti e lo tratti in modo rispettoso e non violento.

Non mi interessa che tu neghi la correlazione tra il riscaldamento globale e l’attività umana. Quel che conta è che tu adotti usanze e atteggiamenti di consumo compatibili con la sostenibilità ambientale.

Il risparmio non è una leva. “Io mi guadagno dei soldi e quindi sono contento di spenderli per comprarmi una BMW Z4 che consuma come una fogna e mi costa 2 euro per fare 3km.” è qualcosa di assolutamente comprensibile ed inattaccabile. Non ha mai funzionato l’argomento del risparmio:

I soldi li guadagno col mio lavoro -> il lavoro mi da soddisfazioni -> le soddisfazioni diventano tangibili con il mio potere spendere -> l’atto di spendere evidenzia il mio successo -> il lavoro genera più soddisfazioni.

Fin’ora questo pattern è stato un circolo virtuoso, e non vizioso.

Si possono concepire altri pattern:

La conoscenza mi porta al saper fare -> il saper fare mi permette di realizzare nuove soluzioni -> le nuove soluzioni mi svelano altra conoscenza -> il costo dell’acquisizione di nuova conoscenza viene ripagato dalle soddisfazioni e dalla quantità di strumenti realizzati.

Sembra evidente, almeno ad occhio, che più il percorso diventa lungo, più ci si perde, più non si riesce a correlare i vari passi, più ogni passo sembra indipendente dal resto, e quindi acquisisce un valore a se stante.

Più la correlazione è nascosta, più essa diventa inconscia, più l’azione in se diventa potente in quanto non necessità di giustificazione, viene fatta in modo automatico.

Sul portare i bimbi (i giovani) alla manifestazione in auto. È implicitamente una manifestazione di vicinanza, ma anche il voler dimostrare l’amore per i propri figli dandogli la protezione offerta da un’auto. L’amore si dimostra dando protezione, per questo motivo si spendono soldi per tenere alto il riscaldamento in casa, e per lo stesso motivo si accompagnano i figli a scuola.

Il bisogno di proteggere è un aspetto atavico dell’umanità, caratterizzata da un infanzia lunga, una adolescenza lunga, e effettivamente bisognosa di protezione.

Cioè che non è naturale è l’eccessiva percezione del pericolo, che porta a misure abnormi.

Le assicurazioni necessitano di vendere la propria polizza, e assicurare qualsiasi cosa. Più si assicura, più si vende, più si vende più si guadagna. Il pericolo è ovunque. La percezione viene manipolata e ingigantita. C’è anche il diavolo, non si sa mai. Anche la religione necessita di instillare l’idea di pericolo: non sai cosa ci sia nell’aldila.

Appunti su una riflessione fatta scendendo le scale, per buttare l’umido, e risalire. Sette piani: devo perdere peso.

Non ho citato Greta Thunberg, dovrei farlo altrimenti non posso taggare

Dove è finita la storia? dove la realtà?

Quando tutto può essere manipolato e tutto può essere riscritto, non rimane più memoria, non c’è più consapevolezza. Si smette di essere pensanti.

L’intelligenza artificiale non arriverà mai a nulla di paragonabile a quella umana se non implementerà la consapevolezza. Nel frattempo gli umani stanno perdendo la propria.

Cosa è l’ISIS? cosa era? da chi venì finanziato? Fino al 2012 le notizie erano chiare e chiaramente veniva finanziato da Francia, Inghilterra e USA per destabilizzare (o stabilizzare, secondo il loro modo di vedere), l’aerea medio-orientale. Oggi queste informazioni spariscono, fagogitate da leggi sul diritto all’oblio (diritto piuttosto discutibile), e da riscritture improbabili, persino contraddittorie.

Il sospetto è che non sia mai esistito un movimento islamico endogeno, e che sia stato iniettato, instillato nelle popolazioni, è molto alto. Il sito di riferimento dell’ISIS non è stato mai bloccato, eppure era leggibile a tutti, ed era chiaramente un vettore di indottrinamento e manipolazione.

Ora, la Turchia riesce a bloccare 8.8.8.8 per non far accedere la popolazione a twitter, epperò sembra che l’occidente se ne freghi di bloccare il sito dell’ISIS nonostante si occupi di indottrinare i foreign-fighter.

Cellule dell’ISIS nascono in tutto il mondo islamico. E non è questione di dark web. Andiamo! Se sei così esperto da conoscere tor, non sei affatto un target papabile per l’indottrinamento dell’ISIS.

Eggià che i ragazzi musulmani europei frequentano le moschee e vengono redarguiti dall’uso della violenza, ma poi sono traviati da questi messaggi sul web.

Sto parlando di complottismo? No, sto parlando di manipolazione delle masse: un esperimento ben riuscito.

E riguardo la memoria? La consapevolezza? Possiamo farne a meno?

In realtà non è la prima volta che accade nella storia, e non solo in quella recente, quindi credo di sì, possiamo farne a meno.

Grossomodo l’umanità non è in pericolo

Cosa pensi quando: 2018 è finito

Pronti? Condivido.

Un anno pesante questo che sta per finire. L’ultima la dico a Danilo in chat: “questa cosa penso di poterla mettere in produzione prima della fine dell’anno”.

(Danilo il product manager? il CTO? il software architect? Cosa è ora non ne ho idea, e non ho idea neppure di cosa sia io ormai.)

Tecnicamente ho ancora un giorno, e penso di farcela.

Sono troppe le volte che durante quest’anno pensavo di essermi posto degli obiettivi non raggiungibili, e magicamente lì ho raggiunti.

Eppure non è abbastanza.

Mi sono arrotondito? Lo spero, almeno un po’, ho avuto a che fare con dei colleghi, mi sono trovato ad essere quello a cui si da ragione (il capo?) ed ho dovuto cambiare atteggiamento, ci ho provato.

Ho capito cose. Cose che ignoravo. Gli argomenti si portano e si mettono sul tavolo della discussione. Ma non basta: bisogna chiarire che quegli argomenti sono discutibili.

Bisogna incazzarsi. Quando una certa regola viene proposta come policy nell’ambito software, se non viene seguita senza alcuna argomentazione bisogna incazzarsi.

Non c’è altro modo per far capire che le regole vanno discusse prima, messe sul tavolo ed attaccate, per poi essere cambiate con delle nuove più adatte.

Non siamo giocatori di videogames, noi il “videogames” lo stiamo creando, per noi il gioco è definire il gioco. È così che si crea un prodotto software.

Ho imparato a fregarmene del curriculum, il mio intendo. Per un semplice dato di fatto: non ne ho avuto il tempo.

Ho fatto quello di cui c’era bisogno. Ho installato Gogs e Jenkins in dei container docker perché ne avevamo bisogno. Ho aggiunto plugin per la metodologia Scrum a Redmine perché ne avevamo bisogno. Ho imparato la metodologia scrum perché ne avevo e ne avevamo bisogno. Ho imparato le api docker e docker swarm perché avevamo bisogno di un software che avviasse e fermasse dei servizi.

E soprattutto ho deciso io di cosa avessimo bisogno.

Ne avevamo bisogno per salvarci dal pantano nel quale nessuno si era mai voluto tirar fuori in questi anni in cui le cose erano andate bene.

Più o meno negli ultimi 7 anni quello che ho visto in questa azienda è stato: tutti che si lamentavano della situazione e che dicevano cosa bisognasse fare, ma nessuno che anarchicamente prendesse la decisione di cambiare le cose. Gunter, mio ex collega ormai, ha scritto interi documenti e procedure per effettuare il cambiamento, chiedendo più volte di poterlo fare. Nessuno gli ha dato il permesso. Quindi non l’ha fatto.

Non credo che sarebbe andato tutto bene, ma non è andato tutto bene neppure a me. Ma non potevo fare il tedesco, ho dovuto adattarmi alla mia natura e incasinare un po’ tutto.

Ho fatto delle buone scelte? Credo di sì. Ho fatto le scelte più rapide che avessi a disposizione, non so se le migliori, ma le più diffuse e per le quali avevo più documentazione.

Come azienda ne usciamo un po’ massacrati, ma più consapevoli, e con un bell’engine e un ottimo bagaglio conoscitivo e operativo. Armati e pieni di munizioni in sostanza.

Ed io ne esco come una sorta di guru of the company. Ora ho qualche credito da vantare, ma ho anche molto da fare per il prossimo anno.

Insomma mi toccherà ancora dire: “se c’è qualche problema chiedete a me”. E dovrò anche rispondere.

Un’altra domanda è: ho gestito bene le persone? mi sono comportato bene?

Credo che potrei migliorare molto sotto questo aspetto, ma mi assolvo per naturale inadeguatezza al ruolo. Nessuno mi aveva mai dato la fiducia per questo, e non credo neppure di meritarmela, ma penso che sia una esperienza che mi ha insegnato e mi insegnerà in futuro. Mi dispiace per chi ne ha fatto e ne farà le spese ma senza cavie umane l’esperimento non è completo, e la scienza non è soddisfatta. (Shreyas, Prasad, Kavia … dovrete sopportarmi ancora un po’ credo)

Era novembre 2017 quando ho deciso di accettare la sfida con l’intento di essere leader di me stesso, e di comportarmi responsabilmente e portare il cambiamento che io avrei voluto. Nel maggio 2018 mi sono perso l’ultima parte “me stesso”, ero semplicemente il leader. Alla fine dell’anno mi sto accorgendo che ho lasciato un po’ indietro me stesso, forse da una trentina d’anni.

La metodologia Agile riconosce l’importanza degli strumenti e delle metodologie, ma afferma la supremazia delle persone sopra gli strumenti e sopra le metodologie.

Essere “agile” vuol dire anche fregarsene di essere agile.

Sono cose non troppo immediate da capirsi, o da spiegarsi. Penso che l’esempio del videogame e delle regole che ho fatto sopra renda bene l’idea di agile.

Alcune cose a caso

Torno dalla bici e mi accordo di dover aggiungere cose, a caso.

In questo 2018. Ho corso 2 ironman: Francoforte e Elbaman. Pedalato quasi tutte granfondo del circuito Marche Marathon. Ho frequentato un corso di tedesco. Ho frequentato un corso sui big data. Ho partecipato ad eventi formativi su javascript e react. Sono letto l’antologia sui robot di Isaac Asimov (tutti i racconti), un idea dell’India di Moravia, e un certo numero di altri libri, non più di altri 7 o 8. Sono migliorato come atleta. Sono migliorato come uomo. Sono migliorato come professionista IT. Sono migliorato come vertebrato (ma questo solo relativamente alla specie di appartenenza). Sono invecchiato. Ho più capelli grigi. Ho avuto i capelli lunghi. Ho avuto la barba lunga. Ho rasato i capelli. Ho rasato la barba. Sono ingrassato. Sono dimagrito. Ho bevuto una quantità imprecisata di birra e vino. Ho bevuto qualità di vini eccelse, ma anche pessimi vini. Sono stato sobrio fino allo sfinimento pur di poter continuare a lavorare ad oltranza, bevendo birra analcolica. Sono stato ubriaco tutte le sere, per il freddo, per lo stress, per le rotture di cazzo. Ho mangiato in posti bellissimi. Ho mangiato cose buonissime. Ho conosciuto gente per bene. I maleducati non posso ricordarli ora, o forse non ci sono stati. Ho provato imbarazzo per chi si è comportato da idiota ed ho riflettuto sulle volte che è capitato di esserlo io e sui silenzi che vogliono dire: mi stai mettendo in imbarazzo e sto riflettendo sulla cosa. Mi sono trasferito, vedo il mare tutti i giorni. Ho chiuso l’account facebook: paura di perdere, paura di non avere più i contatti, e invece nulla di ciò è successo. Ne ho aperto uno nuovo, la prova era superata: si può morire online. Ho scritto 3 bilanci di fine anno. Ogni volta diventa più bello.

Non ho propositi per il prossimo anno. Devo terminare questo.

Non amo la mia bolla

Prendo spunto da un twit di Francesca Archibugi per dire che no, non amo affatto la mia bolla.

Mi ritrovo su facebook i post di sovranisti e fan di Salvini, tutto ciò solo perché non mi rifiuto di guardare alla realtà.

In questi anni strani, gli anni del boom dei social ho passato il tempo nel mondo virtuale accompagnato da una sensazione di disagio a cui non riuscivo a dare forma.

All’inizio le cose erano più semplici, gli idioti non erano in internet, e si poteva discutere liberamente senza dover per forza finire nel calderone degli “ignorati perché idioti”.

Poi la gente scopre facebook, sono contento, penso che comunque sia un modo di accorgersi che esiste internet e di quante informazioni sono disponibili, e quanto è facile imparare cose, eccetera.

Invece no. Il grosso degli utenti facebook rimane su facebook, condivide qualche link, non si cura troppo di andare a leggere cosa c’è scritto dentro, scrive idiozie, e si crogiola nella propria ignoranza.

Stessa cosa vale per twitter, per instagram, o per youtube, che tra loro comunicano, ma sempre nelle rispettive bolle, sempre i soliti contatti.

Ma non è questo che mi preoccupa. Quello che mi infastidisce è l’essere in una bolla di cui non condivido nulla.

Penso che la cosa iniziò ad essere evidente quando litigai con Galatea Vaglio riguardo alla questione immigrazione, lavoro, ROI, e numeri.

Alla fine lei disse che non conoscevo la sintassi, che ero un tecnico e che non capivo cosa fosse il ROI. Un po’ contraddittoria, ma a lei stava bene così.

La cosa fastidiosa è che avevo seguito Galatea e il suo blog dai tempi di FriendsFeed, eppure non riuscivo ad esprimere una cosa piuttosto semplice, che parlava di numeri, e di ROI.

Perché non posso ignorare la realtà: la mia stupida esperienza

Era il 2005 quando iniziai a lavorare per Wind S.p.a., ufficio di Pisa, per un mese. Ero, e sono, un tipo poco espansivo, sicuramente non sapevo difendermi e non riuscivo a mostrare quello che valevo. Non ci riesco neppure oggi, credo. C’erano degli errori nel codice consegnato, alcune parti non erano terminate, non avevo comunicato questa cosa. Venni pagato il mese e mezzo in cui lavorai. Poi fine. Del resto era un lavoro di merda, l’occasione in cui mi accorsi che lavorare per una grande azienda infondo è solo fare chiacchiere e spostare tag html.

Ero a Pisa ed avevo bisogno di soldi. Né parlo con un amico che si arrangia in qualche modo, mi dice che c’è una ditta di Lucca che fa “service”, facchinaggio per lo più, e però è un modo per vedersi i concerti gratis, o almeno per ascoltarli. Sono dalle 5 alle 7 euro l’ora, dipende dal lavoro/occasione. E allora va benissimo.

Sono lavori scemi, ma forse non molto più scemi dello spostare tag html. Per lo più si portano casse, si sollevano casse, si aiuta a sistemare casse nei container, si passano le luci allo staff che le piazza per lo spettacolo, e via dicendo. Mi è capitato di lavorare anche per un supermercato che doveva spostare una scaffalatura perché doveva rivedere il posizionamento. Mi ricordo di un concerto dei Jethro Tull per il quale lavorai 12 ore, pause escluse, e me lo ricordo per 2 motivi: ovviamente i Jethro Tull, il secondo è quella strana sensazione di soddisfazione nel vedere la riuscita dello spettacolo, che per quei 2 centesimi era dovuta anche a me, i palloni, le luci, la scena: lo spettacolo.

In mezzo a quella gentaglia che faceva service si parlava, senza conoscersi, del più e del meno, “che hai fatto questa estate?”, “a settembre c’è la raccolta delle mele”, “fra un po’ c’è l’uva”, e così via. Ragazzi, 20-25 anni, che facevano i lavori che ai telegiornali “gli italiani non vogliono più fare“, eppure li facevano loro.

Certo ai concerti c’erano anche stranieri, mi ricordo che ce ne erano 2 bravissimi (decantati così) che erano fissi per i Subsonica, ed erano rumeni: si arrampicavano per tutto il traliccio ed iniziavano portar via i pezzi dalla cima. (dei Subsonica e del loro staff mi ha stupito l’enorme professionalità e rapidità con la quale facevano i loro lavoro, non credo che ce ne siano altri paragonabili). Ma mi ricordo di 2 rumeni, gli altri erano italiani.

Effettivamente prima di scrivere questo non avevo realizzato che né telegiornali, né giornali abbiano mai avuto coscienza di questa realtà.

Cioè, probabilmente tutti pensano che le mele prima che arrivassero i migranti si cogliessero da sole, che i pomodori si incassettassero spontaneamente, che le arance finissero nei camion per loro spirito di iniziativa.

E invece no. Ci sono stati sempre dei poveri sfruttati, o semplicemente studenti che tiravano a campare. E non erano migranti, a volte erano del sud, a volte no.

Insomma questa cosa esiste. Esiste il lavoro, che piaccia o meno ad una Francesca Archibugi o ad una Vaglio Galateo, esso esiste, e tutto sommato non è neppure così male.

Non sai cosa è il ROI

Nel 2015 la discussione fu riguardo al ritorno nell’invistimento sull’accoglienza. Ero ospite di un post di Galatea Vaglio, ben supportata da sindacalisti e gente del settore (dell’accoglienza o limotrofe).

La mia tesi era, ed è, che distogliendo personale dal sistema produttivo per impiegarle nell’assistenza si avessero 2 perdite:

  • 1. il sistema economico perde produttività, cioè la bilancia commerciale con l’estero va in svantaggio, e la società, tutta, ha meno ricchezze.
  • 2. le persone che si occupano di assistenza hanno bisogno di risorse economiche e di ricchezza, che vengono sottratte alla solita bilancia commerciale
  • 2,5. (bonus) le professionalità sviluppate nell’ambito dell’assistenza non sono spendibili altrove

Accoglienza o assistenza?

Qui è dove spiego perché ho corretto accoglienza sostituendolo con assistenza. Semplice: perché la parola più corretta.

L’accoglienza la fa una struttura ricettiva, come può essere un albergo, dietro un compenso in denaro.

L’assistenza la fa un operatore sanitario, dietro un compenso statale nell’ottica di garantire la salute e le pari opportunità.

Riguardo ai migranti non penso proprio si possa parlare di accoglienza, visto che spesso non hanno soldi.

Si fa assistenza, come è giusto che sia. Sono una classe disagiata, e su questo non possiamo girarci la frittata come fa più comodo ogni volta in cui nel discorso ci fila meglio.

Torniamo al ROI?

Continuando il discorso, secondo le tesi degli operatori del settore, si avrebbe un ritorno nell’investimento maggiore delle risorse immesse.

Con i numeri proposti potrei anche concordare, ma manca una parte del quadro di cui non viene tenuto conto, e quella parte pesa molto nella “I” del ROI.

L’Invistimento è sia in termini economici, sia in termini professionalizzanti, o meglio de-professionalizzanti.

Oggi è sabato e non sto lavorando, almeno non mentre sto scrivendo questo, ma so benissimo che non posso stare 6 mesi senza lavorare sperando di poter riprendere agilmente il mio lavoro. Dopo 6 mesi sono cambiate un bel po’ di cose, le tecnologie avanzano e quello che sapevo vale solo come forma mentis. Insomma: dovrei faticare un bel po’ per riprendere i ritmo dopo 6 mesi di stop.

Numeri espliciti e numeri impliciti.

Parlare di cifre spese e cifre incassate copre un aspetto importante: la qualità delle cifre. Quanto viene pagato chi lavora nell’accoglienza?

Non potete dirmi che “a lui va bene così” se non riesce ad ottenere uno stipendio dignitoso e sufficiente, evidentemente deve arrotondare in qualche maniera, oppure farsi aiutare. E questi sono costi nascosti.

Crescita demografica

Ed anche su questo argomento non riesco a trovare la bolla giusta dove andarmi ad inserire. Ovvio che se vogliamo che le pensioni vengano pagate ci deve essere un certo numero di persone in età lavorativa che producano reddito. Ovvio? No.

I soldi sono stampati da uno stato o da una banca centrale per quello stato, nazionale o sovranazionale poco importa. I soldi vengono stampati e distributi per alimentare il sistema produttivo. Ci sono principalmente due vettori tramite i quali i soldi vengono immessi nel mercato: il settore pubblico e il settore privato. Quello pubblico tramite lavori per il sistema statale, cioè direttamente gli stipendi. Il vettore privato alimenta il sistema monetario tramite prestiti richiesti alle banche private.

Una attività privata (un’azienda) produce un valore aggiunto rispetto al denaro ricevuto in prestito, grazie al quale riesce a pagare gli interessi su quel denaro e ad avere delle entrate che gli permettano di vivere e prosperare. Ma questo implica che i soldi provengono da qualche parte, ossia dal settore pubblico.

In definitiva il settore pubblico è l’unico mezzo di alimentazione del sistema monetario. Se non ci fossero i soldi pubblici e lavori pubblici, i soldi non esisterebbero affatto.

Perché parlare dunque di soldi e di pensioni? Perché complicarsi la vita con inflazione, valore reale, rivalutazione, e allineamenti periodici?

È più semplice parlare di risorse: risorse agricole, risorse industriali, risorse conoscitive.

Posto che il cervello consuma un bel po’ di energie va detto che tale resta il consumo sia che venga utilizzato al meglio, sia che venga lasciato poltrire a ripetere soliti gesti e ragionamenti.

Quello che mi interessa sono le risorse alimentari, cioè agricole e industriali di trasformazione alimentare, perché per vivere bisogna mangiare, non avere soldi, pensioni, rivalutazioni periodiche e via dicendo.

Semplificando quindi il discorso, è ovvio che una opportuna superfice di terreno è capace di produrre una certa quantità di alimenti.

Meno ovvio forse è la variazione delle abitudini alimentari del nostro e altri Paesi, che siamo e sono diventati via via più esigenti. Il consumo di carne in Italia è di 78 kg a testa contro i 27 degli anni ’60. Eravamo 55 milioni negli anni ’60. Quanti siamo oggi? qualcuno in più, ma sposta poco.

Quello che influisce molto, e pesano, sono le abitudini, nostre e dei nostri cugini cinesi.

Ok, non ho un cugino cinese, e forse neppure il nipote di Matteo Ricci o di Marco Polo ce li ha mai avuti, ma ormai sono dei nostri, cioè hanno abitudini occidentali, e mangiano magliale, vitello, pollo. Nel senso che anche i cinesi hanno aumentato il loro consumo di carne.

Tutti a parlare di geopolitica e dimenticarsi che le primavere arabe sono esplose per una crisi alimentare: era il prezzo del grano ad essere non sostenibile, è per quello che il popolo è sceso in piazza. Fame.

È la fame che muove i popoli, non le questioni di principio, non la mancanza di libertà. Il popolo se ne fotte della libertà se ha da mangiare.

Anzi, a ben vedere il popolo rifugge la libertà non appena gli si propone la sicurezza di poter continuare a mangiare. La libertà è un impegno, e non da poco. Bisogna esercitarla e bisogna ripassarla tutti i giorni.

E perché vi girate dall’altra parte quando si dice che la nostra ricchezza è basata sulla produzione agricola dei Paesi del terzo mondo? Perché invece di parlare dei motivi che hanno causato la rivolta egiziana (NOI, LE NOSTRE POLITICHE ASSISTENZIALI PER L’AGRICOLTURA, GLI AIUTI EUROPEI PER LO SVILUPPPO), parlate del dittatore Mubarak?

È facile dire che gli egiziani sono degli idioti per aver accettato Mubarak per tutti quegli anni, facile come chiudere gli occhi e fingere di non sapere che Mubarak ce lo abbiamo voluto noi in Egitto, noi, gli inglesi, i francesi, gli americani.

Se non abbiamo foraggio non possiamo dar da mangiare ai vitelli e se i vitelli non mangiano, niente bistecca.

Se Bolsonaro non distrugge mezza foresta amazonica i cinesi non mangiano hamburger, e neppure bistecche.

Non esistono problemi di soldi. ESISTONO PROBLEMI DI CIBO.

E anche basta con questa storia della CO2 emessa dai veicoli o dal riscaldamento domestico. È nulla rispetto ai gas serra emessi per la coltivazione e l’allevamento.

È la stessa cosa per la quale mi incazzo al lavoro: non stare a guardare il risparmio di una variabile in un ciclo quando puoi rivedere il processo interamente e portare l’algoritmo da O(n^2) a O(n), e anzi, spesso puoi evitare proprio di fare quelle operazioni.

Non parlo di una bomba che cancelli 9 decimi dell’umanità (presa a caso eh) cosicché possiamo permetterci di sopravvivere come razza.

Parlo di direzione, di visione futura, e di consapevolezza: questa sconosciuta.

Trovo idiota qualsiasi iniziativa pensata a favorire la demografia. Idiota e suicida.

Dovremmo convivere con l’idea di una progressiva decrescita demografica invece.

Al posto di “non si fanno più figli, che tristezza il natale senza bambini”, potremmo sostituirlo con qualche rito orgiastico con contraccettivo (che orrore, il demonio, padre Amorth, e altra bolla).

Ci si lamenta del generale rincitrullimento e di come a 40 anni si passa il tempo di fronte alla playstation. E abbiamo bisogno di bambini che ci ricordino che non siamo cambiati affatto?

Potremmo evolverci in una consapevolezza più grande, che porti con se le responsabilità, ma anche l’appagamento della conoscenza.

Oppure scegliere di continuare a percorrere la stessa strada dettata dalla paura di sparire domattina, votandoci così all’autodistruzione.

Sceglieremo l’autodistruzione. Ne sono certo. È più romantico.

(ah Malthus? “è morto prima lui”, e questo sarebbe un argomento?)

Nazionalismo sì, nazionalismo no.

Volevo scrivere “prima gli italiani”, così qualcuno si incazza ed altri si eccitano. Lavoro per una ditta tedesca, per la concorrenza insomma.

Questo per dire che mi è capitato di andare in Germania e conoscere tedeschi, che poi sono alcuni miei colleghi, e amici di miei colleghi.

Cosa pensano dell’Italia? Seriamente, è questo che qualcuno mi ha chiesto qui sapendo che ogni tanto vado in Germania. Dell’Italia non lo so, di me pensano che sia un bravo programmatore, altrimenti non mi pagherebbero. Però parlando col padre di un mio ex collega l’ho sentito elogiare la Fiat per il Ducato. Ripeto. Un tedesco di 80 anni, figlio di tedeschi, elogiare il Ducato della Fiat: il motore, la solidità, è un gioiello.

Seconda annotazione sull’Italia: “fa caldo”. (mi ricorda un po’ la guida galattica, pianeta terra: “sostanzialmente innocuo”).

Ma sono orgogliosi del loro essere tedeschi. Hanno passato molti anni a guardarsi il ventre e cercare di elaborare il lutto e gli errori fatti nel passato, sono molto attenti alla cultura, e leggono molto. E sono orgogliosi di essere tedeschi.

Cioè non è che pensano che gli italiani siano peggio, è solo che pensano i tedeschi siano il popolo migliore del mondo. Non lo vogliono sottomettere il mondo, anzi lo vogliono conoscere. Ma non per questo smettono di pensare di essere i migliori.

L’economia, gli affari, i soldi: un gioco. E tifano Germania.

Cosa tifi tu?

Voglio dire, puoi assistere un migrante proveniente dalla Nigeria, perché si trova in un momento di difficoltà, ed è tutto assolutamente giusto.

Ma puoi continuare ad essere orgoglioso dell’Italia.

Nella fattispecie, se da fuori della tua bolla qualcuno di dice che stai buttando il tempo dietro ai migranti, e questo qualcuno è un italiano, potresti anche accogliere l’istanza come un momento di riflessione: c’è dell’altro.

Cioè non stai salvando il mondo, il mondo va avanti da sé. Non va dimenticato il gioco, che può partire anche dall’assistere, ma deve sfociare in qualcosa d’altro, altrimenti il ROI è in perdita.

Problemi nell’accoglienza

Dunque cerco: “SPAR”, “SPRAR”, “CAS” e non ci capisco ‘ncaz. Quanto tempo sostano? Si dice che le procure debbano controllare e vigilare sull’operato di queste aziende/cooperative/sxx, ma come?

È definito un livello minimo di servizio? sono definite delle metriche?

Le metriche, sì, sono dei voti.

In Germania i migranti richiedenti asilo vengono messi in un programma di integrazione, chi è in età scolare viene inserito nelle classi scolastiche e riceve un’istruzione. Se la domanda di asilo viene accolta allora l’istruzione continua e vengono inseriti nel sistema produttivo (in Germania tutto è molto inquadrato e assistito). Nel caso in cui domanda venga rifiutata viene rimpatriato (se viene rifiutata il Paese di provenienza tipicamente ha un governo stabile e garantisce un certo grado accettabile di libertà, quindi il rimpatrio è fattibile). Questo modo di fare è poco ragionevole per molti tedeschi: i ragazzi ricevono un’istruzione, crescono con amici tedeschi, sono praticamente inseriti, e poi devono andarsene.

Qual è la situazione in Italia? vengono inseriti nel sistema educativo, se gli dice bene hanno dei buoni professori, nelle scuole di periferia sei un poco di buono a prescindere, è una specie di integrazione tra emarginati, e tutto va ad alimentare le problematiche preesistenti tipiche delle preriferie. Se la domanda di asilo … la domanda? quale domanda? forse fra 10 anni troveremmo i capi di questa storia, quindi sei italiano dopo i 18 anni.

I problemi dell’Italia sono che non c’è niente di chiaro, e non è perché gli immigrati non parlino italiano (se è per quello non lo parliamo neppure noi) il problema è che qui tutto cambia.

E se parliamo di identità nazionale, mi trovo molto a mio agio in questa situazione, siamo un amalgama di nulla (o di tanto) mischiato assieme, e poco conta se vieni da Milano, da Tirana, da Catania, da Algeri, da Lagos o da Katmandu, se non ci capisci un cazzo sei un po’ di Parma anche tu.

Ma voglio sentirmi libero di non darti i miei spicci se sei fuori dal supermercato a “fare giornata“, voglio sentirmi libero di dire che se vendi senza licenza e arriva la finanza o un vigile e ti fa la multa te lo meriti per almeno uno dei 2 motivi:

  1. o non sei stato abbastanza furbo da non farti beccare
  2. te lo meriti perché stai facendo concorrenza sleale a chi ha una licenza regolare

Se poi arrestano un clandestino per un qualche reato (che non sia la clandestinità stessa: lo stato in cui si trova qualcuno che non ha una richiesta d’asilo pendente e non ha il permesso in regola), spesso viene rilasciato dopo poco oppure gli viene dato un “foglio di via”, cioè il divieto di dimora. Questo è dovuto a mancanza di posto nelle carceri, ed a una inefficienza del sistema giudiziario. Non mi aspetto molto, ma sei stronzo, dopo 1, 2, 3 fogli di via dovresti accorgertene tu. E non ho nessuno slancio di compatimento verso di te.

Mi ricordo di un siciliano che lavorava nei facchinaggio e non aveva voglia di fare niente. Chiacchierava in continuazione di quanto fosse dura la vita e il lavoro, ma non faceva niente. Io dopo 12 ore di lavoro (e 20 ore di veglia) non ne potevo più ma spingevo la cassa per farla entrare nel camion, lui doveva dargli la direzione per arrivare alla rampa con le rotelle, invece ci si appoggiava, e diceva “eh dai, stai attento! deve andare là”. E invece diedi la spinta proprio nella direzione opposta, per poco non gli rompo un piede. Mi è dispiaciuto, non averglielo rotto quel piede. Comunque non disse nulla, andò ad “aiutare” qualcun’altro.

Non voglio rompere piedi, ma solo far notare che piedi, braccia e cervello ce li hai, e se sei lo stesso che sta lì, dopo 6 mesi prova a pensare che qualcosa devi cambiarla in te, non nell’Italia.

Sono straconvinto che questo Paese non cambierà mai, riguardo l’inefficienza e la mancanza di certezze. Sono però convinto che almeno ora c’è consapevolezza, molta più di quanta ce ne fosse negli anni ’60.

Quello che vedi è solo una parte

  • Se tu non hai fame, non vuol dire che nel mondo nessuno abbia fame, e neppure che nessuno debba averne
  • Se tu non fai un lavoro usurante, non vuol dire che nessun ne fa
  • Se non ti è mai capitato di essere in difficoltà, o in qualche maniera te la sei cavata, non vuol dire che sia per tutti così facile
  • Se dietro la tua villa c’è tanto spazio incolto dove poter piantare patate, non vuol dire che la cosa sia conveniente o abbia una qualche influenza sui grandi numeri
  • Se conosci una persona tanto brava che 10 anni fa spacciava, non vuol dire che lo fosse anche 10 anni fa.
  • Se pensi che la droga sia un problema, non vuol dire che non ci sia gente che riesce a trovarla con facilità

Il problema della bolla è che limita la visione al di fuori di essa, e lo fa con un meccanismo perverso: ciò che è fuori dai tuoi assunti viene ignorato e minimizzato, quello che invece rafforza le tue convinzioni viene sottolineato, memorizzato, analizzato, riportato, rielaborato, condiviso e riaffermato allo sfinimento.

Ovviamente penserai di essere un libero pensatore, di leggere molto, eccetera. Come tutti del resto. E nella tua cerchia sono tutti d’accordo, è evidente che fuori da questa cerchia c’è del marcio, o degli idioti totali. Come gli egiziani che si sono tenuti Mubarak, per intenderci.

O come i tedeschi che si sono tenuti la Merkel. O come gli italiani che si sono tenuti Berlusconi, o che si sono tenuti Prodi, che oggi stanno con Salvini.

C’entrano qualcosa i Social Network? spero che siano utili per uscire dalle bolle, e penso che siano uno strumento di conoscenza, più che diabolico.

Concludo …

… dicendo che questo scritto è tutto disordinato e sconquassato, e non si capisce bene dove vada a parare (*), eppure l’averlo messo giù mi torna utile a chiarire il fastidio del disagio nel relazionarmi con dei micromondi tutti a loro modo alienati dal mondo ma coesi, io che sono alienato di mio e neppure troppo convinto di quello che penso da solo, tutt’altro che d’accordo con qualsiasi altra opinione di massa, micromassa o macromassa che sia.

Forse sono troppo fluido per questo mondo.

E preciso che quale che sia la tua opione, se per sbaglio ti trovi a leggere questo fino in fondo, non me ne frega niente.

Nel senso che non cerco complici nelle mie convinzioni, voglio rimanere fluido. Al più accetterei confluenze, punti di contatto, ma sempre minimi.

Domani penserò tutt’altro, e non avrò tradito nessuno.

(*) negli algoritmi di ricerca dell’ottimo, quando si è trovata una soluzione apparentemente ottima, per scongiurare il fatto che non sia in realtà un ottimo locale, ovvero che tutto attorno la situazione peggiora, si effettua una operazione di disturbo che faccia saltar fuori dalla conca nella quale l’algoritmo si sta adagiando. Morale: mischiare tutto e fare casino a volte ha senso.

… anzi, lascio concludere il grande Alberto Sordi

C’è da capirsi. A volte.

Poche idee, e ben confuse.

Che poi questa cosa del vero uomo che regge l’alcool non è del tutto autoctona, ed è un concetto che è sfuggito ai più.

Sta di fatto che non ci dovrebbe essere nulla di moralmente deprecabile nel prendersi una sbronza, ma l’opposto, cioè l’idea di poter bere senza essere sbronzi ha qualcosa di profondamente assurdo. Sarebbe un’inutile perdita di tempo e sperpero di denaro e risorse.

Se non voglio essere sbronzo bevo l’acqua, giusto?

Nelle terre più a nord del mediterraneo l’acqua non era un granché, spesso è stagnante in zone paludose, spesso l’acqua è poco minerale, e quindi meno resistente ai batteri. È per questo motivo che in Germania, Francia, Olanda, e via dicendo si fa fermentare l’orzo nell’acqua per ammazzare microbi e batteri, o almeno per stordirli. E così se vuoi essere uomo, cioè se vuoi sopravvivere, devi imparare a reggere l’alcool.

Ed è altrettanto vero nell’umida Inghilterra. Poi se ne sono andati in america, hanno litigato con se stessi, ma tenendo la stessa radice culturale, sono arrivati i western (nel senso di film che raccontavano l’epopea della conquista dell’ovest statunitense), e ovviamente riesce questa storia del reggere l’alcool, cioè bere senza ubriacarsi, per essere uomini.

Mentre più a sud bere è sbagliato, l’alcool fa male.

Visto che ora imbottigliamo l’acqua, ed è sicuramente buona, visto che abbiamo acquedotti piuttosto sicuri e controlli distribuiti, siamo più che capaci di arrivare alla maggiore età e sopravvivere (essere uomini) senza dover necessariamente bere alcool.

Effettivamente non essendoci nessuna ragione per non bere l’acqua, non si capisce perché si dovrebbe bere alcool se non per ubriacarsi.

E per l’acqua gassata vale più o meno lo stesso discorso: non serve a nulla se non a darti l’idea che sia birra e quindi più salubre.

Insomma, io bevo per ubriacarmi, bevo perché voglio perdere il controllo, e non perché voglio reggere l’alcool. Preferisco essere ubriaco dopo mezzo bicchiere che dopo un litro e mezzo, se non altro per una questione economica di soldi e tempo per raggiungere lo scopo.

Ed è per questo motivo che bevo birra analcolica, che poi non è così pessima.

Elbaman 2018: idillio e tragedia

Notte.
Dimentica.

Non mi rendo conto di cosa sto per fare. Lo dico il giorno prima, me lo ripeto al mattino, incasinato con la preparazione delle sacche.

Sacca bici: scarpe, calzini, antivento, body (non ho la salopette per la bici), panini nell’antivento, ok, devo prenderli dal frigo … casino … asciugamani (nuoterò con il costume, è previsto freddo: il meteo non sa come aumentare i click ed esagera qualsiasi cosa), fascia cardio.

Sacca corsa: scarpe, calzini leggeri, un gel.

Sacche consegnate ad Alessandro che va in auto e le lascerà in zona cambio.

Qual è il casino? non lo so. Devo andare.

Colazione fatta, in bagno tutto ok, anche troppo. Questa volta ho deciso di non mangiare fino a che non sarò fuori dall’acqua.

E allora bella passeggiata fino alla zona cambio. Chiedo la sacca che ha portato Alessandro prima, ma non si trova. Boh, giro l’isolato per entrare in zona cambio e mettere la borraccia con un po’ di zuccchero sulla bici. Altro? chiedo la sacca, deve esserci una barretta alle noccioline che vorrei direttamente qui … chiedo di poter andare a cercare la borsa, mi risponde la ragazza che deve fare l’antipatica e non far passare nessuno, aspetto un po’ ma alla fine la trovano.

Tutto ok, resta solo di togliere la tuta e indossare la muta. (odio assonanze, rime e rimbalzi, dovrebbero essere vietati)

Lascio lo zaino col mio numero attaccato al deposito, e vado verso la spiaggia, o meglio verso un cespuglio. Ok, ma ho ancora le infradito ai piedi, ed ho un po’ di fretta, torno al deposito, e poi in spiaggia. Mancano 6 minuti.

Ancora non mi rendo conto. La cuffia in testa ora, tiro su la muta, infilo le braccia.

Multisport. Il garmin è pronto, io non lo so.

Sono alla fila per la spunta ed ora tiro su gli occhialini dal collo, per poggiarli sopra la fronte che è coperta dalla cuffia.

È l’alba e mancano 4 minuti.

Non agitato, ancora non mi rendo conto. 4-3-2-1 VIA!

…che entusiasmo … non ho ancora messo gli occhialini sugli occhi, ci vuole poco, poi start del garmin (sto rubando qualche secondo).

Sono quasi tutti in acqua ed io cerco di posizionarmi al centro, si nuota per un po’, poi il fondale è troppo basso e si ricomincia a camminare.

Con calma, ce n’è di strada da fare. Ok, si parte, un po’ di ressa, qualcuno invece di fare la bracciata sull’acqua la fa sopra la mia spalla. Tutto qui. Niente cazzotti, niente schiaffi, niente calci.

Il chiarore del mattino e della sabbia del fondale di Marina di Campo mi fa vedere dove sono gli altri, non ho bisogno nemmeno di tirar fuori la testa, né tantomeno di guardare le boe. Il mare è solo leggermente mosso, e qui all’Elba è il solito spettacolo.

Sono al centro e la scia mi tira fino alla prima boa, perdo terreno (acqua?), sono indietro, ma raggiungo la zona dove c’è vegetazione nel fondo, qua si vedono stelle marine e l’ancoraggio della boa rossa attorno la quale bisogna girare, e anche la boa, da sotto. Tutti ordinati si gira, e di nuovo senza schiaffi.

In questa zona il fondale è più scuro per via della vegetazione, ma il chiarore del giorno sta salendo in fretta e non c’è problema. La seconda boa arriva presto, e presto arrivano le donne che sono partite poco più tardi. Alla terza boa ho vicino Sergiopher, lo vedo che con un braccio e mezzo va quanto me. Usciamo insieme al primo giro, guardo il garmin, 38 minuti, ma manaca ancora qualche bracciata, forse esco a 40 e per me è un traguardo. Dice Sergio “c’è un po’ di corrente”. Io: “abbiamo preso una bella scia, ora tocca farsela da soli”.

Invece neppure il secondo giro è stato troppo tribolato. Questa volta c’era più luce e nella zona con più vegetazione si vedevano i pesci scuri su sfondo scuro, facevano uno strano effetto, sulle prime quasi una interferenza visiva, poi, quando l’occhio ha accettato l’idea che potessere esistere tutto ciò fuori dai documentari, la sensazione è stata quella di nuotare in un acquario.

Lasciata la seconda boa, al secondo giro, il fondale schiarisce e allora lo vedo riflesso sulla superfice dell’acqua, da sotto. Come nei documentari, o come in piscina, ma in piscina non c’è il fondale dell’Elba.

Siamo in pochi ma ce la faremo. Esco. 1h23’xx” ottimo per me! (perché xx? devo aggiungere quelli che ho fregato prima).

Non mi rendo conto ancora. Tiro giù la muta e passo sotto le docce, mi fermo qualche secondo.

Corro al tendone in zona cambio: ho da fare. Tiro giù la muta, tiro via il costume. Nudo come un cane, bagnato, e col pelo bagnato. L’asciugamani in microfibra fa quello che può, poco in realtà. Infilo il body, non scorre, ma ce la faccio. Anche le braccia. Ok. E l’antivento con i panini dentro … e la fascia cardio? Cazzo. Slaccio l’antivento e faccio scorrere giù la zip del body. Con un contorcimento assurdo che mi costa un paio di minuti riesco ad infilarci la fascia cardio e controllare che sia in piano. Non potrei fare le salite senza la certezza di non sforare.

Riordinare infilando tutto nella sacca. E probabilmente qui ho perso il costume, che non ho poi chiesto agli oggetti smarriti.

Arrivo alla bici, infilo il casco e gli occhiali, e metto il garmin sulle appendici, al rovescio, ricomincio, si appannano gli occhiali … perdo altri 2 minuti forse.

Chiedo se posso andare di là, e il giudice “certo”, ed io mi dico “e muoviti”.

La salita per Sant’Ilario non è dura, la vista è stupenda verso la baia di Marina di Campo, per chi fa il mezzo si perde sempre questa vista, da sotto la spiaggia e Marina di Campo stessa sembra un posto popolare/commerciale, ma vedendola da S.Ilario si capisce che è uno spettacolo unico, specialmente al primo giro quando il sole è ancora basso e si specchia sul mare.

Un falso piano in discesa dall’incrocio per S.Piero a S.Ilario, curve non difficili, forse un po’ stretto, ma asfalto accettabile e assolutamente pulita. Al primo rifornimento salto: ho dato un morso al panino con scamorsa e subito ho avuto la sensazione di rigetto, la borraccia da 700ml con lo zucchero è piuttosto piena e devo fare salite, è ancora fresco e non avrò sete, solo mal di stomaco.

Il falsopiano questa volta è iniziale ed in salita, vado un po’ fuori soglia: non devo farmi prendere dalla fretta, non deve succedere al primo giro. Tiro la discesa finché ho pochi ciclisti dietro che salgono. Arriva la salita. Ho deciso di mangiare le barrette alla mela, un morso alla volta, poi un sorso d’acqua, anche col mal di stomaco, ma riesco. Prima salita facile è andata, tiro anche la discesa, poi altra salita. Rifornimento. Ora si va per Marciana.

Le salite le faccio con calma, non sono il mio pasto, ma cerco comunque di tenere un ritmo rispettabile, di non addormentarmici.

Ci sono i compagni del mezzo che hanno fretta, in salita. Poi in discesa vanno più calmi. Se vai fuori soglia in salita l’ossigenazione si abbassa e non hai la concentrazione giusta per affrontare la discesa e le curve. Io invece faccio un’ottima discesa dove l’asfalto è pessimo, la prima curva difficile sotta Marciana la prendo in modo assurdo, stringendola troppo presto in frenata, scappa leggermente ruota posteriore e vado di controsterzo in mezzo agli altri ciclisti, ma comunque superandoli. Non sento nessun lamento, non devo essere stato di troppo disturbo.

Non la farò più così velocemente, si arriva a Marina, ed ora è tutta da tirarsi per un passista. Poi Procchio, e di nuovo discesa verso la partenza e giro di boa.

Il secondo giro è ancora studiato. Sono riuscito a mangiare, sempre col mal di stomaco, ma dal punto di vista energetico sono ok. Di nuovo non esagerare e bere il giusto. A Marciana questa volta prendo un gel all’ananas, strano, ma sembra che mi metta a posto lo stomaco.

Al terzo giro sono cerebralmente devastato. Troppa bellezza attorno, troppo caldo con l’antivento, e troppe salite, ma la spunto. Durante la discesa tra Marciana e Marina questa volta dormo, mi riacchiappano in due, e ci sta, anche se poi c’è troppa trippa per passisti ed ho da guadagnare un po’ di minuti.

Ora via tutto di nuovo in zona cambio. Non so perché ci metto così tanto. Devo solo infilare mutande, pantaloni e maglia. E compressor ai polpacci, ecco perché ci metto tanto. Tutto nella sacca. All’uscita chiedo “posso correre?”, e faccio per andare, mi dice “no, di là”, “non si corre qui?”, “ah, scusa, pensavo dovessi andare ai bagni”. Nel dubbio, non chiedere.

E siamo al riscatto, certo con un polpaccio che fa gli scherzi, ma comunque con la voglia di correre tutta la maratona.

Non guardo frequenza cardiaca, non guardo il passo, non guardo il garmin, penso solo a correre con calma. La sensazione è buona e vado avanti, senza gel, per i primi 10 km. La volta scorsa, a Francoforte, ho preso 2 gel prima di partire e non è andata un granché, questa volta ho preferito partire con l’idea e la sensazione di non avere energie, così, ho pensato, non mi viene in mente di sprecarle.

Scarpa slacciata. Prima di 2km, forse ho fatto a posta a legarla male così avrei avuto la scusa per fermarmi.

Al decimo butto giù un po’ di gel e bevo l’acqua al ristoro dove camminicchio, e poi vado in bagno. Solo urina, ma ho comunque il culo che brucia per via delle cozze del giorno prima, era meglio non scorreggiare.

Poi non ricordo tutto. Il mio gel al limone l’ho finito, alla soglia dei 21km ho pensato che non avrei potuto reggere questo ritmo, comunque avevo bisogno di zucchero, prima di andare in ipoglicemia, prendo un gel all’ananas, ma questa volta ha l’effetto contrario, e il mal di stomaco torna, e l’unica cosa che posso fare e cercare di sobbalzare il meno possibile, cioè camminare, e un po’ d’acqua, ma senza esagerare.

Si faceva sera, e buio, iniziava anche a rinfrescare, il calore del pubblico iniziava a diminuire, ho iniziato a sentire dolori al torace bagnato dalla maglia sudata, fortunatamente avevano le noci ai ristori, che non facevano bene al mio stomaco, ma i dolori al torace sono passati.

Non mi sono annoiato molto in realtà, a ristori sono stati tutti molto affabili, simpatici e ci incoraggiavano, anche il pubblico c’è stato sempre fino a sera e sempre a tifare chiamandoti per nome.

All’arrivo volevo arrivarci correndo, ma non vomitando, così ho camminato un po’, fino al ponticello lungo la spiaggia, poi la lieve discesa mi ha spinto a correre, e così ho fatto fino al traguardo. C’era Cambio arrivato da 10 minuti quasi, che per tutto il tempo mi diceva “spicciati, mi riacchiappi! ti sto aspettando”.

Ci sono emozioni che durano un attimo, altre che durano una giornata intera. E non è una medaglia o una maglia finisher che ti porti a casa, ma è qualcosa che non dimentichi più.

Sulla nave c’era troppo bella lei, che ho incontrato sulle scale, il sabato, e non avevo capito. L’ho incontrata lunedì, al mattino, e non avevo capito. E ora avrei capito. “Ciao” Ma perché? Gli inglesi usano la parola “dumb” per dire muto, ma anche stupido. Perché sono così stupido?

Avrei potuto piacergli? Perché non ho detto altro? Non posso saperlo. E neppure tornare indietro. Ha letto il mio numero gara, 153, ma io non so niente, non posso neppure cercarla.

Tutto il tempo del ritorno in auto mi sono chiesto perché non ho coraggio, o forse perché penso sempre di non essere abbastanza per qualunque sia troppo bella. È sempre troppo per me. Perché mi vedo così cesso o così inadeguato?

Per tutto ieri scrivo cose orribili. E non riesco a concentrarmi. Mi sveglio oggi alle 3 e scrivo questo.

Mi dico che non posso massacrare il mio orgoglio per sentirmi ancora inadeguato, ancora la prossima volta, se mai ci sarà. Devo decidere che non mi piaceva, o che non fosse abbastanza, o che forse era antipatica. Forse posso decidere che ho sbagliato, sono inciampato, è partito lo start, sono andato in terra, ho battuto il naso, ho perso i sensi e non ho corso la gara. La vita è assurda, forse non quanto me, ma potrebbe esserlo.

Va decisamente meglio raccontarsela così: ho avuto un calo di zuccheri, mi sono sentito male e mi si è bloccata la mascella, stavo per avere un ascesso e sono dovuto scappare in auto a prendere il colluttorio.

Elbaman 2018: idillio e tragedia.

Ora dimentico.

ONU e contributi agli agricoltori

ONU e contributi agli agricoltori. Quelli ricchi.

Stranamente cercando questa frase su google non ho risultati che riguardano i contributi europei, italiani, statunitensi, ecc. all’agricoltura.

I contributi di cui vorrei si parlasse sono i contributi a favore degli agricoltori del mondo sviluppato distribuiti per abbassare il prezzo del materie prime, e affamare il sud del mondo.

Strano come un organismo come l’ONU difenda l’immigrazione, senza fare nulla contro l’emigrazione, che certamente è un trauma per chi parte.

E per di più tutto questo è un dramma ambientale, ma questo è del tutto ignorato. I paesi del sud del mondo sono i più fertili e votati all’agricoltura. Ma il prezzo dei prodotti agricoli è deformato grazie ai contributi, il prezzo di produzione è talmente basso che neppure un agricoltore di poche pretese come può essere un africano può competere e sopravvivere. Gli stati africani non hanno abbastanza soldi per finanziare i contributi all’agricoltura: con cosa li finanzierebbero?

L’epoca industriale si è sviluppata su una agricoltura forte, passando per il tessile e poi per l’industria pesante. Tagliare le gambe all’agricoltura è costringere i paesi poveri a rimanere poveri.

Tutto questo mentre in tv passa la pubblicità del Mulino Bianco (Barilla), che finanzia la piantagione dei suoi schiavetti negri che producono cacao per fare i biscottini. E giustamente il prezzo del cacao o del caffé è talmente basso che a quei poveri negri non resta che fare gli schiavi in una piantagione Barilla.

Barilla, ricordate? Il cui 49% è posseduto da Walter Wurth, commerciante di armi https://www.nexusedizioni.it/it/CT/barilla-armi-in-pasta-118 https://lists.peacelink.it/news/msg01018.html …

Gli agricoltori italiani lamentano di non poter reggere questi prezzi, così nascono i GAS, e questi sono sicuramente un mezzo per imporre una rivoluzione e fregare chi affama il mondo, e pure l’ONU. Ma sono così scomodi.

http://www.economiasolidale.net/

L’ONU è sorda alle proteste degli agricoltori africani, e che inventa battaglie per la giustizia che sono poco più che una foglia di fico. Tutto il sistema giornalistico gli da manforte. Ovviamente l’ONU non può mandare commissari per controllare l’ordine pubblico, ovviamente le leggi italiane non favoriscono il razzismo, e neppure lo tollerano (qualsiasi sia il reato, il razzismo è un aggravante), non c’è niente da commissariare, la giustizia non è sommaria in Italia, per quanto esistano le mafie, la cosa è meno tragica di molti paesi del Sudamerica, dell’Africa, medio oriente, …

Tua sorella in carozzella – (ma io soffro)

“Tua sorella in carozzella”

Senza motivo, mi viene in mente questa battuta, orribile, detta solitamente senza capirne il senso.

Lo spunto è (ho letto appena un paio di libri e già mi torna la voglia di scrivere?? mah), i falsi invalidi.

Mi viene da pensare a chi benedice l’invalidità riconosciuta per avere dei soldi da parte dello stato, e a chi potrebbe invidiare l’invalidità di altri perché ci sono delle leggi che garantiscono l’inclusione dei portatori di handicap.

Più o meno 7 anni fa uscivo da un disagio mentale ed ero in cura farmacologica, per il lavoro che faccio questo mi causava dei rallentamenti cognitivi piuttosto evidenti, tanto che pensavo (e un po’ lo penso tuttora) che il disagio fosse aggravato dai farmaci, non curato. Per questo chiesi se fosse possibile riconoscermi una invalidità temporanea. La risposta fu: niente da fare.

La cosa curiosa è che vidi l’opportunità di avere dei soldi per la mia invalidità. Quando invece l’invalidità non c’è, quante opportunità vedo? E realmente altre opportunità non ci sono?

Perché effettivamente a mente lucida, con un corpo sano, quante opportunità di guadagno si riescono a vedere?

Il problema spesso è il bombardamento di informazioni e la mancanza di concentrazione e focus, tanto che prendere delle soluzioni preconfezionate è semplice e viene fatto. Ma seguire la propria indole e sfruttare le opportunità adattandosi all’ambiente, di cui va fatta una mappa, va interpretato e compreso (a modo proprio), ecco, tutto questo non viene fatto. Non che costi fatica, seguire la propria indole è di per se qualcosa di inerziale, certo c’è un po’ di sforzo, ma si può contare sul primo principio della dinamica.

C’è un’altra frase che mi viene in mente ed è “in Italia fare la vittima per qualcuno è un mestiere”. Questa è stata detta dalla persona sbagliata non troppo tempo fa, ma non posso non essere d’accordo col contenuto.

In sostanza sembra il solo modo di essere vincenti (o perdonati??), quello di dipingere un mondo avverso tutto intorno a se.

Ho troppo il sospetto che è proprio il desiderio di essere perdonati per la propria fortuna che porta molti ad essere vittime, prima ancora di aver subito un torto, e in tutte le maniere si ricerca il modo di subirlo per sentirsi a posto con se stessi, con la coscienza, con gli altri. Perdonati.

Ma perdonati per cosa?

Non è ammirevole una persona felice, sana, piena di forza, che non si fa fregare, pur essendo onesta, e che riesce ad essere vincente?

Deve per forza esserci qualcosa di losco dietro?

Non sarà forse poco opportuno avere come punti di riferimento qualcuno che si fa crocifiggere, perde, dice cose giuste ma incontra gente sbagliata, si fa fregare e finisce per essere una vittima?

Ma basta col parlare dell’immagine di Renzi.

Volevo scrivere qualcosa sulle opportunità e la miopia di chi non riesce a vederle, ma ho finito per lo scrivere della totale mancata comprensione di cosa sia veramente una opportunità.

Una opportunità è qualcosa che ti faccia stare bene. Un opportunità non è qualcosa che ti salva dalla dannazione di una vita felice alla quale corrisponderebbe un prosieguo terribile dopo il trapasso.

Altrimenti alla fin fine va pure bene stare di fronte la porta del supermercato a chiedere gli spicci a chi fa la spesa, oppure farsi rompere un braccio per incassare i soldi della assicurazione: “ma io soffro”.

Caso Atlantia

Per quanto io di borsa e titoli non ci capisco niente, so che se un titolo paga lauti dividendi per un periodo lungo senza che il titolo si apprezzi, è molto probabile che quel titolo faccia un tonfo, magari in un momento inaspettato. Anzi, sicuramente in un momento inaspettato.

So di queste cose perché fineco concede un fido ad un tasso veramente agevolato (poco più del 3% lordo) se a garanzia metto titoli azionari o titoli di stato italiani, che coprono il fido per, rispettivamente, il 50% del valore di mercato, e l’80% del valore di mercato. Il fido minimo attivabile è di 2500 euro, così devo avere almeno 5mila euro investiti in titoli. I titoli di stato non sono convenienti, quindi acquisto titoli italiani.

Non essendo un esperto mi capita di fare errori importanti, ma visto lo scopo dei miei investimenti (la copertura del fido necessario quando ci sono scadenze fiscali) posso permettermi comportamenti da miliardario, ovvero nel caso un titolo perda molto, posso tenerlo anche per anni, fino a quando non risale abbastanza da poter rientrare senza farmi troppo male.

Atlantia stacca dividendi piuttosto alti, a questi livelli ci sono Enel, ENI, qualche tempo fa Terna, Hera, Agea, altre aziende semistatali, e le small capital. Anche STM microelectronics e Tim staccano buoni dividendi.

Definisco “alto” un dividendo dal 4.5% fino al 6%, perché se sfora questo livello c’è qualcosa che non torna, probabilmente l’azienda è in dismissione.

Resta il fatto che un dividendo sopra il 4% dovrebbe attrarre investitori, e quindi far salire il prezzo di mercato di quell’azienda, se gli azionisti non sono scemi.

Se questo non succede, se il dividendo continua ad essere alto rispetto al valore delle azioni, allora l’azienda non è considerata stabile dalla maggioranza degli investitori. E questo è un campanello di allarme che mi porta ad impostare i livelli di uscita, a controllare l’andamento del prezzo di mercato precedente, ed a cercare di indovinare se l’azione salirà.

Non ci riesco, futile dirlo forse. Però con le aziende statali si ha una qualche tranquillità nel senso che se le cose vanno male, qualcuno le rifinanzierà e quindi torneranno ad andare bene.

Atlantia non è statale, ma è un po’ come la Fiat degli anni ’80.

Il crollo in borsa penso sia solo passeggero.

Però non credo che continuando a tollerare questo tipo di “capitalismo” le cose possano andare in una direzione positiva.

Il crollo di un ponte è una tragedia nella quale Atlantia ha grandi, grandiose, enormi responsabilità. Non può certo appellarsi alla buona volontà od alle normative rispettate.

Mentre il crollo del titolo il borsa è il risultato della gestione delle risorse fatta dalla società Atlantia, di cui sicuramente Atlantia S.p.A. è responsabile al 100%.

Per quanto non mi piace l’atteggiamento del ministro del lavoro, nelle modalità, nel linguaggio, e nella irruenza, di certo non è responsabile della caduta del titolo in borsa. E del resto non amo neppure le sparate pubbliche di Brunetta (più o meno per gli stessi motivi).