Felici e distanti

Quello strano bisogno

A 10 giorni dalla mia sortita dal social network di maggior successo (numericamente) quello che provo sono delle strane smanie, una sorta di bisogno di ubriacarmi, o perdere i sensi, perdere il controllo, staccare.

Non sono insolito alle dipendenze e in un certo senso mi affascinano. Uscire da quella delle sigarette è stata la cosa più dura, perché socialmente accettata, infondo, e comunque ritenuto un vizio “umano”, nel senso che ti rende in qualche modo “sensibile”, e il circolo vizioso creatosi tra la mia presupposta insensibilità e mancanza di rapporti sociali, e il voler uscire dal vizio del fumo perché non mi sentivo adatto/a mio agio, ha fatto sì che portassi avanti la dipendenza.

Infondo è sempre così, non si tratta mai di affrontare un singolo aspetto alla volta, perché esso è sempre correlato a qualcos’altro, incatenato. E tutto questo finisce per incatenare te che ne diventi vittima consapevole ed acconsenziente.

Così uscire da Facebook diventa difficile per via dei contatti che si perderebbero. In realtà sono uscito proprio per perdere quei contatti che mi sembravano deformati e trasformati, in qualcosa che stentavo a riconoscere e con i quali non avevo più voglia di relazionarmi. O quanto meno non a quel modo.

E così, dopo diversi anni, uscire da Facebook è diventato facile, o almeno lo è in questa finestra di tempo.

Mi è capitato poi, un sabato, di affrontare una “discussione” in un forum per informatici.

http://punto-informatico.it/b.aspx?i=4423817&m=4424077#p4424077

Molto probabilmente un troll, oppure qualcuno che è pagato per far si che si aumentino le interazioni e si riempia il forum di contenuti.

Uno dei meccanismi di condizionamento comportamentale usato da facebook:
In qualche maniera ognuno cerca di avere ragione, come in un gioco. Questo obiettivo ha alti e bassi, la produzione di dopamina stimola a perseguire questo scopo. Io sto ribattendo alla tua risposta perche’ credo che così otterrò qualche vantaggio. Ovvero avere ragione in una discussione, per altro del tutto sterile perché portata avanti con un qualcuno che mi sta semplicemente invitando a riempire il forum di questo sito rispondendo ad argomentazioni fallaci e variopinte.

Amore-Odio.
Se non sei sicuro di cosa provi probabilmente è dipendenza malsopportata.

Questa è certamente una cosa che ho imparato uscendo da diversi tipi di dipendenza.

Ciò che ti da una dipendenza è una sorta di felicità, e un bisogno. La felicità è il premio, il bisogno è la sofferenza.

Bastone e carota? Sort of.

Felici e distanti, direi. Infondo si cerca di avere un contatto con gli altri, per poi respingerli mettendo avanti una maschera, che è esattamente lo stesso tipo di comportamento che si avrebbe nella vita reale, con in più il vantaggio di sprecare il tempo a condividere le proprie informazioni con dei venditori ci merce varia.

Se la piattarforma è gratuita, in qualche qualcuno dovrà pagare il lavoro di tenerla in piedi, ovvio, e non metto in discussione questo aspetto.

Quello che nessuno ti ridà indietro è il tempo che passi ad interagire scambiandoti messaggi, e commenti che non lasciano nulla se non rumore.

Felici, distanti, e nullafacenti, aggiungo. Il problema non è nel meccanismo della dopamina e della gamification. Piuttosto quello che diventa patologico è il senso di soddisfazione (felici) per aver realizzato nulla.

Il gioco è una cosa stupenda, e la dopamina è una risorsa semplicemente fantastica.

L’uso che ne viene fatta da altri, la propria, è una sorta di furto di risorse. Risorse umane, intellettive.

Sto indovinando che questo bisogno in qualche modo possa essere soddisfatto con il lavoro e la persecuzione di obiettivi misurabili.

Quello che manca a facebook sono i premi. In realtà ci sono le notifiche, e quindi il numero di notifiche che si riceve giornamente è una sorta di premio. Il numero di mi piace, e così via. Però sono assolutamente effimeri. Poi ci sono il numero dei contatti. Questo sì può essere un punto di riferimento, ma è comunque un dato che non si guarda quasi mai.

Legalizzala

Quello che ho apprezzato della discussione su punto informatico è il parallelo con le droghe. Evidentemente se la droga è una sostanza chimica, e la dopamina lo è, non ci sono molte differenze tra le dipendenze “fisiche” e quelle psicologiche. E questo secondo me non dovrebbe aprire la strada ad una possibile regolamentazione delle piattaforme dei SN, ma anzi considerare la deregolamentazione delle altre droghe, ovvero delle sostanze.

Tutto fatto sulla base della consapevolezza dei meccanismi, non delle sostanze.

Cambiano solo alcuni aspetti, ma la descrizione del meccanismo è più o meno sempre la stessa: fornire bisogno e soddisfacimento del bisogno in due tempi separati e indurre e pensare che la sostanza (o il mezzo) sia responsabile della sola soddisfazione e non del bisogno.

Non esiste una sostanza che ti induce alla dipendenza al primo consumo, perché non si possono instaurare queste dinamiche con un solo giro di giostra. La prima sensazione che si prova è curiosità e stupore. Si chiamano “stupefacenti” non a caso.

Più un condizionamento è leggero più sarà facile che faccia breccia e si instauri molto profondamente. Questo è il principio della rana che bolle: se si tuffasse in una pentola bollente farebbe di tutto per uscirne il prima possibile, ma siccome l’acqua aumenta di calore gradualmente la rana finisce per essere felicemente lessa.

Così il vizio del gioco è qualcosa di innocuo, perché giocare qualcosa in più non conta nulla. E ancora un po’ di più … finisce poi per prendere il posto di tutto.

E così il fumo. Non è niente una sigaretta, non fa mica tossire. Sì, fa tossire, ma si sopporta. Da qualche disturbo, ma non importa. È una soddisfazione, quell’odore affumicato, piacevole, che entra nei polmoni, e rilasssa, e non fa pensare ad altro. Ma soprattutto è una forma di libertà, liberazione, liberazione dal subdolo bisogno fisiologico della nicotina.

Ma la sostanza è effettivamente solo un mezzo, infatti ci si disintossica dalla nicotina nel giro di una settimana. Il perché si ha il vizio del fumo è dovuto a dei cambiamenti a livello cerebrale, e non solo alla dipendenza dalla sostanza.

Il discorso riguardo al fumo che è “piacevole”, “è bello sentirlo entrare nei polmoni”, “rilassa”, sarebbe assolutamente inaccettabile per chi non è mai stato fumatore, eppure per un fumatore è giusto, è comprensibile.

Provare a sostituire il gas di scarico dell’auto con il fumo nel discorso sarebbe ragionevole. Infondo è un erba bruciata, erba aromatizzata con sostanze chimiche, e a volte anche derivate dal petrolio. Dunque:

respirare il gas di scarico è piacevole, è bello farlo entrare nei polmoni, rilassa, non fa pensare ad altro, e da un senso di liberazione.

C’è chiaramente qualcosa di insensato ed illogico in questo, qualcosa spiegabile solo con un cambiamento sinaptico che scorrela il fumo da qualsiasi argomentazione logica, in qualche modo il gesto del fumare risulta ragionevole e coerente col resto della personalità, anche se è assolutamente illogico e auto lesivo. Ovvero le cose riescono a coesistere, e certamente anche in persone molto intelligenti (ricordo che, almeno dai racconti, Marvin Minsky è stato un fumatore, e sicuramente molte altre personalità eccellenti).

[Hint: la respirazione lenta, profonda e controllata ha di suo la capacità di calmare e rasserenare. Il fumare costringe a respirare lentamente e in modo controllato (altrimenti si soffoca e si inizia a tossire), il resto dell’opera lo porta a termine l’introduzione di nicotina che calma la sensazione di mancanza (astinenza). Ad esempio io ho avuto difficoltà a diminuire il numero di sigarette prima di riuscire a smettere del tutto, sarebbe bastato sostituirne alcune con pausa-di-respirazione-profonda]

Si può aumentare la produzione di endorfine operando dall’esterno, e portare a gesti ripetitivi e instaurare reazioni condizionate ad eventi, e con la ripetizione far sì che questi pattern comportamentali diventino compulsivi, automatici. Questa non è fantascienza o pseudoscienza. Questo è sfruttare il meccanismo del rinforzo.

Qualcosa di laterale, contestuale, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, di quella basata sulle reti neurali, è lo studio dei meccanismi del cervello, nell’ottica di poterne riprodurre le qualità. Ed è noto che una rete neurale deve essere istruita, si ha una fase di apprendimento, durante la quale i pesi delle connessioni tra i nodi (che rappresentano semplificatissimi neuroni) vengono regolati e aggiornati (con un meccanismo di propagazione e una opportuna funzione gradiente), per far si che la risposta sia conforme a ciò che ci si aspetterebbe come “giusto” nel caso di una domanda rappresentata dai dati forniti in ingresso.

In realtà il comportamentalismo è nato parallelamente e in maniera svincolata dalla scienza del calcolo, ma sono più o meno contemporanei.

Rimane il fatto che uscire da una dipendenza non risolve di per sé i problemi. La nullafacenza resta, oppure è stata proprio la causa dell’accidia camuffata da “networking”.

Bisogna piuttosto capirne il meccanismo e saperlo sfruttare per perseguire i propri obiettivi. Uno dei libri che ho trovato molto interessanti per questo è “la dittatura delle abitudini” di Charles Duhigg, criticato malissimo per il suo modo di esporre gli argomenti in modo sensazionalistico, ma a torto secondo me, perché i contenuti sono del tutto rispettabili, e la forma ad effetto ricalca esattamente i meccanismi che descrive.

Saluto a Drupal.

Veramente non c’è modo di avere vita facile con questo CMS.

Il problema è forse il farci troppo affidamento.

Uso drupal come un blog, e considero il blog come un modo di pubblicare contenuti, e mi aspetto che essi siano consistenti e atomici in qualche maniera, ovvero che possano esistere come entità.

Drupal supporta i contenuti in multi lingua, o me lo aspetto almeno, così dalla versione 7. E così mi aspetto che perfino le entità associate contenuto-traduzioni siano esse stesse una nuova entità molecolare, per così dire.

Ed è naturale aspettarsi che ci sia una modalità per poter salvare i contenuti, per poi reimportarli in un nuovo sito.

Il problema è provando ad usare il modulo migrate di drupal 8, tutto questo non viene considerato, tutti questi concetti sembrano non intervenire, e si atterra su di una schermata che elenca cosa verrà importato e cosa non funzionerà, che è qualcosa di assolutamente incomprensibile.

Dopo un fine settimana passato a combattere con un mostro succhia risorse ho quasi perso la speranza di recuperare i miei contenuti.

Questo lo trovo triste e sconsiderato, quasi un furto.

Quello che mi resta da provare è https://www.drupal.org/project/views_data_export , sperando che si possa recuperare i dati.

Mi accorgo che il semplice disinstallare un modulo in drupal 7 mi ha fatto perdere i dati, ma in realtà è solo un’illusione, i dati ci sono, ma il sito ha smesso di farli vedere. E non ne trovo le ragioni.

Ci sono “contenuti senza contenuto”, questo naturalmente è solo ciò che appare.

Evidentemente come per tutti i dati, anche un sito ha bisogno di backup, ma quali sono gli strumenti messi a disposizione per un backup.

Intendo, oltre a mantenere la copia del db e del filesystem, c’è un modo più agile e più univoco di salvare i dati?

Se un’articolo è al più una pagina di ipertesto con immagini, non sarebbe più semplice se fosse il framework ad occuparsi di esportarli, ognuno atomicamente, per poi spacchettarli come più gli piace?

Ovvero dato un contenuto le sue immagini potrebbero essere codificate in base64, in linea, ed essere quindi esportate verso un file di testo, o multipli file di testo.

Evidentemente si perderebbero delle informazioni semantiche. Ma dunque un xml con sessioni CDATA non sarebbe sufficiente? e quindi evitare anche la codifica delle immagini in linea, ma fara in una apposita sezione dell’XML con le informazioni relative al riferimento e alla posizione nel filesystem:

<blogentry>
<title>title post</title>
<content lang="it"><!CDATA[[.... ..]]></content>
<content lang="en"><!CDATA[[.... ..]]></content>
<images>
<image filename="/path/in/the/website"><!CDATA[[base64:.... ..]]></image>
</images>
</blogentry>

Ok, capisco che usare l’XML sia piuttosto agé, ma così almeno si può ragionare sull’esportazione/importazione in modo agnostico, invece di andare sempre a parare su codice e framework, e struttura del db, e via discorrendo.

I framework cambiano sempre e tutto si aggiorna, ma l’entità come un post di un blog dovrebbe rimanare tale.

Ovvio che si possono aggiungere metatag o qualsiasi cosa, ma tutto ciò che è necessario alla presentazione della pagina, nel senso di autenticamente relativo al contenuto (escludendo quindi i blocchi o decorazioni e campanelli), potrebbe essere impacchettato in una struttura semplice e leggibile da tutti. Da tutti i framework.

Saluto ai caduti maceratesi nella 4a guerra d’indipendenza

I commenti di amici e conoscenti: “era una brava persona, non me l’aspettavo”, “una persona normale, aiutava gli altri”, “l’ho visto piangere”, eccetera.

Così una persona “normale”, “brava”, “buona”, a mattino inoltrato, quasi ora di pranzo, compie un atto terroristico per le vie del centro di una città di 40mila abitanti, dove certo non tutti conoscono tutti, ma quasi.

Ho due riflessioni da fare. La prima riguarda quanto sono ormai più vicini i terroristi islamici, i kamikaze, quelli che compiono atti violenti contro gente che vive in condizioni economiche e sociali del tutto simili alle proprie. Poveri contro poveri. Così gli islamici, così Traini. O dovrei scrivere i tolentinati? o i maceratesi? o cosa? Noi e loro.

Ma ci hanno ormai omologati, ed abbiamo finito per fare quello che forse il bombardamento mediatico, ovvero la propaganda, ci induce a fare.

Fai attenzione ai tuoi pensieri: diventano parole. Fai attenzione alle tue parole: diventano azioni. Fai attenzione alle tue azioni: diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini: diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere: diventa il tuo destino.
– Lao Tzu

Sicuramente le parole finiscono per diventare azioni, e con questo non sostengo assolutamente che bisogna mettere a tacere le contestazioni, o scartavetrare i cojoni con il politically correct.

Anzi, vorrei che si torni a scherzare sull’assurdo, proprio per ritrovare la funzione catartica dell’ironia del grottesco.

E l’altra considerazione è riguardo all’effettivo grado di integrazione. Ovvero: le cooperative di accoglienza che ci stanno a fare?

Veramente in un piccolo centro come Macerata, o Tolentino, tutti conoscono tutti?

Una volta un tipo mezzo alcolizzato, che girava sempre con un motorino con una miscela troppo grassa (si vedeva la nuvola per 10 minuti dopo che era passato), è andato contro un cassonetto ed è rimasto a terra insanguinato. È stato portato via dell’ambulanza e mia madre chiedeva alla vicina se lo conoscesse. “ma chi lo conosce?!? è negro, forse quelli del negozio dei negri”. Perché? boh, perché se è nero allora deve essere conosciuto da altri neri, e se si è neri allora ci si deve conoscere l’un l’altro.

Più o meno è il Noi-Voi su base cromatica. E questo vuol dire che non esiste integrazione. E vuol dire anche che c’è un’istintiva distinzione raziale.

D’estate assumo un colore che è, per così dire, un ponte tra un bianco e un nero, ho le narici larghe, e su un social network di incontri una ragazza dopo aver visto la mia foto mi ha risposto spaventata: “ma tu sei arabo!” brrr

Dico, è strano che i miei vicini, d’estate, non neghino di conoscermi.

D’altra parte non conosco nessuno di colore che faccia un lavoro normale.

E sì, perché il clan/famiglia/non-so-come-chiamarlo che gestiva il negozio nel mio viale era ben strano: orari alla vulimmosebeh, categoria merciologica quellochemicapitadiavere, furgone ducato con i colori ufficiali del brasile (ma erano nigeriani e parlavano “inglese”). Gli argentini hanno usi simili, infatti si trovavano spesso li a bersi una birra (il gradino fuori il negozio facceva da bar, e avevano il frigo per servire birra fresca).

Altri che ho “conosciuto”, cioè con i quali ho parlato, vendevano calzini/fazzoletti/bracciali/sapone per strada o in spiaggia. A Civitanova dissi ad uno che ero di Tolentino, e lui mi disse che anche lui a volte andava a Tolentino, alla moschea, ovviamente mi ha chiesto se ci andavo anche io (era estate, quindi ero colorato), al ché per mostrarmi informato gli ho chiesto se stesse parlando della moschea in Via Battisti, e lui “no”, quasi offeso, “noi del Senegal frequentiamo quella di Viale Buozzi, là c’è quella dei nigeriani”.

Non gli comprai nulla, ma mi avrebbe odiato comunque. (pensa se gli avessi detto: “sono ateo e convinto che i credenti siano sotto l’effetto di una psicosi collettiva”)

Non ho idea, cosa dovremmo integrare? Partono da casa per fuggire, si portano dietro l’odio, e tutto il resto.

Si ritrovano spesso ad essere mentalmente disagiati, se perdono il contatto o il rispetto della famiglia non hanno altro a cui aggrapparsi, sono e restano esclusi.

Se dovessero mettere in discussione il proprio credo religioso non avrebbero altro luogo da frequentare per socializzare. E visto che poi sono di un’altro colore si sentirebbero respinti dagli altri frequentatori di bar.

La scuola può integrare, e sicuramente lo fa, ma a 20 anni non la frequentano più.

Centri sociali non esistono. Un amico ha aperto un’associazione culturale, è l’unica cosa che si possa avvicinare ad un centro sociale senza che arrivino le forse dell’ordine a rompere (sì, ho scritto forse, perché non credo ne siano troppo sicuri neanche loro). Ma per via del terremoto e inagilità varie non so che fine abbia fatto.

Potrei fare la stessa considerazione per i nostri “Traini”, ma no, noi non siamo così soli, noi non abbiamo scusanti. Se un disagiato immigrato compie un atto terroristico potrebbe essere in qualche modo compreso dalla situazione, ma non certo un italiano. Non hai un lavoro, ma hai una famiglia. Sei preoccupato per il futuro, come è normale che lo sia chiunque. Hai contatti, conosci gente, sai con chi parlare, anche con chi sfogarti (a parole, spero).

Tutto si sposta. Nel modo sbagliato e inaspettato.

Ho cercato di fare il logout da Facebook da tutti i dispositivi che possiedo, ma credo che per ognuno di essi io abbia più di un browser, quindi è un impresa poco praticabile.

Di fatto mi stavo stufando della ripetitività di quello che leggevo, delle interazioni, del modo di commentare, di come si dovrebbe rispondere, di come si verrebbe attaccato se si da una risposta X piuttosto che Y, eccetera.

Sì, non credo che le parole che usiamo per descriverci o per delineare un nostro credo o ideologia valgano qualcosa.

In questo mi rifaccio a “un’idea” di Giorgio Gaber, assolutamente illuminante.

Da ciò non voglio dire che il chiacchiericcio non mi piaccia, ma sono solo un po’ stufo, e seppure mi piaceva ricevere i like ora non ho molto tempo, non ne ricevo più, e, tolta la gratificazione, facebook mi si rivela come la solita manfrina per far vedere chi è più puro, immacolato, e saputello.

Ovviamente ero saputello anch’io, quando avevo tempo, ma non potendolo più essere … ecco, non era per ripetermi, ma solo per ricalcare la solita presa di posizione purista alla quale ogni volta ci si riduce scrivendo su Facebook.

Sì: diventa un’ossessione. Volevo dire che siete una manica di stronzi e basta. Però ho sentito il bisogno di giustificarmi per possibili attacchi. Ecco, questo è il mio spazio e nessuno mi legge. Stronzi.

Ma di social network ce ne sono diversi. Quello che sicuramente è stato per me più produttivo (in una sola occasione, a dire il vero) è Linkedin, e in particolare i gruppi. Mi sono trovato una volta a discutere con uno sviluppatore del TDD e BDD in PHP, e quello è stato l’inizio della strada proseguita con la lettura dei libri su Extreame Programming, poi Clean Code, eccetera.

Perché? Sì, perché mi ero allontanato dalla programmazione (pur programmando, eh), perché avevo perso questa passione?

È un discorso complicato che riguarda il mio voler essere accondiscendente e all’altezza delle aspettative altrui, ovvero per essere accettato. Cosa che infondo continuerei a fare cercando di evitare di chiamarvi stronzi a voi saputelli che scrivete in fb le vostre estemporanee riflessioni o anatemi.

Mi è stato abbastanza d’aiuto per la consapevolezza la lettura di un saggio, “scrivere saggi in tempi bui”, non ricordo neanche chi fosse il colonnista, che lavora per New Yorker, credo, ma iniziava con “se consideriamo saggio nel vero senso della parola, cioè prova, allora questi sarebbero i tempi d’oro per la saggistica, infondo quello che si fa nei social network è riflettere sulle notizie che si leggono”. Ma poi continuava, divagando in un modo magistrale, dicendo in pratica che le riflessioni sui social network non valgono un’acca, e poi via via, arrivando in Africa, all’osservazione degli uccelli, e la salvezza del pianeta, e infine sul quanto è difficile giustificarsi per ciò che si è scritto.

Eggià. Perchè giustificarsi di un’idea non ancora del tutto elaborata e non certamente sviscerata?!? E inoltre perché dovrei giustificarmi di fronte a qualcuno che è stato pronto e sensibile nel coglierla dal punto di vista più malato e patologico tanto da averci trovato una offesa inaccettabile per se e per l’umanità tutta?

In sostanza: ma perché ‘nte ne vai affanculo?

A volte scrivo cose carine e trovo divertente farlo, a volte mi capita di farle leggere e chi le legge si complimenta con me per come sono scritte. Tanto che ho pensato anche di farlo più regolarmente. Nel pianificare, o meglio fantasticare, ho considerato che non avessi poi così tante conoscenze sulla scrittura tanto da potermi permettere di tenere un blog aggiornato regolarmente.

Poi per una serie di motivi mi sono buttato sulla lettura, non troppi libri, in realtà ne leggo come prima, ma riviste. Ecco, a confronto delle cagate che si leggono nei blog ho trovato una qualità molto più alta, non dal punto di vista della forma, cosa che non sono in grado di giudicare, ma dei contenuti. Ho scritto cagate che si leggono nei blog, appunto, sono escrementi, scarti, materiale di risulta, vomito cerebrale.

Oggi ho il mal di schiena e sono particolarmente scostante. In quello che scrivo, ovvio.

Per quello sono stato lungo sul letto a cercare di rilassare la colonna vertebrale, e leggere, e poi mi torna in mente Linkedin. Negli ultimi tempi ho iniziato a leggere almeno 3 libri di programmazione (funzionale, react, reactive programming, e non conto quello sul quantum computing), e soprattutto ad installare software per CD/CI che avevo solo sentito parlare. Ho inoltre fatto di tutto per cambiare la cultura aziendale di xWave, per far usare questi strumenti che velocizzano lo sviluppo e rendono il controllo qualità automatizzato il più possibile.

Quindi dare un’occhiata a Linkedin era in linea con questa piccola rivoluzione. Ma apro l’applicazione per smartphone. Ora qualsiasi cosa si è trasformata in app per smartphone, dispositivo con touchscreen e correttore automatico col quale è impossibile sbagliare, sempre che tu scriva con la lingua che hai impostato, che io non ho voglia di cambiare ogni volta, e tra l’altro corregge sempre come vuole, generalmente è povero di lessico e manca di inventiva, fantasia, e pensiero divergente.

Quello che mi ha infastidito è non trovare subito l’accesso alla sezione dedicata ai gruppi dalla app per smartphone. Ho dovuto fare un giro strano, andare nel mio profilo, poi mostrare tutti i miei interessi, che sarebbero, appunto, i gruppi ai quali sono iscritto. Dal menù principale si accede invece all’area per cercare lavoro, anzi, all’invito ad iscriversi a “premium”, cioè pagare soldi per cercare lavoro. In effetti all’origine questa cosa era rovesciata in Linkedin, dopo che l’ha preso in mano la Microsoft, evidentemente spaesata e non capendo cosa farci, ha provato a trasformarlo in un facebook da fighetti, dove paghi per essere visibile ai recruiter, oppure scrivi contenuti interessanti per fare il fighetto e comunque portare traffico alla piattaforma, e quindi portare sempre più paganti.

Facebook invece ha detto che vuole puntare sui gruppi di discussione. Perché evidentemente si è accorta che parlare del nulla potrebbe risultare ripetitivo dopo 10 anni di successo del vuoto pneumatico.

Andando in bici all’ora di pranzo (vento fino 30 km/h) cercavo di capire se ci fosse mai stato un modo per spiegare agli automobilisti che se c’è vento non puoi fare a meno di lasciare almeno 50 o 60 cm di strada a destra altrimenti con una folata finisci rovinosamente nei campi o nei tombini di cemento, che un ciclista non vale l’altro, ovvero se uno ti fa incazzare non è che pareggi il conto ammazzando il successivo che incontri. E via proseguendo sull’argomento “la bici e il vento”, in modo abbastanza moderato, a dire il vero.

Ma ho poi considerato che nessuno avrebbe ascoltato un bel nulla. Che non siamo noi a far soffiare il vento, né a decidere quando soffierà. (Ma quest’ultima penso sia una metafora sull’amore che devo aver rubato ad una radio o a qualche gruppo rock)

Ciò che deve cambiare lo farà e ciò che deve rimanere uguale continuerà a tediare con la sua risoluta inamovibile essenza.

NUMERI E PROPORZIONI

“è stato sempre fatto così”
lo si usa per parlare di tutto: “e se a casa c’è da mangiare per 10, ce n’è anche per 11”, “una volta ci si scaldava col camino e non s’aveva problemi con l’inquinamento”, etc.
 
La situazione precedente non è replicabile. Popolazione mondiale (in milioni di abitanti):
1900 1 650
1950 2 519
1955 2 756
1960 2 982
1965 3 335
1970 3 692
1975 4 068
1980 4 435
1985 4 831
1990 5 263
1995 5 674
2000 6 070
2005 6 454
2010 6 930
2015 7 349
 
l’inquinamento di un camino alimentato a legna nel 1900 incideva per un quarto di quanto inciderebbe oggi, se tutti avessero “continuato a fare cosi perché è stato sempre fatto così”.
 
Thomas Malthus nel 1798 pubblica un saggio dove teorizza una crisi di risorse dovuta all’aumento della popolazione. Visto che in vita sua queste sue ipotesi e previsioni non si sono mai realizzate, questo sembra sufficiente per argomentare che fossero sbagliate. La popolazione mondiale nel 1800 era di 978 milioni, un decimo della proiezione per il 2050.
Si crede che non ci sia una crisi di risorse, ma si commercializzano i vermi per l’alimentazione, in Egitto e in molti Paesi nordafricani sono tornate dittature peggiori di quelle passate, la rivolta del 2011 è nata dall’aumento del prezzo del grano.
 
Per dire, Gandhi pronuncia una delle sue frasi più citate (“Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità.”) attorno agli anni ’50, la popolazione mondiale era 2,5 miliardi, oggi bastano solo India e Cina per raggiungere quei numeri. Supponete che nel 1950 tutta la popolazione mondiale avesse deciso di trasferirsi nei territori di India e Cina, senza per altro coltivare altri territori, né usarli come pascoli. Avrebbe fatto lo stesso discorso?
 
Ma questo non è tutto. Non tutto il territorio terrestre può essere coltivato, a meno di non mettere a rischio la biodiversità e le naturali difese ecologiche contro la diffusione di malattie e parassiti. Ma via via, col tempo, sembra che colossi come la Monsanto riescono a stabilire che è preferibile una monocoltura, persino ignorando i possibili effetti negativi sulla salute (glifosato definito “probabilmente cangerogeno” da ricercatori indipendenti, ma ricerche messe a tacere, e ricercatori coperti di merda).
 
E poi ancora. Quanto mare e quanti oceani credete che ci siano? I sacchetti di plastica sono un problema, certo, ma il mare non è infinito. La qualità del pesce diventa di anno in anno sempre più scadente. Ci si ritrova a mangiare pesci che qualche anno fa avremmo schifato. Perché la quantità del pesce buono diminuisce, e si tende a pescare e foraggiare (se non allevare) il pesce che dà maggiore resa.
 
“Troveremo altre risorse”, “troveremo il modo per…”. Stronzate. Semplicemente non puoi estrarre risorse da qualcosa che non ne ha. Nulla si crea nulla si distrugge.
 
Siamo materiale biologicico, siamo parte di questo, e non siamo qualcosa che momentaneamente è ospite del pianeta. Siamo questo pianeta. O almeno una parte di esso. E l’equilibrio non è risalire sugli alberi, ma smettere di fare i bambini ed acquisire un minimo di consapevolezze.
 
Poi c’è chi sogna di andare su Marte, o i chi vuole coltivare dall’altro lato della Luna. Non credo che ci sia nessun vantaggio, ma, per quanto pazzi, apprezzo sicuramente il fatto che non farnetichino con frasi come: “è stato sempre fatto così”

Messaggio ai contribuenti

Contribuenti. L’idea che siano contribuenti coloro che pagano le tasse è piuttosto deformante. Si contribuisce con il lavoro, il valore aggiunto, i servizi offerti alla società. Quando si parla di evasione tutto questo viene ignorato e messo a tacere.

È un evasore un lavoratore che guadagna e spende tutti i suoi soldi senza pagare un centesimo di tasse?

Ci si chiede poi: da dove arrivano i soldi per la sanità e i servizi?

E questa è di nuovo una idea ridicola. La sanità e i servizi sono forniti da persone che lavorano, non dai soldi pagati con le tasse. Le persone che lavorano percepiscono sì uno stipendio, quindi dei soldi, ma quei soldi non sono creati dagli altri lavoratori. I soldi sono presi in prestito dagli istituti di credito, banche. Banche centrali per l’esattezza. I soldi sono debito pubblico. Un ipotetico evasore squattrinato (perché ha speso tutti i suoi soldi) non sarebbe capace di creare moneta per pagare medici, ospedali, scuole, governo e sindacati.

Per creare i soldi il lavoro non serve a niente. Per creare soldi c’è bisogno di fiducia. Fidarsi del fatto che gli istituti di credito non emettano più moneta del necessario (cioè il discorso contrario a “permetteteci di sforare i parametri”).

Ora veniamo all’odio. Google non paga le tasse! Amazon non paga le tasse!

E così si mettono webtax o robe simili. Va a finire che queste tasse vengano poi pagate da chi utilizza questi servizi.

Google paga i propri dipendenti in modo dignitoso. Amazon lo fa un po’ meno. È solo questo il problema, solo se una azienda non tratta in modo dignitoso i propri dipendenti.

Sia Google, sia Amazon, sia Twitter, Facebook, e via dicendo portano avanti progetti di ricerca che senza soldi non sarebbero possibili. Raccolgono soldi dagli investimenti in borsa, spostano le loro sedi in (piuomeno-)paradisi fiscali e così tutto questo diventa possibile.

Diventa possibile che SpaceX mette in cantiere viaggi interplanetari, quando la NASA stava per fallire od essere chiusa.
Diventa possibile creare un quantumcomputer.
Diventa possibile sviluppare l’intelligenza artificiale, e usarla.
Diventa possibile comunicare, commerciare, mettere in contatto le persone, informare, far crescere la consapevolezza, l’idea di appartenenza alla stessa umanità.

Riusciamo a contare tutti i conflitti mondiali. Sono sempre più piccoli. Sono sempre meno numerosi. Ma fanno sempre più baccano.

Qual è il contributo del pagamento delle tasse a tutto questo?

che avrei voluto dire

Quello che avrei voluto dire

Non vorrei che si perda la memoria, per quanto elaborarla sia così doloroso. Quello che volevo dire riguardo al fascismo riguarda spesso molti di noi e quel qualcosa che non quadra.

Volenti o nolenti riguarda noi, semplicemente dal punto di vista di popolo italiano. Come popolo abbiamo sposato il fascismo, non doveva sembrarci qualcosa di malsano. Ci siamo sbagliati.

Ma non è giusto polarizzare una scelta con le due categorie: giusto vs sbagliato. Bene vs male. Evidemente è riduttivo, troppo sintetico, banale, sostanzialmente superficiale.

Certamente è sbagliato giudicare dei comportamenti sociali e morali di un epoca lontana con i parametri e la morale odierna. Guardando la storia con tale paio di occhiali qualsiasi epoca ci risulta essere immorale per qualche aspetto.

Quindi non sono argomentazioni accettabili neanche il fatto che il fascismo limitasse la libertà, la libertà è sempre stata un concetto fluido, che si è sempre raffinato con gli anni, ciò che oggi è libertà ieri era immorale oppure era reato. E come ho scritto poco sopra non ha alcun senso guardare la storia in questa maniera.

Contestualizzare è necessario

“Il senno di poi te lo sbatti su li cojoni”, una frase piuttosto forte e scurile, eppure rende. Se gli italiani avessero saputo a cosa andavano incontro non avrebbero sposato il fascismo. Eggià. Cosa aggiungere?

Contestualizzare vuol dire domandarsi se gli italiani avessero avuto consapevolezza di ciò che stava succedendo durante il ventennio, se ne avessero all’inizio, negli anni ’30, nel momento dell’introduzione delle leggi raziali, e perfino dopo, se hanno fatto o meno un percorso per rendersene conto.

Parlo di mio nonno, classe 1909, morto nel 1984. Negli anni ’30 era ventenne. Non credo abbia mai condannato il fascismo se non per la guerra, e pure riguardo a quella la sua opinione era che fosse colpa dei tedeschi. Visto che gli ho voluto bene, come è normale, non lo ho mai giudicato una cattiva persona. Ed era fascista. Ovviamente c’è qualcosa da risolvere.

Non possiamo considerare cattive persone tutte le generazioni che hanno attraversato una guerra e hanno ricominciato a lavorare, in Italia.

Invece questa è esattamente la sensazione che si ha ascoltando le discussioni falsamente ideologiche odierne.

Da una parte abbiamo gruppi di giovani (e meno giovani) disadattati che usano simbologie del passato, disegnando una realtà fatta di opposti assoluti e categorie come giusto-sbagliato, parlano in maniera dogmatica di onore, gloria e patria, e compiono atti violenti infrangendo l’ordine, la disciplina e la legge di cui per primi decantano le qualità.

Dall’altra abbiamo c’è una classe politica per la quale la strategia e la tattica è più importante degli obiettivi, tanto che hanno dimenticato di averne. Nessun obiettivo, nessuna visione, un vago “bene comune”, che declinano nel modo più aderente al risultato delle loro azioni.

Improponibili scenari futuri

E così tattica e strategia è fare allarmismo, parlare di deriva fascista, dipingere uno scenario futuro improponibile nel quale dei gruppi di disadattati prendano il poter grazie al voto di elettori distratti, e grazie a questa autorità conferitagli riescano a controllare i vari gruppi di potere esistenti nel Paese instaurando così una dittatura.

E magari che lo facciano grazie all’arma della propaganda. Certo, come fece il fascismo.

Consapevolezza

Tornando alla elaborazione della scelta fascista, e alla consapevolenza, è proprio la propaganda la chiave per elaborare lo strappo generazionale.

Ho un padre che durante l’adolescenza mi diceva spesso che la TV era male, che mi influenzava e mi faceva credere cose non vere. Oggi tutte le sere sta davanti alla televisione e si incazza per ciò che passa d’avanti, come se le trasmissioni avessero un senso altro che non quello di fare propaganda.

Cosa è il fascismo oggi (o pretende di essere)

Il fascismo oggi è la raccolta di voti di gente inconsapevole, pretende di negoziare accordi e spartire poteri, come tutti i partiti del resto. In uno scenario politico dove si è annunciata la morte delle ideologie, il fascismo rimane ancorato ad “onore e gloria”, concetti vuoti, ma almeno danno una parvenza di ideali.

Cosa era negli anni ’20 e ’30

In realtà è un apparato dogmatico, una specie di religione. E di questo, purtroppo, l’Italia aveva bisogno: una religione laica che avesse unito un popolo troppo variegato tenuto assieme solo da una disgraziata (e persa) prima guerra mondiale combattuta da un esercito fatto di uomini che non avevano neanche una lingua comune: non potevano comunicare, uno svantaggio piuttosto pesante se vuoi vincere una guerra.

L’Italia aveva bisogno di una dittatura religiosa e laica, i tempi non sarebbero stati adatti né per un Re, né tanto meno per un Papa. E del resto non ci sarebbe stata differenza: Re per diritto di nascita, Papa per volere di Dio. Cambia poco.

Il Paese aveva bisogno di un Duce, un uomo eccezionale, qualcuno a cui conferire tutte le qualità, e il rispetto per le regole decantato come futuro raggiante.

Il popolo aveva bisogno di credere alla magia del cinema, e all’istituto Luce che trasmetteva cinegiornali, alla favola del Duce superuomo, e alla narrativa cavalleresca ma moderna.

Aveva bisogno di ripetere slogan, detti chiaramente, scanditi parola per parola. Perché l’Italia era un Paese di ignoranti, analfabenti e disagiati, un Paese povero nel quale i bambini erano spesso denutriti.

Cosa è oggi l’antifascismo

È un espediente per parlare del nulla o per divagare dalle argomentazioni. Essere antifascisti negli dal 1924-1944 costava la vita, far parte della resistenza voleva dire imbracciare un fucile e combattere un regime nazionale. Oggi è fare pubbliche relazioni e foto con i VIP. Una bella differenza direi.

È stato scritto nella Costituzione della Repubblica Italiana, fondata sui valori della Resistenza. Ed è lì che si vieta la ricostituzione di un Partito Fasciata. Ma trovo questa idea piuttosto banale, e se nascesse oggi un Partito Littorio, che si ispira agli stessi “valori”, cosa succerebbe? che quella indicazione non varrebbe nulla. È vietata la ricostituzione di un Partito Fascista, ma non di un Partito Littorio.

L’indicazione ovviamente ha avuto la sua efficacia per più di 50 anni, dopo la guerra, ma ora i figli di quel periodo sono ormai inseriti in un ambito democratico e sono numericamente pochi, e vecchi.

L’antifascismo è fuffa. Sono anti dittatura, anti corruzione, anti liberticidio.
La fuffa la tollero, ma non mi accodo e nemmeno la celebro.

Paragoni con altre dittature

E se dovessimo paragonare il fascismo con una qualsiasi dittatura africana, a parte poche eccezioni, la maggior parte delle volte quella di Mussolini fu una esperienza migliore, più efficace, e meno deludente.

Paragonare il fascismo con la dittatura nordcoreana è possibile, ma io non riesco a trovare la necessità del popolo nordcoreano di una dittatura oggi: un popolo che parla la stessa lingua, un popolo che è unito dalle stesse usanze e dalla stessa storia ha bisogno solo di libertà.

E naturalmente l’Italia oggi è un Paese dove si parla la stessa lingua, dove si hanno le stesse tradizioni, dove si seguono le stesse mode. E di certo ha bisogno di più libertà. E anche di maggiore consapevolezza.

Ma come si può dire la stessa cosa dell’Italia di 100 anni fa?

Ammiro l’epoca fascista, ammiro Antonio Gramsci, e Bruno Rizzi, e Giacomo Matteotti, ammiro la resistenza tutta e la guerriglia per fiaccare la polizia italiana (fascista). E certamente ammiro personalità come Luigi Enaudi che hanno attraversato le due epoche, e Indro Montanelli, Togliatti, e perfino Giulio Andreotti e Bettino Craxi.

Perché questa è la nostra storia e merita rispetto. Non certo salti temporali, riletture decontestualizzate e condanne sommarie.

Avere consapevolezza della propria storia vuol dire assumersene le responsabilità, e non cercare di proiettare le proprie colpe al di fuori di se stessi. Questo credo che valga sia a livello personale, ma altrettanto a livello di nazione. Siamo un popolo abituato a dichiararci innocenti per tutto, abbiamo occupato almeno 2 Paesi africani, abbiamo compiuto stragi a danno di popolazioni civili. Eppure ci dipingiamo come brava gente, e casomai “è colpa del fascismo”, “è colpa di Mussolini”. Grande uomo costui, se riesce ad accentrare tutte le colpe di un popolo per 20 anni di scelleratezza.

E dunque cosa c’è di sbagliato nell’antifascismo?

Eccoli che organizzano una manifestazione per celebrare l’antifascismo, e prendono la bandiera di questa causa, prendendosi i meriti dei pochi partigiani che hanno potuto invitare alla celebrazione.

Questa è propaganda, io ricordo questa parola associandola ad due esperienze italiane negative: il Partito Fascista e la P2 di Licio Gelli.

Quando l’antifascismo diventa propaganda finisce di avere i suoi valori, è il classico lupo che si traveste da agnello.

Fortunatamente è difficile accreditare una lucidità criminosa ad un Partito frantumato in correnti e odi interni. Penso piuttosto che è una operazione per serrare le fila.

Resta comunque fuffa.

E così tutto si perde

Tutto si perde. A nessuno gliene frega niente realmente.

Tutti sempre pronti ad infervorarsi o a giudicare questo o quest’altro, tutti sempre connessi e pronti a dire la propria riguardo una situazione altrui, buona o cattiva cosa che sia.

Ma poi nulla. Qualsiasi cosa viene persa nel tempo, come lacrime nella pioggia, per fare mezza citazione.

Se provo ad accedere a facebook e guardo il mio diario è un marasma di nullità.

Se mai ho scritto qualcosa di interessante, che forse non ha neanche ricevuto troppi like, questo è perso in mezzo alle puttanate che solitamente invio solo perché le trovo divertenti.

Se poi ho un problema e qualcuno sembra interessarsene, non ho modo di tornare a dove l’ho descritto e aggiornare chi ne voglia sapere qualcosa.

Ecco cosa penso: Facebook è un flusso di merda.

Io tornerei tranquillamente al blog. Associato con un account twitter. Trovo che la cosa sia più individualista e meno dispersiva di quella cloaca di empatica indifferenza che è Facebook.

Cittadinanza fluida

Ragionavo qualche mese fa sul cambiare lavoro. In quel momento ero a Francoforte e pensavo: ok, questa azienda qui fa streaming è di Amsterdam, non è male il posto, oppure ho molte offerte da Londra ma per lo più dalla city.

Poi ho pensato non sarebbe male cercare qualcosa a Dublino, o negli States.

Tutto questo è sfumato considerato il fatto che voglio accettare la sfida di restare a lavorare per SSW.

Ma tutte queste possibilità di andare ovunque perché non le hanno tutti?

Il motivo è che sei bene accolto se vai a fare qualcosa che ami fare. Certamente trovi invece un atteggiamento ostile se ti sposti perché dove sei dai fastidio o sei rifiutato.

E stesso discorso per chi va alla ricerca della fortuna. Fortuna che dovrebbe essere più frequente in alcuni posti e non in altri.

Ma il successo nella vita è per il 99% costruito dalla dedizione e dall’1% dalla fortuna, che poi viene ingigantito perché si è saputo coglierla, ma solo perché si dedicato il 99% a ciò che piace.

Ma l’idea della cittadinanza fluida a me piace parecchio. Perché devo versare i contributi in un Paese nel quale non vivo? solo perché ci sono nato? Supponiamo che io passi 6 mesi l’anno all’estero, lavorando. Da chi ricevo i servizi? Chi controlla il traffico? Chi è che mi fornisce assistenza medica?

In sostanza vorrei che il mio stipendio sia commisurato alla Nazione dove sto lavorando, e che i contributi siano versati a favore di quel Paese, penso sia più equo.

Perché dovrei avere una cittadinanza così bulimica da occupare qualsiasi affare?

Penso ad un concetto simile a quello dei containers software, che una volta trasportati su di un’altra macchina usano risorse dell’altra macchina, e così dovrebbero pagare con servizi forniti all’altra macchina.

E poi io non devo occuparmi di indicare quali sono le mie spese o le mie entrate, che faccia tutto la macchina.

E per la rubrica “stronzate del mercoledì sera” è tutto.

Buonanotte

quel paesello di Frankfurt Am Main

vogliamo parlare male di Francoforte?
Facciamolo
https://www.ilmitte.com/blog/2014/12/04/francoforte-domenica-deserto/

è provinciale perché i negozi sono chiusi la domenica.

poi andiamo a vedere…

Germania: I Negozi Aperti La Domenica?

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Ahimè sì! Da Düsseldorf a Berlino, da Amburgo a Francoforte, da Monaco a Colonia, come avrai ormai intuito: in Germania i negozi sono chiusi la domenica.
“””

sembra che anche Monaco di Baviera, la grande Monaco sia altrettanto provinciale.

confermato dal sito della città

http://www.muenchen.de/int/it/shopping/info-shopping.html

Sembra che la Germania sia provinciale. Che vuoi farci?