Diario di bordo 19 Dicembre 2013

Sto attraversando un momento critico. Questo è un appunto a futura memoria.

Giovedì 12 dicembre sollevo delle finestre abbastanza pesanti, sono appena tornato da un allenamento di corsa (breve, 8km circa, il giovedì ho nuoto al mattino e volevo stare leggero in questo periodo: ripetute 6×200 mt). Sono bagnato di sudore, ma mi copro bene, la temperatura è attorno allo zero, e per via del compito non c’è molto da scaldarsi.

Penso che la cosa abbia avuto qualche effetto, il mattino dopo, venerdì, ho una seduta di massaggi: osteopatia etnica. Prima per allentare la contrattura alle gambe, poi per cambiare la postura (esercizio con bastone e piegamento in avanti per migliorare la lordosi).

Mi sento piuttosto contratto a livello di torace, questo dopo il pranzo, mentre sono piegato a fare il presepe.

C’è da spostare un’altra finestra, la sollevo ma ho una specie di malore, non sento dolore alla schiena, ma un malessere indefinito, tipo voltastomaco.

Alla sera diventa mal di schiena. Il mattino dopo non sono affatto convinto di alzarmi dal letto, mi decido a chiamare il massaggiatore per chiedere cosa si può fare.

La seduta del sabato è di mezz’ora, decoprempressione della colonna con massaggi e un olio per far passare il dolore (devo chiedere riguardo doping e dintorni, ma sa che faccio sport e non credo ci sia cortisone o roba del genere), poi esercizi di respirazione fatti a pancia in sotto.

Ripeto gli esercizi di respirazione, smetto qualsiasi cosa che abbia a che fare con la corsa o anche il camminare (cammino il meno possibile).

Dal sabato alla domenica il dolore alla schiena si trasforma in torcicollo per la maggior parte, sale, diciamo.

Lezione di nuoto lunedì successivo, sento le spalle “bloccate”, direi meglio rigide, come due blocchi di marmo, muovo piuttosto bene le braccia, ma sento le spalle rigide in modo innaturale. Finisco la lezione e sembra ok, ma il torcicollo persiste.

Il martedì porto dei vetri all’isola ecologica, caricandoli in macchina, qui il torcicollo si fa evidente (è pericoloso guidarci, ma devo fare poca strada).

Martedì la sera vado a spinning, e pedalo, sento il lombari molto più rilassati, vedo che sto più basso in bici, è un bene, credo.

Ancora esercizi di respirazione a pancia sotto, e decompressione intercostale.

Il mercoledì passa senza nessun allenamento.

Giovedì (oggi), lezione di nuoto, la respirazione mi pare bloccata, l’aria non entra ed esce fluidamente, sento le spalle affaticate (già dal mattino).

È di origine emotiva, sto lavorando sul passato, accettazione, comprensione e perdono.

Il carico sta diminuendo, mi accorgo di avere aumentato la sensibilità delle mani, mi accorgo di averle fredde, ed avere maggiore controllo su quando riscaldarle. Allentando la tensione a livello toracico allento anche i bicipiti del braccio, sento i muscoli più elastici.

Le spalle sono ancora pesanti. Lo è anche la testa: ho un sordo dolore a livello cervicale che ha accompagnato il torcicollo.

La problematica maggiore in una vertebra toracica, direi tra l’ultima toracica e la prima lombare, zona della mia scoliosi.

Per il resto va bene.

Mi sento curiosamente ottimista nonostante potrei pensare di non poter più correre. Non lo penso, penso che dovrò saltare una mezza maratona o qualsiasi cosa io abbia fantasticato di fare. Penso che devo dimagrire (ho accumulato 4 kg di troppo).

Stasera ho spinning, senza correre perdere peso potrebbe essere difficile.

Sconfiggere la propria apatia

Ognuno è come è. Certe cose non si cambiano. Sono fatto così.

Tutte frasi di solito usate come dimostrazione dei propri limiti. Ma ci sono cose che veramente non si cambiano, per me è ciò che mi muove e che mi ha sempre mosso. Non c’è un altro ingrediente o un’altra spinta che mi fa muovere: è la curiosità.

Tendo a no realizzare niente se riesco ad immaginare come sia, è solo quando evidentemente non riesco che mi impegno a raggiungere un obiettivo, non per la soddisfazione di averlo ottenuto, ma per la curiosità di sapere come mi sentirò poi, come sarà avere quell’esperienza in più.

E spero che l’averlo scritto me lo faccia ricordare ogni volta che cercherò la forza per alzare il culo e muovermi, ogni volta che non me la sento di esprimere quello che sento perché potrebbe cambiare la mia condizione (cos’è una condizione? come è quella d’ora? e quella di poi?), ogni volta.

Come profilo gamer sono un esploratore, decisamente.

Se Steve Jobs fosse nato a Napoli nel 2012, sarebbe ancora vivo

E invece Steve Jobs è morto.

Antonio Menna scrive un libro ipotezzando la vita di uno Steve Jobs nato a Napoli (o provincia), si chiama Stefano Lavori … ok, ha già fatto il giro del web più volte, è storia.

 

http://antoniomenna.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/ questo è un suo post, che poi è diventato un libro:

 

http://www.ibs.it/code/9788820052409/menna-antonio/steve-jobs-fosse.html

Bene, penso sia abbastanza come endorsement. Sicuramente sarà un libro divertente, e divertirsi è sacrosanto, doveroso e utilissimo.

Ma ecco cosa non mi convince del parallelo. Steve Jobs è vero che ha creato il primo PC partendo dal garage dei genitori, senza soldi, in una provincia americana e via dicendo (ho dei dubbi riguardo al garage, molti immaginano il garage dove i genitori tenevano le auto, in realtà il padre di Steve era meccanico, penserei piuttosto ad un officina quando si parla di garage, ma è un mio punto di vista). La parte importante però è che Steve Jobs si diplomò nel 1972.

A Napoli, nel 1973 esplose un epidemia di colera. Mentre in California i figli dei fiori ancora scorazzavano convinti della loro rivoluzione, vivevano in delle comuni dove si sperimentava la condivisione e differenti modelli di società (questa cosa è accaduta anche in Italia e col ’68 sono finite le barricate, non le comuni), e dove il cinema portava soldi in una terra non ricchissima, ma con un bel po’ di petrolio da estrarre da sotto (cioè ricca).

In una federazione, gli USA, dove la cultura non era un ospite inusuale, la scolarizzazione era a livelli ben più elevati e diffusi rispetto a quello che poteva essere l’Italia degli anni ’70, per non parlare del sud Italia (ma escluderei la città di Napoli per questo aspetto).

Ecco, il parallelo non ci sta.

D’altra parte mettiamo sia successo ora. Cioè ora Stefano Lavori inventa … cosa? un pc? C’è già, non è molto sensato ipotizzare questo … ma seguirò un mio ragionamento ora, diverso.

Supponiamo che Steve Jobs fosse nato a New Delhi, no, anzi, in una provincia di uno statarello di quel centinaio che formano l’India di oggi. Oggi, esatto. Le epidemie in India sono tenute sotto controllo, non è che non accadano, c’è un ottimo pronto intervento e sono debellate sul nascere.

Questo Steve, non so che nome dargli, diciamo iSteve (visto che è indiano, lo smartphone non c’entra niente), è appassionato di statistica, ha ottimi voti in matematica, ma non riesce ad accedere all’università, perché un monsone gli porta via la casa dei genitori, torna e si mette a riscostruirla, perché ci tiene, rimette su l’azienda (non era proprio un morto di fame uscito dal nulla, ma neanche un figlio di papà), usa internet per promuovere i propri prodotti, gira per internet e viene a sapere dell’hype attorno i Big Data, capisce si tratta di statistica, guarda caso la sua passione. Inizia a frequentare forum, scrive qualcosa, trova altri appassionati e squatrinati, decide di invitarli a casa a lavorare e, nel frattempo, lavorano sui big data.

Fondano una azienda (ora le chiamano startup) che propone soluzioni innovative e consulenze pagate oro riguardo lo sfruttamento e l’analisi dei big data. Il villaggio dove vive diventa un centro nevralgico dello sviluppo software, dove altre aziende nascono e si occupano un po’ di tutto.

In Italia, nell’Italia di allora, quella del ’76, sono successe cose ben più eccezionali, ma non si ha la penna, ne la voglia per raccontarle. Per esempio la Olivetti era in concorrenza con Apple Co. e con IBM sul campo dei personal computer, con tecnologia sviluppata in Italia, vergognandosene a quel tempo.
Cosa dovrebbe inventare oggi Stefano Lavori non ne ho idea, ma di certo ne sentiremo parlare, forse sara figlio di un iraniano, adottato da una famiglia della provincia di Caserta, forse non si chiama neanche Stefano Lavori, ma Luca Aiello (per fare un nome un po’ più tipico), forse non sa neanche che se ne racconterà qualcosa, o che qualcuno ne scriverà una biografia.
Il fatto è che l’Italia ha aspettato 50 anni per celebrare Adriano Olivetti, forse si aspetta troppo per accorgersi dell’eccezionalità, si sottovalutano le idee ponte, quelle che portano a, le possibilità che vanno verso altre cose, a volte si smette di credere in qualcosa pensando di aver fallito, a volte non si considera il proprio lavoro come la base dalla quale partire per sviluppare ciò che avrà successo.
Ecco, non mi va di dire che noi italiani siamo sempre pronti a smontare e criticare le idee, perché di questo ce ne è bisogno, di senso critico, è indispensabile. Preferisco invece dire che bisogna faticare, e non smettere di pedalare.
A proposito, giorni fa cerco Unione Ciclistica Tolentino, e parlo col presidente. Mi dice che “A volte è venuto qualche giovane, negli ultimi anni. Provano a fare qualcosa, ma poi la bicicletta è faticosa. Durano poco. In passato abbiamo avuto qualche campione, qualcuno che ha vinto. Non so se conosci …”.
Già, è dura pedalare, ma per qualcuno vuol dire essere un campione, e non sai se quel qualcuno potresti essere tu, non lo sai se non ci provi.

 

I giovani e la politica

Ammirabili i giovani per il loro atteggiamento di fronte alla “politica”. Refrattari a tutti gli appelli che si ispirano al discorso di Pericle sull’inutilità di chi non si interessa di politica. Essi vivono, si sfasciano di droghe di tutti i tipi, con una conoscenza che 20 anni fa non potevamo neanche immaginare. Essi vivono, vivono il sesso perché gli piace, fanno di tutto, lo mercificano, lo fanno liberamente, fanno collezionismo, tradiscono, sono fedeli e leali. Fanno quel cazzo che gli pare.

Come possono non essere ammirabili.

I giovani sono ammirabili come lo è la natura incontaminata e selvaggia, sono l’unica cosa che gli assomiglia in questa società malata e corrotta. L’unica cosa che assomigli alla purezza e alla libertà. Purezza quella selvaggia, e libertà quella della conoscienza.

E vedo mio padre, altra generazione, che si ostina a girare canale su Porta a Porta, per incazzarsi col politicante di turno, che pretende di essere seguito nei propri sproloqui che non meritano neanche l’orecchio distratto, che sono effettivamente solo rigurgiti di ignoranza rimpastata, discorsi basati su parole incastrate per sonorità o per collegamenti improbabili tra concetti indipendenti. L’unico obiettivo dei discorsi dei politicanti e il rincoglionimento delle masse.

Considerato che la memoria di lavoro può trattare da 4 ad un massimo di 9-10 concetti alla volta (ma 4 è molto più probabile e diffuso), basta fare un discorso che ne contenga 5 o 6 e il gioco è fatto, basta passare di pali in frasche per poi parlare del bosco, del fiume, della gestione delle acque, le centrali idroelettriche per finire con la curruzione dei dirigenti scolastici, e della scuola che è la causa di tutto perché i professori non bocciano … Ed ecco. Già non hai capito un cazzo, e ti arrabbi. Te la prendi, pensi che non ha senso quello che dice. E no, non ce l’ha, non importa che sia la parte che più ti sta simpatica. In realtà non ha senso né ciò che dice la destra, né la sinistra. In realtà hai deciso in anticipo qual è la parte che ti è simpatica e ti incazzerai sempre a senso unico.

Se volete ve lo posso dimostrare.

Considerate i valori della destra: libera iniziativa, ricchezza, indipendenza, individualità. Ascoltate un dibattito politico e concentratevi su quei valori. Tutto il resto passa in secondo piano. Certo, nei discorsi del dibattito qualche cazzata la sparano, ma in realtà non è importante, non è quello che conta, in realtà sono argomenti usati per assurdo, è solo per sostenere i valori base, quelli importanti.

Considerate ora i valori delle sinistra: libertà, giustizia, ugualianza, progresso. Ripetete lo stesso procedimento. Vi trovate a passare sopra alle stronzate che mettono nel discorso e a prendere solo il succo. I valori. È quello che conta veramente.

Sì, quello che conta veramente è che ti stanno prendendo per il culo. Entrambi le parti. Guarda caso ho messo 4 principi. Spesso ti chiedono quali sono per te i tuoi 3 valori più importanti, non negoziabili? e poi si discute. Di cosa? di un solo argomento: non c’è spazio. Altrimenti se si prova a discuterne di 2 devi togliere qualcosa, un tuo valore, quindi quello era negoziabile. Finisce che ti contraddici.

Da parte dei politici il meccanismo potrebbe anche essere inconsapevole.

Ma ciò non toglie che i dibattiti politici sono solo una perdita di tempo.

“Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.”, ne è infatti il succo, ciò che ti può illudere che questa che stai vivendo tu la posso chiamare democrazia. Quanti cittadini liberi vivevano ad Atene? E quanti problemi venivano trattati? Quanti contemporaneamente?

Siamo gli stessi umani.

Solo un po’ più poveri e vuoti di allora.

(della serie: ciò di cui non dovrei scrivere)

Scrivi di ciò che non capisci

Ovviamente uso questo blog per l’immondizia.

Effettivamente lo uso proprio come bidone della spazzatura, tant’è che ogni tanto lo svuoto.

Quindi per scrivere di ciò che non capisco, di ciò di cui non ho competenza per scriverne, per discuterne, per avere un opinione, dico un’opinione vagamente condivisibile o che abbia una qualche attinenza in merito alla questione.

Diciamo che questa è una pratica piuttosto diffusa, il “secondo me …” e via con una teoria sfacciata e improbabile basata sull’ignoranza. Quando poi un secondo me non esiste effettivamente, i “secondo me” andrebbero del tutto evitati.

Sarebbe piuttosto opportuno dare indicazioni riguardo ai punti fallaci di un discorso, ad esempio le aree attorno le quali si ha un po’ di confusione e attorno le quali il discorso sembra lacunoso, invece di adoperarsi nella formulazione di una teoria organica probabilmete (necessariamente) superficiale su un argomento sconosciuto. E forse dare semplicemente un punteggio e lasciare che le lacune si colmino col tempo.

E ora tutto questo era per dire che effettivamente la regola del P.O.R.C.O. (http://scicolaus.wordpress.com/2011/05/02/la-regola-del-p-o-r-c-o/ ), Pensa – Organizza – Rigurgita – Correggi – Ometti, ha senso in un blog dove si parla di ciò che si conosce effettivamente e di cui si ami parlare, e non quando si scrive di qualsiasi idiozia.

Il problema fondamentale sta nell’esporre un argomento con la modalità “reazione”, “in risposta a”, insomma, per ripicca, per qualcosa che da fastidio, eventualmente a livello personale, e non per “azione”, “proazione”, “a favor di conoscenza” per spirito di condivisione, in qualche maniera.

Cancellare articoli non fa bene al SEO, ma non mi interessa, sono un programmatore, non un visagista di siti.

Sport e dolore – c’est a dire: ecoute et repete

Il titolo deve essere una reminescenza delle medie, ma forse non solo.

Ovviamente se smetti di fare sport il fisico si adatta alla posizione più consona, quella di una larva inattiva, che emana cattivo odore, probabilmente tendente alla putrefazione, con tessuti inefficienti e massa grassa mescolata a massa magra in proporzioni casuali.

È del tutto normale, niente di cui preoccuparsi, fino a quando non senti dire che così facendo vivi poco, sembra solo questa la molla che porta molti a riprendere l’attività sportiva, che spesso consiste nella corsa.

La corsa è semplice, tutti possono farla, sempre che abbiano le gambe, diciamo la maggior parte delle persone possono. A differenza del nuoto o della bicicletta sembra non avere difficoltà tecniche.

Sembra, ma non è così. La corsa è maledettamente difficile proprio perché le difficoltà tecniche sono sottovalutate.

La corsa è maledettamente difficile perché richiede un dispendio di energie per unità di tempo che non ha pari in nessun altro sport di durata.

La corsa è maledettamente difficile perché ovviamente sei in sovrappeso, o sei sottopeso, o comunque hai una postura sbagliata. Sempre.

C’è sempre qualcosa che non va, ma non lo saprai mai fintanto che non inizi a correre.

Ovviamente tutte le altre attività sportive hanno difficoltà tecniche, e c’è sempre qualcosa che non va fintanto che non inizi, ma per la corsa in genere non lo si sospetta.

Ed escono dolori.

Dolori sono: al collo, alla schiena zona torace, alla schiena zona lombale, alle anche (esterno), alle anche (interno), alle ginocchia (sopra, di lato, verso il basso), agli stinchi, ai polpacci, al tendine di achille, ai piedi (esterno, interno), potresti anche provare dolori alle spalle, e, non ultimo, agli addominali.

Poi ti viene in mente di fare una ricerca su internet per vedere cosa sia e dove è il problema. Googli “dolore allo stinco” e magari escono fuori nomi di patologie improbabili, ma visto la tua ignoranza in campo medico leggi con curiosità.

Il tipico consiglio è l’uso di antiinfiammatorio, e riposo. E questa cosa mi fa veramente incazzare.

Antiinfiammatori cosa sono? In realtà dovrebbero abbassare l’acidità e sfiammare la parte, ma al più sono antidolorifici. A volte parli con l’esperta dalla casa (tua madre) e ti propina una crema, che poi scopri a base di cortisone, che è doping, quindi non dovresti gareggiare.

Ma al di là delle regole delle competizioni quello che non sopporto è l’idea che si debba fare a meno del dolore, o che lo si debba tenere sotto controllo.

Il dolore è un messaggio che va ascoltato, ti dice “fermati”, e devi star fermo. Se riprendi l’attività e di nuovo senti dolore, rifermati.

Lo scopo principale per cui l’attività fisica è utile è l’ascolto, ascoltare se stessi, il proprio corpo. Non è evitare o allontanare la morte, ma prendere coscienza del proprio corpo, e della propria essenza (sembra contradditorio … ma non divago).

Il dolore è dovuto ad un eccessivo carico tendineo, causato a sua volta da un’eccessiva tensione muscolare che va a spostare l’equilibrio dinamico di lavoro del tendine dolorante. Le zone di giunzione non garantiscono che la posizione di attacco dei tendini sia “fissa”, ma si sposta in base a quanto sono sviluppati (e in tensione) i muscoli, così, ad esempio, se il quadricipite è contratto, il tendine dello stinco è teso e se sollecitato continuamente mentre è in tensione si infiamma e da dolore. In realtà il discorso è piuttosto complesso, ma sono più o meno tutti daccordo sul fatto che ci siano catene muscolari, cioè più insiemi di muscoli, che hanno delle correlazioni piuttosto forti tra loro.

Detto semplicemente una contrattura al quadricipite esterno può causare un infiammazione al tendine anteriore della tibia, ma capita anche che il diaframma bloccato causi la pubalgia, o che una contrattura al collo causi l’infiammazione al tendine d’achille.

Evidentemente ci sono dei professionisti che possono dire se queste affermazioni sono vere e controllare caso per caso. Ma quello che io chiedo ad un professionista è che mi metta in contatto con me il più possibile, non che si occupi dei miei muscoli con una sorta di delega in bianco. Sole se un caso è evidentemente estremo, forse ammetterei  “potrebbe essere necessario l’intervento chirurgico”, ma non è certo la prima cosa che voglio sentire. E ci deve mettere le mani, e mi deve chiedere “senti?” ed insistere “ascolta”. Perché non corro per la fretta, non per scappare dalla realtà, non per smettere di sentire. Corro per la calma, per il contatto, per la connessione con me stesso e la mia natura, per ascoltare il mio respiro, il movimento dei muscoli, la leggerezza del tocco del piede, il ritmo dell’andatura, il tutto in sincronia e in sintonia.

I medici sportivi sono per lo più macellai, non per loro scelta. Il massaggio decontratturante non è considerato fisioterapia, ma trattamento estetico. Fortunatamente la ginnastica posturale è considerata terapia, ed è un passo avanti. Ma il problema è che se ne occupa il fisioterapista, non il medico, un medico, a questo punto, cosa è supposto che faccia? Interventi chirurgici e prescrizioni di medicinali? Praticamente non si vede come possa prescrivere una serie di fisioterapia basata su esercizi posturali, se se ne frega della dinamica e degli equilibri muscolari, cioè è come se il meccanico prescrivesse una revisione elettrica del veicolo, casomai questo lo farà l’elettrauto.

Il dolore è un segnale, non è il male. Segnala un tuo errore. Puoi chiedere in giro cosa stai sbagliando, non “correggimelo”, altrimenti dovresti anche dire “corri a posto mio”.

Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

sky_dive_atmoN

Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

“Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.

Gran Fondo dei Sibillini – 7 Luglio 2013 – e fanno 155

7 7 13: tutti numeri primi e questo mi piace.

È la mia prima gran fondo. Chiamiamola anche gara, ma è qualcosa di diverso da quello che mi ero abituato con tri-olimpico e tri-sprint (forse 3 volte è poco per abituarsi …), tant’è che appena finito mi sembra ci sia qualcosa che manca.

È per spiegare come è andata, che scrivo questo, questa è la risposta lunga, la breve è “bene”.

Si parte da Caldarola. Mi dirigono verso il gruppone di fondo, per gli atleti quelli alla meglio, diciamo. Ma nel gruppone sono all’altezza dei 4/5, non proprio alla fine. Un po’ mi agita l’idea, penso che posso andare abbastanza spedito fino a Pian di Pieca e forse anche Sarnano, e che se non faccio in fretta prima finisco le energie non sono a Forca di Presta abbastanza presto e rischio di sfinirmi e finirla in autobus (se passano). L’attesa è così, cerco di stare calmo, di concentrarmi, di tenere i muscoli caldi, mi accorgo che ho sudato e il casco è zuppo, lo tolgo perché c’è tempo di insupparlo per bene e il sudore è troppo fastidioso sugli occhi.

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Si parte, questa volta sì. La prima griglia davanti, a intervalli di 20 secondi circa, la seconda, la terza e infine noi: il gruppone. Siamo veramente molti, è discesa e bisogna usare i freni: è fastidioso. Fino a Belforte si prosegue su andatura 40/50 km/h anche superando i 50, cosa che non è comune per uno scarso come me, anche in discesa difficilmente arrivo a quell’andatura senza sforzo, e in più è solo il contakilometri che me ne fa rendere conto, in realtà, relativamente agli altri ciclisti, sono praticamente fermo. Auto lungo il percorso. Una gran fondo non è una gara con strade chiuse, quindi è del tutto normale che qualcuno esca di casa e distrattamente parta in auto sulla strada percorsa dalla granfondo. Ma è domenica e ne capitano 5 circa, tutte nel senso opposto di marcia, poi alcune altre tra Belforte a Pian di Pieca, tra cui un bilico e un camioncino dei cocomeri.

Col senno di poi, cercare di guadagnare posizioni in questa fase è una perdita di energie fisiche e mentali, nonché di freni, è meglio starsene nel gruppone calmi e risparmiare le forze, cosa che ovviamente non faccio. Alla salita di Camporotondo andiamo più o meno alla stessa andatura. Io mi alzo e cerco di non sforzare troppo i muscoli: ho una specie di paranoia ma piuttosto giustificata per qualche problema ai tendini. Per Pian di Pieca mi alzo 2 km in anticipo, pensando sia finita la salita, e dover rilassare i muscoli, poi risiedo, scopro così, finita la salita, al bivio per Fiastra, che siamo tutti insieme, sia il giro corto che il giro lungo.

Niente gruppo, niente scia, fino all’incrocio e poco più su. Si va a Sarnano, cerco di acchiappare un gruppo, un tipo slim con un’andatura tranquilla e mi metto dietro. Poi qualcuno passa avanti e (voglio fare lo sborone) vado avanti anch’io, ma non becco il gruppo successivo e mi sfiato. Meglio darsi una calmata e trovare pace. Il tipo slim ripassa e in qualche maniera riesco a tener dietro al gruppo di cui fa parte. Concentrazione: le gambe, sentirle andare, fluide, sentire i muscoli, il corpo, il respiro. Effettivamente sarei andato molto meglio non fosse stata la gara, sto pedalando male. Ed è così che ho l’ispirazione per commettere il successivo sbaglio, sento andare le gambe, così, essendo salita poco prima di Sarnano, passo avanti al gruppo, ma, per sentirle andare, vado come un treno e lascio il gruppo dietro, qualcuno dice “oh! do vai?”, ma ho gia staccato di una quarantina di metri, rallento, ma la cazzata è bella e fatta, soldi buttati. Tanto vale farsi la discesa veloce, ma poi arriva la salita … casino, gestione assente.

Non ho mai fatto questa strada, non con la bici. È una sensazione diversa, vallate, curve, l’odore delle piante e i boschi, i suono dell’asfalto che rimbomba nelle camere d’aria delle ruote della bici. La strada è bella, il silenzio, tutti vanno, si sente certo lo sbruffo di chi libera il naso, così sai di non essere solo. Qualcuno passa avanti, qualcuno saluta passando avanti, a volte saluto io. Ad Amandola ci fanno passare dentro, sopra i sanpietrini, e non è bello per la mia bici, c’è anche un po’ di traffico, ci lamentiamo perché nonostante i vigili ci diano la precedenza, le auto fanno quello che vogliono, io sto zitto, forse perché non capita a me.

Durante una discesa vedo qualcuno che mi sorpassa senza pedalare, è tutto basso con la testa quasi a toccare il volante, scorre che è un missile. Lo imito. Gli sto dietro. Così capisco che basta abbassarsi e riposare per fare una discesa. Prendo i 50, li supero e non mi sforzo. Figata! E dopo 4 anni sulle 2 ruote scopro qualcosa che serve veramente! Non è solo andare veloce, ma ho sempre avuto paura della velocità in bici, specialmente in discesa, capisco ora che se sei basso la paura non ti vede, così puoi andare veloce tranquillamente.

Poi Montefortino, e salita fino a Montemonaco. C’è il ristoro, chiedo e se non voglio fermarmi “di qua lo stesso: se non vuoi fermarti continui”. Non è il caso, sono meno di 2 ore e devo essere a Forca di Presta entro 4, casomai mi fermerò là.

Discesa …. iuhuh! … ma c’è un incrocio, poco prima della salita c’è uno stop, mi passa avanti un automobilista probabilmente non ancora sveglio, vede lo stop, mi chiude la strada a destra e frena … freno anch’io. Dico solo (a voce alta) “oooohooho eeehhheh èhhhh” , a la “eh non lo so io? ch’hai da fa mo, tu, c’ancora non te svegli”. Strano, ma l’automobilista mi sente, mi sente lo staff e fanno cenno all’automobilista del tipo “oh èhe, beh oh” (cioè: “non ha mica proprio torto costui che va in bici e al quale tu hai chiuso la strada”), mentre l’automobilista sembra spaesato come a dire “non sapevo ci fosse una gara” (che c’entra? casomai non sapeva bisognasse svegliarsi prima di accendere l’auto …).

Mi passa i 2 che mi stavano dietro facendomi un cenno del tipo “cose ‘e pazzi”, io rido ma sto incazzato, perché io ho frenato, e loro invece via lisci, senza la stretta di culo e senza la quasi incazzatura che fa perdere concentrazione. Mai incazzarsi, e mai pensare di aver ragione o di aver subito un’ingiustizia. O almeno non farlo durante una gara.

Questa cosa è vera in ogni caso, anche nella vita. Anche se qualcuno non ti paga una fattura o se ti tratta male, o qualsiasi cosa. La strategia migliore e considerarlo parte della gara, degli ostacoli che si incontrano, come se fosse una salita. Se sei un ciclista non maledici una salita, l’affronti. Anzi, a volte ringrazi che ci sia la salita, smetti di far girare le gambe, e vai lento, forzi un po’ più sulle gambe e alleggerisci l’appoggio sul perineo, ossigeni l’apparato genitale che non ti sentivi più, cambi andatura. Affronti e ringrazi la salita per il suo esistere. Per quanto ne so, alla stessa maniera andrebbero affrontati gli ostacoli, ringraziandoli per esistere, ringraziandoli per il fatto che il metterti in difficoltà ti danno la possibilità di sperimentare quanto tu riesca a trartene fuori, bisogna avere un obiettivo ben chiaro, e l’ostacolo diventa il condimento del pasto che è il raggiungimento dell’obiettivo (non l’obiettivo: il raggiungimento, il tragitto per arrivarci). Così se il tragitto è senza ostacoli il pasto sarà insipido, e non si avrà nessun piacere dal mangiarne. Infondo odiare gli ostacoli e gli imprevisti è un po’ come odiare il sale, l’aceto, la senape, e via dicendo. È vero, sono sapori forti, ma senza che gusto c’è? Gli omogeneizzati sono per i poppanti.

Un banchetto con l’acqua e i sali. Chiedo “tra quanto il prossimo?”, “6 km. Su, Forca di Presta”. Sto carico, e ci siamo, 11:40, se sono 6km a Forca di Presta dovrei essere in anticipo. Penso. Non ho mai fatto quella salita, ho il vento a favore, ma, cazzo, è veramente tosta!

Forca di Presta, 12:25. Sete: ho finito l’acqua. Cocomero, ho letto 2 giorni prima che c’è molto potassio. Niente sali (non so cosa siano e mi spaventano): errore. Riempio la borraccia dell’acqua e butto mezzo bicchiere in quella di maltodestrine e robaccia varia che avevo trovato nel pacco gara. C’è vento, è fastidioso, provo a fare stretching, le anche stanno bene, i tendini non mi dolgono. Ora a Caldarola, è finita (penso). Mancano solo 78 km, praticamente un’altra metà, sì, discendente, ma non è affatto finita.

Discesa per la piana di Castelluccio, una ragazza dello staff, ferma prima della curva, dice “È pericolosa”. Non sono certo riguardo la vita, ma sicuramente qualche osso rotto me lo salva, stavo scendendo a più di 70km/k e la curva era a 90°. È durante questa discesa che qualcuno si ferma a fare le foto alla fioritura (in ritardo) delle lenticchie, è spettacolare, è vero, ma una discesa così quando mi ricapita? Non importa non avere foto, non importa il fatto che le auto danno fastidio mentre cerci di scendere veloce con la bici, che la gente attraversi la strada senza badare al fatto che tu abbia un numero davanti e, per giunta, non hanno nessuna fretta. Non fa niente. È bellissimo, ed è bello che quella gente ci sia, felice di esserci perché è una festa e lo senti dentro, anche se tu non c’entri niente e stai facendo una gara, vedi gente appratata che se la spassa, tranquilla e da una certa pace tutto questo.

Arrivo sotto Castelluccio. Le gambe hanno girato, non so, non credo di essermi stancato. Ora è salita, tengo la marcia alta, perché devo farle andar piano, poi le sento ristrette, come se fossero sotto vuoto di botto, come se avesse attaccato una pompo a vuoto. I pantaloncini elastici li sento larghi ora, svolazzanti. Crampi. Su tutta la coscia e ginocchio. Sembra assurdo, ma riesco a pedalare concentrandomi e rilassandomi, anzi, uso la pedalata come una specie di stretching per far passare i crampi, dopo metà salita le gambe sono tornate e riempire i pantaloni elastici, qualche muscolo qua e tira, e via. È passata. Sono al centro di Castelluccio e mi tocca sganciare un pedale. Chiedo supplicante al vigile, o l’auto, o chiunque, “mi fate passare, per favore?”. Il tono supplichevole, quasi da bimbo stanco, funziona. Di nuovo discesa. Poi salita, ma sono 3 km, ed il vento è ancora a favore. Passo di nuovo il tipo di Cingoli (o così ha scritto sulla maglia), e sono 4, ha forato, scherza sul fatto che abbiamo fatto sempre così per tutta la gara (ma io non ho mai forato).

Altro rifornimento, perché i sali mi servono. E anche un panino col prosciutto. Rimango ancora con l’idea che sia finita. Riparto che devo andare a pranzo. Discesa fantastica, ma torna la paura, l’asfalto è bruttino, alcune curve a gomito… direi meglio che non la conosco quindi sono troppo prudente, la faccio a 40 di media, circa.

Castelsantangelo sul Nera. Non c’è nessuno, quindi vado da solo, tanto è finita (penso). Cazzata. Per arrivare a Visso non è esattamente tutta discesa, e la spesa c’è.

È il mio cuore che è stanco, mai sotti i 100 bpm per ore, e non ne vuol sapere di tirare. Poco prima della salita per Appennino arriva un gruppo dietro di me, e io dico a quello dietro di me che mi sono stufato, lui mi fa: “è finita”, di nuovo? Passa avanti e mi metto a ruota. Arriva la salita e con essa un certa calma. Ma il gruppo va e rimango un po’ dietro, a 10 all’ora non avere la scia costa poco. Arrivati in cima siamo tutti, e via giù. Ancora paura, la strada non la conosco, questa fa fatta tutta veloce, non si toccano freni, non c’è bisogno. Dovrei almeno fidarmi degli altri e seguire l’andatura, ma non lo faccio. Ma il peggio è che perdo tutto il gruppo che se ne va, e io non ho proprio le forze per riacchiapparlo. Sono al lumicino, a riserva, ed ho 30 km da fare. Solo, e vento contro. Doveva succedere, non posso averlo sempre dietro.

A Polverina mi viene in mente che ho un integratore che potrei prendere per non morire, lo tiro fuori, svito il tappetto, e lo verso quasi tutto per terra, un’altra parte sul volante della bici, così appiccico tutto. Un sorso riesco a berlo, ma era gia consumato e praticamente ne sento solo il sapore (che tra l’altro fa pure schifo).

A Valcimarra mi fanno girare verso il paese, mi fanno le foto, mi chiedono quanti ce ne sono, dico “sono l’ultimo”, “davvero?!?”, “e che ne so io?”.

E fanno 6:53 minuti. Caldarola.

Faccio schifo e neanche la forza per mangiare, ma devo, così lo fo.

Non sono insoddisfatto, anzi tutt’altro. So di non averla affrontata nel migliore dei modi, ma so di averla finita. Ho imparato molte cose. L’adrenalina quella sì, quella è mancata. Abituato al triathlon (abituato è fuori luogo, lo so), pensavo fosse più adrenalinica, mentre è sembrata quasi una scampagnata. Ma non è una cosa negativa, è solamente diversa.

Dolori a tendini e articolazioni nessuno durante la gara. L’ortopedico mi disse che per la bici non ci sono problemi, non da problemi e fa bene alle articolazioni. Ma non correre 2 volte consecutivamente facendo molti kilometri, altrimenti sforzi troppo i tendini che si infiammano. La domenica prima della gran fondo ho fatto 60km di bici e, siccome erano pochi per considerarlo endurance, 10km di corsa a seguire. Il giorno dopo, visto la cena pesante della domenica, 19km di corsa circa, si cui 17 sui 4:50. Non conosco i nomi dei tendini e dei muscoli, ma a livello di anche ho avuto dolori per tutta la settimana, sicché non mi sono allenato a pedalare, tranne il venerdì prima, gli altri giorni solo nuoto. Ma i dolori della settimana prima sono niente rispetto a quelli del dopo gara. Forse gioca molto la preoccupazione, e il fatto di non poter far sport, potrei nuotare, ma niente che coinvolga le gambe. Con le gambe posso (devo) solo far stretching e pochi movimenti. È mercoledì, sono fiducioso.

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After Earth – La paura non esiste se non la crei

Ascolto distrattamente le parole di Vincenzo Mollica riguardo questo film, ma sono affascinato dalla scenografia e dall’ambientazione, e incuriosito, quindi vado al cinema, e, vedendolo in programmazione, decido che dovrò vederlo.

AfterHearth

Succede. Mollica ha parlato di rapporto difficile col padre troppo distaccato e il percorso del figlio. Prima di tutto a me non piace questa idea che un padre debba corrispondere all’idea di padre tipica di qualsiasi film Disney o smielata di Hollywood, o di qualunque filmetto di serie B, C, Z, che sia americano, francese, tedesco o italiano.

Basta, un uomo è prima di tutto un uomo, può avere un figlio, ma non annulla la sua umanità per conformarsi all’idea di “padre socialmente accettabile”. Deve educare suo figlio, farlo crescere e lasciarlo scegliere, ma non raccontargli panzane, difenderlo, proteggerlo o farlo sentire amato (o non farlo sentire rifiutato). E parte del film gira attorno questo concetto. Il figlio si sente rifiutato, il problema non è, ovviamente, del padre. Il padre si limita a seguire “il protocollo”, non c’è niente che possa fare al di fuori delle regole per far superare questo momento al proprio figlio. Distaccato non lo è proprio, anzi, si direbbe l’esatto contrario.

Poi c’è il figlio, Jaden Smith (veramente il figlio! che caduta di stile… :), la sua storia, e la paura. La paura, un tema antico, ma un film così mancava. Si può discutere sulla scenografica, forse, sulla forzatura di far evolvere delle nuove speci di animali nel giro di mille anni. Ma si sà, è cinema, finzione. Paura e insicurezza, a volte sfociano in rabbia e disobbedienza, ma sempre nei limiti. Da parte del figlio c’è un ottimo rapporto col padre, che rispetta e ammira. Non buono con se stesso, che non perdona ancora del tutto, pensa di non essere stato all’altezza in passato, di non esserlo ora, ma nega tutto questo, che continua a credere solo lui. Ancora paura, di non essere accettato. Chiede aiuto al padre, che non può far altro che guidarlo. C’è un parallelo tra l’avventura sulla terra alla ricerca del faro segnalatore, e l’avventura del figlio in se stesso, alla ricerca del se. Entrambi i tragitti sono guidati dal padre, che non può fare il lavoro del figlio, nessuno dei due lavori che gli compete.

Porta a termine i due lavori. Nessun colpo di scena. Niente di spettacolare. Intendo, sì, spettacolare nel senso di navi stellari, grafica e via dicendo. Ma niente al di fuori di ciò che sia naturale aspettarsi. Ma un profondo percorso dentro se stessi.

Io personalmente mi sono sentito coinvolto nella ricerca delle mie paure. Uno stupido muscolo del quadricipide che continua ad essere contratto, la paura che la gamba mi si stacchi, l’idea di affogare, il non farcela, rimanere senza soldi, non avere lavoro, non essere amato, essere disprezzato, essere solo … mai che sia: morire.

Se morissi ora, quale sarebbe il problema?

(immagine presa dalla pagina google plus: https://plus.google.com/u/0/+AfterEarth/posts )

Olympic Triathlon. Vieste e Gargano. L’orecchiette, il metano, l’autostrada e Tolentino.

Vieste - Faro

È finita. Gironzolo. Sono soddisfatto. Cazzo è finita, l’ho finito! in 2:34, forse quasi 2:35, ma vabbé, meno di 2:48 estrapolate di SBdT. Pezzi di banana, chiedo se posso prenderne, il viso di chi annuisce è un po’ contrariato, c’è gente che deve arrivare e probabilmente ha consumato di più, non prendere l’integratore è stata una mia scelta, ma al momento non ricordo neanche di averlo nel body, sopra il sedere, così ogni tanto mi ripresento e chiedo un pezzo di banana, e una bottiglietta d’acqua.

Tra l’altro vado nel bar della spiaggia e trovo qualche atleta a fare la doccia, io faccio schifo, come gli altri del resto, così la trovo una buona idea, non tiro giù il body, e non avrei niente per cambiarmi, ma l’acqua fredda è spettacolare, e sto veramente fuso. Tolgo i calzini e li intreccio tra i lacci delle scarpe. Lavo via la sabbia e rimetto le scarpe. Fresco come una rosa. Ora dovrei mangiare qualcosa: i pezzi di banana di cui sopra con inclusi sguardi di rimprovero :), ma ho deciso di non badare a cosa pensano gli altri, è una delle considerazioni sulla mia guerra e tutto il resto che accade.

La frazione ciclistica è conclusa da tutti, quindi zona cambio diciamo che si può entrare, chiedo se è custodita, sì, ma senza garanzie, converso un po’, arriviamo alla conclusione che sia meglio portarmi via tutto prendere bici e borsa, arrivare all’auto, tornare in zona, parcheggiare e trovarmi per il pasta party (orecchietta party).

Così faccio, arrivo in albergo. Uso sempre la strada sbagliata lungo mare, ma questa volta è l’occasione per fare una foto al faro, risalendo per poco non cado dalla bici perché sono consumato e poco lucido. Arrivo in albergo, chiedo se mi può aprire il cancello del parcheggio, “certamente. Come è andata?”, faccio su “abbastanza bene” in modo soddisfatto, no, dovevo dire è andata benissimo, e sono molto soddisfatto, penso che poi gli parlerò prima di partire. Metto su la bici, traffico con vestiti, casco, scarpe, calzini, e tutto. Fortunatamente la polo di Cingolani Triathlon è abbastanza lunga e riesco a tirar via il body e infilare il costume ormai asciutto della sera prima: ho voglia di fare un bagno prima di partire. È quasi l’una, vado che ho fame, esco con l’auto dal parchetto e non ho proprio modo di parlare col gestore dell’albergo. Questa volta faccio la strada giusta, e dopo 2 o 300 metri sono sul lungomare Mattei. Parcheggio e, ciabatte ai piedi, arrivo alla pizzeria Paradisea. Menù “atletico”, mezza mela o mezza banana (mah … perché mezza?!?), birra, bruschetta con pomodori, un piatto di orecchiette. Ad occhio sono metà delle calorie consumate in gara. Così appena buttato giù tutto in ordine sparso (tipo una forchettata di orecchiette ed un morso alla mezza mela …), finisco la birra e sento uno stimolo intestinale (è vivo). Mi fa piacere e vorrei esprimermi in tal senso, trovo un bagno (al solito stabilimento), mi ci chiudo, ma sono semplici espressioni sonore con niente di sostanzioso a seguito. Il che è anche normale. Ma allora faccio il bagno. Sta volta appoggio i panni su di un paletto di plastica che divide 2 spiagge, e mi butto. Più o meno come la sera prima. Piacevole. Ma oggi la vista è luminosa, fantastica. Esco, anche perché si dice che fare il bagno dopo mangiato blocchi la digestione, che probabilmente non è ancora iniziata. Giretto e altre foto lungo la spiaggia, doccia, prendo un caffé, vado verso la macchina, e sul marciapiedi rimetto la maglia: dicono che sia immorale girare a torso nudo per strada se non è molto vicino alla spiaggia e possono farti la multa per immoralezza, così non rischio. Alla macchina mi trovo con il costume bagnato e su la polo, che è rimasta sufficientemente lunga, quindi tolgo via il costume e metto le mutande, in piedi, vicino l’auto. Penso che questo non sia immorale perché essere asciutti mentre si guida è di buon auspicio. 14.47 e parto.

Rifornimento metano. Ma è domenica. Chiuso. Dopo il primo immagino lo sia qualsiasi altro in zona. Tiro diritto per Termoli.

Il ritorno è più veloce, vado di fretta. Ho chiamato a casa e deciso di non rimanere perché, infondo, stare a Vieste per fare un giro nel parco con la bici è da fuori di testa. Chiedo al navigatore, ma ha una voce così secca e fa talmente tanti errori di pronuncia che decido di seguire i cartelli stradali con scritto Foggia o (in verde) Pescara-Bari. È la stessa strada all’inverso. E di nuovo foresta umbra. Silenzio. Inspirare, respirare. Ascolto. L’occhio è così incasinato che non sa dove posare lo sguardo, tant’è la bellezza attorno. Finisce che, un po’ affascinato dal quello che è di fronte, l’occhio si perde la vista della vallata sulla sinistra, e di nuovo la collina boscosa. E poi Peschici. Questa volta non c’è la vista spettacolare che m’ha colto di sorpresa all’arrivo. Invece mi ritrovo a sfiorarla nella rotonda. Fuori dalla foresta Umbra, strada dritta verso Lesina. Sempre paesaggio irreali e carichi di colore. Ancora lago di Varano. Questa volta è salita e il motore sforza un po’. Ma tengo una buona media. Strada veloce, leggo Termoli 6 quando sono vicino a lesina, ma parla del casello autostradale, dal quale nel mancano 36. Sono ancora a metano, poco dopo entrato in autostrada passa a benzina. 30km e sono a Termoli, questa volta arrivo subito al distributore, che, non capisco per quale motivo, mette dentro 10 euro di metano, quando da secco ce ne andrebbero 12 credo. Ma va bene. Decido di arrivare a Porto Sant’Elpidio senza fermata a Pineto. E così tiro fino a che posso, quando mi rendo conto che i riflessi non ci sono molto mi fermo, per un gelato e una bottiglia d’acqua. Di nuovo leggermente frizzante. L’acqua che ho preso dal rubinetto dell’hotel non ho un sapore molto invitante. Esco dall’autogril e rientro perché il bagno è all’interno. Calma, concentrazione, e calma. Parto per PSE. Ancora a metano, esco dal casello e sono ancora a metano, il distributore dovrei cercarlo (penso), ma invece è lì a portata di vista, solo che é chiuso. Spengo l’auto affranto. No, a fianco. Che potrebbe essere un errore. In effetti riparte a benzina. Altro distributore, chiuso, altro, chiuso. Ok, vada per i 40km per casa.

Smonto giù tutto, tiro giù la bici, vedo che ho rotto il reggi guaina per il freno, non so come riattaccarlo, penso attack. Spero venga un bel lavoro, è così bella con tutti i colori … ma ci penserò. Cena. Certo, la cena, ma prima un’ordinata a tutto quello che ho portato e riassetto della panda (su i sedili, su il pianale sotto il lunotto). Bici da passeggio e via per la cena. Ricca, molta roba, e dicono che il pranzo era ancora più ricco (ma mentono sicuramente). Fagiolini con le patate sono uno dei miei piatti preferiti, uno dei motivi per cui è bello che esista l’estate.

Mah … così e cosà, una birra dopo cena, e su e giù, e torno a casa. La domenica è finita.

E ci penso giusto il pomeriggio del lunedì, appena pranzo, lungo sul letto: il cuore non mi duole. Anzi è accelerato, sono sui 62, ma sto molto bene. Il pieno di carboidraiti, proteine paesaggi e buona compagnia l’ha rimesso in sesto. E la guerra … la guerra, beh…

Il fatto è che vivi e nessuno ti dice quale direzione prendere, non hai l’organizzazione che ti prepara la zona cambio, ti dice quali sono le regole, ti danno delle penalità se sbagli, fanno i briefing prima di partire, fanno la spunta per validare la partenza. Niente. Non sai perché tutti vanno e pensi che abbiano una qualche ragione, una qualche istruzione da seguire, credi che loro sì che hanno certezze, loro sanno cosa vogliono fare, e quindi sicuramente sbagliano. Non è così ovvio che sono insucuri, almeno quanto te, che prendo la strada che hanno preso perché suppongano sia giusta, ma non hanno affatto la certezza, che alcune sere, soli, non è che non passino dei brutti momenti come li passi tu, non è che siano così sicuri e forti come li immagini. E non capisci, non capisci gli altri, che il loro offrire aiuto non è saccenza ma, piuttosto, mutuo soccorso.

Così scegli di essere contro. Contro è un ottima direzione. Contro non hai dubbi. Contro non hai responsabilità, né personalità o ego da giustificare. Contro è semplice perché non è una tua scelta alla quale sei tenuto a rispondere, è la scelta degli altri, l’opposto, ma è comunque una decisione altrui. Sei innocente e puro. Così continui a combattere. Hai la sensazione che non ci sia nessun nemico. Mulini a vento. Però è così comodo farlo. Arrivi ad una certa età e rimpiangi i tempi passati, non solo per quello che non hai fatto, ma per la guerra, la guerra era facile, ed era essere giovane. E vorresti tener viva la guerra. Attaccare e distruggere i giganti… forse … ora che sei grande, sei lucido, potresti farlo … mulini a vento … e mah … mulini a vento.

Dalla guerra nessuno esce vincitore. L’unica strategia per vincere una guerra e smettere di combatterla. Ma la sensazione è ancora piuttosto strana ed esotica. Devo farci l’abitudine.