Il bordo della paura

Questa mattina sembra non voler far giorno, e comunque tutto è nebbioso come in un viaggio nella propria intimità più profonda.

Tengo il fanale della bici accesa mentre percorro la discesa d’asfalto bagnato interrotta da troppi semafori.
Bisogna stare calmi, e di certo questa mattina non ho nulla di faticoso da fare, per quello mi deve riuscir facile.

Non so se sia giusto, non credo che i tedeschi siano simpatici per questo, ma di certo capisco perché la Germania sia la locomotiva d’Europa. Lo capisco dal traffico ordinato ma incessante, spedito, ma non caotico. Laboriosi.

Sono le curve quello che mi interessa, è l’affrontare una curva nel modo ottimale che è sempre stato il mio lato debole, se si tratta di una curva in discesa l’ho sempre sbagliata quando andavo in moto.

Ora in bici, quando tutte le curve veloci sono in discesa, la cosa diventa preoccupante.

Ma stamattina ascolto. Ascolto le mie emozioni prima di affrontare una curva e durante, la strada è bagnata, da questo dovrei pensare che sia più difficile andar veloce in curva, ed è vero. Così so che devo controllarmi.
Ma con calma, altrimenti perderei il controllo. E quindi ascolto la sensazione, il panico che sale nel momento in cui nasce la convinzione di aver sbagliato la curva (la convinzione o la paura?), la blocco, me ne distacco e semplicemente piego leggermente di più. Ma la lascio lì, ascolto l’emozione, la lascio andare: non aveva
ragione, almeno non questa volta.

La cosa interessante è il bordo, cioè quando la paura entra in azione, è quasi una scoperta, è forse per via dell’età e del rincoglionimento che ho la sensazione che tutto vada a rilento, e in questo caso la cosa la trovo molto utile. La paura arriva tutta assieme e prende il controllo, questo è quello che succede il più delle volte,
ma stamattina no. Stamani arriva bussa forte e sembra convincente, ma io sono quasi distratto, non ci bado, oppure sono più interessato alla curiosità del cosa accadrebbe se io piegassi di più la bici, o semplicemente tenessi la traiettoria, spostando il peso sulla ruota posteriore, ed escludessi categoricamente l’idea di rallentare (che vorrebbe dire toccare i freni).

Ecco. 10 km più avanti vado per terra perché un passaggio a livello con delle rotaie in oblicuo rispetto alla direzione di marcia della strada fanno scivolare la ruota posteriore per non so quale principio. Di questo non ho esperienza, vado semplicemente lungo, e qui la paura non si presenta affatto. Neanche gli viene in mente di arrivare più tardi,
chesso, quando sono lungo per terra, o quando mi rialzo e sposto la bici fuori dalla careggiata. Nulla.

La paura ha bisogno di essere installata attraverso una esperienza negativa o attraverso una convinzione, a quel punto essa si presenta nell’esatta occasione in cui deve presentarsi, nella occasione per la quale è stata progettata per agire.

Sì, ora è giorno, ma come luce non è cambiato poi molto dalle 7 e mezzo, la prossima volta parto direttamente di notte, tanto è uguale.