Elbaman 2018: idillio e tragedia

Notte.
Dimentica.

Non mi rendo conto di cosa sto per fare. Lo dico il giorno prima, me lo ripeto al mattino, incasinato con la preparazione delle sacche.

Sacca bici: scarpe, calzini, antivento, body (non ho la salopette per la bici), panini nell’antivento, ok, devo prenderli dal frigo … casino … asciugamani (nuoterò con il costume, è previsto freddo: il meteo non sa come aumentare i click ed esagera qualsiasi cosa), fascia cardio.

Sacca corsa: scarpe, calzini leggeri, un gel.

Sacche consegnate ad Alessandro che va in auto e le lascerà in zona cambio.

Qual è il casino? non lo so. Devo andare.

Colazione fatta, in bagno tutto ok, anche troppo. Questa volta ho deciso di non mangiare fino a che non sarò fuori dall’acqua.

E allora bella passeggiata fino alla zona cambio. Chiedo la sacca che ha portato Alessandro prima, ma non si trova. Boh, giro l’isolato per entrare in zona cambio e mettere la borraccia con un po’ di zuccchero sulla bici. Altro? chiedo la sacca, deve esserci una barretta alle noccioline che vorrei direttamente qui … chiedo di poter andare a cercare la borsa, mi risponde la ragazza che deve fare l’antipatica e non far passare nessuno, aspetto un po’ ma alla fine la trovano.

Tutto ok, resta solo di togliere la tuta e indossare la muta. (odio assonanze, rime e rimbalzi, dovrebbero essere vietati)

Lascio lo zaino col mio numero attaccato al deposito, e vado verso la spiaggia, o meglio verso un cespuglio. Ok, ma ho ancora le infradito ai piedi, ed ho un po’ di fretta, torno al deposito, e poi in spiaggia. Mancano 6 minuti.

Ancora non mi rendo conto. La cuffia in testa ora, tiro su la muta, infilo le braccia.

Multisport. Il garmin è pronto, io non lo so.

Sono alla fila per la spunta ed ora tiro su gli occhialini dal collo, per poggiarli sopra la fronte che è coperta dalla cuffia.

È l’alba e mancano 4 minuti.

Non agitato, ancora non mi rendo conto. 4-3-2-1 VIA!

…che entusiasmo … non ho ancora messo gli occhialini sugli occhi, ci vuole poco, poi start del garmin (sto rubando qualche secondo).

Sono quasi tutti in acqua ed io cerco di posizionarmi al centro, si nuota per un po’, poi il fondale è troppo basso e si ricomincia a camminare.

Con calma, ce n’è di strada da fare. Ok, si parte, un po’ di ressa, qualcuno invece di fare la bracciata sull’acqua la fa sopra la mia spalla. Tutto qui. Niente cazzotti, niente schiaffi, niente calci.

Il chiarore del mattino e della sabbia del fondale di Marina di Campo mi fa vedere dove sono gli altri, non ho bisogno nemmeno di tirar fuori la testa, né tantomeno di guardare le boe. Il mare è solo leggermente mosso, e qui all’Elba è il solito spettacolo.

Sono al centro e la scia mi tira fino alla prima boa, perdo terreno (acqua?), sono indietro, ma raggiungo la zona dove c’è vegetazione nel fondo, qua si vedono stelle marine e l’ancoraggio della boa rossa attorno la quale bisogna girare, e anche la boa, da sotto. Tutti ordinati si gira, e di nuovo senza schiaffi.

In questa zona il fondale è più scuro per via della vegetazione, ma il chiarore del giorno sta salendo in fretta e non c’è problema. La seconda boa arriva presto, e presto arrivano le donne che sono partite poco più tardi. Alla terza boa ho vicino Sergiopher, lo vedo che con un braccio e mezzo va quanto me. Usciamo insieme al primo giro, guardo il garmin, 38 minuti, ma manaca ancora qualche bracciata, forse esco a 40 e per me è un traguardo. Dice Sergio “c’è un po’ di corrente”. Io: “abbiamo preso una bella scia, ora tocca farsela da soli”.

Invece neppure il secondo giro è stato troppo tribolato. Questa volta c’era più luce e nella zona con più vegetazione si vedevano i pesci scuri su sfondo scuro, facevano uno strano effetto, sulle prime quasi una interferenza visiva, poi, quando l’occhio ha accettato l’idea che potessere esistere tutto ciò fuori dai documentari, la sensazione è stata quella di nuotare in un acquario.

Lasciata la seconda boa, al secondo giro, il fondale schiarisce e allora lo vedo riflesso sulla superfice dell’acqua, da sotto. Come nei documentari, o come in piscina, ma in piscina non c’è il fondale dell’Elba.

Siamo in pochi ma ce la faremo. Esco. 1h23’xx” ottimo per me! (perché xx? devo aggiungere quelli che ho fregato prima).

Non mi rendo conto ancora. Tiro giù la muta e passo sotto le docce, mi fermo qualche secondo.

Corro al tendone in zona cambio: ho da fare. Tiro giù la muta, tiro via il costume. Nudo come un cane, bagnato, e col pelo bagnato. L’asciugamani in microfibra fa quello che può, poco in realtà. Infilo il body, non scorre, ma ce la faccio. Anche le braccia. Ok. E l’antivento con i panini dentro … e la fascia cardio? Cazzo. Slaccio l’antivento e faccio scorrere giù la zip del body. Con un contorcimento assurdo che mi costa un paio di minuti riesco ad infilarci la fascia cardio e controllare che sia in piano. Non potrei fare le salite senza la certezza di non sforare.

Riordinare infilando tutto nella sacca. E probabilmente qui ho perso il costume, che non ho poi chiesto agli oggetti smarriti.

Arrivo alla bici, infilo il casco e gli occhiali, e metto il garmin sulle appendici, al rovescio, ricomincio, si appannano gli occhiali … perdo altri 2 minuti forse.

Chiedo se posso andare di là, e il giudice “certo”, ed io mi dico “e muoviti”.

La salita per Sant’Ilario non è dura, la vista è stupenda verso la baia di Marina di Campo, per chi fa il mezzo si perde sempre questa vista, da sotto la spiaggia e Marina di Campo stessa sembra un posto popolare/commerciale, ma vedendola da S.Ilario si capisce che è uno spettacolo unico, specialmente al primo giro quando il sole è ancora basso e si specchia sul mare.

Un falso piano in discesa dall’incrocio per S.Piero a S.Ilario, curve non difficili, forse un po’ stretto, ma asfalto accettabile e assolutamente pulita. Al primo rifornimento salto: ho dato un morso al panino con scamorsa e subito ho avuto la sensazione di rigetto, la borraccia da 700ml con lo zucchero è piuttosto piena e devo fare salite, è ancora fresco e non avrò sete, solo mal di stomaco.

Il falsopiano questa volta è iniziale ed in salita, vado un po’ fuori soglia: non devo farmi prendere dalla fretta, non deve succedere al primo giro. Tiro la discesa finché ho pochi ciclisti dietro che salgono. Arriva la salita. Ho deciso di mangiare le barrette alla mela, un morso alla volta, poi un sorso d’acqua, anche col mal di stomaco, ma riesco. Prima salita facile è andata, tiro anche la discesa, poi altra salita. Rifornimento. Ora si va per Marciana.

Le salite le faccio con calma, non sono il mio pasto, ma cerco comunque di tenere un ritmo rispettabile, di non addormentarmici.

Ci sono i compagni del mezzo che hanno fretta, in salita. Poi in discesa vanno più calmi. Se vai fuori soglia in salita l’ossigenazione si abbassa e non hai la concentrazione giusta per affrontare la discesa e le curve. Io invece faccio un’ottima discesa dove l’asfalto è pessimo, la prima curva difficile sotta Marciana la prendo in modo assurdo, stringendola troppo presto in frenata, scappa leggermente ruota posteriore e vado di controsterzo in mezzo agli altri ciclisti, ma comunque superandoli. Non sento nessun lamento, non devo essere stato di troppo disturbo.

Non la farò più così velocemente, si arriva a Marina, ed ora è tutta da tirarsi per un passista. Poi Procchio, e di nuovo discesa verso la partenza e giro di boa.

Il secondo giro è ancora studiato. Sono riuscito a mangiare, sempre col mal di stomaco, ma dal punto di vista energetico sono ok. Di nuovo non esagerare e bere il giusto. A Marciana questa volta prendo un gel all’ananas, strano, ma sembra che mi metta a posto lo stomaco.

Al terzo giro sono cerebralmente devastato. Troppa bellezza attorno, troppo caldo con l’antivento, e troppe salite, ma la spunto. Durante la discesa tra Marciana e Marina questa volta dormo, mi riacchiappano in due, e ci sta, anche se poi c’è troppa trippa per passisti ed ho da guadagnare un po’ di minuti.

Ora via tutto di nuovo in zona cambio. Non so perché ci metto così tanto. Devo solo infilare mutande, pantaloni e maglia. E compressor ai polpacci, ecco perché ci metto tanto. Tutto nella sacca. All’uscita chiedo “posso correre?”, e faccio per andare, mi dice “no, di là”, “non si corre qui?”, “ah, scusa, pensavo dovessi andare ai bagni”. Nel dubbio, non chiedere.

E siamo al riscatto, certo con un polpaccio che fa gli scherzi, ma comunque con la voglia di correre tutta la maratona.

Non guardo frequenza cardiaca, non guardo il passo, non guardo il garmin, penso solo a correre con calma. La sensazione è buona e vado avanti, senza gel, per i primi 10 km. La volta scorsa, a Francoforte, ho preso 2 gel prima di partire e non è andata un granché, questa volta ho preferito partire con l’idea e la sensazione di non avere energie, così, ho pensato, non mi viene in mente di sprecarle.

Scarpa slacciata. Prima di 2km, forse ho fatto a posta a legarla male così avrei avuto la scusa per fermarmi.

Al decimo butto giù un po’ di gel e bevo l’acqua al ristoro dove camminicchio, e poi vado in bagno. Solo urina, ma ho comunque il culo che brucia per via delle cozze del giorno prima, era meglio non scorreggiare.

Poi non ricordo tutto. Il mio gel al limone l’ho finito, alla soglia dei 21km ho pensato che non avrei potuto reggere questo ritmo, comunque avevo bisogno di zucchero, prima di andare in ipoglicemia, prendo un gel all’ananas, ma questa volta ha l’effetto contrario, e il mal di stomaco torna, e l’unica cosa che posso fare e cercare di sobbalzare il meno possibile, cioè camminare, e un po’ d’acqua, ma senza esagerare.

Si faceva sera, e buio, iniziava anche a rinfrescare, il calore del pubblico iniziava a diminuire, ho iniziato a sentire dolori al torace bagnato dalla maglia sudata, fortunatamente avevano le noci ai ristori, che non facevano bene al mio stomaco, ma i dolori al torace sono passati.

Non mi sono annoiato molto in realtà, a ristori sono stati tutti molto affabili, simpatici e ci incoraggiavano, anche il pubblico c’è stato sempre fino a sera e sempre a tifare chiamandoti per nome.

All’arrivo volevo arrivarci correndo, ma non vomitando, così ho camminato un po’, fino al ponticello lungo la spiaggia, poi la lieve discesa mi ha spinto a correre, e così ho fatto fino al traguardo. C’era Cambio arrivato da 10 minuti quasi, che per tutto il tempo mi diceva “spicciati, mi riacchiappi! ti sto aspettando”.

Ci sono emozioni che durano un attimo, altre che durano una giornata intera. E non è una medaglia o una maglia finisher che ti porti a casa, ma è qualcosa che non dimentichi più.

Sulla nave c’era troppo bella lei, che ho incontrato sulle scale, il sabato, e non avevo capito. L’ho incontrata lunedì, al mattino, e non avevo capito. E ora avrei capito. “Ciao” Ma perché? Gli inglesi usano la parola “dumb” per dire muto, ma anche stupido. Perché sono così stupido?

Avrei potuto piacergli? Perché non ho detto altro? Non posso saperlo. E neppure tornare indietro. Ha letto il mio numero gara, 153, ma io non so niente, non posso neppure cercarla.

Tutto il tempo del ritorno in auto mi sono chiesto perché non ho coraggio, o forse perché penso sempre di non essere abbastanza per qualunque sia troppo bella. È sempre troppo per me. Perché mi vedo così cesso o così inadeguato?

Per tutto ieri scrivo cose orribili. E non riesco a concentrarmi. Mi sveglio oggi alle 3 e scrivo questo.

Mi dico che non posso massacrare il mio orgoglio per sentirmi ancora inadeguato, ancora la prossima volta, se mai ci sarà. Devo decidere che non mi piaceva, o che non fosse abbastanza, o che forse era antipatica. Forse posso decidere che ho sbagliato, sono inciampato, è partito lo start, sono andato in terra, ho battuto il naso, ho perso i sensi e non ho corso la gara. La vita è assurda, forse non quanto me, ma potrebbe esserlo.

Va decisamente meglio raccontarsela così: ho avuto un calo di zuccheri, mi sono sentito male e mi si è bloccata la mascella, stavo per avere un ascesso e sono dovuto scappare in auto a prendere il colluttorio.

Elbaman 2018: idillio e tragedia.

Ora dimentico.

Cosa è stato Elbaman per me

Ok. Non ho mai disputato l’Elbaman, solo Elbaman73, ma fa lo stesso.

Nel 2013 avevo l’iscrizione a Cingolani Triathlon per la prima volta, una squadra di triathlon, la mia prima squadra sportiva a dire il vero. Le mie prime gare:

12 km di corsa: Tolentino
21 km Civitanova marche
Olimpico: San Benedetto del Tronto
Sprint: Porto Sant’Elpidio.
Granfondo dei Sibillini.

e poi Elbaman73. Avevo deciso di fare un mezzo, nonostante tutto. La bici non era un problema, facevo un centinaio di km ad allenamento nei fine settimana, e la GF sibillini l’avevo finita. Così pensavo.

Ero disadattato e spaventato da tutto, uscito da poco da problemi emotivi-affettivi-mentali, porcherie varie.

Ero ancora in auto il sabato, e Carassai mi chiama per dirmi di trovare un impermeabile o qualcosa da mettere perché stava arrivando il mal tempo, ed era importante mi coprissi. Avevo un antivento da corsa, veniva dal pacco gara alla GF Sibillini, nero.

Avevo un Garmin Forerunner 110, non impermeabile, alla consegna della bici lo metto dentro il nylon del chip, facendo un buco per far passare il cinturino, e poi sul manubrio della mia Colango C40 del ’98.

Una bici scarsina, un gps a spendere poco, abbigliamento più o meno tecnico, la panda presa in prestito da mamma.

Hotel Thomas, a 700mt dalla zona cambio.

Sono le 7:40 ed è nuvoloso, lo sapevo in anticipo. Il mare era alto, ma a me non ha mai fatto troppo paura il mare.

Evito la calca, col mare grosso finisco sopra agli altri, oppure sono gli altri che mi finiscono sopra. Allargo un po’.
Non vedo l’ultima boa e sto per andare verso il porto. Per fortuna dalle barche mi danno indicazioni.

Esco dopo 51 minuti, e penso di aver sconfitto il drago.

Salgo in bici ed è veramente dura. La salita forse non molto, ma sulle discese sono piuttosto scarso, e con la strada bagnata faccio pure peggio.

Sono a metà del secondo giro quando la pioggia inizia a venir giù forte. Ero senza occhiali, non sopportavo il sudore in faccia, e sudavo troppo. Ma sugli occhi faceva male. Ho pensato non sarei neanche sceso dall’auto per fare mezzo metro se non stessi facendo una gara. No, mi sarei cagato sotto a stare in un’auto in realtà. Ma era sulla mia bici, e sì, usavo le palpebre come tergicristallo, ma funzionavano.

Era ormai discesa, al secondo giro sapevo che ormai era vicina la della frazione. La pioggia continuava, poco meno forte, ma dalla collina scendava fango, ciuffi d’erba, di tutto. Mi ricordo che è passato un SUV, mi ha lavato, cioè infangato. Ma la cosa è durata pochissimo, con tutta la pioggia i mie occhi erano puliti di nuovo. Poi arrivano altri concorrenti, dietro di me. Mi dicono “ehi! sei marchigiano te, giusto?!? anche noi, dai che se hai finito questa è fatta!”. È dura pedalare in discesa, tenere i 30 è quasi un impresa, ma è possibile.

È possibile! è possibile pedalare con tutta quell’acqua! è possibile andare con una bici da corsa immersa nel fango! è possibile persino che sia io quello che lo sta facendo! E per me questo è tutto.

Arrivo alla T2. Tiro via il garmin dalla bici e poi dal nylon. Ho 1h42′ di personale alla mezza di Civitanova, e correre non è certo facile dopo 1100mt di dislivello. I primi sono già arrivati da un po’, hanno corso sotto il diluvio, a Marina di Campo ci sono pozze d’acqua che si stanno asciugando ora. Finisco i 3 giri dopo quasi 2 ore.

Piango. Rido. Oppure piango. Non so cosa dovrei fare di preciso. È tanto. È cambiato tanto.

Qualsiasi cosa sia successo la settimana scorsa voglio scordarlo. Ringrazio Elbaman, l’isola, i volontari e tutti quelli che mi hanno permesso di vivere quello che ho vissuto nel 2013.

Possono anche non accettare più la mia iscrizione in futuro, ma quello che mi è stato regalato non posso ridarlo indietro.

È qualcosa che porterò con me.

Il fatto è che per quanto tu creda fortemente e follemente in qualcosa, succede che finisce. Fallisce, si rompe, non va avanti. Per un qualsiasi motivo. Resta solo di prenderne atto e guardare avanti, credere in qualcos’altro e ripartire. Fa male, certo, ma è così che si va avanti. Alcune cose si perdono, ma infondo ci si porta tutto dentro.

Forse quello del 2017 è stato solo un sogno sbagliato. Meglio pensarla così.

Tanta mattina a tutti! E niente bici

E niente.
Buongiorno.
Dovevo pedalare 180km, ma stamattina ancora ho il mal di gola di ierisera.
E 36.7°C sotto l’ascella. Il fatto è che in genere sto sotto i 35.6.
Mi alzo e mangio. Pizza, due uova sode con un po’ di formaggio, un paio di
bicchieri di vino. La gola non da più fastidio e mi sento meglio.
Ma ho i muscoli scarichi e mi sento sbattuto. Vado a dormire.
Chiudo gli occhi e rivedo i vicoli di Campo dell’Elba illuminati dal sole,
la gente attorno che partecipa e ti incoraggia, i ragazzi che ti corrono dietro per passarti un bicchiere d’acqua.
Riapro gli occhi e mi sento ancora sbattuto. Non ne vale la pena, non posso rischiare di doverci rinunciare.
Quella dell’Elbaman è una gara dura, in Italia non ha confronti. E scegliere Elbaman come primo ironman è un po’ rischioso. Ma quasi sicuro che, sceso dalla bici, posso finire la maratona, in qualche maniera, anche senza energie.
Giovedì scorso, alle 5e30 di sera, sono andato al mare in bici, forse era un po’ fresco.
Capita.
C’è un bel sole. Lo trovo crudele.