Sono il figlio del Re. Fanculo.

Che diritto hai tu di vivere qui e per quale merito?

Ho diritto perché ci sono nato, e il merito nessuno.

Esistono diritti di nascita, facciamo finta che non sia vero solo per vivere nelle favole, ma esistono.

Ed esistono soprattutto nelle favole, per dirla tutta, ma questa è un’altra storia.

Quello che hai, la storia attorno, le condizioni della tua città, i rapporti, le conoscenze, l’idea che hai dei tuoi diritti, il tuo modo di comportarti, come saluti, quando ritieni di poterti arrabbiare, tutto. Tutto questo fa parte della tua cultura, fa parte di ciò che è cresciuto con le generazioni precedenti, ed esistono diverse culture.

Esistono diversi modi di regolare i rapporti umani, e diversi usi e costumi. Non sono tutti compatibili.

Se sono migliori o sono peggiori è spesso difficile da dirsi. Ma evidentemente esistono.

Non si possono tagliare fuori questi argomenti dalle discussioni e pensare che si vive comunque.

I vecchi modi di dire erano “se c’è spazio per 10 c’è spazio anche per 11, e se ce n’è per 11, ce n’è anche per 12”, ma davano per assunto che chi arrivava non veniva dall’altra parte del pianeta con i suoi usi e le sue esigenze.

Qui c’è spazio per tutti, ma il “qui” è un concetto molto ampio.

Non c’è bisogno di azzuffarsi per entrare in questo Paese e voler stare tutti qui, un pezzettino di marciapiede ad ognuno, oppure in UK che sia.

Per quale motivo i sogni sono omologati?

Perché si è di un Paese povero, e si sogna la vita agiata dall’altra parte? Omettendo ovviamente tutte le contingenze e le regole che sarebbe necessario rispettare. Nei sogni, sì nei sogni.

Finiamo sempre col pensare che chi è povero è un incapace, limitato, che ha bisogno di aiuto, e se qualcuno mette in discussione questa cosa allora è razzista. E perché non dovrebbe essere il contrario? Perché il razzista non dovrebbe essere quello che assume, presume (cioè ha dei pregiudizi) riguardo alle ridotte capacità degli immigrati?

E quando hai capacità pari a quelle degli altri, puoi certo essere in uno stato di necessità e chiedere aiuto, ma non certo identificarti in un gruppo di persone che hanno bisogno di aiuti, una cultura a parte, che ha bisogno di essere integrata.

Se è questo che pensi, c’è posto per tutti, ma da un’altra parte.

Si è liberi di viaggiare, e questa libertà è sacrosanta. Se non ti trovi bene nella tua situazione, nella tua cultura, vattene.

Se la gente che ti circonda non ti somiglia, se credi che si può vivere meglio altrove, fallo.

Ma fallo rispettando le regole. Riusciresti, con le capacità, ad ottenere un buon lavoro in un qualsiasi Paese, più o meno sviluppato. Con le capacità. E se non le hai c’è poco da fare: non è il mondo ad essere sbagliato, ma tu a non saperti adattare.

D’altra parte quale è la proposta, quella oltre la protesta? In realtà non esiste, ma supponiamo esista, si parlerebbe di “dare la possibilità a tutti di essere nati qui”, e come si potrebbe fare?

Immaginiamo un mondo dove un ragazzo di 13 anni ha consapevolezza del posto disgraziato dove è nato e non accetti questo fatto. Gli dobbiamo dare la possibilità di essere nato da un’altra parte, da un’altra donna. E così si trasferisce a casa di Joseph e Annie, una coppia olandese che ha un solo figlio, ma potrebbe benissimo averne due, per quanto se ne può sapere, come sarebbe andata se ne fosse arrivato un altro? Eggià. È così, è un diritto del resto.

Ovviamente ci sono cose che naturalmente accadono e non esistono normative affinché queste non accadano. Non sono né giuste né sbagliate. Se le vogliamo chiamare sfortuna o fortuna facciamolo. Ma cosa cambia?

Ed è come nell’introdurre una novità in un software. Se provi a non accettare l’esistente e pretendere che tutto sia rinnovato di colpo, il software muore, la clientela se ne va, e nessuno finanzia il cambiamento. L’esistente va accettato.

Si può poi tracciare una strada per il cambiamento, e percorrerla.

Altro che gridare “razzisti”. Facile. Oppure dire “invasione”. Altrettanto facile. Invece decidere quale è la direzione, e giorno per giorno percorrerla, senza lode e senza infamia, senza essere eroi ma lavorando a piccoli passi, di questo non si è capaci più. In un’epoca in cui basta un click, ed ora un tap, perché dovremmo fare piccoli passi, controllare e aspettare, e riconoscere d’esserci sbagliati, … e tutto, insomma?

No, molto più facile urlare frasi fatte. O sei con me, o sei contro. O con Salvini, o con il medico squattrinato che salva il mondo.

Mai un ragionamento, mai una riflessione fuori dalla viuzza stretta dell’idiozia su binario unico (e un treno contro l’altro).

Ditemi che differenza passa tra il rifiutare la realtà puntando il dito verso un fumoso “sistema”, e il girarsi dall’altra parte e fare finta di niente.

Di quanto siete sicuri che i vostri sogni non siano gli stessi di chi non si unisce al coro da tifoseria?

“””
…e scrive sui muri NOI SIAMO TUTTI UGUALI ma prega nel buio “La sorte del più debole non tocchi mai a me”
“””
cit. L’uomo sogna di volare. Negrita.

 

quanto costa un immigrato ripresa: pere – mele = albicocche

Suppongo che sia lecito pensare che chi mente sia in cattiva fede. Non lo è?

http://www.thepostinternazionale.it/mondo/italia/quanto-costano-davvero-gli-immigrati

È stato specificato anche davvero. Ecco perché sono pere – mele.

Ci sono 2 definizioni di immigrati.

  1. Immigrato che arriva e ha bisogno di assistenza
  2. Immigrato che non è mai stato integrato e produce

Chi non è stato mai integrato e produce, lo fa dopo un tempo in cui è assistito, è una spesa, poi diventa praticamente parte del sistema nazionale, anche non essendo riconosciuto, e quindi produce.

Mentre chi arriva spende e basta.

Valutare il ROI su chi arriva è una supposizione, non una certezza. La certezza è la spesa. E la spesa è di 12 miliardi.

I 16 miliardi di cui si parla sono stati scorporati dal sistema Italia arbitrariamente, e semplicemente per coprire il fatto che in Italia non esiste integrazione, o quanto meno non funziona. Perché considerare un extracomunitario che lavora qui da più di 10 anni “immigrato”? Eventualmente esso ha figli, che non sono cittadini italiani fino al 18-esimo anno, ma hanno diritti, però diritti di serie B.

La malafede qui è doppia. Da una parte si cerca di mettere sotto il tappeto la mala gestione dell’accoglienza dicendo che infondo si spende meno di quello che ci si ricava (ma quando mai???), dando spazio a Mafia Capitale, e altro, che evidentemente non ha importanza, visto che i numeri vengono mescolati e rigirati alla bisogna. D’altro lato, o forse dallo stesso, si decanta la bellezza dell’integrazione e dell’accoglienza, che è semplicemente un inferno per chi arriva in Italia e lavora da anni in questo Paese, che non gli riconosce diritti, che viene trattato come un diverso per anni, anche chi nasce in questo Paese si trova ad essere un bimbo, e poi un giovane, di serie B. Cioè la frase “quanto rendono gli immigrati” nasconde i pregiudizi etnici di cui si accusa chi vorrebbe semplicemente essere obiettivo.

Ecco pensarla a questa maniera è un po’ come la pensavano negli States del sud 200 anni fa: quanto rendono gli schiavi VS quanto costa il viaggio di una nave negriera.

Del resto il parallelo è anche sensato considerando quanti morti ci sono e quanto gli scafisti siano spalleggiati e aiutati dalle istituzioni.

È chiaramente un paradosso, non voglio dipingere la realtà come non dovrebbe essere, e come non è, ma infondo ho solo estremizzato un pensiero latente.