Senza Nome

La mamma. Il babbo.
Pensa.
Avevo 8 anni e chiedevo di avere l’MSX perché quello sì che si programma, che c’è il basic, che si fanno i programmi …
“hai il videogiochi dei tuoi fratelli, quello va bene”
Non si programma.
“Ma come, vedi che va bene”.

Avevo 15 anni, e allora sì che potevo usare il pc, di mio fratello, perché dovevo fare i programmi del laboratorio di informatica.

Mio fratello studiava ad Ancona, così io potevo stare scrivere programmi davanti al computer. Ero silenzioso. Mi è capitato di passare la notte a programmare e il giorno dopo a fare un compito in classe a scuola. Sarebbe andato bene, se non avessi stampato il listato del programma nei fogli del cedua (centro elaborazioni dati università di Ancona). Il codice era mio, ma tanto bastava ad essere un imbroglione agli occhi del professore.

Ma no, se è per dirla tutta non era quello il problema, cari genitori.

All’università frequentai il primo anno, concluso con 3 esami sostenuti su 5 con media 28. Era luglio, torno a casa.

Avrei sì voluto preparare gli esami mancanti. Come del resto mio fratello prima di me aveva studiato per i 5 anni senza dover lavorare. Invece io no, dovevo aiutare per i lavori al negozio di mamma.

Ecco, un indizio: questo è uno dei problemi.

Sono depresso, mi sento incompreso, poco accettato, e per nulla preso in considerazione. Mi ubriaco, prendo l’auto e vengo fermato, poi picchiato da un carabignere (e sì che si scrive così). Ma si sa come vanno queste cose, eccetera. Ecco. Non era il “carabignere” il problema.

Nonostante tutto, fatta la domanda, a novembre mi viene assegnata la borsa di studio. “A Pisa devono essere proprio buoni”: le parole di babbo.

Le telefonate, di mamma che si lamenta che non telefono e perché. Che poi non faccio esami, che non studio, eccetera.

No. Non studio. Perché studiare non va bene. Non basta. E alla fine è solo che “a Pisa sono proprio buoni”.

Non è questione di alcool o ashish. Siete voi, cari il babbo e la mamma, il problema.

Non mi faccio avanti con le ragazze, con la ragazza, ce ne era una. Ma mi sento sbagliato, non va bene. Non posso piacergli, sento forte la contraddizione. Mi blocca.

No. Non è paura. Sarebbe facile. Provo di tutto. Cado in motorino. Paura, ok, ma mi rialzo e vado.

Cosa ho di sbagliato? Cosa?

Non valgo niente.

Qualsiasi cosa io sappia fare col computer è talmente astratta che non ha senso.

I voti e la borsa di studio non valgono niente.

Più avanti penso che sarei stato indemoniato, sarebbe stata una spiegazione efficace, semplice.

Per il babbo e la mamma, per la famiglia, ero esaurito per lo studio.

No. Diciamola tutta. Non studiavo perché ero esaurito dalla lagna che mi toccava ascoltare secondo la quale io sarei stato insensibile e menefreghista.

Sì, forse un po’ depresso e demotivato. Come qualcuno che si rende conto che ciò che sa fare e fa non serva a nulla.

E perso. Sì, perso come qualcuno che nel fare quello che fa riceve complimenti da chi gli sta intorno, ma da parte della famiglia continua ad essere un buono a nulla. E poi “gli altri si prendono gioco di te”, oppure “gli altri di fregano”.

Io sono così. Senza Nome.

Senza genitori che abbiano una minima idea di chi io sia.

A 25 anni il mio primo ricovero in psichiatria. Dopo quasi un mese esco. Parlando con mio padre, tra i vari discorsi che aveva sentito da me, mi chiede se fosse vero che non ero mai stato con una donna. Rispondo di sì. “Ma come si fa? come è possibile?”. Il babbo, si è sposato all’età di 29 anni. Non aveva mai scopato prima.

Sei un coglione. Caro il babbo.

E io dovrei riconoscere di essere tuo figlio.

Anzi, dovresti riconoscerlo tu, che il frutto non è poi caduto così lontano.

È la vigilia della festa della mamma. Fammene dire alcune.

La mamma. Hai rotto il cazzo. Cara la mamma. Lagna e lamenti, per cosa? Cosa cazzo ti ho fatto io? Dovrei dimostrare che ti voglio bene perché mi fai i complimenti per i mediocri risultati sportivi? Sport che faccio come svago, sport iniziato principalmente per starmene per i fatti miei, tra l’altro.

Per i fatti miei, intendo senza avervi tra i coglioni: la mamma, il babbo, i fratelli, eccetera.

Non voglio avere tra i miei punti di riferimento qualcuno che non capisce un cazzo ed ha una qualche influenza emotiva nei miei confronti.

Pretendo forse di avere dei genitori perfetti? No, anzi, pretendo che riconoscano quanto siano stati coglioni.

E gli alibi. Certo, ne sto cercando io, ora. Ma cosa è la vostra pretesa di pensare che tenendomi a casa sarebbe stato un bene per me? Alibi. “abbiamo fatto il possibile”.

No. Siete ciechi e non avete voglia di vedere.

Siete ignoranti e pretendente che la vostra condizione sia applicabile a tutti gli altri.

Non faccio nulla stando seduto davanti al pc, vero?

Ok. Guardate la tv, ascoltate la radio, guidate l’auto, comprate cibo confezionato. E pensate che chiunque sia l’artefice di tutto questo progresso faccia esattamente le vostre stronzate?

È pretendere la perfezione? No. La consapevolezza.

Mi è stato chiesto, sì: “ma tu sei consapevole?”

Da una donna che mi ha conosciuto tramite facebook e pretendeva di essersi innamorata di me da ciò che scrivevo.

Chiaro sì, certo sono consapevole.

Ma di cosa? Perché colleziono un fallimento dietro l’altro? perché preferisco essere perdente piuttosto che vincere? Perché non trovo passioni? Perché mi attacco al giudizio degli altri? Perché non cambio lavoro quando potrei guadagnare 70mila euro al posto di guadagnarne poco più di 30mila?

Quali sono i miei valori? Nessuno. Dovrei amare me stesso in modo viscerale. E questo che cerco di tenere a mente. Ogni attimo.

Amare me stesso. È l’unica salvezza. Imparerà poi, forse, almeno una ad amare me. E non sarà mia madre, quella che ama quel me che io nemmeno conosco, che non capisco.

Mi sento onestamente trasparente agli occhi dei miei “cari”, e anche a quelli di mia madre. Purtroppo.

Senza nome. Senza identità. Senza anima.

Cosa vuoi che sia?

È solo un’altro sabato del cazzo.

Avrei bisogno di ubriacarmi.

Ma non ho amici con cui farlo.

Se non altro ora, oggi, un po’ più consapevole lo sono. Cercherò di badare a quanto impegno metto nel fallire. Cambio strada.

Un giorno smetterò di odiarvi.

Nel frattempo non scassate il cazzo.