Narrazione

(La chiamano story telling?)

Correvo un giorno su di una strada attorno ad un campo non coltivato, un posto quasi esotico… l’ho sognato od è successo veramente?

Frankfurt am Main vista da Friedberg Landstraße

Nel dormiveglia di un sabato mattino non capisco perché mi fosse venuto in mente quel ricordo. Quel ricordo era del venerdì, sì esattamente del giorno prima. Con questo caldo riuscire a dormire per più di 2 ore consecutive è un impresa, realtà e fantasia si confondono. Conta poco che sia a Francoforte con 20 gradi la notte, è caldo comunque.

E sì, non era un sogno, Hundplatz vicino Preugenheim, o come si chiama la zona confinante, penso sia un’area per lo sgambamento dei cani, da cui il nome. Francoforte, una città così provincialmente cosmopolita, uno skyline da città d’oltreoceano e frazioni e campi, e orticelli, e parchi ovunque. È facile trovare la propria dimensione, ed è tutto così vero.

Ho sottoscritto da qualche settimana l’abbonamento per Internazionale, il settimanale che raccoglie articoli da tutto il mondo. Quello che apprezzo di più di questo settimanale è la narrazione. La scelta è ampia e c’è da fare i complimenti ai redattori/traduttori per l’ottima cernita, bellissimi articoli, scritti da eccelsi giornalisti di tutto il mondo. La narrativa, appunto, il modo col quale con poche battute riescano a presentare una storia lunga, che magari trova le radici nella storia di un Paese, radici anche lontane.

La apprezzo, la narrazione, in questo momento in modo particolare. Quel sabato, in dormiveglia, seguiva un venerdì sera passato in Opernplaz, all’ombra dei grattaceli del centro e di fronte al teatro dell’opera di Francoforte. (considerato che fa notte alle 10 di sera, “ombra dei grattaceli” non è solo un modo di dire).

Tornavamo da una visita ad un supermercato per prendere un paio di bottiglie d’acqua, stavo piuttosto bene ora che la sete era placata, camminiamo verso la festa, le bancarelle, il cibo, l’apfelwein. Ed ecco avanti a noi, sì, voglio una ragazza come quella. Anzi, voglio quella. Bionda, vestita di bianco, tubino e minigonna, alta, forse un po’ troppo magra, ma bella. Sembra quasi ascoltare i miei pensieri. Hot. Quello che provo è ok. La sorpasso, giro un po’, lascio che mi sorpassi. I nostri sguardi si incontrano e non c’è niente che non vada. Devo fare il primo passo, lei mi tiene d’occhio, è come se me lo stesse chiedendo.

Non lo farò. So già che è così. Lascio che scompaia tra la folla. Forse ancora mi cerca. C’è qualcosa che non va.

Non è solo paura di sbagliare, è come se avessi la consapevolezza di essere predisposto a sbagliare, a dire la cosa sbagliata, a buttare tutto all’aria. Non ho problemi con i fallimenti, posso accettarli. Il problema ce l’ho con me stesso. Cosa mi mette a disagio in qualsiasi situazione mi trovi in mezzo alla gente? Qualsiasi situazione.

Finisco per parlare col mio collega di questa cosa, e mi chiede se quando faccio le gare sono o no a disagio in mezzo a tutta quella gente. Sì, sono a disagio anche lì, solo che c’è la competizione e la cosa è differente, riesco ad ignorare il disagio.

E allora? Quando sono a mio agio? Mai.

La cosa è sempre più forte quando mi capita di incontrare una donna che mi piace, all’inizio è desiderio, se la cosa è forte è facile entrare subito in contatto intimo, e sentirsi vicini, voler essere migliori, l’uno per l’altra, e cercare di essere la cosa più piacevole, o almeno desiderare che ci sia un’intesa buona, dolce, e subito. Ma chi è lei? Posso chiederglielo. Chi sono io?

Sì, ecco, perché non dovrei essere all’altezza? perché non dovrei essere desiderabile? perché non dovrei essere abbastanza per lei? Perché non dovrei essere nulla? Sono nulla? Chi sono?

Abituato ad ascoltare e stare zitto, abituato a fare battute e mai parlare seriamente di ciò conosco, abituato ad avere dei riferimenti sentimentali troppo demotivanti (i genitori, soprattutto), sono niente. Oppure un buono a nulla. È l’unica cosa che posso dedurre.

Sono qui per lavorare. E no, non porto a tavola in un ristorante in periferia facendo i conti con i risparmi per poter tornare ogni tanto in Italia. Ecco no. Potrei trovare il mio lavoro anche oltreoceano, o in Inghilterra, avrei un buono stipendio, ma non mi sono mai deciso a cambiare.

Scrivo software. La cosa è iniziata nell’agosto del 2008. Mi chiama un vecchio amico dei tempi dell’università per chiedermi se posso fare qualche lavoro piccolo su un software tedesco che fa ricerche da prodotti e transazioni di vendita di ecommerce. Non ci capisco niente, l’interfaccia fa schifo, ma quello nel 2008 potrebbe essere ok, il problema è il tedesco. Boh.

La cosa va avanti per un po’, in effetti va avanti fino ad oggi. Conosco più o meno tutto il codice del back office dei clienti e amministrazione per il supporto tecnico. Il core business di Starsellersworld è il posizionamento dei prodotti sulle piattaforme di vendita, l’analisi dei prezzi, e l’ottimizzazione dei guadagni. Queste cose sono gestite dal team sviluppo di Stoccarda. Ci sono stati tempi migliori, e anche tempi peggiori. Da allora l’interfaccia è stata completamente riscritta. Siamo lontanti dall’essere competitivi dal punto di vista delle interazioni, ma ci stiamo lavorando. Anche il marketing zoppica un po’, sembra che nessuno conosca il servizio, e a ben vedere è difficile trovare nel mercato qualcuno che sia un vero nostro concorrente. Dovremmo fare soldi a palate, ma in questo periodo non sta succedendo. Ci stiamo lavorando. Ci sto lavorando. Mi rendo conto di essere rimasto piuttosto solo. Il collega col quale parlavo sabato sta cambiando lavoro e non ci sarà più a Francoforte.

In queste settimana a Francoforte abbiamo implementato l’interfaccia per acquistare le etichette di spedizione presso DHL, tramite la loro API. Era qualcosa rimasto incompleto. Stiamo cercando di finalizzare. È necessario e salutare. Per me e il collega, che abbiamo scritto il software, per i clienti che possono avere il servizio, per la ditta che può applicare un fee sull’uso del servizio. Sono state tre settimane intense e faticose. Davvero.

Ad Opernplatz è arrivato un amico di Gunter, il mio collega, e io ho approfittato per starmene sulle mie e ragionare su tutto questo. Me ne sto sulle mie tanto che Gunter mi chiede se anche a me mi va di andarmene (esso dice che lì le ragazze sono troppo snob e finte, non è come Friedbergerplatz). Sì, andiamocene, continuo riflettere sul letto prima di dormire. Forse questa cosa è servita, forse più di un probabile 2 di picche.
E dunque chi sono? Sono un uomo.