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  • Ah, pensavo fosse oggi

    Settimana passata all’insegna della dimenticanza.

    Triathlon, Lago di Vico, e Viterbo

    Sabato 20 Giugno. Arrivato al Lago di Vico sono un po’ confuso sulla partenza, fermo un paio di ragazzi che non sanno niente della gara. In effetti dalla strada il lago si intravede appena, e se c’é una gara dovrebbe vederlo solo chi la fa. Scendo in uno chalet a chiedere, e mi dicono che “più o meno dovrebbe essere più in giù”.

    Insomma, per approssimazioni successive, ci arrivo, e mi fermo in un parcheggio polveroso e assurdamente in pendenza.

    Vicino al punto di partenza della frazione nuoto c’è un ristorante pizzeria e gli chiedo spaghetti olio limone e formaggio, che fanno alla perfezione. Strano, il limone capiscono di grattare la scorza sopra, e io intendevo il succo, comunque sono buoni, e sanno anche di limone (quindi il succo c’è).

    Tutto questo perchè, tra la fretta e tutto non avevo capito quando fosse la partenza, credevo alle 13. Era alle 15.

    Riesco a farmi una nuotata pure dopo aver preparato la zona cambio, ed è tutto molto rilassante.

    La sabbia, nera, è bollente sotto i piedi, io ho la cavigliera, dalla zona cambio all’acqua c’é, per fortuna, i tappeto.

    La partenza è un po’ strana, ci dicono di tornare vicino alle bici, ed io mi adatto. Una passeggiata di dolore per via della caviglia. Poi di nuovo vicino al lago, e partenza, 10 minuti dietro le donne. 2 giri. Il primo stanco, il secondo lo stesso. Riesco a fare un paio di accelerazioni cambiando ritmo di respirazione e frequenza di bracciata. È soprattutto una questione di testa, il nuoto per me è un po’ così, dovrei allenarmi di più.

    La bici, si fa su 4 giri, dicono che è salita, ma io sono arrivato in auto, salite assurde non ce ne sono. Il fatto è che la sella della mia bici continua a scivolare e ad abbassarsi ad ogni buca, mi ritrovo a pedalare col culo a terra … Tutto questo dopo essere uscito dall’acqua, aver zoppicato fino alla zona cambio, messo le scarpe da bici e fatto la salita mooolto lentamente, poi salito su.

    Il primo giro becco il gruppetto dei primi e mi metto in scia, ma purtroppo la posizione in bici non mi aiuta e non riesco a tenergli dietro. Arrivo al giro di boa e capisco di cosa si parla quando raccontano della salita. La discesa è davvero tranquilla e non si raggiungono neanche i 60, e sono uno di quelli che scorre di più.

    Il secondo giro lo trovo più affrontabile. Il terzo una sofferenza. Il quarto ok, ormai è finita. Ma mi ritrovo attorno sempre gli stessi: non ho guadagnato niente dalla frazione.

    Si va a posare la bici. Questa volta mi tolgo le scarpe, la discesa è peggio per la mia caviglia.

    Riesco a fare tutta la corsa, “di corsa”, a parte qualche camminata, sono 3 giri, e la pendenza si fa sentire, ma sto ben messo come postura, stare dritto e muovere le gambe veloci è l’unica ricetta. Anche se poi tanto veloce non sono, però almeno non cado.

    I primi 2 giri sono dubbioso sull’arrivare alla fine. Il terzo giro cerco di dare il massimo ed aumentare la frequenza, di corsa, e di respirazione. Sì, fa un caldo assurdo, ma è tutto ombreggiato da piante, anche se l’acqua dei ristori è praticamente buona per cuocere la pasta.

    Finisco la gara in 2h57′, che onestamente per un Olimpico è un tempo di merda, ma lo trovo buono, per la mia condizione, sia di peso, sia di caviglia, sia di livello di nuoto.

    Alla fine c’è anche il pasta party, ormai sono le 6 di pomeriggio, le 7? Più o meno quella è l’ora delle premiazioni. Faccio un ultimo bagno nel lago, poi mi cambio. Mangio 2 o 3 piatti pasta da persona pulita, e forse qualche mela. Me ne vado che stanno ancora premiando gente.

    Esco dal parcheggio assurdo e polveroso e riprendo la strada, stessa direzione che avevo quando sono arrivato, cioè proseguo. Arrivo ad un bivio con di fronte un bel bar bianco e arioso, uno di quei bar chic che servono cose frik, che non si capisce una cipp.

    Ma ho sete, ed mi prendo una birra, anzi 2. Prima una Ceres, poi una Peroni. Da 33cl. Ci mangio patatine e noccioline. Uso il bagno per lavare i denti con lo spazzolino e il dentifricio del pacco gara.

    Arrivo a Viterbo, non so per quale ragione, è ancora giorno e lo trovo un posto strano. Ho voglia di mangiare una pizza, e trovo una pizzeria recensita in modo contraddittorio. Prendo una pizza condita con una cosa assurda, dicono “Philadelphia”, una specie di crema dentifricia dal sapore languido e vomitevole. Il resto del condimento è molto buono, mi basta scansare quella porcheria.

    Nel frattempo che aspetto la pizza trovo un hotel, un B&B sul “ponte del paradosso”, non ho idea di cosa sia, ma non costa molto e riuscire a prenotare alle 9 di sera per la nottata stessa è assurdo, neanche fossimo a San Francisco, dove basta che bussi e chiedi “there’s a free room?” e ti rispondo “no”, o “yes”, ma alla fine dormi.

    Trovo il posto dove si trova il B&B, e finisco vicino a ZTL, e cose simili. Lascio l’auto in mezzo ad un vicolo senza uscita, e contatto l’host. Mi risponde infastidito, non sapeva niente. Poi trova la prenotazione ed è un po’ stupito (e te credo), ma visto che ho già pagato mi accorda di stare. Apre da remoto e sono i casa. Un B&B su 2 piani, molto figo, con doccia massaggiante, e tutti i confort. Poco da mangiare. Non mi piace non avere compagnia, ma non posso farci molto stasera.

    Domenica 21. Al mattino penso di dover mangiare, dalle spiegazioni che mi ha dato l’host ho capito una beata m… niente. Quindi faccio una passeggiata, così la caviglia è felice. scendo sul torrente sotto, dove c’è un mulino per un frantoio, e risalgo in una zona semi abbandonata, poi ancora, arrivo in una piazzetta e mi fermo a mangiare in un bar.

    Passeggio un altro po’, trovo un’altra piazzetta. “Viterbo sotterranea” dice l’insegna di un locale. Mi avvicino, e mi invitano ad entrare, mi spiegano che fanno un tour, per i cuniculi di Viterbo. Gli Etruschi, quando fondavano una città, la prima cosa che facevano era preoccuparsi dell’acqua. Così costruivano una rete di irrigazione sotterranea … questi ed altri misteri.

    Comunque il tour partiva alle 10, ed io volevo fare un massaggio. Avevo chiesto poco dopo colazione riguardo “le terme dei Papi”, e così provo a raggiungere il posto. Dopo aver fatto rifornimento in un supermercato: frutta, yogurt, acqua. Perché la colazione era sono cosmesi :).

    Per le terme che posto solo il pomeriggio. Provo altri, da google maps. Non ho fortuna, o forse scelgo il canale poco adatto. Va bene anche una che mi coccoli, la compagnia che cercavo per la sera prima, fa anche massaggi …

    PHP, Docker, Nginx, Harbor, e composer

    Prosegue lo sviluppo presso Starsellersworld. Lavoro sul servizio che richiede l’auth per gli utenti in Otto, tramite OAuth. Praticamente riuso 4 righe del POC che mi è stato passato. Ha impiegato 1 ora e mezzo per spiegarmi quali fossero i meccanismi di OAuth, che è uno standard, illustrandomeli come se fosse una cosa contorta …

    Ecco, i protocolli sono così, c’è poco da meravigliarsi: ogni singolo passo ha una sua giustificazione dal punto di vista della garanzia di autenticità degli attori in gioco. Nel caso di OAuth gli attori in gioco sono 3. Va da se che ognuno di questi 3 attori deve avere dei meccanismi per assicurarsi che gli altri 2 siano effettivamente chi dicono di essere. La soluzione viene da se, ed è standardizzata perché non ci sono alternative più veloci.

    Ciò che invece è arbitrario è il modo di fare il deploy, e quanti componenti ci sono da parte dell’integrator, che sarebbe starsellersworld. Nel nostro caso devo mettere in mezzo un frontend, e farlo dialogare col backend, e tutto questo all’interno di OAuth. Anche sul deploy si potrebbe avere idee diverse, ma in generale è meglio avere una app immutabile e versionata, che include sia nginx, sia la app php.

    Queste ed altre mansioni che devo svolgere per lavoro, e durante i meeting giornalieri mi limito a dire che ci sto lavorando.

    Ma ho piacere di usare Harbor per controllare i layer delle image, poi composer per la distro php, e docker-composer per lo sviluppo e test locale.

    La Fiera di Bologna, l’autostrada, ed E.L.I.S.A.

    Alla fiera We Make Future di Bologna sono stato il primo e l’ultimo giorno.

    Il mercoledì 24 sono partito in auto alle 8 di mattino per arrivare alle 11, pagare 24 euro di parcheggio, poi andarmene giusto in tempo per arrivare al Wallstreet institute a fare l’incontro su vacanze e posti strani. Ho mangiato piuttosto male durante la giornata, ma sono andato comunque a fare 35 km di bici. Per questo ho saltato il Tango, anche se poi non sono troppo sicuro che avrei trovato qualcuno.

    Alla fiera incontro Fabio Carucci col suo Dokumenta.it, dice che ha uno stand, siamo fuori, al caldo infuocato, e sta cercando di ordinare qualcosa da mangiare. Dico che “sicuramente domani sto con più calma”, ma il mio domani capita essere giovedì, il giorno che poi ho saltato.

    In effetti la notte dormo poco e male, così il giovedì mattino parto in bici alle 4:50, arrivo a Numana e vedo il Sole enorme sparpagliare le sue fiamme sul mare piatto vicino al porticciolo, in lontananza. Prendo la solita salita per Sirolo e poi su Conero e Portonovo. Questa mattina recupero il giro tagliato il giorno prima e arrivo a 65 km. Convinto di poter passare 2 giorni a Bologna tranquillo, in realtà controllo il calendario e vedo che ho la valutazione posturale alle 7 di sera.

    Il venerdì 26 invece credevo di potermela cavare con calma. Faccio solo una passeggiata al mattino. Non ho molto voglia di affrontare un viaggio di 3 ore per stare lì altre 3 e poi tornare …

    Apro l’app di WMF e vedo una notifica, capisco che posso provare a contattare qualcuno, ma chi?

    Le posturali e la caviglia

    Il giovedì mi accorgo di avere questo appuntamento per l’analisi posturale: come sto messo, letteralmente.

    4 foto, passaggio al computer, documento di analisi posturale in pdf, e poi stampato su carta.

    Il documento ha anche gli esercizi, che devo fare per allentare la tensione al collo.

    Quindi non era solo la caviglia, sto proprio tutto piegato.

    Questi esercizi mi scombussolano più di altre cose, ho proprio altre percezioni.

    Inizio a ripeterli continuamente, ho altre sensazioni e mi piace, mi sento diverso, forse più presente.

    Di certo una componente è il dover prestare attenzione alla posizione del mio stesso corpo: devo dare più importanza alla senso della propriocezione.

    Respiro anche in maniera differente, più di petto, ed è allo stesso tempo stressante, e rilassante.

    Ho come compenso per la visita un cuscino cilindrico, che messo sotto al collo rilassa la cervicale. Dovrebbe.

    La dieta incasinata e la frutta

    Fa troppo caldo in questo periodo, e preferisco non mangiare affatto. Il giovedì mattino, parto alle 4:50 di mattino per un giro in bici e praticamente non ho fatto colazione, forse una banana, qualche albicocca, Psyllogel, e amminoacidi. E finisco il giro di quasi 3 ore, che ho appena iniziato una barretta energetica.

    Amminoacidi e frutta, e naturalmente acqua è la dieta. Ho praticamente eliminato le proteine. Anche se poi alla fiera di Bologna vado a panini con hamburger, e anche negli autogrill cerco prosciutto e cose simili. Il salmone affumicato con un po’ di limone è praticamente il mio unico pasto, spesso la sera.

    Mangio qualcosa come 1 kg di frutta al giorno, quindi ok.

    Per qualche motivo riesco a sopportare il caldo meglio di quanto mi aspettassi.

    Torre di Palme, il vino raccontato male, e il Tango Stanco

    Il venerdì da Bologna scrivo “ma l’evento di Tango a Torre di Palme è per stasera alle 7?”. E no. Era per il sabato alle 7. A Bologna sono stato fino a tardi, ma a fare cosa poi?

    Il sabato sono stanco, ma riattivo l’assicurazione della moto perché dicono che è difficile trovare parcheggio. La caviglia sta un po’ meglio grazie agli esercizi di postura. Certo la moto scalda vicino alla caviglia, dove ho la cicatrice con l’aderenza.

    Trovo un parcheggio di fortuna. Arrivo e scopro che è un festival del vino e delle cantine. Dicono festa di San Giovanni, o qualcosa del genere. C’è una biglietteria all’ingresso del paese suggestivo e panoramico, che conoscevo già per via di una ricarica borraccia mentre stavo facendo un lungo pianeggiante in Aprile, in visto di un olimpico che non ho potuto più fare.

    Prima giro un po’ a caso, ignorando del tutto la biglietteria, poi torno alla biglietteria convinto che il tango fosse andato e finito.

    Ed è alla biglietteria che mi danno indicazioni e trovo la location.

    Arrivo al tango avendo i biglietti per bere. Ho mangiato poco e male, e sono di umore pessimo. La Fiera è andato più o meno boh.

    Riesco a ballare con Stefania, ed è veramente figa stasera, ma è così fredda che sembra quasi un segnaposto. O forse io stesso sono poco concentrato e non so neppure che passi voglio fare, e ne sbaglio uno dietro l’altro. Ho appena bevuto un calice e sono infastidito.

    Mi allontano e sono triste. E guardo il mare. Da qui si vede il litorale illuminato, fino a Civitanova. È un posto eccezionale per essere tristi.

    Poi risalgo, mi faccio un giro.

    Arrivo ad un banchetto, dove vendono anche l’acqua, e questa è ora una buona idea.

    Per qualche motivo ho voglia di andare al banchetto vicino l’entrata, dove c’è molta fila. In fila chiedo “perché tutta questa fila proprio qui”, “perché è il primo”, ok. Arrivo e mi chiedono se voglio un vino “leggero”, “frizzante”, o “aromatico”. Gli chiedo che razza di descrizioni sarebbero? O meglio, “che vitigno?”.

    E dire che il lunedì ho ballato con Marisa e non era per niente male, visto il video ho pensato che stavamo bene assieme. Ma era prima delle posturali. Ora non so, forse le posturali hanno cancellato il tango.

    Non ho più voglia di scrivere

    Insomma, sarebbe stato un articolo migliore, ma non sono riuscito a scriverlo in un’ora ed è piuttosto scadente.

  • Vecchia storia: Perché?

    Davvero non importa.

    Perché ho smesso di fumare nel 2009? Ero stufo di “distrarmi un attimo”, da cosa? Da quello che amavo fare: scrivere software.

    Ora la situazione è piuttosto confusa, ci sono tool e cose, tutti che parlano parlano, di tool e di cose.

    Cosa ho amato fare? Sport.

    5 allenamenti di cui una gara: un trail piuttosto breve, con una discesa tecnica fatta in una situazione da esaurito, non avevo la testa per finirla bene. Dal dodicesimo km in poi, cuore, polmoni, muscoli e cervello iniziano a lasciare, proprio quando servono di più.

    E la prima parte di gara è stata anche più opaca: la salita è dura con 10kg sovrappeso.

    Ma sta bene così. Mi godo il panorama del trail di Tallacano, faccio un tempo accettabile di 2h21′, un piatto di pasta (party) ed una birra. Rutti ed allegria.

    Fare sport fa stare in salute? No. Stare in salute serve per fare sport.

    Le ragioni del sì

    Voglio scrivere qualcosa di politica, ma non di politica. Di dialettica.

    Ascolto un dibattito alla TV, le ragioni del sì della riforma della magistratura. Non ne so niente, ma mi stupisce la scarsa qualità delle argomentazioni:

    vota sì perché è un percorso iniziato dai padri costituenti che volevano superare il fascismo. Infatti nel ’99 “tizio, che di certo non è di destra, anzi è di sinistra”, ha introdotto una modifica in questa direzione, ed questa riforma va nella stessa direzione

    Ora, io sono piuttosto ignorante su “Tizio” e sulle questioni tecniche, ma quello che trovo assurdo è l’argomento dialettico, proprio nelle fondamenta.

    Nel 1948, quando la costituzione è stata approvata, hanno partecipato alla stesura tutte le anime politiche, ma non la direzione dittatoriale. L’ordinamento statale è stato concepito secondo i principi della suddivisione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Il problema durante la dittatura era stato quello di aver assoggettato la magistratura al potere esecutivo, per far fuori dissidenti politici.

    Dal quel gruppo di gente, non certo infanti, cioè non nati dopo la fine della guerra, ma laureati ed informati, e che avevano vissuto il periodo fascista, non penso di dovermi aspettare tanta ingenuità da non essere capaci di redarre un apparato legislativo che mettesse in sicurezza il sistema da questo tipo di pericolo, che era il più sentito: il pericolo della dittatura e della restrinsione delle libertà.

    Il problema dell’Italia fascista non è quello di aver perso la guerra, è quello di essere stata fascista, di aver creduto che solo dietro un capo si possa dimostrare di aver valore. In parte è vero, ma c’è da capire dietro quale capo.

    Questo capo valorizza o svalorizza le individualità?

    Abbiamo un esempio di un bellimbusto (spesso brandizzato proprio “in busto”), che si arrogava tutti i meriti per qualsiasi risultato, culture della propria personalità, paranoico nella cura dei dettagli scenici.

    Il passo che spesso manca è: ma tu, vorresti essere come lui?

    Cioè, ora i social cercano di spacciare i politici come “uno di noi”. Ma davvero vorresti essere un politico?

    Non credo ci si debba iscrivere ai cinque stelle, basta l’esercizio di fantasia, solo portato un po’ più agli estremi: immagina una giornata tipo. Guardati allo specchio la sera. Vorresti davvero?

    No.

  • Non siamo noi a far soffiare il vento

    Stamani va così.
    Non siamo noi a far soffiare il vento.
    Una mamma stringe a se il proprio pargolo.
    Gli dice piano: “quando sarai grande, ricorda
    sempre: ‘non fare la strada di quello che ora
    sta correndo’”.
    Non siamo noi a far soffiare il vento.
    So solo che sto correndo.
    Le cose capitano quando non te l’aspetti,
    e quando te l’aspetti non è detto che capitino.
    O forse non capitano a te.
    Sentirmi importante è stato sempre il mio
    sogno proibito.
    Non lo sono mai stato, neanche per me.
    Così l’ho inventato. Ed ogni tanto si
    riaffacciano i miei sogni lontani.
    Li inquadro con un sorriso oblicuo
    ed uno sguardo beffardo.
    Ma non ho tempo di badare a loro:
    ora sto correndo.
    Non sarebbe mai dovuto succedere.
    Forse no.
    O forse è la mia fortuna che sia successo.

    Non siamo noi a far soffiare il vento.
    E allora sarà bello, sbagliare ancora
    strada, perché quella diritta è
    momentaneamente sbarrata, e ritrovarsi
    in mezzo ad un freddo campo, o una strada
    senza uscita. Sbagliata.
    Ancora una volta sbagliando.

    Si impara? No, non credo.

    M’è stato utile l’avere un obiettivo.
    Non sarei sopravvissuto a tutto questo.

    Un anno buttato? Un anno vissuto, direi.

    E per il resto cosa importa?

    Non siamo noi a far soffiare il vento,
    ma è comunque bello sentirlo freddo che
    ti sferza la faccia al mattino, o in
    primavera che ti sfiora umido e leggero.
    Ecchissenefrega di meritarlo.

  • 2013. Un anno di me

    Non è un resoconto, piuttosto un modo di ordinare le idee.

    Quest’anno c’è stato il Triathlon per me.

    Mi ripeto, di nuovo, che non esiste la terapia giusta per le idee confuse, ma è il seguirla che la rende giusta, cioè è la disciplina ad ordinare le idee, è il seguire un ordine che ti fa essere ordinato.

    Ho sempre odiato la disciplina e l’ordine, e mai come in questo anno ho imparato ad apprezzarli.

    Non c’è nulla di ingiusto nell’ordine: dovendo fare una pila di pietre si metterà la più grande alla base, e via via quelle un po’ più piccole sopra, fino ad arrivare alla più piccola in alto. Si possono fare delle eccezioni, ad esempio si può scambiare la posizione delle ultime 2, probabilmente la pila contina a tenere. Forse si può scambiare anche la posizione delle prime 2, ed ancora la pila di pietre reggerà. Ma non si può sovvertire completamente l’ordine, perché un ordine c’è, ed esso è dato dal buon senso che ci fa percepire che, prese 2 pietre, una di esse è più piccola, l’altra è più grande.

    Una disciplina identifica un arte in senso lato, cioè includendo l’ordine da seguire per raggiungere la maestria in quella stessa arte.

    Il bello dell’arte è che è teoria e pratica, e una rafforza l’altra. Non è scritto e orale, è teoria e pratica. Acquisire praticamente l’arte si muovere delle dita su di una tastiera, è al tempo stesso acquisirla teoricamente. Non credo si possa onestamente rovesciare le cose.

    Triathlon è nuoto, T1, bici, T2 e corsa. Triathlon è cambiare senza fermarsi, analizzare velocemente gli errori per tornare immediatamente a concentrarsi sul passo successivo. Triathlon ti insegna che l’autocritica è una perdita di tempo: se sai già di aver sbagliato è inutile analizzarlo, devi solo imparare a farlo giusto, e non c’è altro modo che ricominciare a correre, o cambiarsi le scarpe, o salire in bici, o prepararsi per la prossima gara, o prendere armi e bagagli per tornare a casa, riposare e recuperare per il prossimo allenamento.

    È vero che si partecipa a delle gare, con delle premiazioni. È vero che si paga per creare un montepremi. È vero che c’è un podio. E tutto questo è certamente molto importante. Ma, almeno per me, quello che mi ha cambiato la vita, è stato il ritmo, la soppressione dei tempi morti. “La vita non è un film. Nei film non ci sono tempi morti”, così ripeteva il matto del paese in Radio Freccia. I tempi morti non hanno più respiro in un triathleta. Sto scrivendo, è forse un tempo morto? No, ho un ora per farlo, poi devo cercare i sensori per la raspberry pi, da qualche parte devo averli messi, per poi attaccarceli e fare qualche test …

    In musica una pausa non è un tempo morto, è una pausa.

    Alla fine del 2012 ero amareggiato. Finalmente ero riuscito a togliere di mezzo la terapia farmacologica per disturbi psichici, che comunque non credevo di avere da almeno un paio d’anni. 5 anni di terapia, durante la quale qualsiasi pensiero col quale mettessi in discussione la mia malattia doveva essere nascosto ed offuscato. 5 anni di paure, paura di dover continuare una terapia che in qualche maniera mi era stata imposta (o forse avevo la convinzione che così fosse), e la paura di dover sottostare al volere altrui per tutta la vita, arrivare a desiderare la morte dei miei, per poi ripensarci visto che non sarebbe servito a niente ed in un modo o nell’altro sarei stato costretto a proseguire la terapia, imposta dall’alto, da un medico che arbritrariamente avrebbe deciso che io ero malato, che non avrei potuto sopravvivere senza medicinali. 5 anni di ossessioni, provacate da chi pretendeva di risolverle.

    Ero amareggiato. Un anno di lavoro su di un progetto legato ad ecommerce, che avevo fatto senza la coscienza della partecipazione, nonostante fossi uno dei cardini principali per la realizzazione e la riuscita del progetto.

    Volevo cambiare, chiarirmi le idee, schiarirmi le idee.

    Il primo atto è stato iscrivermi ad una società di triathlon, la Cingolani Triathlon. All’atto stesso è coincisa la sensazione di essermene pentito. Cingolani Triathlon nasce da Olimpia Triathlon Camerino, che è una società storica di triathlon marchigiana. Erano 4 anni fa, quando feci la prima dieta, e decisi che avrei dovuto fare uno sport per poter tener fede all’impegno di dimagrire, e decisi che quello sporto doveva essere il triathlon, e decisi che la cosa più importante era imparare ad andare in bici facendo dei tempi decenti, e decisi che l’obiettivo era finire uno sprint. Poco dopo la decisione contattai la società Olimpia, ma senza stabilire nulla. Non ero maturo abbastanza. Non ero indipendente abbastanza.

    Essere maturo abbastanza, essere indipendente abbastanza. Vuol dire prendersi le responsabilità. Vuol dire concepire il Mondo come qualcosa che sta alle tue regole, e le rispetta, cioè che non decide lui per te, ma tu decidi per lui. Vuol dire stabilire che il mondo che ti circonda è creato da te, e tu ne rispondi. Ovviamente non si può stabilire che il Sole sorga ad Ovest, non è quello il punto (ma in fondo Sole, Ovest ed Est sono tue regole).

    E perché poi io sia andato a prendere proprio il triathlon tra la confusione dei miei obiettivi non ne ho idea. So, ora, di aver fatto bene.

    Il pentimento comunque era per via dello sponsor, per via del fatto che la società cambiasse nome, si spostasse vicino ad Ancona (cioè lontano da me), per via del fatto che non frattempo nascevano società nei dintorni, perché io di questa situazione non conoscevo molto, perché in qualche modo mi sentivo raggirato: nessuno si era preso la briga di spiegarmi il tutto, ma è meglio dire che la mia accidia ha ucciso tutte le mie indagini.

    Penso di poter fare un triathlon medio. Lo penso perché faccio 100km in bici e comunque non credo di poter fare tempi eccezionali come gara, mi piace l’idea di partecipare ad una gara, ma non ho la minima idea di cosa sia o di cosa si provi, voglio farlo solo perché l’ho deciso, solo perché l’ho detto in giro.

    Ma la prima cosa che faccio è la Stracivitanova, mezza maratona. Correre è veramente pesante, e do ragione ai colleghi della squadra Cingolani Triathlon che la mia prima gara sarebbe stato un olimpico.

    San Benedetto del Tronto, 28 Aprile 2013. Parto il giorno prima avendo preso una camera in un B&B per la notte prima della gara. Vado a prendere il pacco gara, è la prima volta che lo faccio il giorno prima, trovo difficile trovare il posto, gentilmente qualcuno dello staff mi spiega il percorso. Mi accorgo di avere una gomma sgonfia, passo da un gommista di fortuna (è sabato, ma è aperto), la gonfia e vede che ci sono delle crepe, mi dice “cambiala, se ti scoppia questa ti fa fuori tutto il parafanghi”, me ne trova una un po’ usata, più o meno a livello delle altre, e spendo una trentina d’euro, forse meno. Gentilissimo, non c’è che dire. Gentilissimi tutti. Ma ho quel traffico dentro, quell’idea che devo stare attento, che non è un posto tranquillo, quella diffidenza standard troppo elevata, tipica di chi è sotto assedio. (5 anni di terapia forzata, mi domando se “è importante che tu capisca che la terapia è per te e dovresti essere tu a volerla fare” sia abbastanza, mi domando perché mai non sarebbe stata accettata la risposta “non voglio farla”, ma so già la risposta e so che saperla non cambia nulla). Mangio in un posto tipico, nella città vecchia, zona dove è il mio B&B (il mio B&B è a 2 passi dal cimitero, posto tranquillissimo). Poi doccia, barba e letto. Avrò forse dormito 2 ore in tutto, l’idea di non digerire, la paura per la gara, un milione di pensieri. Ma al mattino ero riposato, veramente, forse si dorme generalmente troppo. Partiti per la frazione nuoto io mi accorgo di aver dimenticato di fare la spunta. Mi giro e cerco un giudice o qualcuno dello staff per dirglielo. Lei mi chiede il numero, lo cerca sul taquino, ma interrompe la ricerca per alzare lo sguardo e dirmi “Vai! Vai!”. La mia diffidenza mi fa pensare che il mio numero non è molto importante, che è troppo alto, quindi vale poco, che quindi non ha importanza che io partecipi o sia valida la spunta. Così la mia prima transizione della mia prima gara: devo slacciare la scarpe da bici, perché le avevo messe allacciate per occupare meno spazio nella sacca, e così allacciate le ho lasciate vicino alla bici. 5 giri di bici. Sempre il pensiero che la spunta non sia valida. Poso la bici, cambio le scarpe, anche qui le scarpe allacciate, la mia prima seconda transizione, dovrei perdonarmi. Ma non è quello il problema, è ancora il pensiero della spunta. Corro fuori dalla zona cambio. Incitano. Il pubblico incita gli atleti. Sì, me compreso. “Dai! Forza!”, “Bravo”, “Forza, bravo!”. Qualcosa che non avevo mai sentito, sono così assorto dalle mie ossessioni che penso che tutto sia inutile: e cosa gliene frega a loro? 2 giri di corsa ed esco con un tempo di 2 ore e 28 minuti circa. Ok, ma i giri erano 3 per finire la gara, i giudici avevano dato il tempo come valido, c’è voluto un giorno prima che mi accorgessi che non avevo finito la gara, contattandoli sono scesi ad un compromesso, forse per via del loro errore nel mettermi in classifica, hanno semplicemente aggiunto il tempo di un altro giro di corsa al ritmo col quale l’ho corso. Hanno fatto tutto da soli, e a me non è piaciuta molto questa cosa, ma non ho protestato perché faccio parte di una società e io ho fatto solo quello che era necessario, dirgli che non sono capace di correre 10km in 31 minuti, che avevo sbagliato a contare, io.

    C’è Vanessa che viene a vedere la gara. Conosciuta ad uno speed date, al quale io dico sì mi interessi, lei anche, ma poi mi chiama e dice “non è per lo speed date”. Infatti, non passa niente, prendiamo una pizza assieme, non è neanche male, dovrei provare desiderio, no. Dovrei? Non penso si possano comandare queste cose, ma veramente non è male, forse abbiamo dei filtri nei confronti di alcuni che ci rende incompatibili, o forse bisogna dimenticare ciò che è stato innamorarsi in passato, perdere i termini di paragone per stupirsi di nuovo … non lo so, però se sto seduto vicino una che è figa e mi piace ho un erezione, se siedo vicino a Vanessa no. Il resto son seghe.

    La mia intemperanza, la mia diffidenza va scemando. La gara più ardua è con me stesso. La gara è in me stesso. La gara non finisce al traguardo e non inizia al via.

    La gara continua. È il 2013.

    Alla pubalgia che mi costringe a saltare il triathlon in Milano città, trovo la soluzione tramite una conoscenza di mia cognata. Osteopatia etnica, allenta le tenzioni. E mi capita di andare in un momento in cui riprendo i contatti lavorativi per un vecchio progetto. “Sei bloccato a livello di stomaco, vuol dire che non vocalizzi o non digerisci. Cose che non vanno ne su  ne giù”. È più importante stare bene, che qualsiasi lavoro. Butto fuori tutto. Forse in modo poco composto, ma lo faccio. Forse dietro qualche bicchiere di troppo, ma lo faccio.

    Sono uno strumento scordato. O non sono bravo a vibrare. Stono e vado fuori tempo. Ma non ho mai visto Eric Clapton accordare la sua chitarra senza far brivare le corde. Non ho mai visto nessun farlo.

    Così di ciò che non viene fatto ma dovrebbe esserlo non ci si può lamentare.

    Così non resta che fare ciò che si può fare.

    Ognuno fa quello che può.

    (Mi sono iscritto a Cingolani Triathlon anche per il 2014, perché ho portato il body per tutto il 2013, sono stato Cingolani Triathlon per tutto il 2013, perché il 2013 è un punto di riferimento, perché non c’è niente che non va, perché mi piace, perché certe cose non si scelgono: ti capitano e le accetti)

  • Diario di bordo 19 Dicembre 2013

    Sto attraversando un momento critico. Questo è un appunto a futura memoria.

    Giovedì 12 dicembre sollevo delle finestre abbastanza pesanti, sono appena tornato da un allenamento di corsa (breve, 8km circa, il giovedì ho nuoto al mattino e volevo stare leggero in questo periodo: ripetute 6×200 mt). Sono bagnato di sudore, ma mi copro bene, la temperatura è attorno allo zero, e per via del compito non c’è molto da scaldarsi.

    Penso che la cosa abbia avuto qualche effetto, il mattino dopo, venerdì, ho una seduta di massaggi: osteopatia etnica. Prima per allentare la contrattura alle gambe, poi per cambiare la postura (esercizio con bastone e piegamento in avanti per migliorare la lordosi).

    Mi sento piuttosto contratto a livello di torace, questo dopo il pranzo, mentre sono piegato a fare il presepe.

    C’è da spostare un’altra finestra, la sollevo ma ho una specie di malore, non sento dolore alla schiena, ma un malessere indefinito, tipo voltastomaco.

    Alla sera diventa mal di schiena. Il mattino dopo non sono affatto convinto di alzarmi dal letto, mi decido a chiamare il massaggiatore per chiedere cosa si può fare.

    La seduta del sabato è di mezz’ora, decoprempressione della colonna con massaggi e un olio per far passare il dolore (devo chiedere riguardo doping e dintorni, ma sa che faccio sport e non credo ci sia cortisone o roba del genere), poi esercizi di respirazione fatti a pancia in sotto.

    Ripeto gli esercizi di respirazione, smetto qualsiasi cosa che abbia a che fare con la corsa o anche il camminare (cammino il meno possibile).

    Dal sabato alla domenica il dolore alla schiena si trasforma in torcicollo per la maggior parte, sale, diciamo.

    Lezione di nuoto lunedì successivo, sento le spalle “bloccate”, direi meglio rigide, come due blocchi di marmo, muovo piuttosto bene le braccia, ma sento le spalle rigide in modo innaturale. Finisco la lezione e sembra ok, ma il torcicollo persiste.

    Il martedì porto dei vetri all’isola ecologica, caricandoli in macchina, qui il torcicollo si fa evidente (è pericoloso guidarci, ma devo fare poca strada).

    Martedì la sera vado a spinning, e pedalo, sento il lombari molto più rilassati, vedo che sto più basso in bici, è un bene, credo.

    Ancora esercizi di respirazione a pancia sotto, e decompressione intercostale.

    Il mercoledì passa senza nessun allenamento.

    Giovedì (oggi), lezione di nuoto, la respirazione mi pare bloccata, l’aria non entra ed esce fluidamente, sento le spalle affaticate (già dal mattino).

    È di origine emotiva, sto lavorando sul passato, accettazione, comprensione e perdono.

    Il carico sta diminuendo, mi accorgo di avere aumentato la sensibilità delle mani, mi accorgo di averle fredde, ed avere maggiore controllo su quando riscaldarle. Allentando la tensione a livello toracico allento anche i bicipiti del braccio, sento i muscoli più elastici.

    Le spalle sono ancora pesanti. Lo è anche la testa: ho un sordo dolore a livello cervicale che ha accompagnato il torcicollo.

    La problematica maggiore in una vertebra toracica, direi tra l’ultima toracica e la prima lombare, zona della mia scoliosi.

    Per il resto va bene.

    Mi sento curiosamente ottimista nonostante potrei pensare di non poter più correre. Non lo penso, penso che dovrò saltare una mezza maratona o qualsiasi cosa io abbia fantasticato di fare. Penso che devo dimagrire (ho accumulato 4 kg di troppo).

    Stasera ho spinning, senza correre perdere peso potrebbe essere difficile.

  • Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

    E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

    Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

    sky_dive_atmoN

    Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

    A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

    Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

    Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

    Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

    Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

    Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

    Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

    Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

    Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

    E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

    Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

    Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

    Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

    No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

    Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

    “Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

    Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

    L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

    E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

    Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

    E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

    Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.