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  • propositi per il 2014

    Si chiamano propositi quelli che non si realizzeranno, cioè quelli che non sono obiettivi.

    Ma io cerco di avere un’altra visione, chiamo propositi i meta obiettivi o meglio il come andare verso la realizzazione degli obiettivi.

    Per quest’anno il mio proposito è: “Fa quello che puoi, e non pensare ai soldi”.

    Ecco riguarda un po’ tutto, ed è un approccio che da per punto di partenza il fatto che infondo non è importante. Nulla è importante, e quindi se non si riesce a trovare la passione per farlo, tanto vale lasciare stare, inutile cercare gratificazione nel compenso economico. E se una cosa non si realizza nel miglior modo possibile o nei tempi stabiliti, allora è meglio ammetterlo, rinunciare a pretendere un compenso immeritato e concentrarsi sul perché non ci si è impegnati abbastanza. Il resto non conta, non sono gli altri a dover migliorare.

    Il secondo proposito è smettere di fare propositi.

    Buon anno.

  • Il popolo italiano dei quarantenni bamboccioni

    Ora questa non è autocritica, cosa che personalmente trovo inutile, è solo constatazione dei fatti.

    Posto che la moneta è un mezzo che ha fiducia o non ha fiducia, l’atto del governo presieduto da Giuliano Amato, cioè il prelievo forzoso dai conti correnti, ha ben altro significato rispetto a quello analizzato dal blog ilsignoraggio.it (http://www.signoraggio.it/quella-notte-del-92-in-cui-giuliano-amato-prelevo-dai-conti-correnti-degli-italiani-senza-avvisare/). E il significato è quello dell’usurpazione del ruolo di spauracchio alle banche, vale a dire, visto che il denaro è gestito dalle banche, esse possono stabilire (influenzare) quanto vale, così da poter guidare l’economia. Ma se anche il governo può stabilire chi lo possiede, allora la palla torna in mano al popolo. O no. E infatti no, perché comunque è usato come vettore di paura, cosa che rende i mezzi dei governati dei bisturi che tagliano il superfluo, piuttosto che acqua e letame che favorisce la crescita. Sembra che la battaglia continui tra minacce a chi usa meglio il bisturi col risultato che il corpo molle, morente ed in putrefazione si riduce sempre di più, tanto che non c’è più niente da spolpare e quel poco che ne rimane è marcio.

    Ecco però si affaccia l’idea che tutto questo sia dovuto all’accidia dei quarantenni. Bamboccioni. Anzi, farabutti, incivili e ladri. Loro sono i responsabili della classe politica. È il popolo che ha voluto quella classe politica al potere. Il popolo l’ha eletta. Un popolo ha il governo che merita.

    Ma guardo mio padre e non è così. Non è il nostro carattere. Non è il loro carattere. Mai a mio padre sarebbe passata per la testa l’idea di essere disonesto, ma ancora più lontano gli sarebbe passata l’idea di dirmi di comportarmi in maniera disonesta. Ne a me, ne ai miei fratelli, e neanche a chiunque altro conoscesse.

    E per quanto riguarda il darsi da fare, per il portare a termine un lavoro, per lo svegliarsi al mattino, trovare una soluzione e realizzarla. E per il guardare al domani, tranquilli per ciò che si è fatto oggi. Ecco, per tutto ciò, i miei genitori hanno speso una vita d’esempio, dove il lavoro non è sfruttamento, ma opportunità, è stare assieme, e trovarsi in sintonia nel realizzare qualcosa di utile, perché così gira il mondo, perché è il viaggio che conta.

    Ma allora da dove siamo usciti noi bastardi, figli di madre ignota (e di padre altrettanto ignoto)?

    Ripetono che i politici sono il prodotto di chi li ha votati. Ma il potere ha in mano i mezzi di comunicazione, e il popolo vota in base a ciò che conosce. Ciò che conosce è ciò che gli viene fatto sapere. Ciò che pensiamo è ciò che loro vogliono che noi pensiamo. Le nostre opinioni non sono importanti, per loro, visto che sono esattamente le loro opinioni.

    I sondaggi, poi, sono la truffa più subdola che si possa immaginare. Le domande hanno delle possibili risposte, e tipicamente qualsiasi idea aliena non viene pronunciata dall’intervistato perché portato a conformarsi a ciò che va per la maggiore.

    La polarizzazione (il famoso sistema bipolare) è un veicolo tramite il quale nessuno può permettersi si deragliare: ci sono 2 binari, corrono paralleli, o sei su uno o sei sull’altro.

    Ma i binari hanno una sola direzione. Quella che hanno deciso loro. Che tu sia sul binario di destra o che tu sia sul quello di sinistra, ciò che cambia è solo il panorama.

    Fino ad un certo punto Andreotti, Forlani, Craxy, ed i politici di quell’epoca hanno tenuto un certo contegno, avevano addirittura il vizio della cultura, usavano leggere, e usavano, pensate voi, scrivere! Ma non di quei libri da ghost writer o da diario di pippicalzelunghe che nessuno mai si metterebbe a leggere perché chiaramente una perdita di tempo (perché in realtà non sappiamo più leggere ed è difficile per noi giudicare). No, dico, Andreotti parlava dell’impero romano e di argomenti storici d’un certo rilievo, scriveva robe del genere, leggeva altrettanto.

    Poi qualcuno ha scoperchiato il vaso di Pandora, ed esce un Cirino Pomicino, un po’ buffo, a dir la verità, con i materassi imbottiti di soldi. Così tutto l’idillio sparisce e si riconoscono gli uomini nella loro pochezza e nella loro falsità e si fa un fascio d’ogni erba. Sì, tutti ladri. Con il bell’appoggio della cultura da stadio (cultura????) con le urla da morti di fame (sì, tiravano le centolire perché valevano ancora meno di quello).

    Non avevo vent’anni, ma mi ricordo di aver approvato quei gesti, sì, un bastardo figlio di madre ignota. Non so come, qualcuno parla della televisione, ma forse non ha neanche torto. Ma tutti, in fondo, gli abbiamo dato ragione.

    Sì, infondo anche i miei genitori, anche se un po’ sentivano che era sbagliato usare violenza, che c’era qualcosa che non andava nel modo, infondo non gli davano tutti i torti.

    Babbo ancora oggi ripete: io il padrone non l’ho mai sopportato. E così è sempre stato imprenditore. Se ne deduce che non si dovrebbe sopportarlo (e neanche dovrebbe sopportare se stesso). (In effetti non è facile sopportarlo, ma questo è per altri motivi).

    Non si accetta che l’amministrare sia un lavoro, o meglio che l’amministrare sia un lavorare insieme. Non si vede, quindi si pensa che non si lavora.

    Così è naturale dire che i politici siano tutti ladri. O tutti mafiosi.

    La sostituzione è stata fatta per rimpiazzare i troppo dotti, quelli le cui parole non si capiscono, per mettere quelli un po’ più comprensivi, quelli che parlano coi rutti, per intenderci. Oppure quelli che sbagliano i congiuntivi.

    Ignorante ma onesto. Così si dice.

    Onesti, ma ignoranti. Così si fottono, si fanno fottere, e fottono tutto e tutti.

    E onesti non lo sono più.

    Ignoranti lo siamo ormai. Noi abbiamo sostituito loro e loro hanno cambiato noi.

    Non è la necessità che porta ad essere disonesti, ma l’ignoranza.

    Non si ruba al supermercato perché si ha bisogno e non si arriva a fine mese.

    Si ruba al supermercato perché si è disonesti.

    Le persone oneste in stato di bisogno non rubano.

    Le persone oneste in stato di bisogno fanno la rivoluzione.

  • Irresponsabile dichiarazione di indipendenza (dal DRM)

    Il ministero della verità, dove lavorava Winston, si occupa della menzogna. Il lavoro di Winston e dei suoi colleghi era ricevere delle istruzioni con le quali cambiare i testi di giornali, storia, romanzi e quant’altro fosse stato pubblicato finora, se ciò non fosse conforme con la versione della storia dettata dal Partito.

    Sono contro il DRM, Digital Right Management.

    Sono contro il controllo centralizzato dei testi venduti, in qualunque forma.

    Sono contro l’abolizione della stampa su carta dei testi.

    Un testo venduto, anche in forma elettronica deve essere disponibile sotto tutti i punti di vista. Ciò vuol dire che devo poterne disporre liberamente.

    Questa posizione è a favore degli autori, non contro.

    L’autore deve essere garantito che l’editore non riveda il suo testo a piacimento, in base alla situazione economica.

    Questa posizione è a favore degli autori vivi.

    Questa posizione è a favore degli autori morti da meno di 75 anni.

    È a favore degli autori morti da più di 75 anni.

    È a favore delle famiglie degli autori e della loro memoria.

    Sono a favore della tecnologia, della distribuzione di memorie di massa, dell’utilizzo consapevole della nuvola, dell’utilizzo di anonimizzatori come tor, del deep web, della liberalizzazione delle droghe, delle informazioni, di tutto.

    A favore del gioco e dello stimolo alla curiosità. Ma a sfavore della censura ed a sfavore di qualsiasi divieto.

    Da una parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a non fare ciò che vuoi.

    Ma d’altra parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a fare ciò che non vuoi.

    Sono a favore della consapevolezza ed alla rivelazione dei propri desideri, opera che ognuno deve fare dentro di s’è, guidato dal proprio spirito di avventura, senza limiti morali di sorta, senza insegnamenti religiosi intimisti ed invasivi.

    Un umano è molto di più della somma delle sue abitudini. Ognuno deve essere libero di smettere di amare il sushi ed iniziare a mangiare i broccoli. Ognuno deve essere libero di preferire il caffé amaro e iniziare a mettere 3 cucchiaini, per poi passare ad uno. Ognuno deve essere libero di cambiare il proprio piatto preferito.

    Nell’avventura dentro di se, i soli muri da abbattere sono dentro se stessi.

    I muri esteriori sono degli abbagli che distraggono dalla propria opera. Vanno ignorati.

    Una persona vale molto di più di quello che crede essa stessa, o di quello che viene educata a credere di se.

    L’universo personale ha un’ampiezza indeterminata, quindi infinita.

    Il vero nirvana è smettere di avere la curiosità di esplorarla.

    Il vero nirvana è desistere dall’imporre il nirvana a chi non è pronto.

    Siate farabutti.

  • 2013. Un anno di me

    Non è un resoconto, piuttosto un modo di ordinare le idee.

    Quest’anno c’è stato il Triathlon per me.

    Mi ripeto, di nuovo, che non esiste la terapia giusta per le idee confuse, ma è il seguirla che la rende giusta, cioè è la disciplina ad ordinare le idee, è il seguire un ordine che ti fa essere ordinato.

    Ho sempre odiato la disciplina e l’ordine, e mai come in questo anno ho imparato ad apprezzarli.

    Non c’è nulla di ingiusto nell’ordine: dovendo fare una pila di pietre si metterà la più grande alla base, e via via quelle un po’ più piccole sopra, fino ad arrivare alla più piccola in alto. Si possono fare delle eccezioni, ad esempio si può scambiare la posizione delle ultime 2, probabilmente la pila contina a tenere. Forse si può scambiare anche la posizione delle prime 2, ed ancora la pila di pietre reggerà. Ma non si può sovvertire completamente l’ordine, perché un ordine c’è, ed esso è dato dal buon senso che ci fa percepire che, prese 2 pietre, una di esse è più piccola, l’altra è più grande.

    Una disciplina identifica un arte in senso lato, cioè includendo l’ordine da seguire per raggiungere la maestria in quella stessa arte.

    Il bello dell’arte è che è teoria e pratica, e una rafforza l’altra. Non è scritto e orale, è teoria e pratica. Acquisire praticamente l’arte si muovere delle dita su di una tastiera, è al tempo stesso acquisirla teoricamente. Non credo si possa onestamente rovesciare le cose.

    Triathlon è nuoto, T1, bici, T2 e corsa. Triathlon è cambiare senza fermarsi, analizzare velocemente gli errori per tornare immediatamente a concentrarsi sul passo successivo. Triathlon ti insegna che l’autocritica è una perdita di tempo: se sai già di aver sbagliato è inutile analizzarlo, devi solo imparare a farlo giusto, e non c’è altro modo che ricominciare a correre, o cambiarsi le scarpe, o salire in bici, o prepararsi per la prossima gara, o prendere armi e bagagli per tornare a casa, riposare e recuperare per il prossimo allenamento.

    È vero che si partecipa a delle gare, con delle premiazioni. È vero che si paga per creare un montepremi. È vero che c’è un podio. E tutto questo è certamente molto importante. Ma, almeno per me, quello che mi ha cambiato la vita, è stato il ritmo, la soppressione dei tempi morti. “La vita non è un film. Nei film non ci sono tempi morti”, così ripeteva il matto del paese in Radio Freccia. I tempi morti non hanno più respiro in un triathleta. Sto scrivendo, è forse un tempo morto? No, ho un ora per farlo, poi devo cercare i sensori per la raspberry pi, da qualche parte devo averli messi, per poi attaccarceli e fare qualche test …

    In musica una pausa non è un tempo morto, è una pausa.

    Alla fine del 2012 ero amareggiato. Finalmente ero riuscito a togliere di mezzo la terapia farmacologica per disturbi psichici, che comunque non credevo di avere da almeno un paio d’anni. 5 anni di terapia, durante la quale qualsiasi pensiero col quale mettessi in discussione la mia malattia doveva essere nascosto ed offuscato. 5 anni di paure, paura di dover continuare una terapia che in qualche maniera mi era stata imposta (o forse avevo la convinzione che così fosse), e la paura di dover sottostare al volere altrui per tutta la vita, arrivare a desiderare la morte dei miei, per poi ripensarci visto che non sarebbe servito a niente ed in un modo o nell’altro sarei stato costretto a proseguire la terapia, imposta dall’alto, da un medico che arbritrariamente avrebbe deciso che io ero malato, che non avrei potuto sopravvivere senza medicinali. 5 anni di ossessioni, provacate da chi pretendeva di risolverle.

    Ero amareggiato. Un anno di lavoro su di un progetto legato ad ecommerce, che avevo fatto senza la coscienza della partecipazione, nonostante fossi uno dei cardini principali per la realizzazione e la riuscita del progetto.

    Volevo cambiare, chiarirmi le idee, schiarirmi le idee.

    Il primo atto è stato iscrivermi ad una società di triathlon, la Cingolani Triathlon. All’atto stesso è coincisa la sensazione di essermene pentito. Cingolani Triathlon nasce da Olimpia Triathlon Camerino, che è una società storica di triathlon marchigiana. Erano 4 anni fa, quando feci la prima dieta, e decisi che avrei dovuto fare uno sport per poter tener fede all’impegno di dimagrire, e decisi che quello sporto doveva essere il triathlon, e decisi che la cosa più importante era imparare ad andare in bici facendo dei tempi decenti, e decisi che l’obiettivo era finire uno sprint. Poco dopo la decisione contattai la società Olimpia, ma senza stabilire nulla. Non ero maturo abbastanza. Non ero indipendente abbastanza.

    Essere maturo abbastanza, essere indipendente abbastanza. Vuol dire prendersi le responsabilità. Vuol dire concepire il Mondo come qualcosa che sta alle tue regole, e le rispetta, cioè che non decide lui per te, ma tu decidi per lui. Vuol dire stabilire che il mondo che ti circonda è creato da te, e tu ne rispondi. Ovviamente non si può stabilire che il Sole sorga ad Ovest, non è quello il punto (ma in fondo Sole, Ovest ed Est sono tue regole).

    E perché poi io sia andato a prendere proprio il triathlon tra la confusione dei miei obiettivi non ne ho idea. So, ora, di aver fatto bene.

    Il pentimento comunque era per via dello sponsor, per via del fatto che la società cambiasse nome, si spostasse vicino ad Ancona (cioè lontano da me), per via del fatto che non frattempo nascevano società nei dintorni, perché io di questa situazione non conoscevo molto, perché in qualche modo mi sentivo raggirato: nessuno si era preso la briga di spiegarmi il tutto, ma è meglio dire che la mia accidia ha ucciso tutte le mie indagini.

    Penso di poter fare un triathlon medio. Lo penso perché faccio 100km in bici e comunque non credo di poter fare tempi eccezionali come gara, mi piace l’idea di partecipare ad una gara, ma non ho la minima idea di cosa sia o di cosa si provi, voglio farlo solo perché l’ho deciso, solo perché l’ho detto in giro.

    Ma la prima cosa che faccio è la Stracivitanova, mezza maratona. Correre è veramente pesante, e do ragione ai colleghi della squadra Cingolani Triathlon che la mia prima gara sarebbe stato un olimpico.

    San Benedetto del Tronto, 28 Aprile 2013. Parto il giorno prima avendo preso una camera in un B&B per la notte prima della gara. Vado a prendere il pacco gara, è la prima volta che lo faccio il giorno prima, trovo difficile trovare il posto, gentilmente qualcuno dello staff mi spiega il percorso. Mi accorgo di avere una gomma sgonfia, passo da un gommista di fortuna (è sabato, ma è aperto), la gonfia e vede che ci sono delle crepe, mi dice “cambiala, se ti scoppia questa ti fa fuori tutto il parafanghi”, me ne trova una un po’ usata, più o meno a livello delle altre, e spendo una trentina d’euro, forse meno. Gentilissimo, non c’è che dire. Gentilissimi tutti. Ma ho quel traffico dentro, quell’idea che devo stare attento, che non è un posto tranquillo, quella diffidenza standard troppo elevata, tipica di chi è sotto assedio. (5 anni di terapia forzata, mi domando se “è importante che tu capisca che la terapia è per te e dovresti essere tu a volerla fare” sia abbastanza, mi domando perché mai non sarebbe stata accettata la risposta “non voglio farla”, ma so già la risposta e so che saperla non cambia nulla). Mangio in un posto tipico, nella città vecchia, zona dove è il mio B&B (il mio B&B è a 2 passi dal cimitero, posto tranquillissimo). Poi doccia, barba e letto. Avrò forse dormito 2 ore in tutto, l’idea di non digerire, la paura per la gara, un milione di pensieri. Ma al mattino ero riposato, veramente, forse si dorme generalmente troppo. Partiti per la frazione nuoto io mi accorgo di aver dimenticato di fare la spunta. Mi giro e cerco un giudice o qualcuno dello staff per dirglielo. Lei mi chiede il numero, lo cerca sul taquino, ma interrompe la ricerca per alzare lo sguardo e dirmi “Vai! Vai!”. La mia diffidenza mi fa pensare che il mio numero non è molto importante, che è troppo alto, quindi vale poco, che quindi non ha importanza che io partecipi o sia valida la spunta. Così la mia prima transizione della mia prima gara: devo slacciare la scarpe da bici, perché le avevo messe allacciate per occupare meno spazio nella sacca, e così allacciate le ho lasciate vicino alla bici. 5 giri di bici. Sempre il pensiero che la spunta non sia valida. Poso la bici, cambio le scarpe, anche qui le scarpe allacciate, la mia prima seconda transizione, dovrei perdonarmi. Ma non è quello il problema, è ancora il pensiero della spunta. Corro fuori dalla zona cambio. Incitano. Il pubblico incita gli atleti. Sì, me compreso. “Dai! Forza!”, “Bravo”, “Forza, bravo!”. Qualcosa che non avevo mai sentito, sono così assorto dalle mie ossessioni che penso che tutto sia inutile: e cosa gliene frega a loro? 2 giri di corsa ed esco con un tempo di 2 ore e 28 minuti circa. Ok, ma i giri erano 3 per finire la gara, i giudici avevano dato il tempo come valido, c’è voluto un giorno prima che mi accorgessi che non avevo finito la gara, contattandoli sono scesi ad un compromesso, forse per via del loro errore nel mettermi in classifica, hanno semplicemente aggiunto il tempo di un altro giro di corsa al ritmo col quale l’ho corso. Hanno fatto tutto da soli, e a me non è piaciuta molto questa cosa, ma non ho protestato perché faccio parte di una società e io ho fatto solo quello che era necessario, dirgli che non sono capace di correre 10km in 31 minuti, che avevo sbagliato a contare, io.

    C’è Vanessa che viene a vedere la gara. Conosciuta ad uno speed date, al quale io dico sì mi interessi, lei anche, ma poi mi chiama e dice “non è per lo speed date”. Infatti, non passa niente, prendiamo una pizza assieme, non è neanche male, dovrei provare desiderio, no. Dovrei? Non penso si possano comandare queste cose, ma veramente non è male, forse abbiamo dei filtri nei confronti di alcuni che ci rende incompatibili, o forse bisogna dimenticare ciò che è stato innamorarsi in passato, perdere i termini di paragone per stupirsi di nuovo … non lo so, però se sto seduto vicino una che è figa e mi piace ho un erezione, se siedo vicino a Vanessa no. Il resto son seghe.

    La mia intemperanza, la mia diffidenza va scemando. La gara più ardua è con me stesso. La gara è in me stesso. La gara non finisce al traguardo e non inizia al via.

    La gara continua. È il 2013.

    Alla pubalgia che mi costringe a saltare il triathlon in Milano città, trovo la soluzione tramite una conoscenza di mia cognata. Osteopatia etnica, allenta le tenzioni. E mi capita di andare in un momento in cui riprendo i contatti lavorativi per un vecchio progetto. “Sei bloccato a livello di stomaco, vuol dire che non vocalizzi o non digerisci. Cose che non vanno ne su  ne giù”. È più importante stare bene, che qualsiasi lavoro. Butto fuori tutto. Forse in modo poco composto, ma lo faccio. Forse dietro qualche bicchiere di troppo, ma lo faccio.

    Sono uno strumento scordato. O non sono bravo a vibrare. Stono e vado fuori tempo. Ma non ho mai visto Eric Clapton accordare la sua chitarra senza far brivare le corde. Non ho mai visto nessun farlo.

    Così di ciò che non viene fatto ma dovrebbe esserlo non ci si può lamentare.

    Così non resta che fare ciò che si può fare.

    Ognuno fa quello che può.

    (Mi sono iscritto a Cingolani Triathlon anche per il 2014, perché ho portato il body per tutto il 2013, sono stato Cingolani Triathlon per tutto il 2013, perché il 2013 è un punto di riferimento, perché non c’è niente che non va, perché mi piace, perché certe cose non si scelgono: ti capitano e le accetti)

  • Diario di bordo 19 Dicembre 2013

    Sto attraversando un momento critico. Questo è un appunto a futura memoria.

    Giovedì 12 dicembre sollevo delle finestre abbastanza pesanti, sono appena tornato da un allenamento di corsa (breve, 8km circa, il giovedì ho nuoto al mattino e volevo stare leggero in questo periodo: ripetute 6×200 mt). Sono bagnato di sudore, ma mi copro bene, la temperatura è attorno allo zero, e per via del compito non c’è molto da scaldarsi.

    Penso che la cosa abbia avuto qualche effetto, il mattino dopo, venerdì, ho una seduta di massaggi: osteopatia etnica. Prima per allentare la contrattura alle gambe, poi per cambiare la postura (esercizio con bastone e piegamento in avanti per migliorare la lordosi).

    Mi sento piuttosto contratto a livello di torace, questo dopo il pranzo, mentre sono piegato a fare il presepe.

    C’è da spostare un’altra finestra, la sollevo ma ho una specie di malore, non sento dolore alla schiena, ma un malessere indefinito, tipo voltastomaco.

    Alla sera diventa mal di schiena. Il mattino dopo non sono affatto convinto di alzarmi dal letto, mi decido a chiamare il massaggiatore per chiedere cosa si può fare.

    La seduta del sabato è di mezz’ora, decoprempressione della colonna con massaggi e un olio per far passare il dolore (devo chiedere riguardo doping e dintorni, ma sa che faccio sport e non credo ci sia cortisone o roba del genere), poi esercizi di respirazione fatti a pancia in sotto.

    Ripeto gli esercizi di respirazione, smetto qualsiasi cosa che abbia a che fare con la corsa o anche il camminare (cammino il meno possibile).

    Dal sabato alla domenica il dolore alla schiena si trasforma in torcicollo per la maggior parte, sale, diciamo.

    Lezione di nuoto lunedì successivo, sento le spalle “bloccate”, direi meglio rigide, come due blocchi di marmo, muovo piuttosto bene le braccia, ma sento le spalle rigide in modo innaturale. Finisco la lezione e sembra ok, ma il torcicollo persiste.

    Il martedì porto dei vetri all’isola ecologica, caricandoli in macchina, qui il torcicollo si fa evidente (è pericoloso guidarci, ma devo fare poca strada).

    Martedì la sera vado a spinning, e pedalo, sento il lombari molto più rilassati, vedo che sto più basso in bici, è un bene, credo.

    Ancora esercizi di respirazione a pancia sotto, e decompressione intercostale.

    Il mercoledì passa senza nessun allenamento.

    Giovedì (oggi), lezione di nuoto, la respirazione mi pare bloccata, l’aria non entra ed esce fluidamente, sento le spalle affaticate (già dal mattino).

    È di origine emotiva, sto lavorando sul passato, accettazione, comprensione e perdono.

    Il carico sta diminuendo, mi accorgo di avere aumentato la sensibilità delle mani, mi accorgo di averle fredde, ed avere maggiore controllo su quando riscaldarle. Allentando la tensione a livello toracico allento anche i bicipiti del braccio, sento i muscoli più elastici.

    Le spalle sono ancora pesanti. Lo è anche la testa: ho un sordo dolore a livello cervicale che ha accompagnato il torcicollo.

    La problematica maggiore in una vertebra toracica, direi tra l’ultima toracica e la prima lombare, zona della mia scoliosi.

    Per il resto va bene.

    Mi sento curiosamente ottimista nonostante potrei pensare di non poter più correre. Non lo penso, penso che dovrò saltare una mezza maratona o qualsiasi cosa io abbia fantasticato di fare. Penso che devo dimagrire (ho accumulato 4 kg di troppo).

    Stasera ho spinning, senza correre perdere peso potrebbe essere difficile.

  • Sconfiggere la propria apatia

    Ognuno è come è. Certe cose non si cambiano. Sono fatto così.

    Tutte frasi di solito usate come dimostrazione dei propri limiti. Ma ci sono cose che veramente non si cambiano, per me è ciò che mi muove e che mi ha sempre mosso. Non c’è un altro ingrediente o un’altra spinta che mi fa muovere: è la curiosità.

    Tendo a no realizzare niente se riesco ad immaginare come sia, è solo quando evidentemente non riesco che mi impegno a raggiungere un obiettivo, non per la soddisfazione di averlo ottenuto, ma per la curiosità di sapere come mi sentirò poi, come sarà avere quell’esperienza in più.

    E spero che l’averlo scritto me lo faccia ricordare ogni volta che cercherò la forza per alzare il culo e muovermi, ogni volta che non me la sento di esprimere quello che sento perché potrebbe cambiare la mia condizione (cos’è una condizione? come è quella d’ora? e quella di poi?), ogni volta.

    Come profilo gamer sono un esploratore, decisamente.

  • Se Steve Jobs fosse nato a Napoli nel 2012, sarebbe ancora vivo

    E invece Steve Jobs è morto.

    Antonio Menna scrive un libro ipotezzando la vita di uno Steve Jobs nato a Napoli (o provincia), si chiama Stefano Lavori … ok, ha già fatto il giro del web più volte, è storia.

     

    http://antoniomenna.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/ questo è un suo post, che poi è diventato un libro:

     

    http://www.ibs.it/code/9788820052409/menna-antonio/steve-jobs-fosse.html

    Bene, penso sia abbastanza come endorsement. Sicuramente sarà un libro divertente, e divertirsi è sacrosanto, doveroso e utilissimo.

    Ma ecco cosa non mi convince del parallelo. Steve Jobs è vero che ha creato il primo PC partendo dal garage dei genitori, senza soldi, in una provincia americana e via dicendo (ho dei dubbi riguardo al garage, molti immaginano il garage dove i genitori tenevano le auto, in realtà il padre di Steve era meccanico, penserei piuttosto ad un officina quando si parla di garage, ma è un mio punto di vista). La parte importante però è che Steve Jobs si diplomò nel 1972.

    A Napoli, nel 1973 esplose un epidemia di colera. Mentre in California i figli dei fiori ancora scorazzavano convinti della loro rivoluzione, vivevano in delle comuni dove si sperimentava la condivisione e differenti modelli di società (questa cosa è accaduta anche in Italia e col ’68 sono finite le barricate, non le comuni), e dove il cinema portava soldi in una terra non ricchissima, ma con un bel po’ di petrolio da estrarre da sotto (cioè ricca).

    In una federazione, gli USA, dove la cultura non era un ospite inusuale, la scolarizzazione era a livelli ben più elevati e diffusi rispetto a quello che poteva essere l’Italia degli anni ’70, per non parlare del sud Italia (ma escluderei la città di Napoli per questo aspetto).

    Ecco, il parallelo non ci sta.

    D’altra parte mettiamo sia successo ora. Cioè ora Stefano Lavori inventa … cosa? un pc? C’è già, non è molto sensato ipotizzare questo … ma seguirò un mio ragionamento ora, diverso.

    Supponiamo che Steve Jobs fosse nato a New Delhi, no, anzi, in una provincia di uno statarello di quel centinaio che formano l’India di oggi. Oggi, esatto. Le epidemie in India sono tenute sotto controllo, non è che non accadano, c’è un ottimo pronto intervento e sono debellate sul nascere.

    Questo Steve, non so che nome dargli, diciamo iSteve (visto che è indiano, lo smartphone non c’entra niente), è appassionato di statistica, ha ottimi voti in matematica, ma non riesce ad accedere all’università, perché un monsone gli porta via la casa dei genitori, torna e si mette a riscostruirla, perché ci tiene, rimette su l’azienda (non era proprio un morto di fame uscito dal nulla, ma neanche un figlio di papà), usa internet per promuovere i propri prodotti, gira per internet e viene a sapere dell’hype attorno i Big Data, capisce si tratta di statistica, guarda caso la sua passione. Inizia a frequentare forum, scrive qualcosa, trova altri appassionati e squatrinati, decide di invitarli a casa a lavorare e, nel frattempo, lavorano sui big data.

    Fondano una azienda (ora le chiamano startup) che propone soluzioni innovative e consulenze pagate oro riguardo lo sfruttamento e l’analisi dei big data. Il villaggio dove vive diventa un centro nevralgico dello sviluppo software, dove altre aziende nascono e si occupano un po’ di tutto.

    In Italia, nell’Italia di allora, quella del ’76, sono successe cose ben più eccezionali, ma non si ha la penna, ne la voglia per raccontarle. Per esempio la Olivetti era in concorrenza con Apple Co. e con IBM sul campo dei personal computer, con tecnologia sviluppata in Italia, vergognandosene a quel tempo.
    Cosa dovrebbe inventare oggi Stefano Lavori non ne ho idea, ma di certo ne sentiremo parlare, forse sara figlio di un iraniano, adottato da una famiglia della provincia di Caserta, forse non si chiama neanche Stefano Lavori, ma Luca Aiello (per fare un nome un po’ più tipico), forse non sa neanche che se ne racconterà qualcosa, o che qualcuno ne scriverà una biografia.
    Il fatto è che l’Italia ha aspettato 50 anni per celebrare Adriano Olivetti, forse si aspetta troppo per accorgersi dell’eccezionalità, si sottovalutano le idee ponte, quelle che portano a, le possibilità che vanno verso altre cose, a volte si smette di credere in qualcosa pensando di aver fallito, a volte non si considera il proprio lavoro come la base dalla quale partire per sviluppare ciò che avrà successo.
    Ecco, non mi va di dire che noi italiani siamo sempre pronti a smontare e criticare le idee, perché di questo ce ne è bisogno, di senso critico, è indispensabile. Preferisco invece dire che bisogna faticare, e non smettere di pedalare.
    A proposito, giorni fa cerco Unione Ciclistica Tolentino, e parlo col presidente. Mi dice che “A volte è venuto qualche giovane, negli ultimi anni. Provano a fare qualcosa, ma poi la bicicletta è faticosa. Durano poco. In passato abbiamo avuto qualche campione, qualcuno che ha vinto. Non so se conosci …”.
    Già, è dura pedalare, ma per qualcuno vuol dire essere un campione, e non sai se quel qualcuno potresti essere tu, non lo sai se non ci provi.

     

  • I giovani e la politica

    Ammirabili i giovani per il loro atteggiamento di fronte alla “politica”. Refrattari a tutti gli appelli che si ispirano al discorso di Pericle sull’inutilità di chi non si interessa di politica. Essi vivono, si sfasciano di droghe di tutti i tipi, con una conoscenza che 20 anni fa non potevamo neanche immaginare. Essi vivono, vivono il sesso perché gli piace, fanno di tutto, lo mercificano, lo fanno liberamente, fanno collezionismo, tradiscono, sono fedeli e leali. Fanno quel cazzo che gli pare.

    Come possono non essere ammirabili.

    I giovani sono ammirabili come lo è la natura incontaminata e selvaggia, sono l’unica cosa che gli assomiglia in questa società malata e corrotta. L’unica cosa che assomigli alla purezza e alla libertà. Purezza quella selvaggia, e libertà quella della conoscienza.

    E vedo mio padre, altra generazione, che si ostina a girare canale su Porta a Porta, per incazzarsi col politicante di turno, che pretende di essere seguito nei propri sproloqui che non meritano neanche l’orecchio distratto, che sono effettivamente solo rigurgiti di ignoranza rimpastata, discorsi basati su parole incastrate per sonorità o per collegamenti improbabili tra concetti indipendenti. L’unico obiettivo dei discorsi dei politicanti e il rincoglionimento delle masse.

    Considerato che la memoria di lavoro può trattare da 4 ad un massimo di 9-10 concetti alla volta (ma 4 è molto più probabile e diffuso), basta fare un discorso che ne contenga 5 o 6 e il gioco è fatto, basta passare di pali in frasche per poi parlare del bosco, del fiume, della gestione delle acque, le centrali idroelettriche per finire con la curruzione dei dirigenti scolastici, e della scuola che è la causa di tutto perché i professori non bocciano … Ed ecco. Già non hai capito un cazzo, e ti arrabbi. Te la prendi, pensi che non ha senso quello che dice. E no, non ce l’ha, non importa che sia la parte che più ti sta simpatica. In realtà non ha senso né ciò che dice la destra, né la sinistra. In realtà hai deciso in anticipo qual è la parte che ti è simpatica e ti incazzerai sempre a senso unico.

    Se volete ve lo posso dimostrare.

    Considerate i valori della destra: libera iniziativa, ricchezza, indipendenza, individualità. Ascoltate un dibattito politico e concentratevi su quei valori. Tutto il resto passa in secondo piano. Certo, nei discorsi del dibattito qualche cazzata la sparano, ma in realtà non è importante, non è quello che conta, in realtà sono argomenti usati per assurdo, è solo per sostenere i valori base, quelli importanti.

    Considerate ora i valori delle sinistra: libertà, giustizia, ugualianza, progresso. Ripetete lo stesso procedimento. Vi trovate a passare sopra alle stronzate che mettono nel discorso e a prendere solo il succo. I valori. È quello che conta veramente.

    Sì, quello che conta veramente è che ti stanno prendendo per il culo. Entrambi le parti. Guarda caso ho messo 4 principi. Spesso ti chiedono quali sono per te i tuoi 3 valori più importanti, non negoziabili? e poi si discute. Di cosa? di un solo argomento: non c’è spazio. Altrimenti se si prova a discuterne di 2 devi togliere qualcosa, un tuo valore, quindi quello era negoziabile. Finisce che ti contraddici.

    Da parte dei politici il meccanismo potrebbe anche essere inconsapevole.

    Ma ciò non toglie che i dibattiti politici sono solo una perdita di tempo.

    “Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.”, ne è infatti il succo, ciò che ti può illudere che questa che stai vivendo tu la posso chiamare democrazia. Quanti cittadini liberi vivevano ad Atene? E quanti problemi venivano trattati? Quanti contemporaneamente?

    Siamo gli stessi umani.

    Solo un po’ più poveri e vuoti di allora.

    (della serie: ciò di cui non dovrei scrivere)

  • Scrivi di ciò che non capisci

    Ovviamente uso questo blog per l’immondizia.

    Effettivamente lo uso proprio come bidone della spazzatura, tant’è che ogni tanto lo svuoto.

    Quindi per scrivere di ciò che non capisco, di ciò di cui non ho competenza per scriverne, per discuterne, per avere un opinione, dico un’opinione vagamente condivisibile o che abbia una qualche attinenza in merito alla questione.

    Diciamo che questa è una pratica piuttosto diffusa, il “secondo me …” e via con una teoria sfacciata e improbabile basata sull’ignoranza. Quando poi un secondo me non esiste effettivamente, i “secondo me” andrebbero del tutto evitati.

    Sarebbe piuttosto opportuno dare indicazioni riguardo ai punti fallaci di un discorso, ad esempio le aree attorno le quali si ha un po’ di confusione e attorno le quali il discorso sembra lacunoso, invece di adoperarsi nella formulazione di una teoria organica probabilmete (necessariamente) superficiale su un argomento sconosciuto. E forse dare semplicemente un punteggio e lasciare che le lacune si colmino col tempo.

    E ora tutto questo era per dire che effettivamente la regola del P.O.R.C.O. (http://scicolaus.wordpress.com/2011/05/02/la-regola-del-p-o-r-c-o/ ), Pensa – Organizza – Rigurgita – Correggi – Ometti, ha senso in un blog dove si parla di ciò che si conosce effettivamente e di cui si ami parlare, e non quando si scrive di qualsiasi idiozia.

    Il problema fondamentale sta nell’esporre un argomento con la modalità “reazione”, “in risposta a”, insomma, per ripicca, per qualcosa che da fastidio, eventualmente a livello personale, e non per “azione”, “proazione”, “a favor di conoscenza” per spirito di condivisione, in qualche maniera.

    Cancellare articoli non fa bene al SEO, ma non mi interessa, sono un programmatore, non un visagista di siti.

  • Sport e dolore – c’est a dire: ecoute et repete

    Il titolo deve essere una reminescenza delle medie, ma forse non solo.

    Ovviamente se smetti di fare sport il fisico si adatta alla posizione più consona, quella di una larva inattiva, che emana cattivo odore, probabilmente tendente alla putrefazione, con tessuti inefficienti e massa grassa mescolata a massa magra in proporzioni casuali.

    È del tutto normale, niente di cui preoccuparsi, fino a quando non senti dire che così facendo vivi poco, sembra solo questa la molla che porta molti a riprendere l’attività sportiva, che spesso consiste nella corsa.

    La corsa è semplice, tutti possono farla, sempre che abbiano le gambe, diciamo la maggior parte delle persone possono. A differenza del nuoto o della bicicletta sembra non avere difficoltà tecniche.

    Sembra, ma non è così. La corsa è maledettamente difficile proprio perché le difficoltà tecniche sono sottovalutate.

    La corsa è maledettamente difficile perché richiede un dispendio di energie per unità di tempo che non ha pari in nessun altro sport di durata.

    La corsa è maledettamente difficile perché ovviamente sei in sovrappeso, o sei sottopeso, o comunque hai una postura sbagliata. Sempre.

    C’è sempre qualcosa che non va, ma non lo saprai mai fintanto che non inizi a correre.

    Ovviamente tutte le altre attività sportive hanno difficoltà tecniche, e c’è sempre qualcosa che non va fintanto che non inizi, ma per la corsa in genere non lo si sospetta.

    Ed escono dolori.

    Dolori sono: al collo, alla schiena zona torace, alla schiena zona lombale, alle anche (esterno), alle anche (interno), alle ginocchia (sopra, di lato, verso il basso), agli stinchi, ai polpacci, al tendine di achille, ai piedi (esterno, interno), potresti anche provare dolori alle spalle, e, non ultimo, agli addominali.

    Poi ti viene in mente di fare una ricerca su internet per vedere cosa sia e dove è il problema. Googli “dolore allo stinco” e magari escono fuori nomi di patologie improbabili, ma visto la tua ignoranza in campo medico leggi con curiosità.

    Il tipico consiglio è l’uso di antiinfiammatorio, e riposo. E questa cosa mi fa veramente incazzare.

    Antiinfiammatori cosa sono? In realtà dovrebbero abbassare l’acidità e sfiammare la parte, ma al più sono antidolorifici. A volte parli con l’esperta dalla casa (tua madre) e ti propina una crema, che poi scopri a base di cortisone, che è doping, quindi non dovresti gareggiare.

    Ma al di là delle regole delle competizioni quello che non sopporto è l’idea che si debba fare a meno del dolore, o che lo si debba tenere sotto controllo.

    Il dolore è un messaggio che va ascoltato, ti dice “fermati”, e devi star fermo. Se riprendi l’attività e di nuovo senti dolore, rifermati.

    Lo scopo principale per cui l’attività fisica è utile è l’ascolto, ascoltare se stessi, il proprio corpo. Non è evitare o allontanare la morte, ma prendere coscienza del proprio corpo, e della propria essenza (sembra contradditorio … ma non divago).

    Il dolore è dovuto ad un eccessivo carico tendineo, causato a sua volta da un’eccessiva tensione muscolare che va a spostare l’equilibrio dinamico di lavoro del tendine dolorante. Le zone di giunzione non garantiscono che la posizione di attacco dei tendini sia “fissa”, ma si sposta in base a quanto sono sviluppati (e in tensione) i muscoli, così, ad esempio, se il quadricipite è contratto, il tendine dello stinco è teso e se sollecitato continuamente mentre è in tensione si infiamma e da dolore. In realtà il discorso è piuttosto complesso, ma sono più o meno tutti daccordo sul fatto che ci siano catene muscolari, cioè più insiemi di muscoli, che hanno delle correlazioni piuttosto forti tra loro.

    Detto semplicemente una contrattura al quadricipite esterno può causare un infiammazione al tendine anteriore della tibia, ma capita anche che il diaframma bloccato causi la pubalgia, o che una contrattura al collo causi l’infiammazione al tendine d’achille.

    Evidentemente ci sono dei professionisti che possono dire se queste affermazioni sono vere e controllare caso per caso. Ma quello che io chiedo ad un professionista è che mi metta in contatto con me il più possibile, non che si occupi dei miei muscoli con una sorta di delega in bianco. Sole se un caso è evidentemente estremo, forse ammetterei  “potrebbe essere necessario l’intervento chirurgico”, ma non è certo la prima cosa che voglio sentire. E ci deve mettere le mani, e mi deve chiedere “senti?” ed insistere “ascolta”. Perché non corro per la fretta, non per scappare dalla realtà, non per smettere di sentire. Corro per la calma, per il contatto, per la connessione con me stesso e la mia natura, per ascoltare il mio respiro, il movimento dei muscoli, la leggerezza del tocco del piede, il ritmo dell’andatura, il tutto in sincronia e in sintonia.

    I medici sportivi sono per lo più macellai, non per loro scelta. Il massaggio decontratturante non è considerato fisioterapia, ma trattamento estetico. Fortunatamente la ginnastica posturale è considerata terapia, ed è un passo avanti. Ma il problema è che se ne occupa il fisioterapista, non il medico, un medico, a questo punto, cosa è supposto che faccia? Interventi chirurgici e prescrizioni di medicinali? Praticamente non si vede come possa prescrivere una serie di fisioterapia basata su esercizi posturali, se se ne frega della dinamica e degli equilibri muscolari, cioè è come se il meccanico prescrivesse una revisione elettrica del veicolo, casomai questo lo farà l’elettrauto.

    Il dolore è un segnale, non è il male. Segnala un tuo errore. Puoi chiedere in giro cosa stai sbagliando, non “correggimelo”, altrimenti dovresti anche dire “corri a posto mio”.