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  • Cervia – Campionato italiano Triathlon Sprint

    Decido di iscrivermi a questa gara anche se sembra un po’ di alto livello. In realtà sono su age group, ma con poco allenamento, e il solito problema alla caviglia che mi trascino da inizio maggio.

    Durante la settimana faccio 2 corse da 10km, perché la domenica precedente ho fatto una gara “mediamente soddisfacente” di 10.5 Km a Porto San Giorgio. Diciamo che la caviglia ha retto, e ho finito la corsa in 52′, che un tempo imbarazzante normalmente, ma con i 10 kg di peso extra, è un ottimo risultato.

    Arrivo a Cervia in modo rocambolesco, parto al mattino caricando la bici, e rispondendo al blablacar che voleva che passassi alla stazione di Ancona, ma per qualche motivo non troviamo l’accordo.

    Dalla mappa vedo che Cervia è una specie di isola mancata, o una mezza laguna, una Venezia venuta male, ma forse neppure troppo.

    Poi arrivo. Non era la prima volta che vedevo il posto. Riconosco esattamente la zona e il tratto di Adriatica (SS16). Per qualche motivo, nel ’22 frequentavo una ragazza, cioè coetanea. Era una storia iniziata in chat, via tinder, incontrati in un bar, partiti un po’ zoppicanti, ma con la voglia di conoscerci. E andava avanti da diversi mesi. Tanto che si fidava a farsi accompagnare da me a Mirabilandia, un regalo per il figlio, quattordicenne, che era alto quanto me. Era un po’ strano parlare con figlio, un po’ infantile ancora, ma fisicamente formato, e anche un po’ stronzo, cioè un po’ come lo si è a 14 anni per contratto, o cose del genere. Comunque era ottobre, ed avevamo preso due stanze in albergo, a Milano Marittima, per fare una giornata piena. Non ricordo esattamente, ma penso fosse una sola sera, poi tornando via da Mirabilandia abbiamo deciso di andare allo zoo safari. Veramente ho deciso io, perché l’ho visto scritto e ho girato la macchina per andarci, davanti alla biglietteria abbiamo chiesto informazioni, e ci è toccato entrare. Ma tra le altre cose ci siamo anche persi, non allo zoo, ma fuori, e siamo finiti a Cervia, una zona paludosa. Insomma, eravamo in tre in auto, ma per me ero con lei, che ogni tanto cercava la mia mano, e io volevo fargliela trovare, e a volte cercavo la sua. E tutto questo mi ha reso un po’ triste e melanconico.

    Triste e melanconico, giro a destra per andare verso il centro di Cervia, ma prima mi fermo a pisciare.

    Triste e melanconico, parcheggio vicino una rotonda dove c’era il giro di boa, e chiedo informazioni per dove prendere il pacco. Ma erano appena le 10. Le informazioni sul sito Fitri erano piuttosto “staffed” quindi difficile capire quando dovessi partire io con M3.

    Triste e malinconico (perché poi la sintassi ogni tanto l’aggiusto), ritiro il mio numero, e torno all’auto, mi cambio e ritorno a posare la bici. Casini infiniti, zona cambio infinita, eccetera.

    Piadina e sonnecchio su una sdraio. C’è Palmieri che mi sfotte per qualcosa che non ricordo. Body con zip rotta, ma basta che tiene. “Non hai la muta?”. No, scordata.

    Partono gli M3, così avevo capito. Poi chiedo a gente che sta lì in attesa, e chiedo se è per M3, mi risponde uno “S4”, rispondendo chiaramente riguardo alla sua categoria, non al fatto che dovesse partire _anche_ M3. Ma siccome la gente è propensa a sentirsi sempre protagonista, non ci fa caso neanche che forse qualcuno vuole solo un’informazione, d’altra parte stanno gareggiando al “campionato italiano di triathlon sprint”…

    Mi siedo e li lascio partire. Poi sento lo speaker che parla di aspettare fino alle 3 meno un quarto per la prossima gara. Mi alzo e vado a chiedere quando partono gli M3? mi risponde “sono partiti, sono in acqua”. Ok, corro e parto per la gara, forse 3 minuti più tardi, ma meglio di niente.

    Circuito bici cittadino molto facile tecnicamente, a parte il giro di boa, non ci sono curve, ma sono fisicamente poco pronto.

    Poi la corsa va meglio, nel senso che riesco a farla in progressione, finendo l’ultimo km a 4:20 e quello prima a 4:50.

    Mi siedo al pasta parti, pare che una ragazza mi sta parlando, ed è pure bella, ma forse sono una triste e malinconico.

    Comunque ho fatto una pessima figura, qualcosa come 300esimo su 301 o cose del genere.

    I miei triathlon (2026)

    Per quanto triste ed infortunato, ho fatto diverse gare, e diverse distanze, tutte di triathlon. L’obiettivo era imparare a cambiarmi le scarpe.

    Visto che vengo da ricordi di Ironman e mezzi, tra cui Elbaman, quello che apprezzo delle gare non è solo l’organizzazione, ma anche i percorsi.

    D’altra parte Elbaman lo faresti senza che ci fosse una organizzazione, prenderesti la bici e ti faresti il giro dell’isola, basta raggruppare un po’ di gente.

    E così Aronamen, dove c’è un lungo rettilineo, per poi salire sulla collina, e da li farti il sottobosco, e scoprire per un tratto il lago di Orta. Ma soprattutto atmosfera ed ambient bucolico/alpino, alla Heidi che gli sorridono i monti e le vacche le fanno mohouh.

    Lago di Vico 2026: il posto è bellissimo, è un lago di orgine vulcanica, sembra proprio di scendere nella caldara di un vulcano, e trovarci un lago spettacolare e raggiante dove i pioppi si specchiano sornioni, sputacchiando i batuffoli buffi di bianco cotone. Però la gara è tutta sotto gli alberi, vedi solo la strada durante il percorso bici, e così anche durante la corsa. Il lago si scorge appena. Diciamo raccolta, gara ben organizzata, lago bello da nuotarci (acqua piuttosto calda), ben servito da ristoranti e chalet. Ma è un Olimpico impegnativo, e con un feedback visivo non all’altezza di un medio (troppi giri ripetuti in bici).

    Sprint di Lecco. Oh, Lecco è una città, sul lago. Ci sono bei posti da visitare, e la gara viene fatta in un campeggio. Il lago è pulito e facile da gareggiare, niente correnti, e acqua piatta. La bici è un circuito cittadino con molte variazioni, curve tecniche, cavalcavia, rotonde … variegato e divertente. Per molto del percorso vedi il lago e la sponda dal lato opposto, con i suoi paesi, il monte che sale, eccetera. La corsa si fa in un parchetto verde vicino alla sponda del lago, molto curato, e molto ombreggiato. L’organizzazione è praticamente perfetta, ci sono parcheggi a 50 mt dalla zona cambio, e tutto scorre alla perfezione. È un circuito cittadino, ma è davvero suggestivo, non te lo aspetteresti da uno Sprint.

    Lago di Suviana: Olimpico spettacolare. È un Olimpico no-draft, dove tipicamente la mancanza di scia te la sbatti nei cosiddetti. La bici parte in salita, arriva ad uno stop, giri a sinistra, fai un po’ di curve, ti ritrovi sopra la diga, la attraversi, giri a destra, e giù fino ad un paesino, dove “guadi” il fiume, e ti fai l’altro versante, tutto in salita, per 10 km circa, poi ridiscendi e torni al lago. La location è spettacolare e caratteristica come nessuna. Non ci sono neppure film ambientati in posto così inusuale come questo, non c’è manco mezzo metro di piano. Se penso ad una location caratteristica, mi viene in mente ad Avatar e le colline che sembrano appese alle nuvole. La zona del lago di Suviana è un altro pianeta ancora, nessun regista lo ha ancora scoperto. Nel frattempo farci una gara è un’ottima idea.

    Sprint di Como: ok, circuito cittadino. Como è stupenda, e lo è anche il lago, ma di per se la gara è qualcosa “per di più”.

    Lago di Iseo: penso che mi piacerebbe. Ma non l’ho fatta.

    Brescia: triathon sprint, peccato le scarpe non slacciate. Bello il percorso di corsa, attorno al lago dove si nuota. E bello anche il percorso di bici, anche se tutto in pianura, comunque Brescia per me è stata una bellissima sorpresa.

    Piediluco: non è una scoperta, il miglior Sprint spettacolare, il posto merita e l’organizzazione si fa valere.

    Alba Adriatica: percorso bici meraviglioso, non siamo ai livelli di Elba, perché ci vorrebbe un’isola, ma davvero è un bel vedere.

    Ma Cervia mi ha deluso? Ma non lo so, è solo malinconia, o tristezza.

  • Lo strano caso degli occhiali non-nella-borsa

    Sembrava ovvio che dovessero essere lì, ma non c’erano, evidentemente.

    Ho svuotato completamente la borsa rovesciando tutto nella stanza del hotel dove alloggio.

    Uno di quegli hotel dove tutto è automatizzato, e devi solo inserire codice e girare chiavi nella toppa della porta.

    Avevo davvero bisogno di una doccia, ma questa cosa degli occhiali era proprio fastidiosa.

    Dopo ogni T1, tolgo la cuffia ed infilo gli occhiali dentro. Poi metto tutto nella borsa per la gara successiva. Se faccio una gara alla settimana tutto ok. Ma ad agosto ho fatto uno stop e non trovavo più l’accoppiata cuffia-occhiali.

    Avevo un blablacar che arrivava in stazione e non potevo disfare la borsa alla partenza, ma rovistando non li sentivo.

    Ha fatto caldo per tutto il tragitto, il 29 Agosto è tempo di rientri dalle vacanze, e di code.

    Lei mi chiede di tenere la temperatura “un po’ più alta”, ma il problema è l’andatura a singhiozzo tra Rimini e Bologna, che non è la cosa più usuale.

    Così il giorno del triathlon sprint di Brescia ho un compito in più: comprare occhiali. Mi informo, chiedo alla taverna/pub dove mangio, e forse bevo un po’ troppo, Grillo, tengo tutta la bottiglia e prendo una cotoletta ed un piatto di pasta con non ricordo cosa.

    Brescia è stesa sotto la collina che sale su e la divide. In cima c’è un castello con delle mura e dei fossati, molto suggestivo. È un po’ come se Brescia abbracciasse la collina con tutto il castello, per quello che può.

    Si vede molto verde lungo i pendii di quelle che dovrebbero essere pre-alpi, se esiste questa cosa. La parte ovest è piuttosto riparata, c’è una insenatura che si infila tra 2 colline. La parte Est non ne ho idea, da sopra dovrei vederla, ma so che il 30 ho la gara proprio là.

    In quella zona ci sono laghetti formatisi dalla cava per estrarre sabbia, che poi è poco sotto il lago di Garda.

    Al mattino trovo un centro commerciale che ancora non è aperto. Litigo col navigatore e mi incazzo, ma sono comunque in anticipo. Arrivo a prendere gli occhiali: arena, e scontati pure.

    Per raggiungere la gara non ho idea, ma entro in una superstrada e finisco in una palude, dopo un po’ una vigilessa o carabiniera, mi dice che posso andare a parcheggiare “là”. Seguo la strada ed il parcheggio è davvero a 2 passi dalla zona cambio.

    Non c’è la cuffia. Questo per me è un male, visto l’antefatto. Mi lamento. Mi dicono che nella email “c’era scritto”. Taccio. Ho la casella piena e non ricevo email da 4 giorni, un bel casino …

    Per qualche strano motivo qualcuno mi presta la cuffia. Non capisco perché non si dovrebbe nuotare in una pozzanghera che risulta dalla cava senza cuffia. A rimetterci sarebbe solo la mia testa.

    Faccio una frazione nuoto imbarazzante, nonostante la muta.

    Mi fanno davvero male i piedi. Correre fino alla zona cambio scalzo è una sofferenza. Questa cosa dell’infortunio della caviglia e lo stop di Agosto mi ha ucciso. (e anche un po’ il Grillo della sera prima).

    Di suo Brescia non è affatto male. Il centro storico è pieno di chiese ed altri edifici storici, ma comunque le strade sono abbastanza ampie e tranquille. Ci sono fontane, ed è davvero carina. Non è una metropoli, o almeno il centro non è così grande. E poi ti puoi fare una scappata al castello da dove si vede tutto e c’è molto verde. Il sabato c’era anche un concerto.

    La frazione bici inizia come molta calma. Siccome la cuffia mi è stata prestata, mi ha anche detto il numero di dove dovevo restituirla. Ovviamente l’ho scordato, e lo poggiata in un posto a caso. Ma il mio l’ho fatto. Infilo le scarpe e ci corro dentro, quelle da bici, sì. La T1 la faccio così, la cosa degli elastici è assurda per me. Inforco la bici da sinistra, e aggancio prima il piede destro, inizio a pedalare ed aggancio il sinistro che era l’appoggio.

    Terra piatta. Assolutamente piatta. Ci sono 2, 3, ettupli calvalcavii, che io cavalco entusiasticamente. Tanto sono solo 50 metri, e comunque i 20 km dovrebbero finire presto. So benissimo che i primi 10 km sono di riscaldamento. Quello che non mi aspetto è che il personale sta oltre la curva, e non prima a mo’ di paratia come mi aspetto. Così salto anche il giro di boa, che è una rotonda. Veramente non capivo se fosse quella o la successiva. Finisco sul brecciolino, ma sono talmente lento …

    Insomma, potevo anche cercare qualche scia, ma alla fine era rimasta una ragazza che tirava, mi sembrava ineducato, e quindi mi sono messo davanti.

    La discesa è problematica. Dovrei sganciare, ma questo è un giro singolo e non so quando sto per arrivare. Mi trovo ad avere slacciato una scarpa, e l’altra no. Scendo dalla bici e reinfilo la scarpa, la allaccio meglio. Parto a tutta, sulle punte delle scarpe, la curva è a gomito e alzo la bici.

    Mi fischiano.

    Mi spiega che avrei potuto uccidere qualcuno alzando la ruota. Sfortunatamente non l’ho fatto. Sarà per la prossima.

    Cambio scarpe ok.

    Si gira attorno al laghetto, e qualche altro posto. C’è un ristoro. Sono 2 giri, mi pare.

    Non ci ho capito molto, ho anche passeggiato un po’.

    Il clima era fresco, accettabile. Ma ho capito che lo stop di Agosto mi ha ucciso, e decisamente era meglio che tenessi il ritmo di una gara a settimana.

    Atterro a casa tra varie peripezie alla sera della domenica.

    AWS Zürich

    Il lunedì mi arriva il link per partecipare ad AWS di Zurigo. E questa cosa mi sconvolge un bel po’: perché me lo mandi lunedì se l’evento è martedì? Perché sono tornato da Brescia facendo 4 ore di auto, per poi dover ripartire e magari farmi la strada di notte senza dormire?

    Cosa è successo veramente?

    Non ho idea, ho solo perso un po’ di tempo per capire se tirar giù la bici o no, se alloggiare da qualche parte vicino a Zurigo, se fare la vignetta, il Gottardo, prendere il treno …

    E alla fine non sono partito.

    Ho trovato invece un impegno per la settimana dopo

    L’otto volante di Alba Adriatica

    Il 6 settembre c’è l’Olimpico di Alba Adriatica.

    Questo è andato ancora in modo più rocambolesco. Ricevo la email con i dettagli il venerdì, cosa che non leggo. Leggo il sabato, alle 9, che la gara parte alle 8 di mattino. Che è molto meglio.

    Questa volta ho 2 paia di occhiali, 2 cuffie, la muta non se ne parla.

    La zona cambio è un piazzale ampio e comodissimo. Solo che è a 300 metri dalla spiaggia. E mi fanno male i piedi!

    È un Olimpico no-draft, e la frazione bici inizia ad essere pesante.

    Non è stata la prima volta che facevo l’Olimpico di Alba Adriatica, e ricordavo il giro della bici, ma non ricordavo il panorama.

    Si sale a Tortoreto e si vede giù il lungomare con gli edifici che danno sulla spiaggia. Il blu è sempre un piacere, anche se è salita.

    Visto che sono 3 giri di circa 5km, la sensazione è quella di essere alle giostre o qualcosa del genere: sali piano e agile sulle gambe, scendi veloce, attento alla curva che stringe, becca la traiettoria in uscita, stai basso in pianura …

    Ma quello che è peggio è stata la corsa. Dopo 5km ho pensato che fosse troppo. Quindi ho iniziato a passeggiare. Ho scoperto solo poco prima della fine che ai ristori c’erano i gel!

    Infatti ho preso un gel ed ho fatto gli ultimi 700mt a 4’15”

    La caviglia non è ancora al meglio, e sono decisamente sovrappeso. Ma il potere del gel durante la corsa degli olimpici era qualcosa che avevo scordato.

    Solo bici

    Sembra quasi che faccio solo triathlon. In realtà sono bloccato al Re. Sto leggendo con piacere Trattato di Armonia e sono bloccato a pagina 45, perché Schoenberg dice di fare degli esercizi, e io quando leggo un libro dove c’è scritto di fare esercizi, mi fermo e faccio gli esercizi. Forse la chitarra non è abbastanza, ma già qualcosa.

  • Ho la depre (ripresa)

    Deve esserci un articolo del genere negli archivi di questo wordpress, qualcosa di antico.

    Non mi va.

    Cosa? Praticamente niente.

    Ho una decina di progetti aperti, alcuni so che li lascio in sospeso dandoli per falliti, ma devo continuare con gli altri.

    Ma avere un monte di progetti falliti alle spalle non è troppo incoraggiante.

    Mi costa andare avanti, affrontare il progetto.

    Ok, mi costa.

    Ma quanto mi costa?

    Mi voglio pagare

    Questa è l’ispirazione che cercherò di seguire per superare questo momento di stagnazione.

    Se stabilisco “QUANTO” mi costa, stabilisco quale è il prezzo che devo pagare, l’entità dello sforzo che devo applicare, e in definitiva quanto vale superare questo momento.

    Se ipotizzo di averlo superato, e volessi guardarmi indietro, dovrei dire quanto mi è costato.

    Allora lo valuto in energia potenziale, ovvero in energia inerziale.

    Superare questo momento è come muovere un corpo di 80 kg ad una altezza di 40 mt, che è approssimativamente l’altezza del mio palazzo. Mentre 80 kg è approssimativamente il mio peso.

    Quanto mi costa? Quanto fare tutte le rampe delle scale fino ad arrivare all’attico.

    Vedi, c’è un ciccione sulle scale che non mi fa passare: “Quanto vuoi per salire?”

    (e quel ciccione sono io)

    La curiosità è che il palazzo ha 13 piani + uno.

    Un grande piano è fatto di 13 piccoli piani + Uno

    Il progetto che devo affrontare ha delle incognite, quindi salire una rampa non è semplicemente fare un gradino alla volta.

    Diciamo che un buon approccio è stabilire cosa so e cosa non so.

    Infatti fare un elenco di cose da farsi è l’approccio generico. Ma quando sei il progettista sei tu che decido cosa va fatto, e non puoi chiedere un aiuto da casa, o dal pubblico. Anche fare 50/50 sembra poco effettivo, ma già è qualcosa di più simile a ciò che farò.

    Più precisamente userò questi schemi.

    Tabella conoscenza

    Cosa SoCosa Ignoro

    Tabella Compiti

    Azioni definiteAzioni indefinite

    Posso partire dalle features, o ancora prima dalle user stories per definire le features, e poi andare a riempire le 2 tabelle.

    Il post originale era di quasi 20 anni fa https://joker.smartango.com/2006/12/31/azzo-sono-depresso/

    conclusioni

    Quando si ha confusione e senso di stagnazione, fare un elenco di cose, o fare azioni a caso ma che lasciano memoria (salvare).

    La strategia del 50/50, del dividere le cose, una da una parte, una dall’altra, il bene vs il male, e altre amenità, viene sempre sottostimata. Nella realtà è quella più effettiva.

    La seconda conclusione è che molti insuccessi sono un peso, ma il superarli muovendosi verso un altra posizione, cioè anche avere un piccolo risultato, rappresenta una grande vittoria, è un po’ come spostarsi da un carico che grava sopra la propria testa, non ti sta cadendo addosso, ma lo percepisci sempre presente. Il fatto che ti sposti e non è più lì lascia campo libero ad altre cose.

    E tutto questo è un po’ come pagarsi, darsi una pacca sulla spalla. (non accettare da nessuno una pacca sulla spalla come pagamento, tranne da se stessi)

    O almeno spero.

  • Cascate. Piediluco Sprint 2026

    “Ma assaggi almeno qualcosa”

    Mi lascio convincere dall’amaro con gli odori tipici del posto, delle cascate delle Marmore …

    Perché, “Guardi”, mi giustifico, “ho appena fatto una gara al lago di Piediluco, poi mi sono fermato anche a mangiare un panino con salsiccia, e ci ho messo la maionese, quindi ora di assaggiare il tartufo non ne ho voglia”.

    “Il liquore è fatto con radici e cortecce e gli odori tipici della zona. Lo fanno qua vicino. Mi hanno detto hanno un capannone pieno di cortecce e di radici. Ovviamente vengono dall’estero. Perché in Italia non si può fare”

    Lo guardo un po’ curioso, un po’ meravigliato.

    “Perché, sa, si tratta di prendere le radici, bisogna sradicarla la pianta. “, continua, “Comunque hanno scelto una gradazione leggera, che possa piacere anche alle donne”.

    Qualcuno fa rafting, ma ancora non è sceso, non sanno dirmi che esperienza è, ma il biglietto si fa poco lontano da lì.

    Il miele più particolare che assaggio è quello di edera, al negozio che è fuori dalla zona cascate, non quello del liquore, dove “avevo un miele al tartufo, ma è andato via tutto in due giorni”, ma il tartufo non fa fiori, “ma no, è solo aromatizzato, non so come lo fanno, io lo vendo”.

    Negozi fuori, negozi dentro, biglietto per entrare, ma non potevo non fermarmi.

    Triathlon Sprint Piediluco

    La gara non è niente che mi sorprenda, neppure la location. Riconosco il circolo canottieri, però pare che abbiano spostato di capannone, così il vecchio spogliatoio non è più usato. Si usa una palestra dall’altra parte della strada, dove è il parcheggio ed il circolo del tennis. E lì c’è anche il bar dove prendo una pasta con la nutella ed un caffè.

    Ho decisamente bisogno del caffè, la sera prima ho bevuto mezzo litro di vino in cartone, una Paulaner Weisse, e un paio di Peroni dal 33cl, mangiando degli arrosticini decisamente troppo salati e pepati, cotti in una padella facendoli reinzuppare nel loro stesso grasso bruciacchiato.

    Il viaggio in auto è stato precipitoso, salendo in macchina alle 7:30, solite dimenticanze di qualcosa. Ma la colazione l’ho fatta alle 5 e piuttosto bene, avrebbe dovuto mettermi a posto lo stomaco sconquassato dalla cena della sera prima.

    Il solito nuoto, o anche peggio. Quando sono in acqua credo di aver fatto chissà quale performance, e sta volta il lago di Piediluco aiuta: non si vede un cazzo.

    Esco e stoppo per la transizione, non vedo neanche cosa c’è scritto, tolgo occhialini, li infilo nella cuffia, arrivo vicino alla bici subito dopo aver aperto la zip della muta. Sfilo la muta, faccio subito. Infilo le scarpe da bici, numero gara, occhiali, casco, prendo la bici ed esco fino 7 mt oltre la linea dove si può salire (voglio stare tranquillo e salire con calma). T1 in 1’33”.

    Pedalo ma parto subito con un rapporto duro. Il gel a quella cosa che doveva essere limone ha un sapore ripugnante ed è appiccicoso, ho bisogno di idratarmi effettivamente, un po’ per il caldo, un po’ per la sbronza della sera prima, ma anche nella borraccia c’è lo zucchero, così già dal primo strappo le gambe sono dure, e sono ancora fredde. Fino alla prima salitina di 700mt, l’unica nel percorso, dove definitivamente le gambe sono indurite, dopo appena 5km, e sono ancora coi muscoli freddi. La discesa non riesco a farle girare, devo arrivare alla fine del primo giro per sentirle un po’ riprendersi, ma sono sottotono.

    Faccio il secondo giro soffrendo, verso la metà iniziano a girare un po’ le gambe, la discesa la faccio un po’ meglio, e sul finire del giro stacco il gruppetto e arrivo quasi a prendere quelli evanti a me.

    Prima sgancio il boa, destra, sinistra, poi tolgo il piede dalla scarpa sinistra, poi quella destra. Troppa attenzione ad acchiappare sopra la scarpa che gironzola e becco una buca in pieno. Ma arrivo alla linea “scendi qui”, salto giù dalla bici ed inizio a correre, me la trascino dietro di peso e gli faccio fare la curva con una ruota in zona cambio, arrivo a metterla sulla rastrelliera in qualcosa tipo 10″, veramente volo. Solo poi le scarpe mi accorgo di averle lasciate col boa stretto ed insisto nell’infilarci il piede, i retro si accartoccia e devo sganciare il boa, e fare meglio. Un po’ distratto parto col il casco, allacciato. Torno indietro a rimetterlo a posto. T2 in 1’00”.

    Inizio a correre e non gira proprio. Sono demoralizzato per la bici, per la T2 incasinata, e voglio fermarmi ad ubriacarmi da qualche parte. Ma invece mi metto a parlare con Dario, compagno di Olimpia Triathlon, e parliamo un po’ di bici, e mi distraggo, il primo km passa, e arrivo poi al giro di boa, alla fine del primo giro sono ancora poco convinto, ma ormai c’è poco da abbandonare, e così le gambe iniziano a girare, e così inizio a correre un po’ più forte. Non per la gara, che non mi frega più niente della gara a questo punto. Voglio solo sentire le gambe che vanno, il corpo che si muove, le anche che si alternano, il corpo che respira, i piedi che si poggiano a terra … Corro per correre.

    Al solito l’organizzazione è perfetta, la strada è chiusa al traffico, la corsa è nel paese ed è molto suggestiva. Piediluco è un ottima esperienza.

    Due settimane di stop non ci volevano, finisco sempre per andare giù di morale. Inizio poi a non sopportare più il caldo e la dieta assurda che mi tocca seguire (frutta, pesce, raramente carne bianca, saltare il pranzo, mangiare la sera e la mattina presto). Dopo un po’ scivolo in arrosticini in padella e vino in cartone, non dovrei, ma è capitato. Ho anche donato sangue il mercoledì, ma questo non mi ha certo indurito le gambe.

    1h22′, che se fossi andato più forte ci avrei messo meno (ma questa bisogna dirla senza ridere).

    Ho fatto delle ottime transizioni, devo affinare alcune cose. È stata utile la carta gommata prestatami per fissare il gel. Peccato il gel, con mezza barretta sarei stato più felice.

    Forse proverò a fare qualche corsa, non voglio superare i 10 km, e voglio avere le gambe sciolte, forse anche a 4’10” se riesco.

    È anche la mia prima gara senza cavigliera.

  • Che si dice a Porto Potenza?

    Non lo so, non sono quel tipo di persona che si informa su cosa si va dicendo in giro dove vivo io o nei paraggi.

    Ho molti interessi, mi aggiorno su tecnologia, su dove si fanno gare e perché, su come sto fisicamente e dove trovare trattamenti per il mio stato di salute, fisico e mentale. E cose simili. Sì.

    Ma non chiedermi come stai il vicino o la vicina, perché di certo non gliel’ho chiesto.

    “Come stai?”, e se poi mi risponde che non sta troppo bene dovrei dirgli che non mi interessa? Piuttosto pericoloso. Magari se stai per morire mi dispiace, ma non sono io quello che può aiutarti.

    L’infermiera che mi chiedeva una mano per spostare mio padre dal suo letto (era morto), mi guardò con uno sguardo severo, “devi abbassarti sulle ginocchia”, disse. Beh, lo so io quanta forza ho sulla schiena, e so anche che babbo aveva perso una ventina di chili per via della malattia. Ma cosa posso farci? Sono lì tutti a distribuire rimproveri.

    Perché invece non sarebbe più giusto farsi i cazzi propri?

    Per dire, spostiamo questo corpo da qui a la. Tu pensi alla tua cazzo di schiena e pieghi le ginocchia come cazzo ti pare, io penso alla mia schiena e faccio quello che cazzo mi pare. No, così giusto per tracciare confini: io sulle mie ginocchia (e la mia schiena), tu sulle tue.

    Quindi no, non lo so, e neppure mi interessa.

    Stare soli non è una malattia, ma un momento di riflessione.

    Ieri sera si parlava di meditazione, chi consigliava di fare 5 meditazioni al giorno di 5 minuti. Non è che si parli molto durante la meditazione, anzi, si sta zitti. Quindi non si comunica, non si socializza, si sta soli. Puoi anche immaginarti connessioni astrali universali, eccetera. Ma di fatto stai zitto, e solo.

    Perché al mattino presto, o magari la sera, vedi gli uomini sui balconi a fumarsi una sigaretta, soli?

    E perché quando sei single questi momenti sembrano inutili ed anzi dannosi?

    Non ho idea. Ma se l’avessi sarebbe brutale e spacca culo.

    Avevo una gabbia. Sì, forse mi ci ero messo, ma era la mia gabbia, il mio posto sicuro. Perché rinunciarci?

    Fatta di fantasie, a volte anche terrorizzanti, a volte bizzarre, tutte fuori dal mondo.

    Ma mi sentivo in trappola, non per via della gabbia, dalla quale non riuscivo ad uscire. Mi sentivo invaso dai consigli di chi mi spronava ad uscirne.

    Ciò che feci non aveva alcun senso, o forse lo aveva, ma solo dal punto di vista della gabbia. È stato come girare il lucchetto della gabbia, e così sentirmi costretto a trascinarmela dietro. E così ho fatto per alcuni anni, uno, forse due.

    Ma ora sono solo, e anzi rivendico il diritto di esserlo. Senza amore, ma anche senza orpelli da trascinarmi.

    “ehi, sei quello della gabbia?”, “puoi andare a fanculo. sai come si fa?”

    Ecco, ognuno dovrebbe sapere come andarsene a fanculo.

    Per George Orwell, in 1984, stare solo era un reato, o almeno stare solo senza l’occhio del Grande Fratello puntato su di te. Poi Winston trova la liberazione innamorandosi di una donna, come se quell’epilogo non prevedesse il fumarsi una sigaretta sul balcone, o fare meditazione 5 volte al giorno.

    Ma perché farebbe così paura?

    Avevo preso l’abitudine a parlare, un po’ di tutto, con la donna con cui stavo. Poi sono stato con un’altra, e gli argomenti sono cambiati. Forse sono cambiati come sono cambiato io, forse come è cambiata la lei con cui parlavo.

    Poi il vuoto. Nessuna con cui parlare, e così ho iniziato a parlare a vanvera, frastagliato, come se fossi intimo di chiunque.

    Questa condivisione dell’intimità è una cosa che ho scoperto piuttosto tardi.

    L’intimità non è tanto qualcosa di segreto o inconfessabile, ma qualcosa di banale, quotidiano, routinario, insulso. Ma un qualcosa che stando in 2 si trova così fantastico ed eccezionale, tanto da volerlo condividere.

    Non ha molto senso visto da fuori, ma poi una volta assaggiato sembra quasi irrinunciabile. Tutto ti porta a ricercarlo, anche se non sai esattamente come lo hai ottenuto la prima volta.

    O almeno è stato così per me. Conosco una ragazza in chat. Poi ci si vede. Ci sembra di fare una cosa pazza. Iniziamo a frequentarci. Non va tutto alla perfezione al primo incontro, ma ci sembra una cosa pazza, e continuiamo. Finiamo per rincorrerci. O almeno è così per me, che ho un po’ più tempo. Poi lo trova anche lei. E vuole organizzare cose insieme. E va pure bene.

    È una bella cosa, non gli do molta importanza, non ho mai pensato che lei volesse l’esclusiva, e infatti diceva di non volerla. Così posso uscire con un’altra. Per qualche motivo va piuttosto bene. Ma sono pigro e non ne capisco il valore. Lascio la cosa sospesa. Mentre sto con la prima.

    Non che non avessi avuto storie in passato, ma erano meno importanti, vivevo con i miei, e non duravano troppo, gli davo ancora meno importanza.

    Ma ora stare soli diventa davvvero importante, per via della consapevolezza.

    Mi sento obbligato a non frequentare più donne, mi sento escluso dalla loro sfera.

    Questa cosa sulle prima mi ha infastidito. E ancora mi infastidisce.

    Ma dovendo accettare questa cosa, credo che non sono obbligato neppure a frequentare uomini.

    Questo mi apre la possibilità di rimanere solo, senza dovermi giustificare.

    Se qualcuno mi dice “Sei gay”, ed è un uomo, la risposta è “Sì, però tu mi stai sui coglioni. Sparisci”. Se è una donna, la risposta è “sì pero tuo fratello mi sta sui coglioni. Sparisci”.

    Sembra ci sia un codice di comportamento per gay e per etero, e sembra che ognuno debba conformarsi ad uno di questi 2 codici.

    Ma effettivamente io non sono codice, e faccio quello che voglio.

    Ai “si è sempre fatto così”, rispondo tranquillamente che per qualche decennio che dovrò campare, vi conviene chiudere un occhio e non scassare.

    Sarà un quieto vivere un po’ per tutti.

    Voglio dire, ci si può accordare. Qualcosa la so fare, e una mano posso darla. Non certo a fare l’infermiere o ad occuparmi del tuo stato di salute o di umore, perché non è una roba mia, ma posso fare altro.

  • E quando guardi il mondo da un angolo differente

    ho coperto “NotebookLM” così non rompete.

    Puoi chiamarlo come vuoi, ma esiste un solo Dio: quello che conta veramente è che il cambio sia favorevole. Valore di costo, valore di scambio, valore percepito.

    Ci si domanda perché i ricchi sono sempre più ricchi. Ma presteresti dei soldi a chi guadagna poco? A chi fa valere poco il proprio valore negli scambi? Oppure li daresti a chi “se la tira”? Chi se la tira si fa pagare meglio, i soldi che ti chiede in prestito te li ridà prima. Forse va a farci una guerra o a divertirsi in qualche modo poco simpatico, forse ride solo lui. Ma onora il debito.

    L’unica speranza per chi annaspa è quella di aumentare i tassi, promettere di più, alzare la posta, come si fa in un tavolo da poker.

    Ma il banco vince sempre.

    Several key financial drivers, strategic valuations, and trade surges that have contributed to Israel’s economic and energy positioning:
    Strategic Energy Agreements: A landmark memorandum of understanding (MOU) between the state-owned Europe Asia Pipeline Company (EAPC) and the UAE-linked MED-RED Land Bridge is valued at an estimated $700 million to $800 million over a 10-year period
    * This agreement focuses on using the Eilat-Ashkelon pipeline for the storage and transfer of oil, potentially capturing 12% to 17% of the oil business traditionally handled by the Suez Canal
    * Surge in Energy Imports: In 2025, Israeli imports of Azerbaijani crude oil—which accounts for 46.4% of its total oil imports—surged by 31%, reaching an average of 94,000 barrels per day
    * Historically, oil imports from Azerbaijan have been a massive component of bilateral trade, valued at approximately $3.5 billion as far back as 2008
    * Transit Fee Revenue: The Israeli pipeline system generates revenue through transit fees. For example, previous agreements for transporting Russian crude oil through the network were cited at approximately 10 cents per barrel
    * Strategic Hub Valuation: The 2026 Hormuz crisis, which removed roughly 13 million barrels per day from the global market, positioned Israel’s infrastructure as a vital node for the India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC)
    * The sources suggest that leveraging existing Israeli storage and transshipment capacity for Gulf-origin products is a primary recommendation for regional resilience, though the exact added wealth from this role is still being assessed through pilot phases
    * Broader Trade Growth: Outside the energy sector, Israeli exports to partners like Azerbaijan have shown record-breaking growth, reaching $128.9 million in 2008, a 56.4% increase over the previous year
    * Key exports include medical equipment, telecommunications infrastructure, and high-tech agricultural solutions, such as advanced irrigation and strawberry-growing technologies

    While these specific figures highlight significant revenue streams and growth in trade sectors, the sources emphasize that much of the “wealth” gained is also strategic, providing Israel with enhanced energy security and a role as a “Plug n’ Play” land bridge between the Red Sea and the Mediterranean

    https://notebooklm.google.com/notebook/a483b245-f46b-4998-b928-a587dd76a895

  • Sono uno di noi

    Como è piccolina, ti ci perderesti se fossi un insetto, ma solo uno di quelli che non volano, forse uno scarafaggio.

    Tutto gira attorno allo stadio, o almeno questo è stato il mio punto di vista, quello di un praticante di triathlon che va a fare una gara una domenica di Luglio, senza un’idea precisa di cosa sia Como, se è bella, se è brutta, se ha cose, se no.

    Blablacar lo faccio con Alberto che da Rimini va a trovare la ragazza a Milano per passare il fine settimana con lei. Milano il 18 luglio ha qualcosa tipo 37 gradi, Lodi 38. Già questo un po’ strano.

    Grazie ad Alberto scopro il parcheggio dell’HERA di Rimini che è un ottimo punto di scambio per blablacaristi.

    Fa caldo. Partire alle 8 di mattina per arrivare a Como il sabato pomeriggio, prima della gara. E questo forse è un po’ strano, ma voglio evitare casini.

    Come dice Alberto, “Como è molto più piccola, di interessante c’è un treno che parte dal centro e va in collina…”

    Tra Milano e Cantù mi fermo in McDonalds a comprare panini scadenti, tanto sono comunque migliori di altri. Metto il solito antibiotico ad occhi ed orecchie.

    Stordito da otite, caldo, batteri. Ormai ho lasciato Alberto alla stazione di Milano Fiera. Sono sceso dall’auto ed ho iniziato a fare i piegamenti sul piano sagittale, 3 x 20. È una cosa che sta rafforzando il gluteo medio, e allentando il carico sulla caviglia, e migliorando la situazione di equilibrio. Ma l’otite di certo non aiuta.

    Stare seduto in auto è una schifezza. Forse l’auto è troppo piccola? Mi ritrovo con la schiena curva, troppo curva, 4 ore di auto non sono uno scherzo, ed il traffico in questi fine settimana peggiora le cose.

    A Como arrivo coi nervi a pezzi e mi incazzo col navigatore, mi servirebbe fermarmi con calma ma sembrano tutti indaffarati ad andare dove devono andare. Ma riesco a fare benzina.

    Arrivo a parcheggiare vicino lo stadio, anche senza sapere che stessi parcheggiando nel punto di accumulazione della funzione “casomai ti perdi a Como, torna allo stadio”.

    Praticamente se vedi il lago sai dove sei. Però è davvero un posto carino, un gioiellino. Una bella passeggiata che fiancheggia il lago, piena di ristoranti e di piazze dove fare l’aperitivo, ragazze a sfoggiare il loro ultimo vestito, o scarpe quello che gli tira di sfoggiare, partite da Milano, e forse arrivate in treno, con la ragazzo che gli regge il gioco, fighe, ricche, felici, e vestite bene.

    Io dopo aver preso il pacco gara e lasciato l’auto in un parcheggio a pagamento di 5 euro per 24 ore, a partire dalle 18, sto tranquillo e chiedo se posso mangiare un brodetto in un ristorante. Mangio con un Chianti davvero buono, quel gusto tannico che mi manca da tanto. Non spendo neppure troppo e mi alzo soddisfatto.

    Vado verso al stazione della funicolare, arrivo a Brunate alle 9 circa. Carino e tutto. Lampi. Non è scenografia. Infatti inizia a diluviare, riesco a scendere alle 11, la corsa è libera (per scendere). Ho fatto il calcolo sono circa 400mt di dislivello, a Brunate è tecnicamente “montagna”, essendo 700 mt slm.

    Da Brunate si vede la Svizzera. Ma in realtà non è come qualsiasi altro posto ora, visto che è notte e si vede pochissimo.

    Io sono in infradito ed è molto scomodo con l’acqua. Subito inizio a scivolarci sopra con i piedi, e divento instabile. Correre sotto la pioggia è escluso.

    Le infradito sono il male assoluto. Ma è un male necessario, come la Mafia.

    La gara cosa vuoi che sia? Grazie al kebabbaro mangio 280 gr di pane appena sfornato, a mezzo giorno. Consegno la bici, niente muta. 16 minuti 750mt, 34 minuti bici, al terzo giro sbatto contro i new jersey in plastica, fortunatamente vuoti. Non so esattamente come ho fatto, ma ho avuto la prontezza di sganciare la scarpa e sbatterci di piatto con la bici, senza cadere. Però la cosa mi ha turbato. Prima un po’ di difficoltà a riagganciare, poi sembrava che non riuscivo a spingere e riprendere velocità. I muscoli un po’ tesi, contratti, poco efficaci per tutto il tempo, ma dopo aver sbattuto contro i new jersey ero quasi demotivato. Mezza barretta, giusto il tempo di arrivare al giro di boa. Il giro è cortissimo, 5km in tutto,

    La cosa che mi fa incazzare in bici è uno strappo di un 50ina di metri, forse anche meno, dove non riesco a spararla giù a tutta, mi prende alla sprovvista e non faccio girare le gambe. Vorrei farlo a 20 all’ora, tanto poi c’è subito una discesa, ma non va. Non è che arrivi freschissimo lì, visto che sono naturalmente passista e mi piace spingere il piano, ma questa cosa dello strappetto mi fa incazzare. Il quarto giro un po’ meglio, arrivo alla zona del new jersey,e stavolta passo direttamente dall’altra parte, tanto hanno finito tutti in bici.

    Mi coglie alla sprovvista la mia stessa decisione di togliere i piedi dalle scarpe lasciandoli sulla bici. Ho poco spazio e per poco non mi becco una penalità. Poi correre scalzi qua è forse una cazzata. Però così arrivo e metto le scarpe per correre in pochi secondi. Sono 5 km, duranti i quali non ho tempo di andare in crisi. Solo un bel casino intrecciato dentro Villa Olmo, per il resto solo Sole, viali alberati, lago, e voglia di arrivare.

    Pesante e fastidioso mal di stomaco. Forse è il caldo.

    Non ho fastidio alle ginocchia. Ma non spingo in bici. Il nuoto faccio un po’ cagare, ma sulle transizioni inizio ad ingranare.

    Sì, lo trovo divertente.

    Hanno anche la piscina vicino lo stadio. Como è lo stadio.

    Sono fine settimana nei quali scarico tensioni che altrimenti non saprei come gestire, e tutto diventerebbe meno pressante, e tutto diventerebbe più noioso. Sono uno di noi.

  • Soldato dell’igiene

    I cerotti compeed possono rimanere aderente anche per 10 giorni, ma solo se applicati nel posto sbagliato.

    “le ferite da frizione guariscono generalmente in 7-10 gg”

    Questo è il lato selvaggio del “corro senza calzini perché non ho tempo”. Poi c’è il tallone. Ma sai cosa? Visto che la cavigliera non è vietata, il tallone sinistro è sano. e per il destro poca roba.

    “Infezione batterica ad orecchio sinistro, e occhio sinistro.”, dice la dottoressa che fa guardia medica. Ho un rintontimento da acufene sinistro, e l’occhio infiammato, ho pensato che uno spritz avrebbe calmato tutto, ma nel dubbio ho preferito andare a farmi vedere. Mi fa sedere su un lettino posto in alto, e lei mi si siede su un fianco per osservare l’orecchio interno, e ad un certo momento, forse non sarà stata la supergnocca da TV, ma da quel certo non so che, forse sono poco reattivo, forse è lo spritz, o l’acufene. Niente: un nullafacente. Dice che sono lesionate le pareti dell’orecchio, non il timpano, e da entrambi i lati.

    Come ottenere risultati e l’uscita da una possibile otite batterica prima di rituffarmi in un lago non salmastro e altrettanto ricco di batteri?

    Sette giorni. La terapia antibiotica dura 7 giorni, o si favorisce la proliferazione di batteri resistenti. Ma la terapia è localizzata, gocce ad uso topico: orecchie e occhi.

    Evita l’effetto ping pong: metti gocce da entrambi i lati.

    Non toccarti la faccia se non per lavarti.

    Lato destro tocca lato destro, lato sinistro tocca lato sinistro.

    Non sfregarti gli occhi anche se prudono.

    Non infilarti le dita nelle orecchie, neppure se ci entra una mosca.

    Lavandoti, non fare entrare acqua nelle orecchie.

    Lavati spesso la faccia, anche più volte al giorno, ma sempre con sapone, e tieni separati i lati: mano destra lava lato destro, mano sinistra lava lato sinistro.

    Usa panni assorbenti multiuso per asciugarti, non usare asciugamani.

    Lava asciugamani, federe del cuscino, lenzuola ogni giorno, e cambiale.

    Non sudare … alla Baraccola ci sono 37 gradi, ci vado a ritirare la macchina dopo avere cambiato il parabrezza per via di un sassolino … Noto che ho fatto 12mila km dal ottobre dell’anno scorso, e non era per niente mia intenzione.

  • Vedo non-vedo

    La cosa che più mi da fastidio è avere una bruschetta in un occhio, che da quell’effetto “vedo, non-vedo”.

    Invece è così. In viaggio per Suviana, sabato 11, con l’ospite blablacar parlo anche dei triathlon nei laghi, per quest’anno gli unici che ho fatto, e che secondo me hanno quel microbioma specifico che l’acqua di mare non ha: perché il mare è salato!

    E quindi mi sarei trascinato dietro un po’ di batteri dall’ultimo triathlon sprint di Lecco, fino al venerdì successivo, perché non ho nuotato nel mare per tutta la settimana. E i batteri si sono installati dentro il mio naso.

    In effetti ho piuttosto riposato, il lunedì niente allenamenti, solo respiro.

    Il martedì 60 km senza troppa foga. Il mercoledì un bell’allenamento tecnico, soliti 60 km, dove rivedo meglio la posizione e la spinta con tricipite femorale in bici, e poi corsa senza strafare.

    Giovedì riposo. Venerdì 1111 mt in mare (millecentoundici).

    E oggi ho un occhio gonfio, da domenica sera.

    Il lago di Suviana è un posto strano, fuori dal mondo, in mezzo a colline impervie e confusionarie, credo che il lago sia l’unica superficie piana abbastanza estesa. Di certo non sono piane le strade, non ho mai visto qualcosa di più degradato e trasandato delle strade in questa zona tra Bologna e Pistoia.

    Il paesaggio è quasi alieno, non ci sono colline con un senso compiuto, dei valici, una linea dello spartiacque chiara. Invece da una parte all’altra sporgono pezzi di terra che si stagliano verso l’alto senza una qualche logica, come una camicia spiegazzata male e poggiata su mucchi di altri panni sparsi su un sofà alla rinfusa.

    Ed in mezzo alle pieghe di questa camicia strapazzata passano strade altrettanto strapazzate da pioggia, gelo, e bestemmie degli automobilisti.

    “Tanto non ci sono altre strade”, mi dice l’albergatore quando mi lamento del navigatore che mi ha fatto fare strade assurde per arrivare dal lago al B&B.

    E qui che mangio una pizza alla diavola ed un litro di birra (volevo il boccale, ma mi ha portato la caraffa …). Il B&B è in uno strano borgo medioevale imbellettato per la gioia dei turisti. Si regge con dei terrazzamenti che probabilmente hanno dimenticato come fare, visto come sono messe le altre strade.

    Invece qua e là ci sono lavori di messa in sicurezza “con micropali” e massicciata. Ma effettivamente le stradine del vecchio borgo sono più solide delle nuove strade asfaltate.

    Nella zona dove alloggio passa vicino l’autotrada A1, non capisco bene se la vecchia o la variante. Di suo l’A1 tra Firenze e Bologna è un incubo, vedere ora che in realtà sta bucherellando la pila di panni alla rinfusa con camicia spiegazzata sopra spiega molte cose, almeno a me.

    È per via del fatto che la colazione la servono solo alle 8:30 che decido di fare una corsa lì intorno, e vedo lavori, micropali, autostrada, eccetera. Faccio gli affondi con le gambe, perché secondo la tailandese dovrei rafforzare il medio gluteo, e perché gareggiare senza calzini non è scomodissimo, ma lascia qualche feritina fastidiosa ai piedi.

    Il sabato ho fatto una frazione nuoto piuttosto ansiogena per via della corrente e delle onde, sono riuscito a trovare la riva passando vicino alla sponda.

    Partito in bici non sembrava neanche salita. Appena arrivati alla diga si girava a destra, giù per la vallata, che avevo appena fatto in auto, poi si passa sopra un bel ponte spettacolare, e poi si sale verso il punto più alto del percorso, dove ci sono pale eoliche, e siamo a poco più di 500 mt slm. Il panorama è spettacolare, si vede tutta la vallata, quando si svalica e si scorge l’altro lato della collina, si gira a destra per scendere. La salita è di circa 10km non di più, ma piuttosto impegnativa. Arrivato al punto più alto non noto neanche l’altra vallata quando sono in bici, tanta è la voglia di farmi una discesa, che fortunatamente ha un asfalto discreto (in bici, in realtà fa piuttosto schifo se fatta in auto, visto che non si ha molta scelta sulle traiettorie).

    Scendo dalla bici pensando che ci ho messo una vita, che ho fatto casino col garmin e non so quanto sono migliorato nelle transition, e che devo correre. Ero praticamente asciutto, la bocca non riusciva neanche ad impastarsi per quanto non avessi bevuto. C’era un unico rifornimento di acqua lungo il tratto bike, e quella in borraccia era bollente. Dovevo correre per un chilometro per bere l’acqua, al resto della gara ci avrei pensato poi. Un chilometro in salita. Ristoro. 3 bicchieri, altri 2 bicchieri, mi porto con me 2 bicchieri ancora, uno me lo verso addosso, l’altro lo bevo. Sono ancora arido, in bocca e nel corpo. Altri 2 km e sono di nuovo al ristoro, questa volta 3 bicchieri e riparto. Le discese me la cavo, la salita non mollo. Non mollo fino alla fine, anche se ho idea che avrei passeggiato, in realtà lo faccio solo dopo il ristoro, per bere meglio e di più.

    Dolori. Caviglia, ginocchia, un po’ tutto. Ma corro a 5’40” o anche peggio di media. Ed è forse quello il problema: troppo piano. Per tutto il tempo cerco di concentrarmi sulla posizione delle mie gambe, l’appoggio, la direzione delle ginocchia, la postura. Non voglio fare il tempo, voglio fare una buona corsa, voglio provare a correre meglio. Non è neppure per paura di impattare sulle ginocchia, lo intendo invece come un allenamento, un condizionamento a correggere la mia postura. Gli ultimi 200mt sono in discesa passando al lato sinistro della zona cambio per arrivare al traguardo, vado 3’20”, faccio girare le gambe che ne hanno bisogno.

    Ho praticamente saltato il pranzo, a parte il panino all’autogrill. Sono arrivato in zona cambio per posare la bici e starmene seduto con le scarpe in mano a cambiare le tacchette finite: non sono fatte per correrci sopra, ma è molto divertente farlo. Dovrei pensare a mangiare. E infatti vado per un panino al ristorante “la spiaggetta”, lo mangio di fretta 20 minuti prima di tuffarci. Uno del Faenza Triathlon vedendomi mi dice che se lo avesse fatto lui sarebbe rimasto nel lago. Anche io, se non l’avessi mangiato. Seriamente avevo fame. Forse le gambe avrebbero retto visto che giovedì e venerdì ho riposato, ma la testa boh. (la spiaggetta è allegramente fornita di pacche di vitello frollate che mi fanno venire strane idee)

    Fa un caldo boia, sono circa 35/38 gradi. In bici è arieggiato, se si pedala, ma comunque quest’aria asciuga. Parte del percorso run è ombreggiata, dove non lo è conviene correre. L’organizzazione non riesce a far arrivare abbastanza acqua, anche versarla diventa un problema, tramite il rubinetto sotto la tanica, alla fine decidono di pescarla da sopra col bicchiere. È calda, ma non c’è altro.

    Dopo aver ripreso fiato e ingurgitato 2 bustine da 2gr di sale insieme a chinotto, faccio un tuffo nel lago per togliermi il sudore di dosso. Poi vicino al ristorante trovo un tubo col quale sciacquarmi meglio. Ho perso la voce, ho mal di gola e mi sento malaticcio. Ma lo stesso godo a buttarmi l’acqua del tubo addosso. Strani effetti del caldo.

    Recupero la bici, sono piuttosto fresh&clean, arrivo alla prima birreria prima del parcheggio auto, e mi ristoro mentalmente.

    Nel caricare la bici in auto devo combattere con la natura impervia della zona parcheggio: cavallette, mosche, moscerini, tutto. E meno male che sono fresh&clean. Riesco a trovare la calma e far salire la bici e le sue ruote, più o meno assicurate, e tutto il resto. Arrivo allo svalico prima di chiudere i finestrini per far uscire gli ultimi ospiti molesti (l’ultima: una mosca).

    Faccio delle foto. All’alba prima di partire. Al tramonto sul lago. A me deluso per aver fatto casino col garmin.

    Ho visto fare gli affondi ad un tipo qua vicino casa, e penso che siano migliori di sgambettare come ha suggerito la tailandese. Sento in effetti le chiappe doloranti, ed è un ottimo modo per fare stretching efficace.

    Torno senza che nessuno si aggreghi, uno mi da buca, e mi rimborsano metà di non so cosa. Allora mi fermo a Pesaro a mangiare vicino al promontorio, che è un po’ più fresco, 29 gradi.

    Ho metà testa fuori uso per via dell’occhio rosso. L’altra metà preoccupata per la situazione della metà sinistra.

    Dovrei mangiare qualcosa, probabilmente di piccante così mi esplode la testa.

  • Cento Ottanta Sei, o 157

    Questa settimana sono riuscito a combinare poco, tranne fissare un paio di appuntamenti.

    Uno per la visita per il certificato attività agonistica, l’altro per la riparazione del parabrezza.

    Per il parabrezza devo pagare la parte eccedente di mille euro, che è il massimale coperto dall’assicurazione. Confondo la franchigia col massimale. Me lo fa notare la ragazza che sale a Milano (San Donato Milanese), grazie a Blablacar.it

    Professionalmente in questa settimana il focus è capire se e come impostare un controllo di sicurezza tramite un tool esterno.

    Ho già installato ed impostato Harbor per il controllo e hardening delle image docker e la gestione di un registry privato. Ora serve controllare in automatico la supply chain del software open source. Per questo semgrep.dev offre un servizio automatico che accede ai repository privati tramite API. Faccio una rapida scorsa ai tool e linguaggi supportati da semgrep, ed è davvero esaustiva (nodejs npm, packagist composer, rust cargo, python requirements, …). Questo servizio costa qualcosa tipo 30 dollari/mese, che non è un costo eccessivo, poi va a salire in base al numero di progetti/sviluppatori.

    La caviglia va ancora male. Quindi faccio un massaggio tailandese. Martedì ore 13. La ragazza dice che ho la gamba destra un po’ strivellata o disallineata, il ginocchio tira verso l’interno, la caviglia verso l’esterno, e pare che l’anca sia bloccata quasi. Mi dice che non ha molto senso rifare un massaggio prima di una settimana. Il pomeriggio subito dopo il massaggio crollo sul letto: mi aveva avvertito che sarei stato scombussolato.

    Effettivamente ho corso quasi 10 km il lunedì, fiducioso nel miglioramento, ma poi a lezione di tango non riesco a fare il pivot sul piede sinistro: appunto, la caviglia problematica.

    Mi scoccia non poter ballare.

    Forse faccio 100 km di bici in settimana, pochi metri di nuoto.

    Così arrivo allo sprint di Lecco consapevole che sarei arrivato ultimo nella frazione nuoto, e zoppicato in corsa. Quello che mi ha stupito è stata la pessima bici. Comunque decido di non mettere la muta perchè fa caldo, e avrei guadagnato 1 o 2 minuti, che poi avrei perso togliendomela. Col senno di poi, la muta tagliata sulle braccia e le gambe, me la sarei tolta in 30/40 secondi. Ma va bene lo stesso, visto che ho perso il tempo per mettere i guantini da ciclismo, rompendoli.

    Il nuoto di per se è andato bene, la vista fuori dal lago di Como (di Garlate) è spettacolare, sotto si vede poco per via delle ed il fondo scuro. L’ingresso è traumatico, i sassi sono spaccati male e fastidiosi sotto i piedi. Dopo essere stati 10 minuti ad aspettare la partenza in acqua, ci dicono che dobbiamo uscire a fare la spunta. Il secondo ingresso, almeno per me, è più semplice: cammino sullo scivolo in cemento, poi mi “tuffo” in orizzontale e nuoto fino a dove ero prima. Zero passi sui sassi. Non ho mai nuotato così forte, di meglio non potevo fare proprio, a tutta anche quando tiravo fuori la testa per guardare la direzione della boa successiva.

    Zoppico fino alla bici, che è un bel po’ di strada. Con i guantini faccio casino. Con le scarpe sono lento, col casco e occhiali lo stesso. Salgo in bici e sono rinco. È una salita semplice all’inizio ma spingo male con le gambe. Sono 3 giri da 6/7 km, con un po’ di curve, e piego male e prendo traiettorie assurde. Di cervello non connetto, di gambe spingo poco. Solo nei tratti lunghi riesco a prendere un po’ coscienza dei bicipiti femorali e del movimento rotatori e prendo i 40/h, questo a metà del secondo giro. Ma ancora il cervello connette male. Faccio quello che posso fino alla fine.

    Arrivo a posare la bici, dopo l’ennesima traiettoria assurda. Corro sulle punte delle scarpe da bici fino al sostegno. Tolgo casco, Scarpe. Mi incaponisco ad infilare i calzini, piuttosto inutili sui 5km che devo fare, ma in effetti ho visto un unghia troppo lunga e non avevo niente per tagliarla. Parto a 5, e penso che rallenterò. Ma tengo l’andatura, il caldo c’è ma non è eccessivo, c’è acqua ai ristori e gli ultimi 600 metri li corro a 4’15”.

    Insomma, è stata una gara un po’ sopra le righe, era come se fossi ubriaco, a partire dalla prima salita in bici, fino all’ultimo km di corsa.

    Di fatto il B&B devo ho dormito era “non adatto allo scopo”: praticamente la camera non aveva niente per oscurare le finestra, ed ho dormito malissimo. Forse hanno adattato quelli che dovevano essere degli uffici a camere di albergo, che sarà pure un ottimo pivot aziendale, ma un servizio davvero di merda.

    Questa volta mi ricordo di mettere il viaggio in blablacar in tempo. Così all’andata sale una ragazza di Macerata, futura medaglia Fields, che va a Torino a trovare amici. Si parla un po’ di Artificial Intelligence, LLM, statistica, algos, eventi, simulazioni, video su youtube alle 3 di notte. Avevo recuperato un altro posto a sedere, ma fino a Milano c’è solo la medaglia Fields. Arriva una richiesta da una ragazza che sale a Milano, chiede se c’è un secondo posto per una sua amica che non ha l’app. “Yes”. Il messaggio è scritto in inglese. Sono 2 Americane, Jessica più in carne, di Las Vegas, Megan biondina, di Virginia Beach. Il Virginia è bagnato dall’Oceano Atlantico, ed è proprio dove vive Megan, che è vestita coi colori della bandiera americana: “Hey, it’s 4th July, our anniversary”. 250esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America dal Regno Unito inglese. (tutto questo per 2 bustine di the, che al bar te le tirano dietro).

    Sono state in Scozia, a fare una “passeggiata”, di 80 km. Ora vanno a fare qualche passeggiata a Lecco, o nelle vicinanze. Jessica ha messo la propria casa in affitto con AirBnB, e guadagna più di quanto spende per andare in giro. I ristoranti a Milano sono meno costosi di quanto spende a Las Vegas (e te credo). Il figlio è all’università ed ha il suo prestito. Così non tornerà più. Ottima idea.

    Il ritorno con blablacar non è così movimentato. A parte la sosta a San Donato, che è davvero un bel posto, verde e tranquillo, e cercare di recuperare la ragazza che scende ad Ancona da Milano. Balla e fa una gara a Rimini il giorno dopo. Lavora per una ditta di supply management, o una cosa del genere. Mi spiega un po’ come si distingue da un ERP, e boh.

    A Lecco il sabato ho fatto una passeggiata fino al “castello dell’illuminato”, parlo con la custode, e mi pare di capire che tutto è stato fatto dopo il romanzo, anche il colle probabilmente è stato scelto a caso. In cima c’è uno spiazzo, sarebbe ottimo per ambientare una messa nera, o un rito Wicca, un raduno di streghe, o cose del genere. In effetti c’è il resto di un fuoco da una parte. Poi c’è una croce in acciaio che si vede dalla strada (circa 200 mt più in basso), in controluce, che da quel senso di disagio descritto nel romanzo. Poi ad est e ad ovest ci sono 2 torrette, in quella orientale un gruppo di statue che fa qualcosa, una targa dice di moltiplicazioni di beni deperibili (non so se pani e pesci, o altro, non ricordo). Altre cose strane, una scala in ciottoli che l’indicazione suggerisce di salire in ginocchio per avere in dono un indulgenza (che dovrebbe essere il perdono di tutti i peccati passati, presenti e futuri, e l’accesso al paradiso, che è tipo un altro livello del videogioco, di cui un livello sarebbe la vita … questo è più o meno come vedono le cose i cattolici). È una specie di Disneyland italiana, dove la gente sembra convinta che davvero queste cose avvengano, come se fossero tutti Paperino, Topolino, Pluto, eccetera.

    La vista che si scorge dalla cima è spettacolare. Si vede il Lago di Como (o forse il Lario?), la strettoia e il cambio nome in Garlate (non appare la scritta, a meno di non indossare occhiali per la realtà aumentata), e poi in qualcos’altro. In effetti al camping Rivabella c’è una illustrazione che spiega qualcosa sul lago, ma sto mangiando le patatine prima della gara, perché grazie alla passeggiata del sabato mi ritrovo una contrattura al quadricipite destro e una al polpaccio sinistro, oltre ai problemi di caviglia, e di sale in bustina non ne hanno.

    Lecco la visito poco, in palazzi famosi non riesco ad andare. Il Ponte Azzone lo attraverso per caso cercando una paninoteca appena arrivo. Mi piace come suona il nome, è un Pontazzone. Ma niente di particolare, non ha quell’impatto visivo che mi sarei aspettato. Ma scopro che è a senso unico per tornare dall’altra parte bisogna fare più strada.

    Le strade sono davvero contorte, onestamente non ci ho capito niente, ho solo seguito il navigatore, e piuttosto male, anche sbagliando il giorno della gara e tornando indietro. Il problema è che spesso non ci sono bivi, ma trivi, e poi le rotonde si susseguono vorticosamente, assumendo delle forme strane, allungate, come una specie di organismo unicellulare, un batterio, nel momento in cui si sta riproducendo per partenogenesi. Tanto che il navigatore sembra convinto che si possa attraversare nel mezzo, come se il tempo fosse andato avanti e tornato indietro, e quindi la partenogenesi fosse stata completata un tempo, lasciando un passaggio tra i 2 nuovi batteri, e poi fosse ritornata indietro, tornando a formare 1 organismo unico, ma ancora con 2 nuclei che poco si sopportano e stanno prendendo le distanze lo uno dallo altro nucleo. Ma questo tempo continua rimbalzare, avanti ed indietro, in una specie di sospensione dalla realtà.

    Questi adesivi sono una figata.

    Se mai ripeterò uno sprint: non metto calzini, niente guanti, a tutta in bici, e corsa a 4 dal terzo km.

    Sono 20esimo di categoria, 157esimo (su 220) assoluto, col pettorale 186. Ma un tempo totale di 1h18’24”, e qui recuperare 2 minuti in cambi e transizioni fa tutta la differenza: 2 minuti sono 20 posizioni avanti.

    Sinistro per via della caviglia, e destro? Il ginocchio tira verso l’interno e non è un bene. La tailandese mi ha suggerito di “Fare la farfalla” seduto. I cuneiformi sono contratti a go go, e le ginocchia sono sovraccaricati sulla parte esterna.