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  • quinto giorno in moto

    Giornata piuttosto grigia, devo assolutamente uscire a costo di perdermi mezza lezione del corso su cloud computing e AWS services.

    Mi decido alle 19.10, e salgo in moto dieci minuti più tardi. Faccio pochi km, tranquillo.

    Arrivo a Potenza Picena e poi torno. Vado decisamente tranquillo, non piano, tranquillo.

    Anche come maneggio la moto da fermo è molto meno ansiogeno.

    Salita ok, discesa altrettanto. Traiettorie giuste, niente cose strane. Questa volta la piego un po’ meglio, sono ai giri giusti, non sempre, ma comunque abbastanza spesso.

    Arrivo al supermercato, parcheggio senza troppe paranoie. Scendo, entro nel market. Esco.

    è troppo tardi, non voglio aver fretta.

    Prossimo supermercato. Salgo tranquillo, arrivo in strada, mi metto in strada e vado.

    Parto in piega e la tengo bene. Non è vero che va dritta, basta appoggiarci.

    Scendo e la poggio sul cavalletto.

    Niente di particolare, ma forse sto togliendo qualche difetto, e mi sto riappacificando con la manopola del gas.

    10 km? forse 12. Va bene.

  • Quarto giorno in moto. Viaggio lungo.

    La moto è anche un’utilità, è un mezzo per spostarsi. Altrimenti giustifico poco la spesa.

    Devo passare in banca, alla filiare di Chiaravalle.

    Sono circa 50 km, e la cosa potrebbe essere impegnativa, ma la strada è facile.

    Faccio l’adriatica fino ad Ancona, poi giro per Polverigi, e poi ridiscendo verso Chiaravalle.

    Tutta semi collinare, qualche curva, e un paio di lunghi rettilinei.

    Sul dritto vado bene, tiro su la moto a 100-120, non di più.

    L’abbigliamento è quello che è, non sono un motociclista ancora, e mi accontento di mettere qualcosa che ripari il vento. Ma le mani sono scoperte, i moscerini sbattono, l’aria sulle braccia si sente picchiare (insieme a qualche moscerino).

    Va bene così. Arrivato ad Ancona sbaglio rotonda, e quindi faccio un giro completo per ritornare sulla strada principale.

    Percorso su rotonda molto lento. Ci deve essere una qualche qualità nell’andare lento nelle rotonde, in realtà è una questione di portanza e sensibilità. Ci sto facendo l’amore, ma ancora mi muovo malissimo. Pessimo amante direi.

    La seconda rotonda è quella giusta. Così piego ed esco dalla rotonda.

    Poche centinaia di metri e sono al bivio per prendere il primo rettilineo.

    Non ricordo bene la strada e sono guardingo.

    Rittilineo apro un po’, tranquillo.

    Arrivato al bivio per Offagna, cioè alle curve sotto Polverigi, le affronto come un pensionato, molto lento. Anche uno scooter mi sorpassa. Va bene così.

    Quello che inizialmente credevo mi avrebbe creato problemi, le discese, non sono per niente un problema.

    Arrivo a Chiaravalle ed in Città mi muovo malino. Arrivo in qualche maniera in Banca, ed è tardi.

    Fa un caldo assurdo. Fermo la moto e lascio girare un po’ il motore, per farlo freddare.

    Mi fermo a pranzare lì e aspetto l’apertura del pomeriggio.

    Fatto il dovuto, riparto.

    Questa volta sbaglio strada, ritorno a Chiaravalle, e poi ritrovo quella giusta.

    Niente male.

    Il ritorno ha l’altra salita per Polverigi, c’è una leggera curva uscendo dalla rotonda.

    Mi ritrovo nell’altra corsia, mentre sta arrivando un camion. Sto rallentando di istinto, ma non è il caso. Accelero e tengo la piega, ritorno nella mia corsia e vado tranquillo.

    Avere parecchi cavalli vuol dire accelerare e vedere la moto drizzarsi, cioè andare dritta.

    Per questo la mia ansia nel dosare l’acceleratore e nell’impostare le traiettorie.

    Ansia vuol dire sbagliare: traiettoria sbagliata quasi sempre, quasi ad ogni occasione.

    Ansia vuol dire sbagliare: apro troppo poco e fatico a tenere la moto su, invece che giù, cioè dritto, invece che girare.

    Sto praticamente guidando al contrario.

    Ma questa volta ho fatto il gesto giusto, ho “aggiustato” una traiettoria sbagliata.

    Ora dovrei essere più previdente: le curve vanno anticipate, e così le traiettorie.

    Questo dovrebbe darmi più fiducia, e anche “più modo” per affrontare la strada.

    La moto verrà da se.

    Il consiglio dell’amico “poggia su pedane e manubrio” è sicuramente utile, ma anche poggiare il ginocchio opposto al serbatoio funziona, e forse me lo trovo più adatto a me. O forse è solo una cosa da aggiungere.

    Tra accelerazione e decelerazione la moto sposta il peso da dietro ad avanti. In genere dovrebbe essere un problema per la tenuta in curva, ma in realtà la moto è molto stabile, e vado talmente lento che è come se stessi sempre dritto.

    Vizi e difetti

    In questi primi giorni guido male, e penso di prendere qualche vizio che dovrò perdere.

    Mi viene da pensare alle lezioni di chitarra classica, quando ti fanno passare mesi sullo stesso pezzo perché “altrimenti prendi vizi”. E forse non è il caso di essere così fissati sulla perfezione, alla fine se suoni suoni, poi i vizi li togli man mano che trovi difficoltà. O no?

    Boh, spero di non morire per via di qualche vizio di guida.

  • Terzo giorno in moto

    è la festa della repubblica, ed ho poco da fare.

    L’unica cosa che mi viene in mente è partire per andare a prendere un caffè.

    Forse fare molti km è poco senzato, voglio fare qualche curva. Mi dico.

    Questa volta voglio proprio fermarmi al bar a Potenza Picena, poi tornare.

    Per via della festa il bar è chiuso. Provo su dal bel vedere di Potenza Picena, c’è una gelateria.

    Chiusa anche quella. Proseguo fino alla piazza.

    Ci sono lavori, rifanno la pavimentazione. Parcheggio alla meglio. Il bar in piazza è aperto.

    E sì, stanno lavorando, il 2 giugno. Pochi operaii, ma lavorano.

    Prendo il caffé e commento vagamente sul tempismo, vicino la stagione estiva. La barista dice “speriamo che finiscano”. Ci sta.

    Scendo dalla via col pavé, e sono poco sicuro, ma va bene.

    Discesa da Potenza Picena al porto. Abbastanza bene. Me ne sto calmo dietro un’auto, e faccio curve tranquille.

    Non è il caso di tornarsene a casa. Proseguo per Numana e poi il Conero.

    Purtroppo è festa, ed il traffico è un problema. Ma forse è anche un’opportunità: devo saperla gestire, saper frenare, saper reagire a cosa fanno gli altri.

    Certo è pesante. è ancora pesante per me, lavorare con frizione …

    Il Conero è ok. Non bene, lascio che un motociclista mi sorpassi, e ancora me ne sto calmo.

    (dovrei trovare titoli migliori)

  • Il secondo giro in moto

    Il primo giugno è un giorno assolato, e faccio una nuotata al mattino, sempre i soliti impegni al PC.

    Finisco alle 12, mangio qualcosa per vivere. In programma era un’ora di bici, ma sono sfinito, e faccio pranzo.

    Dopo il pranzo cosa manca? Il caffé. Vado a Morrovale a prendere un caffé.

    Mentre vado alla moto cambio idea e penso che mi fermerò a Potenza Picena.

    Sensazioni, non delle migliori, ancora. Devo imparare.

    La salita da Porto Potenza a Potenza Picena ha diverse gigane, ed è piuttosto utile saper buttare la moto, saper poggiare il piede e la mano giusta.

    Sembra che quello che ho imparato la sera prima non è rimasto.

    Automatismi, questi ci vogliono.

    Arrivato a Potenza Picena decido si superarla e andare verso Morrovalle.

    Tra Montelupone e Montecosaro la strada è piuttosto impegnativa: curve in discesa, anche in contropendenza. Me la cavicchio.

    La salita verso l’incrocio che va a Montecosaro ma la spasso, apro e salgo, tranquillamente, ma veloce, sulla 70ina.

    Dal caffé di Morrovalle, decido di proseguire per Macerata. Tutto fa.

    Alla fine torno che ho fatto 70 km, più o meno di saliscendi e curve.

    Insomma. Impegnativo e un po’ deludente (deluso da me).

    Ma non demordo. La discesa da Potenza Picena a Porto Potenza è stata un po’ meglio, e ho anche scoperto che posso piegare di più. In realtà il limite è molto più in là (ma di parecchio eh).

    Sì, direi che dovrei “lasciarla andare”, ma ancora non gli do fiducia (o forse non ne do a me)

  • Consegna e primo giorno

    La consegna della moto è andata in modo un po’ storto.

    Sabato mattina lo passo davanti al PC per preparare un video sono un po’ incasinato.

    Alle 12 mi decido a chiamare l’officina per avere la moto, e mi fa:

    “la vuoi o no questa moto? E vieni a prendertela!”

    Arrivo in bici e sto li ad aspettare un po’, firmo gli ultimo documenti per concludere l’acquisto,

    e vado subito a fare un primo giro.

    Inizio da subito a litigare con la manopola dell’acceleratore, fortuna ho tutta strada dritta,

    non ho la minima idea di come mi comporterò in curva, ne faccio una veloce ed è molto stabile.

    In realtà mi da una buonissima sensazione, è come stare in auto o poco più, non devo fare molto,

    di certo la bici è più impegnativa.

    Ma l’acceleratore, quello è sì un po’ fastidioso.

    Suzuki SGR 600, con quasi 100 CV, di per se mi spaventa un po’.

    In realtà sto tenendo il motore sotto il 4mila giri, ma la cosa peggiore è affrontare le rotonde.

    Niente, a 30 all’ora non so esattamente se buttarla giù o no, se apro il gas scatta, se chiudo

    inchioda quasi. Il problema è il gioco che fa, dall’essere aperta, all’essere chiusa, c’è troppa

    escursione, sia di manopola, sia di tempo di reazione al cambiamento di gas.

    Decido di tornare e di impegnarmi a fare almeno un giro al giorno per prenderci mano, andando piano,

    forse.

    Un po’ sfastidito devo ammettere che é un bel po’ che non vado in moto. Col 125 facevo le rotonde

    alla perfezione, veramente sui 50 all’ora piegavo tranquillamente, e anche pesantemente.

    Ma sono passati anni. Ed è cambiata la moto.

    Questa non la trovo pesante, la trovo semplicemente stabile.

    Ma allora perché questo problema con la manopola del gas?

    Scrivo al venditore, mi dice “eh, dai ti devi abituare, fatti dei bei giri”

    Scrivo ad un mio amico, ex-motociclista, mi dice “devi lasciarla scorrere”.

    Al che dico “mica ho capito niente. Vado a fare un altro giro”

    Ecco che faccio un bel percorso collinare, ma non riesco a tenerla bene in curva.

    Finita la salita, riscrivo al solito amico dicendo che credo di aver capito che devo

    dargli più attenzioni, che ho molti anni di bici alle spalle, e che con la bici basta

    buttarsi e lei ti segue, in qualche modo. Ma con la moto sono una mezza pippa.

    La risposta mi arriva quando ho già iniziato la discesa, lo vedo nel Garmin da polso,

    mi fermo per leggerlo.

    Scrive una cosa strana, e poi “col tempo ti verrà naturale fare forza su pedale e

    sul manubrio”.

    Sulle prime provo a rispondere qualcosa tipo “lo so …”, ma mi fermo. Dico ok.

    Riparto e questa volta Bam! è vero! appoggio sul pedale e la moto mi segue!

    Discesa ok. Non veloce. Ma ok. Proseguo il giro da un’altra parte.

    Ci prendo confidenza, almeno un po’.

    Mi fermo al Mac a mangiare un panino perché sono un po’ consumato, non pensavo

    fosse così impegnativo.

    Torno soddisfatto. Anzi, poco prima di arrivare ho un camion davanti e

    non so se suparare, sono di terza, e sono un po’ stufo, starà andando a 50,

    ma è ingombrante e fa fumo. Apro il gas e BAM! Arrivo 100 in pochi secondi.

    La moto va dritta, ma la strada è dritta, quindi va bene.

    Certo, una bella sensazione. Ecco: a questo servono i cavalli.

    La uso poi per andare a fare spesa, percorso non difficile 🙂

    Il casco modulare

    Questo acquisto l’ho fatto a caso, ho speso poco più dell’integrale.

    Il casco ha la visiera parasole, e questa è una cosa piuttosto comune.

    Il modulare è una figata. Basta sollevare una levetta e la parte

    avanti sale su. Basta tirar giù in modo deciso e si chiude.

    Anche e soprattutto mentre sono in moto: è facilissimo e pratico.

    Suzuki SGR600

    Non so se ho fatto un buon acquisto, una buona scelta, come cilindrata, naked, e via dicendo. Ma ora sto imparando una cosa nuova, anche se andavo in moto da giovane, devo re-imparare in qualche maniera.

    E mi sta bene così.

  • L’obbligo della reciprocità  amorosa

    “Se io ti amo tu devi amarmi”

    “Io ti ho dato tanto, qualcosa me la devi”

    “Sei infedele non te ne puoi andare”

    “Non è giusto che tu mi lasci”

    “Dovresti mostrare un po’ di gratitudine”

    “Devi mostrare gratitudine”

    Perché?

  • lo spettacolo

    Forse non sei il top. In piedi non sei neppure uno schianto, forse hai le gambe corte, e di conseguenza anche un po’ il culo basso.

    Ma sorridi, e ti piace farti fare. Forse non credi neppure a quello che dico quando ti faccio complimenti, ma lo apprezzi perché sai che lo faccio per farti eccitare, e ti piace che io voglia farti eccitare. E questo è già  uno spettacolo.

    Non mi ami e non ti amo, e lo sappiamo entrambi. Ma cosa ci frega?

    Sei capace di messaggiarmi per dirmi che devo ricordarmi di avere voglia di te, e devo fissare un appuntamento. E non ti frega niente, e sai che sì, ho voglia di te, ma non me ne frega poi tanto. Ma ancora, non ti frega niente e messaggi. E questo è uno spettacolo.

    Sai che il mio segreto perverso è averti mia. Sai che un altro mio segreto perverso e condividerti con altri. Sai che non posso avere niente e ti diverte. Sei capace di insistere perché sono in ritardo e devo sbrigarmi ad arrivare. E sai che a me non mi frega niente, sto al gioco dandoti un’importanza che non hai, ma ti piace lo stesso continuare il gioco. E questo è uno spettacolo.

    Non tutti siamo uguali, non tutte le donne sono come te, molte sognano di esserlo, corteggiate e desiderate da tutti, possedute da nessuno. Ma non lo confesseranno mai. Sai che potresti fare invidia, ma non ti frega niente. E questo è uno spettacolo.

    Entro senza badare troppo ad altro, esco dopo più di mezz’ora svuotato più di uno straccio uscito da una centrifuga, passeggio godendomela e fregandomene di tutto, pure delle donne che incrocio e forse ci starebbero. Me la godo così, prosciugato e libero da pensieri, svuotato dalla voglia di affrontare un qualsiasi giudizio morale da femministe confuse. Perché questo è lo spettacolo, quello che non vedi e non puoi commentare, che non puoi avere da me. Ma so che non ti frega niente, ed è per questo che sono leggero.

    Buon viaggio.

  • L’imperativo nella conoscenza

    La conoscenza, nel senso di capacità  mentale, può essere suddivisa in dichiarativa e procedurale.

    Dichiarativa è un’informazione nozionistica che può essere richiamata, riferita ed usata.

    Mentre la conoscenza procedurale è più difficile da catturare, ed è quella relativa all’esecuzione di una determinata operazione, un dato programma. Tra i due estremi ci sono tutte le sfumature possibili. Può capitare di riflettere su di un proprio processo mentale, mentre sta avvenendo o a posteriori, e accorcersi dei meccanismi che lo guidano, facendo così emergere l’aspetto dichiarativo della conoscenza, rendendola codice analizzabile, e probabilmente modificabile. [1]

    Mi capita di essere troppo duro con me stesso, e a volte di esserlo con gli altri. So quanto di migliorabile esiste, non ho realmente problemi ad accettarlo, ma non è così per gli altri.

    Non è un modo di pormi al di sopra, è un mio modo di essere profondo senza citare Aristotele o Kant, anche se infondo potrei o dovrei farlo.

    Una descrizione di una procedura inevitabilmente deve descrivere i suoi passi, assieme alle motivazioni che accompagnano questi passi. Si possono in questa maniera spiegare meccanismi che ad una prima osservazioni sembrano poco accessibili.

    Il mio aspetto imperativo

    D’altra parte qualsiasi osservazione su di una procedura seguita, se la procedura risulta essere poco efficace o poco efficiente, è accompagnata da possibili commenti su aspetti poco ragionevoli, sebbene in una prima analisi.

    La descrizione dichiarativa di una procedura suona come imperativa, ed il motivo di questa sfumatura sta nell’essere sostanzialmente approssimativa.

    Analisi procedurale

    Più si procede a fondo nella “analisi procedurale” (per comodità  la chiamo così), più emergono aspetti sfumati che la riguardano, e che ne determinano i singoli passi. Inoltre capita spesso che i singoli passi possano essere ulteriormente separati, per così scendere ad un livello più basso di descrizione procedurale, e conseguentemente far emergere maggiori dettagli riguardo agli argomenti che li accompagnano.

    In questo discorso riguardo all’analisi procedurale si riconoscono almeno due elementi estranei: la critica sulla procedura e i singoli passi, e la motivazione causale della procedura e dei singoli passi.

    La motivazione causale

    Ciò che causa l’esecuzione di una procedura è qualcosa che è legato al fine ultimo, in qualche maniera e per qualche percorso seguito fino a giungere alla messa in atto della procedura. Ma ciò che ha determinato la metodologia seguita nell’esecuzione di un determinato compito, e col tempo ha rafforzato la consapevolezza della correttezza procedurale (anche se la procedura può in seguito rivelarsi errata), è uno aspetto che può essere posto al di fuori della procedura stessa, anche se ne è la causa che determina i singoli passi e la sequenza seguita.

    La critica sulla procedura

    Ad un livello più alto c’è la critica della procedura, in quanto mette sotto osservazione sia la procedura stessa, sia gli elementi causali che l’hanno determinata.

    Ma fuori da cosa?

    E torno alle tesi di Hofstadter, che si rafforza ancora di più. Dove pongo la motivazione causale e la critica procedurale?

    In qualche maniera la motivazione causale è un aspetto più dichiarativo che procedurale, d’altra parte è l’analisi procedurale che fa emergere una procedura come dichiarativa, quindi sembra assodato che una procedura possa essere portata in superficie.

    Più in alto o più in basso?

    Ho appena scritto “ad un livello più alto …” parlando della critica procedurale, e questo fa pensare ad un esoterismo dell’anima, o della mente, che è un’inclinazione comune.

    C’è una contraddizione nel parlare di “livello più alto”, ed allo stesso tempo di “emersione in superficie” di una procedura che avviene quando si evidenziano i suoi aspetti dichiarativi.

    Sembra piuttosto che fin quando una procedura non abbia una descrizione ci piace pensare che sia una caratteristica inspiegabile, “sono fatto così” è la tipica frase di chi non ha voglia di prendere in considerazione possibili cambiamenti.

    E da questo punto di vista trovo piuttosto irritante che le mie osservazioni siano così irritanti (e qui abbiamo una ricorsività del prurito). Sì, pur rimanendo osservazioni, la cosa che risulta irritante è il fatto che venga fatto emergere che: non sei fatta così, ma ti comporti così. [2]

    In sostanza è un furto dell’anima, che è costretta ad arretrare a qualcosa di più essenziale.

    Generi e gruppi etnici

    Ci sono ovviamente anche altri aspetti. Ad esempio sono un uomo, e osservo un modo di agire di una donna. Questo è inaccettabile perché non colgo tutti gli aspetti.

    Sono etero ed osservo un comportamento di un gay. Di nuovo inaccettabile perché è un giudizio approssimativo.

    Sono bianco e critico un nero, o sono nero e critico un cinese, o sono un europeo e critico un sudamericano, o sono slavo e critico un italiano.

    D’altra parte la critica (nel senso di osservazione) è in un primo momento approssimativa e superficiale, perché fa parte di un processo di indagine nel quale cercare di far emergere aspetti dichiarativi della conoscenza procedurale sotto esame.

    Esame? no, semplice curiosità, che esamino.

    Buoni o cattivi?

    Chi si aspetta un giudizio positivo o negativo, oppure è offeso da una osservazione o critica, lo trovo irritante. Nessuno è tenuto a cambiare un proprio comportamento semplicemente perché io ho osservato una qualche fallacia, né tanto meno mi assumo la responsabilità riguardo alla definizione di fallacia su qualcosa che può essere una descrizione approssimativa di una procedura, ed in sostanza un abbaglio.

    D’altra parte questa mia inclinazione proviene da una mia passione alla quale, in quanto causa finale, non voglio rinunciare.

    È piuttosto un utile consiglio quello di adottare una causa finale dell’esistenza come essenza dell’anima, e non i vari “sono fatto così” o “sono fatta così” utilizzando questi tratti bizzarri per sintetizzare locuzioni come “uomo di carattere” e “donna di carattere”.

    Perché atteggiamenti differenti dal perseguire uno scopo finale sono artificiosi, e naturalmente irritanti.

    p.s.: non cito “Superfici ed Essenze” dello stesso Hostadter perché è ancora incelofanato

    [1] Sto chiaramente citando Douglas Hofstadter, in Godel, Escher e Bach, capitolo XI, conoscenza dichiarativa e conoscenza procedurale
    [2] Scientemente ho declinato prima al maschile e poi al femminile per non far torto a nessuno
  • La macchina e la testa

    Il problema vero, credo, è di chi le macchine ce le ha nella testa.

    Cosa ci può essere di spaventoso in una intelligenza? O nella definizione stessa? Se una soddisfacente è poi possibile trovarne.

    Cosa fa paura veramente? Che sia automatica, quindi non umana? è questo veramente che spaventa?

    Se durante l’indagine si scoprissero misteri legati alla stupidità  e anche, volendo, a comportamenti irrazionali che portano alla violenza verso gli altri e verso se stessi, sarebbe un male?

    Cosa spaventa veramente credo sia la macchina che ognuno crede di avere al posto della testa, il timore di essere da meno, di essere meno di ciò che si crede. Automatizzare il pensiero, come sarebbe possibile? vorrebbe dire non essere altro che macchine.

    E se lo fossimo? Cosa c’è di così inaccettabile nell’essere delle macchine imperfette e difettose, con un tempo di scadenza, percezioni deformate e deformabili, sistema di controllo senza istruzioni, e auto generato, e cangiante?

    Saremmo miseri? La paura forse è quella dell’essere rivelati coscientemente quando preferiremmo restare nascosti.

    In un certo senso tutti i meccanismi cerebrali sono rivelati, manca una congiunzione tra l’aspetto fisico e quello di livello più elevato, quello simbolico e concettuale.

    Nonostante questa conoscenza mancante, penso sia necessario ammettere che siamo noi tutti delle macchine, e per questo non è necessario tirare in ballo il determinismo, e neppure negare il libero arbitrio.

    Casomai questi timori nascono dalla mancata identificazione con la macchina stessa che siamo, e non per questo freddi o incapaci di sentimenti.

    Cosa ci accade identificandoci con la macchina? Accettare che siamo degli esseri opportunisti e determinati a sopraffare gli altri, sorridendo e mettendo in atto i nostri piani, per dar seguito alla nostra genia.

    E questo obiettivo va al di là della consapevolezza della autodistruzione alla quale ci indirizza.

    Sono stato piuttosto impressionato dalla lettura della lettura de “La dimensione nascosta” di Edward T. Hall, dove parla anche delle strategie adottate incosciamente da una popolazione per garantire la sopravvivenza della specie diminuendo la sua crescita.

    Ho pensato che l’amore ci stia portando fuori strada. Oppure l’idea che abbiamo di amore.

    Penso a tutte le cure contro la sterilità, o allo stabilire come diritto l’avere un figlio.

    Ci sono momenti in cui mi sento ignobile, e mi sono sentito così, e così credo mi sentirò in altri momenti in futuri.

    Penso di poterla chiamare “consapevolezza”.

  • Cosa ho veramente letto nel 2019

    È vero non è facile, ma cerco di fare mente locale, e parlo solo di libri.
    Credo di aver terminato solo La Guerra privata del Tenente Guillet, e Spartacus.
    Interessante che si tratti di 2 libri di guerra. Forse ho bisogno di combattere.

    Ho invece iniziato “La tavola periodiaca degli elementi”, che mi ha annoiato a dismisura, e “I vagabondi del Dharma”, ma sempre interrotto perché “volevo gustarmelo”

    Mi sarebbe piaciuto leggere l’opera di Locke sull’intelletto umano, cosa che ho iniziato, acquistando una traduzione, giudicata mediocre, in realtà piuttosto comprensibile.

    Di libri tecnici ne ho letti almeno un paio: su Zookeeper e su kafka.

    Devo dire che ho passato molto tempo a ragionare e discutere cose inutili con persone inconsapevoli, e per questo ho trovato molto istruttivo l’articolo di Carlo Cipolla pubblicato su “Whole World Review” nel ’87 http://harmful.cat-v.org/people/basic-laws-of-human-stupidity/ Suppongo sia un ottimo spunto per usare il mio tempo in modo meno dispersivo

    Devo dire che non mi dispiace Kerouac, ma ho trovato molto utili per la mia crescita in questo periodo i libri che parlano di guerre e battaglie.

    Vorrei dare più spazio a Pirandello, di certo Verga lo sopporto a fatica.

    Ricordo i Fratelli Karamazov lasciati ad inizio strada, forse Dostojevskj non meritava neppure di essere pagato per terminarlo. (“opera magna”, forse perché ci mangiava …). No, non riprenderò questo libro durante il 2020.

    Penso che mi butterò sulla guerra, ancora, e ancora. Almeno finché non finirà la mia.

    In realtà mi piace molto visualizzare, ed è i libri di guerra sono ottimi per questo.

    Ho scritto 4 articoli in questo blog nel 2019, tutti di dubbio valore.

    Credo di aver svolto un ottimo lavoro presso xWave per Starsellersworld.com, cionondimeno resta la mia volontà di andarmene e cercare altro. Principalmente credo di valere più di quanto vengo pagato, e, nonostante ciò, di non riscuotere la fiducia che merito.