Forse non sei il top. In piedi non sei neppure uno schianto, forse hai le gambe corte, e di conseguenza anche un po’ il culo basso.
Ma sorridi, e ti piace farti fare. Forse non credi neppure a quello che dico quando ti faccio complimenti, ma lo apprezzi perché sai che lo faccio per farti eccitare, e ti piace che io voglia farti eccitare. E questo è già uno spettacolo.
Non mi ami e non ti amo, e lo sappiamo entrambi. Ma cosa ci frega?
Sei capace di messaggiarmi per dirmi che devo ricordarmi di avere voglia di te, e devo fissare un appuntamento. E non ti frega niente, e sai che sì, ho voglia di te, ma non me ne frega poi tanto. Ma ancora, non ti frega niente e messaggi. E questo è uno spettacolo.
Sai che il mio segreto perverso è averti mia. Sai che un altro mio segreto perverso e condividerti con altri. Sai che non posso avere niente e ti diverte. Sei capace di insistere perché sono in ritardo e devo sbrigarmi ad arrivare. E sai che a me non mi frega niente, sto al gioco dandoti un’importanza che non hai, ma ti piace lo stesso continuare il gioco. E questo è uno spettacolo.
Non tutti siamo uguali, non tutte le donne sono come te, molte sognano di esserlo, corteggiate e desiderate da tutti, possedute da nessuno. Ma non lo confesseranno mai. Sai che potresti fare invidia, ma non ti frega niente. E questo è uno spettacolo.
Entro senza badare troppo ad altro, esco dopo più di mezz’ora svuotato più di uno straccio uscito da una centrifuga, passeggio godendomela e fregandomene di tutto, pure delle donne che incrocio e forse ci starebbero. Me la godo così, prosciugato e libero da pensieri, svuotato dalla voglia di affrontare un qualsiasi giudizio morale da femministe confuse. Perché questo è lo spettacolo, quello che non vedi e non puoi commentare, che non puoi avere da me. Ma so che non ti frega niente, ed è per questo che sono leggero.
La conoscenza, nel senso di capacità mentale, può essere suddivisa in dichiarativa e procedurale.
Dichiarativa è un’informazione nozionistica che può essere richiamata, riferita ed usata.
Mentre la conoscenza procedurale è più difficile da catturare, ed è quella relativa all’esecuzione di una determinata operazione, un dato programma. Tra i due estremi ci sono tutte le sfumature possibili. Può capitare di riflettere su di un proprio processo mentale, mentre sta avvenendo o a posteriori, e accorcersi dei meccanismi che lo guidano, facendo così emergere l’aspetto dichiarativo della conoscenza, rendendola codice analizzabile, e probabilmente modificabile. [1]
Mi capita di essere troppo duro con me stesso, e a volte di esserlo con gli altri. So quanto di migliorabile esiste, non ho realmente problemi ad accettarlo, ma non è così per gli altri.
Non è un modo di pormi al di sopra, è un mio modo di essere profondo senza citare Aristotele o Kant, anche se infondo potrei o dovrei farlo.
Una descrizione di una procedura inevitabilmente deve descrivere i suoi passi, assieme alle motivazioni che accompagnano questi passi. Si possono in questa maniera spiegare meccanismi che ad una prima osservazioni sembrano poco accessibili.
Il mio aspetto imperativo
D’altra parte qualsiasi osservazione su di una procedura seguita, se la procedura risulta essere poco efficace o poco efficiente, è accompagnata da possibili commenti su aspetti poco ragionevoli, sebbene in una prima analisi.
La descrizione dichiarativa di una procedura suona come imperativa, ed il motivo di questa sfumatura sta nell’essere sostanzialmente approssimativa.
Analisi procedurale
Più si procede a fondo nella “analisi procedurale” (per comodità la chiamo così), più emergono aspetti sfumati che la riguardano, e che ne determinano i singoli passi. Inoltre capita spesso che i singoli passi possano essere ulteriormente separati, per così scendere ad un livello più basso di descrizione procedurale, e conseguentemente far emergere maggiori dettagli riguardo agli argomenti che li accompagnano.
In questo discorso riguardo all’analisi procedurale si riconoscono almeno due elementi estranei: la critica sulla procedura e i singoli passi, e la motivazione causale della procedura e dei singoli passi.
La motivazione causale
Ciò che causa l’esecuzione di una procedura è qualcosa che è legato al fine ultimo, in qualche maniera e per qualche percorso seguito fino a giungere alla messa in atto della procedura. Ma ciò che ha determinato la metodologia seguita nell’esecuzione di un determinato compito, e col tempo ha rafforzato la consapevolezza della correttezza procedurale (anche se la procedura può in seguito rivelarsi errata), è uno aspetto che può essere posto al di fuori della procedura stessa, anche se ne è la causa che determina i singoli passi e la sequenza seguita.
La critica sulla procedura
Ad un livello più alto c’è la critica della procedura, in quanto mette sotto osservazione sia la procedura stessa, sia gli elementi causali che l’hanno determinata.
Ma fuori da cosa?
E torno alle tesi di Hofstadter, che si rafforza ancora di più. Dove pongo la motivazione causale e la critica procedurale?
In qualche maniera la motivazione causale è un aspetto più dichiarativo che procedurale, d’altra parte è l’analisi procedurale che fa emergere una procedura come dichiarativa, quindi sembra assodato che una procedura possa essere portata in superficie.
Più in alto o più in basso?
Ho appena scritto “ad un livello più alto …” parlando della critica procedurale, e questo fa pensare ad un esoterismo dell’anima, o della mente, che è un’inclinazione comune.
C’è una contraddizione nel parlare di “livello più alto”, ed allo stesso tempo di “emersione in superficie” di una procedura che avviene quando si evidenziano i suoi aspetti dichiarativi.
Sembra piuttosto che fin quando una procedura non abbia una descrizione ci piace pensare che sia una caratteristica inspiegabile, “sono fatto così” è la tipica frase di chi non ha voglia di prendere in considerazione possibili cambiamenti.
E da questo punto di vista trovo piuttosto irritante che le mie osservazioni siano così irritanti (e qui abbiamo una ricorsività del prurito). Sì, pur rimanendo osservazioni, la cosa che risulta irritante è il fatto che venga fatto emergere che: non sei fatta così, ma ti comporti così. [2]
In sostanza è un furto dell’anima, che è costretta ad arretrare a qualcosa di più essenziale.
Generi e gruppi etnici
Ci sono ovviamente anche altri aspetti. Ad esempio sono un uomo, e osservo un modo di agire di una donna. Questo è inaccettabile perché non colgo tutti gli aspetti.
Sono etero ed osservo un comportamento di un gay. Di nuovo inaccettabile perché è un giudizio approssimativo.
Sono bianco e critico un nero, o sono nero e critico un cinese, o sono un europeo e critico un sudamericano, o sono slavo e critico un italiano.
D’altra parte la critica (nel senso di osservazione) è in un primo momento approssimativa e superficiale, perché fa parte di un processo di indagine nel quale cercare di far emergere aspetti dichiarativi della conoscenza procedurale sotto esame.
Esame? no, semplice curiosità, che esamino.
Buoni o cattivi?
Chi si aspetta un giudizio positivo o negativo, oppure è offeso da una osservazione o critica, lo trovo irritante. Nessuno è tenuto a cambiare un proprio comportamento semplicemente perché io ho osservato una qualche fallacia, né tanto meno mi assumo la responsabilità riguardo alla definizione di fallacia su qualcosa che può essere una descrizione approssimativa di una procedura, ed in sostanza un abbaglio.
D’altra parte questa mia inclinazione proviene da una mia passione alla quale, in quanto causa finale, non voglio rinunciare.
È piuttosto un utile consiglio quello di adottare una causa finale dell’esistenza come essenza dell’anima, e non i vari “sono fatto così” o “sono fatta così” utilizzando questi tratti bizzarri per sintetizzare locuzioni come “uomo di carattere” e “donna di carattere”.
Perché atteggiamenti differenti dal perseguire uno scopo finale sono artificiosi, e naturalmente irritanti.
p.s.: non cito “Superfici ed Essenze” dello stesso Hostadter perché è ancora incelofanato
[1] Sto chiaramente citando Douglas Hofstadter, in Godel, Escher e Bach, capitolo XI, conoscenza dichiarativa e conoscenza procedurale [2] Scientemente ho declinato prima al maschile e poi al femminile per non far torto a nessuno
Il problema vero, credo, è di chi le macchine ce le ha nella testa.
Cosa ci può essere di spaventoso in una intelligenza? O nella definizione stessa? Se una soddisfacente è poi possibile trovarne.
Cosa fa paura veramente? Che sia automatica, quindi non umana? è questo veramente che spaventa?
Se durante l’indagine si scoprissero misteri legati alla stupidità e anche, volendo, a comportamenti irrazionali che portano alla violenza verso gli altri e verso se stessi, sarebbe un male?
Cosa spaventa veramente credo sia la macchina che ognuno crede di avere al posto della testa, il timore di essere da meno, di essere meno di ciò che si crede. Automatizzare il pensiero, come sarebbe possibile? vorrebbe dire non essere altro che macchine.
E se lo fossimo? Cosa c’è di così inaccettabile nell’essere delle macchine imperfette e difettose, con un tempo di scadenza, percezioni deformate e deformabili, sistema di controllo senza istruzioni, e auto generato, e cangiante?
Saremmo miseri? La paura forse è quella dell’essere rivelati coscientemente quando preferiremmo restare nascosti.
In un certo senso tutti i meccanismi cerebrali sono rivelati, manca una congiunzione tra l’aspetto fisico e quello di livello più elevato, quello simbolico e concettuale.
Nonostante questa conoscenza mancante, penso sia necessario ammettere che siamo noi tutti delle macchine, e per questo non è necessario tirare in ballo il determinismo, e neppure negare il libero arbitrio.
Casomai questi timori nascono dalla mancata identificazione con la macchina stessa che siamo, e non per questo freddi o incapaci di sentimenti.
Cosa ci accade identificandoci con la macchina? Accettare che siamo degli esseri opportunisti e determinati a sopraffare gli altri, sorridendo e mettendo in atto i nostri piani, per dar seguito alla nostra genia.
E questo obiettivo va al di là della consapevolezza della autodistruzione alla quale ci indirizza.
Sono stato piuttosto impressionato dalla lettura della lettura de “La dimensione nascosta” di Edward T. Hall, dove parla anche delle strategie adottate incosciamente da una popolazione per garantire la sopravvivenza della specie diminuendo la sua crescita.
Ho pensato che l’amore ci stia portando fuori strada. Oppure l’idea che abbiamo di amore.
Penso a tutte le cure contro la sterilità, o allo stabilire come diritto l’avere un figlio.
Ci sono momenti in cui mi sento ignobile, e mi sono sentito così, e così credo mi sentirò in altri momenti in futuri.
È vero non è facile, ma cerco di fare mente locale, e parlo solo di libri.
Credo di aver terminato solo La Guerra privata del Tenente Guillet, e Spartacus.
Interessante che si tratti di 2 libri di guerra. Forse ho bisogno di combattere.
Mi sarebbe piaciuto leggere l’opera di Locke sull’intelletto umano, cosa che ho iniziato, acquistando una traduzione, giudicata mediocre, in realtà piuttosto comprensibile.
Di libri tecnici ne ho letti almeno un paio: su Zookeeper e su kafka.
Devo dire che ho passato molto tempo a ragionare e discutere cose inutili con persone inconsapevoli, e per questo ho trovato molto istruttivo l’articolo di Carlo Cipolla pubblicato su “Whole World Review” nel ’87 http://harmful.cat-v.org/people/basic-laws-of-human-stupidity/ Suppongo sia un ottimo spunto per usare il mio tempo in modo meno dispersivo
Devo dire che non mi dispiace Kerouac, ma ho trovato molto utili per la mia crescita in questo periodo i libri che parlano di guerre e battaglie.
Vorrei dare più spazio a Pirandello, di certo Verga lo sopporto a fatica.
In realtà mi piace molto visualizzare, ed è i libri di guerra sono ottimi per questo.
Ho scritto 4 articoli in questo blog nel 2019, tutti di dubbio valore.
Credo di aver svolto un ottimo lavoro presso xWave per Starsellersworld.com, cionondimeno resta la mia volontà di andarmene e cercare altro. Principalmente credo di valere più di quanto vengo pagato, e, nonostante ciò, di non riscuotere la fiducia che merito.
Si parla d’umanità ma mai si discute su cosa significhi.
Chiaro, amare il prossimo tuo. L’umanità fa guerre di confine da prima che queste fossero scritte, e la storia stessa è principalmente la narrazione delle gesta di guerra.
Poi c’è il piano personale. Tutto bene finché non sei nei guai, ma se succede sei pronto a buttare tutto all’aria: “non sono gli uomini a tradire ma i loro guai”.
Mi domando cosa sia questo pathos, io che sono apatico. Sui migranti, intendo. O sei a favore del loro viaggio verso un’altra terra o sei razzista. Il fregarsene non è considerato. Perché poi fregarsene vorrebbe dire trattare gli uomini alla pari.
Invece no, chi sta viaggiando ha diritti maggiori di chi non sta viaggiando. Perché? Da cosa gli discendono? Lo stato di guerra della terra dalla quale provengono. Ma questo è un argomento fintantoché si fermano nel primo Paese non in guerra. Cessa di essere un argomento quando attraversano 2 o 3 Paesi, senza documenti. Mettono in pericolo la loro vita e quella dei familiari con i quali viaggiano, e lo fanno deliberatamente.
“Non c’è altra possibilità”. Anche questa è una forzatura. La vita è piena di possibilità , e lo è per tutti. C’è sempre un’altra opzione. Per 100 persone che migrano ce ne sono milioni che restano nel loro Paese a cercare di costruire un futuro per loro e per i loro figli. Nonostante i conflitti, che spesso interessano delle zone limitate del Paese di provenienza, e sicuramente non i Paesi confinanti.
Quale soluzione state proponendo? E quale distorsione volete far passare?
Il continente più ricco del pianeta è capace di esportare ricchezza ma non di sfamare il suo popolo?
Vorreste voi, sostenitori delle migrazione, esporci il perché di questo?
Perché siamo responsabili? Di cosa? Del continuare a sostenere che l’unica possibilità è andarsene?
O nel sostenere che le guerre vengano calate dall’alto e non c’è nessuna responsabilità da parte di chi preme il grilletto.
Smartphone. “Sono poveri eppure vanno tutti in giro con lo smartphone”
Il punto non sono i soldi il punto è la cultura necessaria per l’utilizzo dello smartphone, non sono propriamente ignoranti a tal punto di sostenere che le guerre vengano calate dall’alto e loro, poveri imbecilli, non riconoscono il gioco di raggiro.
L’India è stata tenuta sotto scacco per duecento anni. Puoi accedere a wikipedia ed informarti? Hai uno smartphone, no?
Per me che sono un essenzialista, ciò che conta è l’essenza di ognuno, e un migrante è falso, gioca una partita sporca e sta barando.
Ma di gente del genere ne è piena il mondo. Non sostengo certo di “affondare la nave” o cose del genere. Solo che mi tengo la mia posizione, credo che le ONG stiano facendo del bene solo al proprio narcisismo, e niente più. Così come tutti quelli che si auto-proclamano “salvatori dell’umanità “.
Così come coloro che sono contro le ONG, che dovrebbero sparire, che devono essere multate, affondate. Narcisismo e niente altro.
La realtà cruda è che i migranti non fanno ne caldo ne freddo. Che in Italia è difficile far rispettare la legge perché c’é sempre pronto qualche funzionario ad “interpretarla in modo elastico”. La realtà è che si considera la detenzione come una pena, e non come un mezzo per rettificare alcune storture etiche e valoriali, che capita di avere. Può capitare a tutti di commettere reati, ma non per questo gli si toglie la possibilità di raddrizzare la rotta con la detenzione o altri strumenti.
E non esiste “hai sbagliato e devi soffrire”, almeno non in una società matura. Siamo la patria di Beccaria? Cosa è questo eccesso di pathos?
Si viaggia con i documenti, se non ci sono accordi pregressi si chiede il visto presso l’ambasciata del Paese destinazione. Si ottengono visti turistici o di lavoro in base alla decisione dell’ambasciata e del governo destinazione. Esiste la sovranità territoriale.
Vogliamo mettere in discussione questi principi? Bene, ma dovremmo essere pronti a rinunciare alla proprietà privata (non sto qui a fare tutta la catena di conseguenze, è chiaro che sia così)
Non mi interessa che tu dica che farsi le canne è sbagliato e che chi lo fa dovrebbe essere incarcerato. Quel che conta è che se incontri qualcuno che sta fumando lo saluti e lo tratti in modo rispettoso e non violento.
Non mi interessa che tu neghi la correlazione tra il riscaldamento globale e l’attività umana. Quel che conta è che tu adotti usanze e atteggiamenti di consumo compatibili con la sostenibilità ambientale.
Il risparmio non è una leva. “Io mi guadagno dei soldi e quindi sono contento di spenderli per comprarmi una BMW Z4 che consuma come una fogna e mi costa 2 euro per fare 3km.” è qualcosa di assolutamente comprensibile ed inattaccabile. Non ha mai funzionato l’argomento del risparmio:
I soldi li guadagno col mio lavoro -> il lavoro mi da soddisfazioni -> le soddisfazioni diventano tangibili con il mio potere spendere -> l’atto di spendere evidenzia il mio successo -> il lavoro genera più soddisfazioni.
Fin’ora questo pattern è stato un circolo virtuoso, e non vizioso.
Si possono concepire altri pattern:
La conoscenza mi porta al saper fare -> il saper fare mi permette di realizzare nuove soluzioni -> le nuove soluzioni mi svelano altra conoscenza -> il costo dell’acquisizione di nuova conoscenza viene ripagato dalle soddisfazioni e dalla quantità di strumenti realizzati.
Sembra evidente, almeno ad occhio, che più il percorso diventa lungo, più ci si perde, più non si riesce a correlare i vari passi, più ogni passo sembra indipendente dal resto, e quindi acquisisce un valore a se stante.
Più la correlazione è nascosta, più essa diventa inconscia, più l’azione in se diventa potente in quanto non necessità di giustificazione, viene fatta in modo automatico.
Sul portare i bimbi (i giovani) alla manifestazione in auto. è implicitamente una manifestazione di vicinanza, ma anche il voler dimostrare l’amore per i propri figli dandogli la protezione offerta da un’auto. L’amore si dimostra dando protezione, per questo motivo si spendono soldi per tenere alto il riscaldamento in casa, e per lo stesso motivo si accompagnano i figli a scuola.
Il bisogno di proteggere è un aspetto atavico dell’umanità , caratterizzata da un infanzia lunga, una adolescenza lunga, e effettivamente bisognosa di protezione.
Ciò che non é naturale è l’eccessiva percezione del pericolo, che porta a misure abnormi.
Le assicurazioni necessitano di vendere la propria polizza, e assicurare qualsiasi cosa. Più si assicura, più si vende, più si vende più si guadagna. Il pericolo è ovunque. La percezione viene manipolata e ingigantita. C’è anche il diavolo, non si sa mai. Anche la religione necessita di instillare l’idea di pericolo: non sai cosa ci sia nell’aldilà.
Appunti su una riflessione fatta scendendo le scale, per buttare l’umido, e risalire. Sette piani: devo perdere peso.
Non ho citato Greta Thunberg, dovrei farlo altrimenti non posso taggare
Quando tutto può essere manipolato e tutto può essere riscritto, non rimane più memoria, non c’è più consapevolezza. Si smette di essere pensanti.
L’intelligenza artificiale non arriverà mai a nulla di paragonabile a quella umana se non implementerà la consapevolezza. Nel frattempo gli umani stanno perdendo la propria.
Cosa è l’ISIS? cosa era? da chi vene finanziato? Fino al 2012 le notizie erano chiare e chiaramente veniva finanziato da Francia, Inghilterra e USA per destabilizzare (o stabilizzare, secondo il loro modo di vedere), l’aerea medio-orientale. Oggi queste informazioni spariscono, fagogitate da leggi sul diritto all’oblio (diritto piuttosto discutibile), e da riscritture improbabili, persino contraddittorie.
Il sospetto è che non sia mai esistito un movimento islamico endogeno, e che sia stato iniettato, instillato nelle popolazioni, è molto alto. Il sito di riferimento dell’ISIS non è stato mai bloccato, eppure era leggibile a tutti, ed era chiaramente un vettore di indottrinamento e manipolazione.
Ora, la Turchia riesce a bloccare 8.8.8.8 per non far accedere la popolazione a twitter, epperò sembra che l’occidente se ne freghi di bloccare il sito dell’ISIS nonostante si occupi di indottrinare i foreign-fighter.
Cellule dell’ISIS nascono in tutto il mondo islamico. E non è questione di dark web. Andiamo! Se sei così esperto da conoscere tor, non sei affatto un target papabile per l’indottrinamento dell’ISIS.
Eggià che i ragazzi musulmani europei frequentano le moschee e vengono redarguiti dall’uso della violenza, ma poi sono traviati da questi messaggi sul web.
Sto parlando di complottismo? No, sto parlando di manipolazione delle masse: un esperimento ben riuscito.
E riguardo la memoria? La consapevolezza? Possiamo farne a meno?
In realtà non è la prima volta che accade nella storia, e non solo in quella recente, quindi credo di sì, possiamo farne a meno.
Un anno pesante questo che sta per finire. L’ultima la dico a Danilo in chat: “questa cosa penso di poterla mettere in produzione prima della fine dell’anno”.
(Danilo il product manager? il CTO? il software architect? Cosa è ora non ne ho idea, e non ho idea neppure di cosa sia io ormai.)
Tecnicamente ho ancora un giorno, e penso di farcela.
Sono troppe le volte che durante quest’anno pensavo di essermi posto degli obiettivi non raggiungibili, e magicamente l’ho raggiunti.
Eppure non è abbastanza.
Mi sono arrotondito? Lo spero, almeno un po’, ho avuto a che fare con dei colleghi, mi sono trovato ad essere quello a cui si da ragione (il capo?) ed ho dovuto cambiare atteggiamento, ci ho provato.
Ho capito cose. Cose che ignoravo. Gli argomenti si portano e si mettono sul tavolo della discussione. Ma non basta: bisogna chiarire che quegli argomenti sono discutibili.
Bisogna incazzarsi. Quando una certa regola viene proposta come policy nell’ambito software, se non viene seguita senza alcuna argomentazione bisogna incazzarsi.
Non c’è altro modo per far capire che le regole vanno discusse prima, messe sul tavolo ed attaccate, per poi essere cambiate con delle nuove più adatte.
Non siamo giocatori di videogames, noi il “videogames” lo stiamo creando, per noi il gioco è definire il gioco. è così che si crea un prodotto software.
Ho imparato a fregarmene del curriculum, il mio intendo. Per un semplice dato di fatto: non ne ho avuto il tempo.
Ho fatto quello di cui c’era bisogno. Ho installato Gogs e Jenkins in dei container docker perchè ne avevamo bisogno. Ho aggiunto plugin per la metodologia Scrum a Redmine perché ne avevamo bisogno. Ho imparato la metodologia scrum perché ne avevo e ne avevamo bisogno. Ho imparato le API Docker e Docker Swarm perché avevamo bisogno di un software che avviasse e fermasse dei servizi.
E soprattutto ho deciso io di cosa avessimo bisogno.
Ne avevamo bisogno per salvarci dal pantano nel quale nessuno si era mai voluto tirar fuori in questi anni in cui le cose erano andate bene.
Più o meno negli ultimi 7 anni quello che ho visto in questa azienda è stato: tutti che si lamentavano della situazione e che dicevano cosa bisognasse fare, ma nessuno che anarchicamente prendesse la decisione di cambiare le cose. Gunter, mio ex collega ormai, ha scritto interi documenti e procedure per effettuare il cambiamento, chiedendo più volte di poterlo fare. Nessuno gli ha dato il permesso. Quindi non l’ha fatto.
Non credo che sarebbe andato tutto bene: non è andato tutto bene neppure a me. Ma non potevo fare il tedesco, ho dovuto adattarmi alla mia natura e incasinare un po’ tutto.
Ho fatto delle buone scelte? Credo di sì. Ho fatto le scelte più rapide che avessi a disposizione, non so se le migliori, ma le più diffuse e per le quali avevo più documentazione.
Come azienda ne usciamo un po’ massacrati, ma più consapevoli, e con un bell’engine e un ottimo bagaglio conoscitivo e operativo. Armati e pieni di munizioni in sostanza.
Ed io ne esco come una sorta di guru of the company. Ora ho qualche credito da vantare, ma ho anche molto da fare per il prossimo anno.
Insomma mi toccherà ancora dire: “se c’è qualche problema chiedete a me”. E dovrò anche rispondere.
Un’altra domanda è: ho gestito bene le persone? mi sono comportato bene?
Credo che potrei migliorare molto sotto questo aspetto, ma mi assolvo per naturale inadeguatezza al ruolo. Nessuno mi aveva mai dato la fiducia per questo, e non credo neppure di meritarmela, ma penso che sia una esperienza che mi ha insegnato e mi insegnerà in futuro. Mi dispiace per chi ne ha fatto e ne farà le spese ma senza cavie umane l’esperimento non è completo, e la scienza non è soddisfatta. (Shreyas, Prasad, Kavia … dovrete sopportarmi ancora un po’ credo)
Era novembre 2017 quando ho deciso di accettare la sfida con l’intento di essere leader di me stesso, e di comportarmi responsabilmente e portare il cambiamento che io avrei voluto. Nel maggio 2018 mi sono perso l’ultima parte “me stesso”, ero semplicemente il leader. Alla fine dell’anno mi sto accorgendo che ho lasciato un po’ indietro me stesso, forse da una trentina d’anni.
La metodologia Agile riconosce l’importanza degli strumenti e delle metodologie, ma afferma la supremazia delle persone sopra gli strumenti e sopra le metodologie.
Essere “agile” vuol dire anche fregarsene di essere agile.
Sono cose non troppo immediate da capirsi, o da spiegarsi. Penso che l’esempio del videogame e delle regole che ho fatto sopra renda bene l’idea di agile.
Alcune cose a caso
Torno dalla bici e mi accordo di dover aggiungere cose, a caso.
In questo 2018. Ho corso 2 ironman: Francoforte e Elbaman. Pedalato quasi tutte granfondo del circuito Marche Marathon. Ho frequentato un corso di tedesco. Ho frequentato un corso sui big data. Ho partecipato ad eventi formativi su javascript e react. Mi sono letto l’antologia sui robot di Isaac Asimov (tutti i racconti), un idea dell’India di Moravia, e un certo numero di altri libri, non più di altri 7 o 8. Sono migliorato come atleta. Sono migliorato come uomo. Sono migliorato come professionista IT. Sono migliorato come vertebrato (ma questo solo relativamente alla specie di appartenenza). Sono invecchiato. Ho più capelli grigi. Ho avuto i capelli lunghi. Ho avuto la barba lunga. Ho rasato i capelli. Ho rasato la barba. Sono ingrassato. Sono dimagrito. Ho bevuto una quantità imprecisata di birra e vino. Ho bevuto qualità di vini eccelse, ma anche pessimi vini. Sono stato sobrio fino allo sfinimento pur di poter continuare a lavorare ad oltranza, bevendo birra analcolica. Sono stato ubriaco tutte le sere, per il freddo, per lo stress, per le rotture di cazzo. Ho mangiato in posti bellissimi. Ho mangiato cose buonissime. Ho conosciuto gente per bene. I maleducati non posso ricordarli ora, o forse non ci sono stati. Ho provato imbarazzo per chi si è comportato da idiota ed ho riflettuto sulle volte che è capitato di esserlo io e sui silenzi che vogliono dire: mi stai mettendo in imbarazzo e sto riflettendo sulla cosa. Mi sono trasferito, vedo il mare tutti i giorni. Ho chiuso l’account facebook: paura di perdere, paura di non avere più i contatti, e invece nulla di ciò è successo. Ne ho aperto uno nuovo, la prova era superata: si può morire online. Ho scritto 3 bilanci di fine anno. Ogni volta diventa più bello.
Non ho propositi per il prossimo anno. Devo terminare questo.
Mi ritrovo su facebook i post di sovranisti e fan di Salvini, tutto ciò solo perché non mi rifiuto di guardare alla realtà.
In questi anni strani, gli anni del boom dei social ho passato il tempo nel mondo virtuale accompagnato da una sensazione di disagio a cui non riuscivo a dare forma.
All’inizio le cose erano più semplici, gli idioti non erano in internet, e si poteva discutere liberamente senza dover per forza finire nel calderone degli “ignorati perché idioti”.
Poi la gente scopre facebook, sono contento, penso che comunque sia un modo di accorgersi che esiste internet e di quante informazioni sono disponibili, e quanto è facile imparare cose, eccetera.
Invece no. Il grosso degli utenti facebook rimane su facebook, condivide qualche link, non si cura troppo di andare a leggere cosa c’è scritto dentro, scrive idiozie, e si crogiola nella propria ignoranza.
Stessa cosa vale per twitter, per instagram, o per youtube, che tra loro comunicano, ma sempre nelle rispettive bolle, sempre i soliti contatti.
Ma non è questo che mi preoccupa. Quello che mi infastidisce è l’essere in una bolla di cui non condivido nulla.
Penso che la cosa iniziò ad essere evidente quando litigai con Galatea Vaglio riguardo alla questione immigrazione, lavoro, ROI, e numeri.
Alla fine lei disse che non conoscevo la sintassi, che ero un tecnico e che non capivo cosa fosse il ROI. Un po’ contraddittoria, ma a lei stava bene così.
La cosa fastidiosa è che avevo seguito Galatea e il suo blog dai tempi di FriendsFeed, eppure non riuscivo ad esprimere una cosa piuttosto semplice, che parlava di numeri, e di ROI.
Perché non posso ignorare la realtà: la mia stupida esperienza
Era il 2005 quando iniziai a lavorare per Wind S.p.a., ufficio di Pisa, per un mese. Ero, e sono, un tipo poco espansivo, sicuramente non sapevo difendermi e non riuscivo a mostrare quello che valevo. Non ci riesco neppure oggi, credo. C’erano degli errori nel codice consegnato, alcune parti non erano terminate, non avevo comunicato questa cosa. Venni pagato il mese e mezzo in cui lavorai. Poi fine. Del resto era un lavoro di merda, l’occasione in cui mi accorsi che lavorare per una grande azienda infondo è solo fare chiacchiere e spostare tag html.
Ero a Pisa ed avevo bisogno di soldi. Ne parlo con un amico che si arrangia in qualche modo, mi dice che c’è una ditta di Lucca che fa “service”, facchinaggio per lo più, e però è un modo per vedersi i concerti gratis, o almeno per ascoltarli. Sono dalle 5 alle 7 euro l’ora, dipende dal lavoro/occasione. E allora va benissimo.
Sono lavori scemi, ma forse non molto più scemi dello spostare tag html. Per lo più si portano casse, si sollevano casse, si aiuta a sistemare casse nei container, si passano le luci allo staff che le piazza per lo spettacolo, e via dicendo. Mi è capitato di lavorare anche per un supermercato che doveva spostare una scaffalatura perché doveva rivedere il posizionamento. Mi ricordo di un concerto dei Jethro Tull per il quale lavorai 12 ore, pause escluse, e me lo ricordo per 2 motivi: ovviamente i Jethro Tull, il secondo è quella strana sensazione di soddisfazione nel vedere la riuscita dello spettacolo, che per quei 2 centesimi era dovuta anche a me, i palloni, le luci, la scena: lo spettacolo.
In mezzo a quella gentaglia che faceva service si parlava, senza conoscersi, del più e del meno, “che hai fatto questa estate?”, “a settembre c’è la raccolta delle mele”, “fra un po’ c’è l’uva”, e così via. Ragazzi, 20-25 anni, che facevano i lavori che ai telegiornali “gli italiani non vogliono più fare“, eppure li facevano loro.
Certo ai concerti c’erano anche stranieri, mi ricordo che ce ne erano 2 bravissimi (decantati così) che erano fissi per i Subsonica, ed erano rumeni: si arrampicavano per tutto il traliccio ed iniziavano portar via i pezzi dalla cima. (dei Subsonica e del loro staff mi ha stupito l’enorme professionalità e rapidità con la quale facevano i loro lavoro, non credo che ce ne siano altri paragonabili). Ma mi ricordo di 2 rumeni, gli altri erano italiani.
Effettivamente prima di scrivere questo non avevo realizzato che né telegiornali, né giornali abbiano mai avuto coscienza di questa realtà.
Cioè, probabilmente tutti pensano che le mele prima che arrivassero i migranti si cogliessero da sole, che i pomodori si incassettassero spontaneamente, che le arance finissero nei camion per loro spirito di iniziativa.
E invece no. Ci sono stati sempre dei poveri sfruttati, o semplicemente studenti che tiravano a campare. E non erano migranti, a volte erano del sud, a volte no.
Insomma questa cosa esiste. Esiste il lavoro, che piaccia o meno ad una Francesca Archibugi o ad una Vaglio Galateo, esso esiste, e tutto sommato non è neppure così male.
Non sai cosa è il ROI
Nel 2015 la discussione fu riguardo al ritorno nell’invistimento sull’accoglienza. Ero ospite di un post di Galatea Vaglio, ben supportata da sindacalisti e gente del settore (dell’accoglienza o limotrofe).
La mia tesi era, ed è, che distogliendo personale dal sistema produttivo per impiegarle nell’assistenza si avessero 2 perdite:
1. il sistema economico perde produttività, cioè la bilancia commerciale con l’estero va in svantaggio, e la società , tutta, ha meno ricchezze.
2. le persone che si occupano di assistenza hanno bisogno di risorse economiche e di ricchezza, che vengono sottratte alla solita bilancia commerciale
2,5. (bonus) le professionalità sviluppate nell’ambito dell’assistenza non sono spendibili altrove
Accoglienza o assistenza?
Qui è dove spiego perché ho corretto accoglienza sostituendolo con assistenza. Semplice: perché la parola più corretta.
L’accoglienza la fa una struttura ricettiva, come può essere un albergo, dietro un compenso in denaro.
L’assistenza la fa un operatore sanitario, dietro un compenso statale nell’ottica di garantire la salute e le pari opportunità.
Riguardo ai migranti non penso proprio si possa parlare di accoglienza, visto che spesso non hanno soldi.
Si fa assistenza, come è giusto che sia. Sono una classe disagiata, e su questo non possiamo girarci la frittata come fa più comodo ogni volta in cui nel discorso ci fila meglio.
Torniamo al ROI?
Continuando il discorso, secondo le tesi degli operatori del settore, si avrebbe un ritorno nell’investimento maggiore delle risorse immesse.
Con i numeri proposti potrei anche concordare, ma manca una parte del quadro di cui non viene tenuto conto, e quella parte pesa molto nella “I” del ROI.
L’Investimento è sia in termini economici, sia in termini professionalizzanti, o meglio de-professionalizzanti.
Oggi è sabato e non sto lavorando, almeno non mentre sto scrivendo questo, ma so benissimo che non posso stare 6 mesi senza lavorare sperando di poter riprendere agilmente il mio lavoro. Dopo 6 mesi sono cambiate un bel po’ di cose, le tecnologie avanzano e quello che sapevo vale solo come forma mentis. Insomma: dovrei faticare un bel po’ per riprendere i ritmo dopo 6 mesi di stop.
Numeri espliciti e numeri impliciti.
Parlare di cifre spese e cifre incassate copre un aspetto importante: la qualità delle cifre. Quanto viene pagato chi lavora nell’accoglienza?
Non potete dirmi che “a lui va bene così” se non riesce ad ottenere uno stipendio dignitoso e sufficiente, evidentemente deve arrotondare in qualche maniera, oppure farsi aiutare. E questi sono costi nascosti.
Crescita demografica
Ed anche su questo argomento non riesco a trovare la bolla giusta dove andarmi ad inserire. Ovvio che se vogliamo che le pensioni vengano pagate ci deve essere un certo numero di persone in età lavorativa che producano reddito. Ovvio? No.
I soldi sono stampati da uno stato o da una banca centrale per quello stato, nazionale o sovranazionale poco importa. I soldi vengono stampati e distributi per alimentare il sistema produttivo. Ci sono principalmente due vettori tramite i quali i soldi vengono immessi nel mercato: il settore pubblico e il settore privato. Quello pubblico tramite lavori per il sistema statale, cioé direttamente gli stipendi. Il vettore privato alimenta il sistema monetario tramite prestiti richiesti alle banche private.
Una attività privata (un’azienda) produce un valore aggiunto rispetto al denaro ricevuto in prestito, grazie al quale riesce a pagare gli interessi su quel denaro e ad avere delle entrate che gli permettano di vivere e prosperare. Ma questo implica che i soldi provengono da qualche parte, ossia dal settore pubblico.
In definitiva il settore pubblico è l’unico mezzo di alimentazione del sistema monetario. Se non ci fossero i soldi pubblici e lavori pubblici, i soldi non esisterebbero affatto.
Perché parlare dunque di soldi e di pensioni? Perché complicarsi la vita con inflazione, valore reale, rivalutazione, e allineamenti periodici?
Più semplice parlare di risorse: risorse agricole, risorse industriali, risorse conoscitive.
Posto che il cervello consuma un bel po’ di energie va detto che tale resta il consumo sia che venga utilizzato al meglio, sia che venga lasciato poltrire a ripetere soliti gesti e ragionamenti.
Quello che mi interessa sono le risorse alimentari, cioé agricole e industriali di trasformazione alimentare, perché per vivere bisogna mangiare, non avere soldi, pensioni, rivalutazioni periodiche e via dicendo.
Semplificando quindi il discorso, è ovvio che una opportuna superfice di terreno è capace di produrre una certa quantità di alimenti.
Meno ovvio forse è la variazione delle abitudini alimentari del nostro e altri Paesi, che siamo e sono diventati via via più esigenti. Il consumo di carne in Italia è di 78 kg a testa contro i 27 degli anni ’60. Eravamo 55 milioni negli anni ’60. Quanti siamo oggi? qualcuno in più, ma sposta poco.
Quello che influisce molto, e pesano, sono le abitudini, nostre e dei nostri cugini cinesi.
Ok, non ho un cugino cinese, e forse neppure il nipote di Matteo Ricci o di Marco Polo ce li ha mai avuti, ma ormai sono dei nostri, cioè hanno abitudini occidentali, e mangiano magliale, vitello, pollo. Nel senso che anche i cinesi hanno aumentato il loro consumo di carne.
Tutti a parlare di geopolitica e dimenticarsi che le primavere arabe sono esplose per una crisi alimentare: era il prezzo del grano ad essere non sostenibile, è per quello che il popolo è sceso in piazza. Fame.
La fame muove i popoli, non le questioni di principio, non la mancanza di libertà. Il popolo se ne fotte della libertà se ha da mangiare.
Anzi, a ben vedere il popolo rifugge la libertà non appena gli si propone la sicurezza di poter continuare a mangiare. La libertà è un impegno, e non da poco. Bisogna esercitarla e bisogna ripassarla tutti i giorni.
E perché vi girate dall’altra parte quando si dice che la nostra ricchezza è basata sulla produzione agricola dei Paesi del terzo mondo? Perché invece di parlare dei motivi che hanno causato la rivolta egiziana (NOI, LE NOSTRE POLITICHE ASSISTENZIALI PER L’AGRICOLTURA, GLI AIUTI EUROPEI PER LO SVILUPPO), parlate del dittatore Mubarak?
Facile dire che gli egiziani sono degli idioti per aver accettato Mubarak per tutti quegli anni, facile come chiudere gli occhi e fingere di non sapere che Mubarak ce lo abbiamo voluto noi in Egitto, noi, gli inglesi, i francesi, gli americani.
Se non abbiamo foraggio non possiamo dar da mangiare ai vitelli e se i vitelli non mangiano, niente bistecca.
Se Bolsonaro non distrugge mezza foresta amazonica i cinesi non mangiano hamburger, e neppure bistecche.
Non esistono problemi di soldi. ESISTONO PROBLEMI DI CIBO.
E anche basta con questa storia della CO2 emessa dai veicoli o dal riscaldamento domestico. Niente rispetto ai gas serra emessi per la coltivazione e l’allevamento.
Al lavoro mi incazzo per la stessa cosa: non stare a guardare il risparmio di una variabile in un ciclo quando puoi rivedere il processo interamente e portare l’algoritmo da O(n^2) a O(n), e anzi, spesso puoi evitare proprio di fare quelle operazioni.
Non parlo di una bomba che cancelli 9 decimi dell’umanità (presa a caso eh) cosicché possiamo permetterci di sopravvivere come razza.
Parlo di direzione, di visione futura, e di consapevolezza: questa sconosciuta.
Trovo idiota qualsiasi iniziativa pensata a favorire la demografia. Idiota e suicida.
Dovremmo convivere con l’idea di una progressiva decrescita demografica invece.
Al posto di “non si fanno più figli, che tristezza il natale senza bambini”, potremmo sostituirlo con qualche rito orgiastico con contraccettivo (che orrore, il demonio, padre Amorth, e altra bolla).
Ci si lamenta del generale rincitrullimento e di come a 40 anni si passa il tempo di fronte alla playstation. E abbiamo bisogno di bambini che ci ricordino che non siamo cambiati affatto?
Potremmo evolverci in una consapevolezza più grande, che porti con se le responsabilità, ma anche l’appagamento della conoscenza.
Oppure scegliere di continuare a percorrere la stessa strada dettata dalla paura di sparire domattina, votandoci così all’autodistruzione.
Sceglieremo l’autodistruzione. Ne sono certo. È più romantico.
(ah Malthus? “è morto prima lui”, e questo sarebbe un argomento?)
Nazionalismo sì, nazionalismo no.
Volevo scrivere “prima gli italiani”, così qualcuno si incazza ed altri si eccitano. Lavoro per una ditta tedesca, per la concorrenza insomma.
Questo per dire che mi è capitato di andare in Germania e conoscere tedeschi, che poi sono alcuni miei colleghi, e amici di miei colleghi.
Cosa pensano dell’Italia? Seriamente, è questo che qualcuno mi ha chiesto qui sapendo che ogni tanto vado in Germania. Dell’Italia non lo so, di me pensano che sia un bravo programmatore, altrimenti non mi pagherebbero. Però parlando col padre di un mio ex collega l’ho sentito elogiare la Fiat per il Ducato. Ripeto. Un tedesco di 80 anni, figlio di tedeschi, elogiare il Ducato della Fiat: il motore, la solidità , è un gioiello.
Seconda annotazione sull’Italia: “fa caldo”. (mi ricorda un po’ la guida galattica, pianeta terra: “sostanzialmente innocuo”).
Ma sono orgogliosi del loro essere tedeschi. Hanno passato molti anni a guardarsi il ventre e cercare di elaborare il lutto e gli errori fatti nel passato, sono molto attenti alla cultura, e leggono molto. E sono orgogliosi di essere tedeschi.
Cioè non è che pensano che gli italiani siano peggio, è solo che pensano i tedeschi siano il popolo migliore del mondo. Non lo vogliono sottomettere il mondo, anzi lo vogliono conoscere. Ma non per questo smettono di pensare di essere i migliori.
L’economia, gli affari, i soldi: un gioco. E tifano Germania.
Cosa tifi tu?
Voglio dire, puoi assistere un migrante proveniente dalla Nigeria, perché si trova in un momento di difficoltà, ed è tutto assolutamente giusto.
Ma puoi continuare ad essere orgoglioso dell’Italia.
Nella fattispecie, se da fuori della tua bolla qualcuno di dice che stai buttando il tempo dietro ai migranti, e questo qualcuno è un italiano, potresti anche accogliere l’istanza come un momento di riflessione: c’è dell’altro.
Cioè non stai salvando il mondo, il mondo va avanti da sé. Non va dimenticato il gioco, che può partire anche dall’assistere, ma deve sfociare in qualcosa d’altro, altrimenti il ROI è in perdita.
Problemi nell’accoglienza
Dunque cerco: “SPAR”, “SPRAR”, “CAS” e non ci capisco ‘ncaz. Quanto tempo sostano? Si dice che le procure debbano controllare e vigilare sull’operato di queste aziende/cooperative/sxx, ma come?
È definito un livello minimo di servizio? sono definite delle metriche?
Le metriche, sì, sono dei voti.
In Germania i migranti richiedenti asilo vengono messi in un programma di integrazione, chi è in età scolare viene inserito nelle classi scolastiche e riceve un’istruzione. Se la domanda di asilo viene accolta allora l’istruzione continua e vengono inseriti nel sistema produttivo (in Germania tutto è molto inquadrato e assistito). Nel caso in cui domanda venga rifiutata viene rimpatriato (se viene rifiutata il Paese di provenienza tipicamente ha un governo stabile e garantisce un certo grado accettabile di libertà , quindi il rimpatrio è fattibile). Questo modo di fare è poco ragionevole per molti tedeschi: i ragazzi ricevono un’istruzione, crescono con amici tedeschi, sono praticamente inseriti, e poi devono andarsene.
Qual è la situazione in Italia? vengono inseriti nel sistema educativo, se gli dice bene hanno dei buoni professori, nelle scuole di periferia sei un poco di buono a prescindere, è una specie di integrazione tra emarginati, e tutto va ad alimentare le problematiche preesistenti tipiche delle preriferie. Se la domanda di asilo … la domanda? quale domanda? forse fra 10 anni troveremmo i capi di questa storia, quindi sei italiano dopo i 18 anni.
E se parliamo di identità nazionale, mi trovo molto a mio agio in questa situazione, siamo un amalgama di nulla (o di tanto) mischiato assieme, e poco conta se vieni da Milano, da Tirana, da Catania, da Algeri, da Lagos o da Katmandu, se non ci capisci un cazzo sei un po’ di Parma anche tu.
Ma voglio sentirmi libero di non darti i miei spicci se sei fuori dal supermercato a “fare giornata“, voglio sentirmi libero di dire che se vendi senza licenza e arriva la finanza o un vigile e ti fa la multa te lo meriti per almeno uno dei 2 motivi:
o non sei stato abbastanza furbo da non farti beccare
Se poi arrestano un clandestino per un qualche reato (che non sia la clandestinità stessa: lo stato in cui si trova qualcuno che non ha una richiesta d’asilo pendente e non ha il permesso in regola), spesso viene rilasciato dopo poco oppure gli viene dato un “foglio di via”, cioè il divieto di dimora. Questo è dovuto a mancanza di posto nelle carceri, ed a una inefficienza del sistema giudiziario. Non mi aspetto molto, ma sei stronzo, dopo 1, 2, 3 fogli di via dovresti accorgertene tu. E non ho nessuno slancio di compatimento verso di te.
Mi ricordo di un siciliano che lavorava nei facchinaggio e non aveva voglia di fare niente. Chiacchierava in continuazione di quanto fosse dura la vita e il lavoro, ma non faceva niente. Io dopo 12 ore di lavoro (e 20 ore di veglia) non ne potevo più ma spingevo la cassa per farla entrare nel camion, lui doveva dargli la direzione per arrivare alla rampa con le rotelle, invece ci si appoggiava, e diceva “eh dai, stai attento! deve andare là “. E invece diedi la spinta proprio nella direzione opposta, per poco non gli rompo un piede. Mi è dispiaciuto, non averglielo rotto quel piede. Comunque non disse nulla, andò ad “aiutare” qualcun’altro.
Non voglio rompere piedi, ma solo far notare che piedi, braccia e cervello ce li hai, e se sei lo stesso che sta lì, dopo 6 mesi prova a pensare che qualcosa devi cambiarla in te, non nell’Italia.
Sono straconvinto che questo Paese non cambierà mai, riguardo l’inefficienza e la mancanza di certezze. Sono però convinto che almeno ora c’è consapevolezza, molta più di quanta ce ne fosse negli anni ’60.
Quello che vedi è solo una parte
Se tu non hai fame, non vuol dire che nel mondo nessuno abbia fame, e neppure che nessuno debba averne
Se tu non fai un lavoro usurante, non vuol dire che nessun ne fa
Se non ti è mai capitato di essere in difficoltà , o in qualche maniera te la sei cavata, non vuol dire che sia per tutti così facile
Se dietro la tua villa c’è tanto spazio incolto dove poter piantare patate, non vuol dire che la cosa sia conveniente o abbia una qualche influenza sui grandi numeri
Se conosci una persona tanto brava che 10 anni fa spacciava, non vuol dire che lo fosse anche 10 anni fa.
Se pensi che la droga sia un problema, non vuol dire che non ci sia gente che riesce a trovarla con facilitÃ
Il problema della bolla è che limita la visione al di fuori di essa, e lo fa con un meccanismo perverso: ciò che è fuori dai tuoi assunti viene ignorato e minimizzato, quello che invece rafforza le tue convinzioni viene sottolineato, memorizzato, analizzato, riportato, rielaborato, condiviso e riaffermato allo sfinimento.
Ovviamente penserai di essere un libero pensatore, di leggere molto, eccetera. Come tutti del resto. E nella tua cerchia sono tutti d’accordo, è evidente che fuori da questa cerchia c’è del marcio, o degli idioti totali. Come gli egiziani che si sono tenuti Mubarak, per intenderci.
O come i tedeschi che si sono tenuti la Merkel. O come gli italiani che si sono tenuti Berlusconi, o che si sono tenuti Prodi, che oggi stanno con Salvini.
C’entrano qualcosa i Social Network? spero che siano utili per uscire dalle bolle, e penso che siano uno strumento di conoscenza, più che diabolico.
Concludo …
… dicendo che questo scritto è tutto disordinato e sconquassato, e non si capisce bene dove vada a parare (*), eppure l’averlo messo giù mi torna utile a chiarire il fastidio del disagio nel relazionarmi con dei micromondi tutti a loro modo alienati dal mondo ma coesi, io che sono alienato di mio e neppure troppo convinto di quello che penso da solo, tutt’altro che d’accordo con qualsiasi altra opinione di massa, micromassa o macromassa che sia.
Forse sono troppo fluido per questo mondo.
E preciso che quale che sia la tua opione, se per sbaglio ti trovi a leggere questo fino in fondo, non me ne frega niente.
Nel senso che non cerco complici nelle mie convinzioni, voglio rimanere fluido. Al più accetterei confluenze, punti di contatto, ma sempre minimi.
Domani penserò tutt’altro, e non avrò tradito nessuno.
(*)negli algoritmi di ricerca dell’ottimo, quando si è trovata una soluzione apparentemente ottima, per scongiurare il fatto che non sia in realtà un ottimo locale, ovvero che tutto attorno la situazione peggiora, si effettua una operazione di disturbo che faccia saltar fuori dalla conca nella quale l’algoritmo si sta adagiando. Morale: mischiare tutto e fare casino a volte ha senso.
Che poi questa cosa del vero uomo che regge l’alcool non è del tutto autoctona, ed è un concetto che è sfuggito ai più.
Sta di fatto che non ci dovrebbe essere nulla di moralmente deprecabile nel prendersi una sbronza, ma l’opposto, cioè l’idea di poter bere senza essere sbronzi ha qualcosa di profondamente assurdo. Sarebbe un’inutile perdita di tempo e sperpero di denaro e risorse.
Se non voglio essere sbronzo bevo l’acqua, giusto?
Ed è altrettanto vero nell’umida Inghilterra. Poi se ne sono andati in america, hanno litigato con se stessi, ma tenendo la stessa radice culturale, sono arrivati i western (nel senso di film che raccontavano l’epopea della conquista dell’ovest statunitense), e ovviamente riesce questa storia del reggere l’alcool, cioè bere senza ubriacarsi, per essere uomini.
Mentre più a sud bere è sbagliato, l’alcool fa male.
Visto che ora imbottigliamo l’acqua, ed è sicuramente buona, visto che abbiamo acquedotti piuttosto sicuri e controlli distribuiti, siamo più che capaci di arrivare alla maggiore età e sopravvivere (essere uomini) senza dover necessariamente bere alcool.