Blog

  • semafori a non finire. Il solito

    Lo yogurt è una di quelle cose che se non le mangi subito finisce che va a male. 16 Agosto riporta la scritta a matrice di punti su di un lato del vasetto. Vasetto da 500gr, gusto fragola, proteine 3,6 ogni 100gr, fanno 18gr, non si scherza.

    In questo periodo dovrei fare il carico dei carboidrati, ma penso piuttosto che io stia facendo lo scarico dei liquidi. Stamattina mi sono fermato 2 volte per pisciare in 2 ore di bici. Ore 7, 12 gradi, per il giorno di San Lorenzo non è esattamente la temperatura che ci si aspetta.

    La strada scorre bene, l’asfalto è liscio e la bici risponde, se non dipendesse dalla mia condizione fisica tutto è favorevole. Mi alzo sui pedali all’apertura un passaggio a livello e tengo dietro ad un suv. Queste ruote sono spettacolari. E sono in scarico, non sto neanche tirando.

    Tutto è pronto. Ieri in farmacia chiedo un tubetto di vasellina, e la farmacista me ne offre uno da 25ml a 2.30€, penso sia poco e le chiedo se c’è un formato leggermente più grande. A senso capisco che dovrebbe prepararmelo. A caso (oder swei), le dico che se costa molto prepararlo prenderei 2 tubetti. Mi chiede di aspettare (warten sie bitte) che va a controllare. 100ml su vasetto 2.20€. Non conosco il perché di queste cose, ma ad occhio 4 volte la quantità del tubetto costa meno del tubetto. Sì, prendo il vasetto da 100ml.

    Ora posso solo buttarmi sul lavoro. Perché è quello che devo fare qui.

    E dicevo. Mi pare di aver letto che con le temperature basse la tendenza è di consumare più carboidraiti durante gli allenamenti, e per di più sto facendo allenamenti molto aerobici, dovrò aumentare un po’ la quantità di pasta che mangio.

  • Ci manca poco

    dicono di te.

    E ora a Francoforte va di moda andare sullo skate, o forse qui ci usa comunque. Stamattina c’è mancato poco che investissi un ragazzino sulla ciclabile, o forse che venissi investito, visto che ha messo giù il piede dal suo infernale aggeggio per darsi una spinta proprio quando gli stavo passando accanto. (a 20cm dal ciglio del marciapiedi, cioè dalla strada percorsa da mezzi pesanti, non sarebbe stata una bella esperienza).

    Già. Ma qui sono tutti pazzi e non ci si fa caso.

    Non ho idea di come proceda, il carico è finito ormai, c’è solo da far passare la settimana senza strafare. Sabato l’ultimo allenamento di “carico” anche se provare a fare 30km ritmo gara con i semafori non è assolutamente possibile. Eppure sabato scorso ho corso senza pensieri. 40′ di corsa facili, dopo 120km di bici, ok, ma pur sempre facili, così, giacché era sabato, ho corso nel parco sopra Seckerbach o come si chiama, dove c’è un bel vigneto e la gente va a fare le grigliate. Veramente un posto carino e belle ragazze.

    Raunheimer Waldsee

    Ma la domenica mi faccio una bella passeggiata per vedere i campi di battaglia.

    Raunheimer Waldsee. Un lago in mezzo al bosco, a un chilometro dall’aeroporto, e sì che gli aerei si sentono, quelli pesanti si ha l’impressione che ti si poggino sulle spalle, senti le vibrazioni dell’aria con l’aumento di pressione. Un grande parcheggio che potrà tranquillamente contenere la zona cambio con migliaia di bici, ma forse potrebbero anche farla nella spiaggia. Questi tedeschi, hanno montato 2 pali, uno a riva, con in mezzo un cavo d’acciaio che traina un gancio per la corda per fare scii d’acqua. In acqua c’è una ragazza non esattamente esperta che vinisce sempre per volar via dalla tavola e cadere sull’acqua. Sembra divertente. Poi l’addetto si decide a spiegargli che dovrebbe tenere le ginocchia abbassate anche dopo partita e che la possizione giusta è quella nella quale si ha paura. Oppure qualsiasi cosa abbia detto io sono assolutamente daccordo con lui, infatti la ragazza inizia ad andare meglio e volar via più di rado.

    Ho impiegato mezz’ora dalla stazione di Raunheim al lago, orientarsi non è stato difficile, si costeggia la ferrovia, poi si procede perpendicolarmente, pressappoco. Ma al lago si suda, mi tolgo la camicia e mi rinfresco le ascelle, braccia e faccia. L’acqua fa schifo. È un lago usato da una azienda edile per impastare il calcestruzzo, credo, o forse anche per cavare la sabbia per altri lavori, infatti dal lato dove mi affaccio è tutto mal messo, dall’altro lato c’è una spiagga e gente a prendere il sole.

    È una giornata raggiante, il blu del cielo non è così comune da queste parti, il sole è gentile e discreto, fa caldo vero, ma di certo i raggi non bruciano. E sono le 12 in punto. Già, le 12. Devo partire per andare a visitare Wiesbaden, dove correrò la mezza maratona e sembra sia tutta salita.

    Il mio treno, S9, attraversa Mainz, una città molto grande e molto diversa da Francoforte, una città con un carattere, non le solite imitazioni con inutili grattacieli. Invece case normali e palazzi, resti di un teatro romano, molti cantieri, ed un grande porto. Dovrei visitarla, ma oggi no.

    wiesbaden_piazza_boWiesbaden. Non sembra proprio una capitale, non riesco ad individuare il centro. Arrivo in stazione, do un’occhiata a openstreetmap, e decido che devo andare di là, nord, più o meno. E vado. Mi pare di capire che il centro sia un mucchio di negozi tra cui Saturn, che è pure a Francoforte. Un museo poco distante. Le salite non sembrano eccessive, sono esattamente quelle nelle quali ti ritrovi il cuore a 180 e la lingua fino alle ginocchia e neanche un filo di fiato perché “non sembrava difficile”. Però penso che le mie Newton Kismet andranno benissimo. Dovrò solo dosare bene le forze e non andare in affanno. Assolutamente non andare in affanno, dopo 1500mt di dislivello su 90km (1600mt in realtà) sarebbe la fine. Posso eccedere solo negli ultimi 3km, o meglio 2, praticamente mai.

    Wiesbaden, niente street food. Mi fermo a prendere un kebab con una bibita che fa schifo. Mi fa lo sconto di 10 cent sulla limonata che prendo poi. Che poi non è mica colpa sua se la bibita fa schifo. Mah.

    A Francoforte non si mangia più. Dopo mezzogiorno è difficile trovare qualcosa. Prendo un gelato, un tram, e vado a dormire un ora.

  • Avere una Bianchi non ti salva la vita

    Abituato come sono con la mia KCP aus Berlin, stamattina prendendo la mia Bianchi in carbonio mi aspettavo chissà cosa. E invece va a finire che devi sempre pedalare.

    Davvero ho migliorato qualcosa come tempi, qualche km/h, ma dal punto di vista dell’allenamento di certo non c’è differenza. Ma ecco. Eccomi qui sulla solita strada per Schmitten con la mia Bianchi e le mie Fulcrum zero. Se non altro posso recuperare andando ad un passo decente, 15km/h in salita, non è male.

    A proposito di KCP ieri sera ho fatto l’ultimo chilometro per arrivare a casa spingendola per via della ruota a terra. Ecco, per fare endurance ci vuole pazienza, ma per beccare una pinzetta per rilegare i fogli in questa maniera ci vuole sfiga, e anche un bel po’:

    Ruota-bucata-IMG_20160803_192602

    A posto. Bucato copertone camera d’aria, mi ero accorto che aveva perso un po’ il tono, già il giorno prima. Fortunatamente avevo già il copertone di ricambio, bello con una banda bianca, e camera d’aria, ovviamente.

    Questo è di suo un buon motivo per non usare la Bianchi per andare al lavoro, le ciclabili sono scomode e sporche, e comunque qualsiasi cosa smontassero dalla bici ci farebbero qualche soldo, e io starei lì a sbattermi per cercare di rimediare.

    Durante una discesa (fatta 2 volte), stamattina mi sono trovato poco stabile sopra le appendici, ero a 60km/h, purtroppo con i rapporti che ho su non posso pretendere di meglio (e purtroppo non ho la gamba per poter montare qualcosa di meglio), eppure già a quella velocità preferivo avere una presa più larga per instabilità. Mi è venuto il dubbio che dipenda dalla distanza longitudinale tra una prolunga e l’altra, forse mettendole più larghe potrebbe essere più stabile. Ma il problema potrebbe essere quello di non avere lo stesso vantaggio aerodinamico, e a quel punto tanto vale non farne nulla. Forse dovrei cercare un compromesso.

    Certo è soddisfacente fare 5km in 5’23”, ma non è una cosa che capiterà spesso, oggi solo una volta.

    Dopo l’allenamento di stamattina, andando al lavoro la KCP, mi è sembrata più duttile e versatile, più reattiva, e più facile da guidarsi.

  • Per l’endurance ci vuole pazienza

    valigia
    valigia con bici.

    Si parte per Francoforte e questa volta con un impegno in più. Wiesbaden Half Ironman.

    Così preparo la valigia e mettendo le ruote non riesco a non preoccuparmi. E a non smettere di farlo.

    I raggi sono  in carbonio e devo caricare la bici in aereo, e non lo farò io. Già cerco di elaborare qualcosa nel caso i raggi siano rotti, andare ad un negozio per bici (B.O.C. in Hanauerlandstrasse 2cento qualcosa), cercare ruote usate, eccetera.

    All’arrivo a Francoforte non ho idea di dove andare a prendere una valigia fuori misura, chiedo ad un tipo poco motivato, mi risponde in tedesco, e non capisco neanche cosa dice. Aspetto. Dopo aver ritirato la borsa con dentro la muta, e dopo aver aspettato altri 5 minuti, mi decido ad andare all’uffico bagagli. Se si chiama così dovranno pur sapere qualcosa. Sono agitato ma mostro il bigliettino del mio bagaglio all’addetta allo sportello libero. Lei controlla nel terminale e dice che dovrebbe essere già qui. Muove il capo per vedere oltre, al lato opposto dell’atrio dove mi trovo, nota una valigia grande, la indica e fa, “isn’t that?”. “ah, yes, thank so much”.

    Arrivo alla valigia la apro. Apro le ruote. Tutto a posto. Fortunatamente.

    Ok. Ora il problema è arrivare a casa. Lavori sulla metropolitana, linea U5 direzione Preugenheimer, precisamente. È più o meno dove vivo io a Francoforte. Dovrò usare il tram 18 e farmi 6 o 700mt a piedi.

    Inoltre la linea regionale S9 si ferma a Hauptbahnhof, dove devo prendere U4 fino a Konstablerwache, da dove devo salire in strada per prendere il 18.

    “passa di qui il 18?”, “no, il 18 lavoro non vado certo in giro per Zeil a fare compere”.

    Hauptbahnhof è la stazione principale, come dice il nome, e di certo non è piccola. La valigia è grande, poco comoda nelle curve, ma quanto meno è piano e così posso contare sulle ruote. Non mi sembra male.

    Arrivo alla piattaforma per la U4 direzione Bornheim, mi sento un eroe.

    A Konstablerwache devo salire. Becco casualmente l’uscita dal lato della strada dove devo prendere il 18, uscita per il supermercato Konrad, ma va a capire, occupa un isolato.

    Friedberger Warte, è da qui che devo farmi i miei 600 o 700 mt facendo correre la valigia. Mi accorgo presto che su terreni poco regolare al centro tocca, o meglio mi accorgo che questo fatto è molto noioso.

    Ragazzi tornano da una partita a tennis, almeno credo, visto che hanno le racchette in mano. Si offrono i aiutarmi, ma dovremmo sollevarla, e finirei per stancarmi di più. Gli dico che c’è poco da fare, devo solo andare piano e avere pazienza.

    Ecco, è vero. Ci vuole pazienza, e bisogna continuare, senza fare troppi sforzi e trovarsi esausti a dover aspettare ancora di più per ritrovare le energie.

    E così è l’endurance, già a partire dall’olimpico questa cosa si sente, non puoi pretendere di arrivare prima cercando di andare oltre la velocità per la quale sei preparato. Ci vuole pazienza. Se hai sfortuna e la gara è piena di gente forte sicuramente ti rode vedere passare così tanta gente, ma ci vuole pazienza. Capita.

    Sicuramente ho di nuovo la preoccupazione per i raggi, vorrei ma le vibrazioni non posso evitarle, le ruote sono piccoline.

    Arrivo a casa. Non mi sento più un eroe. Controllo la bici ed è tutto a posto. Questo infondo è solo un allenamento.

    Ma perché mi sembra così dura questa prossima gara? Non ho idea. Forse i 1600mt di dislivello nella frazione bici. Forse il non avere un’auto con me. Ma sono a Francoforte, a 50km, e con i mezzi arrivo in meno di un’ora. Non so.

    Forse non sono fisicamente pronto. È ormai un anno che non riesco a fare un medio bene, finendolo correndo e con un buon tempo nella mezza. Ecco, un “buon” tempo nella mezza non sono mai riuscito ad averlo. Il mio “buon tempo nella mezza” sarebbe 1h45′, e sarei pienamente soddisfatto. Qui ho anche 1600mt di dislivello in bici.

    Ci vuole pazienza, con se stessi, con le cose, le cose che capitano, e con gli altri.

    Ieri compriamo la pasta per il pranzo, un pacco di tortiglioni barilla, e altre robe. La cassiera sbaglia e ce ne fa pagare 2. Poca roba. La sera compro acqua e uno snack alle mandorle. Acqua 1,14 €, snack 1,29€. Totale 3,93€. Pago sovrappensiero, la cassiera non guarda negli occhi, forse perché è turca, o forse perché è falsa. Cammino e ripenso a quanto ho speso. 3 e … dovrebbe essere 2 e qualcosa. Ho già perso la pazienza non riesco a fare le somme ma qualcosa non torna, tiro fuori lo scontrino ed è quello di un altro. Forse lascio stare, che importa? Ma poi no. E la seconda no, almeno non nello stesso giorno.

    Torno indietro, di corsa, con un pacco d’acqua sotto braccio. Arrivo e mi lamento. C’è molta fila alla cassa. Credo di aver fatto una figura di merda non tenendo conto del pfand, il vuoto, di 25¢ a bottiglia, è 1,50€ che serve per arrivare a 3,93€, cioè quello che ho pagato. Chiedo comunque il mio scontrino. Lo stampa. Arriva anche un dipendente altro circa 2mt che sembra avere l’intenzione di spaventarmi. Lo trovo un gesto idiota e lo guardo stupito e per nulla intimorito. Ma questa cosa mi infastidisce, cosa avevano in mente? Spaventare la gente che si lamenta? Che tipo di commercianti sarebbero?

    Resta la mia figura di merda. Innegabile.

    Non ci bado, ma poi il mattino seguente rimugino. Devo correre e l’ansia blocca il diaframma. Ci vuole pazienza. Provo a rielaborare e visualizzare. Provo a richiamare le sensazioni. Troppo cerebrale, non riesco. Provo con i colori, colorando tutto di arancione cerco di far uscire le senzasioni di disappunto. I colori sono usati nel training autogeno, non so se abbiano validità, ma li ho già usati per raggiungere l’autoipnosi, quindi potrei essermi condizionato e averli resi efficaci, tanto da associare all’arancione il rilassamento delle emozioni (rosso-fisico, arancio-emozioni, giallo-mente, verde-pace, blue-passione, viola-amore, argento/oro-estasi).

    Ci vuole pazienza. Monto la bici.

    Oggi corsa. Diluvia, ci ripenso. Poi ho un ripensamento sul ripensamento. Parto. Ed è quasi una liberazione. Ci vuole pazienza, sì, ma a volte anche correre non è male. E va bene, poco più di 3km per arrivare vicino la Nidda e fare i miei 3×4000, ho un appogio buono e tutto sembra andare per il meglio.

    Poi chissà. Ci sono cose che fai bene, cose che fai male. Per qualche errore non puoi perdere tempo a rimuginare, rischi di rovinare quello che potrebbe capitarti di far bene. Ma sono così, e ci vuole pazienza.

    È importante respirare e non agitarsi, non andare in affanno: di aria ce n’è per tutti.

  • Contravvenire alle psicosi e scatti compulsivi (*)

    Architettare una giusta tecnica per contravvenire alle psicosi e scatti compulsivi (*).

    Ok, sì, ci sono cose irrisolte e problemi che non sono mai affrontati fino in fondo, tutti ne abbiamo, è inutile pensarsi immuni.

    Ma vorrei parlare di qualcosa di più pragmatico, una abitudine che generalmente utilizzo prima di un giorno importante, diciamo una gara, ma anche un colloquio di lavoro, oppure vorrei approcciare una sconosciuta, in generale, diciamo, che torna utile.

    La tecnica è rivivere l’esperienza e scaricare la tensione. Facile? Sì lo è.

    È qualcosa di cui parla il Focusing (tecnica ideata da Eugene Gendlin e ben documentata), consiste nel ripensare a qualcosa di fastidioso, qualcosa che si sente irrisolta, che mette a disagio, o che non si vuole ammettere faccia paura.

    Facendo degli esempi espliciti. Ripensare a qualcosa di fastidioso. Ovvero qualcosa che ci ha fatto sentire a disagio. Esplicitamente parlando è quella cosa che si chiama fare la figura del coglione. Ammettere con se stessi queste situazioni non è sempre facile, ma superato questo scoglio il rivivere il momento risolve un bel po’ di scocciature.

    Non si è finito di esprimersi. Ecco, basta ripensare al disappunto e le sensazioni che ha generato.

    Le paure. In auto non vedere un passante e frenare all’ultimo momento. In curva non entrare bene e sentire uscire la ruota. Oppure cadere.

    Personalmente la modalità con la quale io la rivivo consiste nel distendermi su di un letto comodo. Rilassarmi per quanto possibile. In realtà non è possibile, in quanto ho qualcosa di irrisolto. Ma infondo l’irrisolto è ciò che distrae dal pensare al nulla.

    Ovvero impedisce di annullare i propri pensieri e la propria stessa essenza non permettendoti di sentirti parte dell’universo e divenire infinito, eterno, nullo, assente ed essere in estasi, esattamente il pensiero irrisolto che devi rivivere e riguardare.

    Così, piuttosto che scacciare il pensiero, lo rivivo e ne ascolto le sensazioni.

    Il più delle volte (ovvero sempre), questo basta per farlo mio, perché mio è, il solo problema rimasto da risolvere è il non volerlo accettare.

    La vedo così, c’è vita vissuta che non voglio accettare, ma è mia vita, e merito di possederla, di esserne il principe, l’artefice, l’autore, il protagonista, di questa parte della mia vita. Non conta se questa parte la ritengo censurabile. È qualcosa a cui non devo rinunciare.

    Ma voglio tornare sul concetto di riviverla e rivivere le sensazioni.

    Penso ci sia una sorta di filtro riguardo le figure di merda. E penso ci sia una sorta di filtro riguardo le paure. Eccetera. Ecco, questi filtri sono necessari per essere “equilibrati”. Nel riviverlo si ha la libertà di dare più spazio ad alcune sensazioni, ad alcune emozioni.

    Credo, che il farlo alla lunga renda consapevoli, e addirittura persone migliori.

    Cioè si riesce meglio a modulare le proprie emozioni, ad averne coscienza, e a viverle in diretta più a pieno. Anche se la cosa la faccio in modo posticipato, penso che lasci il segno.

    Perché essere migliori?

    Non so, credo sia curiosità. Per migliori io intendo più saggi, conoscere più cose, vedere oltre il limite. Ossia avere le idee molto più confuse. Non avere certezze, essere impavidi e coraggiosi oltre un ragionevole appiglio. Facile avere certezze quando si crede di sapere tutto, molto più difficile comportarsi come tali quando si sa di non sapere nulla. E vedere il Mondo in modo diverso è vivere un altro mondo ancora, è fare un viaggio nel quale mai ci si ferma.
    (*) Riguardo agli scatti compulsivi, non ne ho mai avuti nella vita reale, ma quando applico questa cosa, rilassato sul letto, ne ho, si tratta spesso di calci dati in dormiveglia ed è molto rilassante la cosa. (ma non voglio nessuno intorno 🙂

  • “Lungo” bici e fulcrum zero

    (acqua per tutto il tempo)
    Dovevano essere 180, non che fosse difficile, ma inizia a piovere dopo 10km, è vero che la temperatura è perfetta, ma le gomme sono nuove, la strada bagnata e non mi fido, forse faccio male, ma effettivamente sulle buche scivolano un po’. Ad un certo punto smette di piovere. Incontro un certo Danilo vicino al bivio Villa Potenza/strada per Osimo. Esso sarebbe dovuto andare ad Osimo, dove vive, e decide invece di farmi compagnia, si mette in scia poi, chiedendogli il cambio gli chiedo dove va. È un podista, 1h19′ alla mezza, 2h50′ alla maratona, niente di che (dice lui, niente di che??!??! magari arrivarci!). Ha un problema al ginocchio (passato da calciatore), e niente, va in bici. Lungo la Regina reinizia a piovere e così invece di darci una mano con la scia e prendere il fango in faccia ci affianchiamo, si chiacchiera e fanculo alle auto che suonano. Con questo tempo dove dovete andare di domenica, verso il mare? Andate a prendervi un caffé, va. Che a prenderci l’acqua ci stiamo noi, mica possiamo rallentare e stare sotto l’acqua 20″ in più per voi.

    Le ruote Fulcrum Zero

    Questa la mia prima uscita abbastanza lunga con le Fulcrum Zero. Sono rimasto impressionato da queste ruote, a livello quasi viscerale, le sento sulla gamba, rispondono precisamente alla spinta, quando vado tranquillo nel recupero si sente la presenza, è come avere una estenzione del corpo attaccata alle gambe. Pedalare è piacevolissimo.

    [AdSense-B]

    Sulla precisione in curva le avevo provate 2 giorni prima in un giretto corto, anche lì ottime sensazioni, impostare una curva con ruote di bassa qualità è una cosa obbligata, se sbagli non hai modo di prendere se non rallentando molto, buttare più giù la bici durante una curva è molto più difficile. Con le Zero no, spingi sul pedale e le ruote rispondono, la bici piega ed aggiustare una curva è fattibile. Vero è che le curve vanno impostate all’inizio, altrimenti non puoi avere la stessa resa, ma la tranquillità di sapercele permette di essere più concetrati, per lo meno per me che sono un tipo anzioso. Così finisce che imposto meglio la curva già dall’inizio, sapendo di poterla aggiustare, cosa di cui non avrò bisogno.

    Ma in questa occasione, col bagnato, non ho praticamente piegato mai.

    E poi ti bruci

    Niente, dopo 4 ore l’idea del pranzo e l’ora hanno avuto la meglio, così ho tirato un po’ più anche per il fastidio del vento contro. La bici va così, se vai tranquillo continui a sentire che potresti dare di più e ogni tanto puoi permetterti uno sprint o una salita un po’ più allegra, ma se ti incaponisci a guardare il contachilometri che non ti soddisfa ti distrai dall’ascolto del corpo e ti bruci. Sì, perché recuperare pedalando non è una cosa semplice, il cuore rimane su di giri, non vuol tornare a regime, le gambe dolgono per troppo acido lattico, non è piacevole. L’assorbimento e riuso dell’acido lattico è ciclico, penso che superata una certa soglia l’acido lattico arriva anche al cuore e il sistema va un po’ in crisi, una sorta di sistema di allarme, così si dice “ti bruci”.

    La corsa ritmo gara

    Così il giro l’ho segato a 150km e stop. Ma un po’ avevo recuperato, infatti poi corro 4km a 4’47” di media. Bene. Penso sia un buon test per Wiesbaden il prossimo 14 Agosto, penso che correrò a quel ritmo, credo che avrò un bel po di acido lattico, anche se ho 6km di discesa per recuperare. Mi preoccupano le ultime 2 salite, dal 70* al 76* e dal 80* all’83*, è bene che mi spendo abbastanza, ma è bene che ne abbia da spendere a quel punto.

    Ok, è tutt’altra roba, questo non era un test, era un allenamento aerobico, il livello di lattato sarà maggiore in gara, ma la stanchezza minore. E prenderlo come punto di riferimento mi tranquillizza, punterò a tenere quel ritmo. Ormai sto imparando ad ignorare cardiofrequenzimetro e gps durante la corsa ed ascolare il corpo.

    Nel frattempo

    Mentre io passeggiavo, Laura Strappaveccia ha fatto l’Ironman a Zurigo in 10h46′, dice che ha avuto problemi di stomaco, che avrebbe dovuto correre a 5′ perché ce l’aveva. È vero, non ci si accontenta mai, si sarebbe potuto fare di più, ci mancherebbe. Il punto è che visto dall’esterno ha fatto una buona gara, ha corso una maratona dopo 180km di bici in 5h40′ (non facile, 1300mt di dislivello), e voleva correrla a 5′. Io ho problemi con l’acido lattico nel fare un lento, e l’idea di fare una maratona subito dopo mi angoscia, già prima di iniziare a pensarla. Voglio correre una mezza a 4’40”, ok? Il podista di Osimo la corre a 3’40”, e “niente di che”.

    Sono scarso, daccordo. Ma tutto è relativo. Punto ad arrivare tra i “primi” 800, su 1600, se arrivassi 700esimo per me sarebbe un traguardo. Ma non andrà perfettamente, e farò peggio di quello che avrei potuto fare. È così. Sempre. Così, anche se arrivassi 700esimo, cioè 100 posizioni meglio di quello che prevedo, avrò da rimproverarmi qualcosa.

    Mi dispiace che non si sia qualificata per Kona, ci tiene. Comunque non è una tipa che molla l’osso.

  • Correre. Forte. Ovvero, correre forte.

    Ritmo gara.

    Quello che ho capito ieri sera, anche se non ho fatto una gara perfetta, è quanto sono pesanti entrambe le parole: ritmo e gara.

    Ho capito le parole di runner di vecchia data riguardo la poca utilità del cardiofrequenzimetro.

    Ritmo va sentito e assecondato (va tenuto). Ogni passo è un battito. Il cuore ha il suo battito. Il ritmo è alto, 170/180 passi a minuto inizia ad essere un rock piuttosto veloce.

    Ho capito (ma ci sto lavorando da un po’) quanto sia importante la postura nella corsa in relazione al passo che si tiene, e quanto sia importante l’appoggio del piede.

    Guardare il cardiofrequenzimetro per sapere la frequenza cardiaca, o il gps per conoscere il passo, è una perdita di tempo, una distrazione, e un’inutile perdita di ritmo e postura ottimale (alzare il braccio e tenerlo avanti perdendo momentaneamente il bilanciamento, poca roba, ma inutile).

    Inutile il cardiofrequenzimetro, l’affanno va ascoltato e la frequenza cardiaca è solo una componente, che varia da periodo a periodo, anche in date (o orari) ravvicinate.

    Inutile il passo, c’è poco da guardare mentre si è in gara, ci si deve concentrare sul ritmo, sulla spinta delle dita (momento del distacco), una fase aerea il più prolungata possibile, un appoggio il più delicato possibile, un buon equilibrio e compensazione con le braccia. Inoltre l’ascolto della tenzione sugli addominali e sulla schiena, stare dritti col collo e la testa ma rilassati, dar modo ai muscoli di recuperare il più velocemente possibile (rilassamento, rilassamento, e rilassamento).

    Ho capito quanto è importante essere in gara per non mollare l’osso. No, non tanto per essere primo, e veramente ho sempre temuto di trovarmi davanti e non sapere quale fosse il tragitto (anche ieri sera all’inizio!). Alla fine, erano rimasti 2km e mezzo, ieri avevo 2 corridori alle spalle e uno davanti. Non mi andava di finirla, era sera e tenere quel ritmo per me è veramente stancante, però correvano tutti. Un altro km e ho mantenuto la posizione, ormai tanto valeva arrivare alla fine così. Non sentivo più la voce di chi mi seguiva, infatti essi non parlavano più, oppure durante la discesa sono rimasti indietro. Salita, 400mt. Tengo il ritmo e siamo a 600mt dall’arrivo, leggera salitina per poi girare e farsi 60mt fino al traguardo. Davanti a me ha tenuto per tutta la salita il solito corridore di prima. Faccio per sorpassarlo, lo affianco, stava per mollare. O forse stavo per mollare io. Continuiamo affiancanti per 200mt, si gira per l’arrivo lo faccio passare, allunghiamo il passo, ma lui di più. Arriva 3 o 4 secondi prima. Si gira mi da la mano e ci ringraziamo l’un l’altro. Ecco. Non so se avremmo mollato, ma di certo abbiamo tirato un po’ di più e questo vicino alla fine, perché sapevamo di poterlo fare, e perché c’è piaciuta la gara che ci ha fatto dimenticare della fatica.

    Nelle gare un po’ più competitive ha un effetto simile lo star dietro ad una runner con un bel culo, essendo tondo ha qualcosa di rilassante e infonde pace nell’animo. Ma ieri sera c’erano poche donne ad andare forte, credo non tra i primi 36 assoluti.

    La corsa è completa, nella corsa senti tutto e senti tutti. È difficile non essere onesti se corri prima o poi dovrai fare i conti con te stesso. Non puoi porti degli obiettivi fuori dalla tua portata, devi concentrarti e cercare di far bene quello che sai fare, cioè tenere il ritmo che riesci a tenere. E farlo bene. Non importa essere primo, davvero non conta. Quel che conta è tenere il ritmo e farlo al meglio. Goderne di ciò che senti, di ciò che scorre. Il movimento e i muscoli con contrazioni e distensioni. Yoga e altre discipline orientali parlano di chakra ed individuano la personalità, l’Io, nella zona addominale bassa. Nella corsa questa zona è al centro di tutto. La postura viene principalmente da quella zona, se quella zona è fuori asse, se è troppo indietro, se è troppo flessa, la corsa non è buona, non è equilibrata, è dispendiosa e tenere il ritmo è difficilissimo. Mi piace pensare che se l’Io non vuole allora non correre. Se non sai qual è il tuo posto, allora non correre. Se ti credi qualcos’altro, non ti sta bene chi sei, o pretendi di essere altro, allora mettiti l’animo in pace. Poi gareggia.

    Non ci sono alternative. O corri, o muori.

    Ripensandoci (25 Luglio)

    Ancora ci rifletto.  La partenza è stata lenta, il primo correva a 3’50” o poco meglio,
    così lo supero, ma poi o stare avanti mi mette a disagio, oppure lui alza il ritmo perché
    vuole stare avanti, comunque lo lascio passare preferisco la sicurezza di una terza/quarta posizione. Alla salita mi spavento e la prendo piuttosto lentamente. Ho tenuto 4’20” di media fino alla fine. Era quello che potevo fare. Non ho guardato il cardiofrequenzimetro ma stavo sui 170/180. È stato divertente e soddisfacente.
    Però, avrei potuto tenerlo quel ritmo, strano. Forse il periodo, il caldo, l’umidità …
    E invece ho la sensazione di avere dato il massimo, apparte la prima salita (ho sbagliato valutazione sul resto del tracciato, ma ho scoperto che basta ascoltarsi, cioè ascoltare il ritmo e la fatica, per potersene fregare del sapere il tracciato e l’altimetria. Questa è una cosa che mi tornerà utile. Tanto posso fare solo quello che posso fare). Se sono arrivato 34esimo o 36esimo non me lo ricordo, premiavano i primi 50 e niente classifica (a parte i primi 3).
    Biglietto ritirato dall’organizzazione.

    Scarpe che ti fanno correre

    Ci sono scarpe che ti fanno correre. Perché ti danno il ritmo. Questo è successo a me provando le Newton Kismet. Io appoggio male, ossia appoggio di tallone, troppo dietro, sbaglio la falcata, troppo lunga in avanti, e non dietro. Ho provato queste scarpe su suggerimento di un amico podista forte (mezza in 1h24′). Ho cambiato appoggio, ho cambiato ritmo. È come se saltelassero sulla punta, dove serve, e portano a spingere di punta, aumentare la fase aerea, ed ad appoggiare più dietro, altrimenti ti sfasci le anche.

    Ma credo che vadano usate con moderazione e con la testa. Non si può appoggiare male è assolutamente pericoloso, e con le Kismet lo è di più!

    Sono praticamente non ammortizzate sul tallone, l’urto arriva diritto all’anca ed avendo spinto forte con la gamba dietro che non ha ancora recuperato si sta facendo la spaccata col bacino non contrapposto, è come cercare di far uscire il femore dall’incavo dell’anca. L’appoggio deve essere sotto il corpo. Si trovano video che lo spiegano bene.

    Io? sono sostanzialmente pazzo ad usarle.

     

  • pensieri a caso

    In fondo le caratteristiche di un sito dinamico consistono nel

    1. servire una pagina associata ad una url
    2. mostrare dei contenuti contenenti anche link (cioè url), interni
    3. permettere di aggiungere nuove pagine (e quindi nuovi url)
    4. organizzare le pagine secondo una struttura

    Così se ti capita un codice che non hai mai visto hai la lista di cose che devi capire:

    1. mappatura url<->pagina
    2. mappatura pagina<->baseDati
    3. amministrazione e organizzazione si deduce poi

    Ma perché un problema così standard non viene ancora affrontato in modo standard???? ancora no?

  • Per quale motivo lo stai facendo?

    Forse siamo nell’epoca dell’inutile, ma io mi chiedo, forse non troppo spesso, per quale motivo lo stai facendo?

    E credo che ognuno di noi dovrebbe farsi questa domanda prima di intraprendere una impresa, anche la più banale.

    Esempio.

    Mi arriva una email che dice:

    Salve,

    mi chiamo Xxxx Yyyyy e mi occupo di grafica cartacea e digitale. Sono specializzata nella realizzazione di loghi, monogrammi e logotipi. Sarei interessata a realizzare un restyling del vostro logo.  Offro prezzi competitivi in tempi brevi.

    Vi ringrazio per la cortese attenzione con la speranza di una possibile collaborazione.

    Cordiali Saluti,

    XxxxYyyyy

     

    Da un contatto sconosciuto. Forse è raro calarsi nei panni altrui, ma sembra o no un po’ irritante?

    Non c’è nessun riferimento al destinatario. Chiaramente è SPAM. Invece no, la persona esiste davvero, e si occupa veramente di SPAM grafica!

    Ma per cosa lo sta facendo? Cioè contattare qualcuno in una maniera così irritante e aspettarsi una risposta di “possibile collaborazione”. Perché?

    Le rispondo (perché? ma perché esiste veramente e mi dispiace comunichi così), dico che sono un programmatore e che non ho soldi da spendere, e faccio notare che è un po’ irritante come messaggio.

    Mi risponde dicendo che le dispiace che mi sia offeso, e spiegandomi il significato di restyling.

    Io non ho detto di essermi offeso, e neanche di non conoscere il significato di restyling.

    Nel comunicare ci vorrebbe meno Schopenhauer e più Dale Carnigie, nel senso di

    Come trattare gli altri e farseli amici

    e non l’arte di avere ragione.

    E basta con questo spam!

    Non chiedere: “soldi, pochi maledetti e subito”. Perché non è una collaborazione.

    Lavorare, collaborare, un mucchio di soldi e di continuo. Questo dovrebbe essere l’obiettivo.

  • certe persone fanno schifo

    È inutile cercare di giustificare o altro, fanno schifo e basta.

    E stare a lì a cercare di capire come sia andata o altro.

    Certe persone fanno schifo, si comportano come delle bestie, senza ragione, senza senso. E basta.

    La società è avanzata, ci sono agi, e sono per tutti. C’è la possibilità di imparare, ed è alla portata di tutti. L’istruzione è obbligatoria, e se non gratis, è comunque alla portata di tutti. Ci sono servizi, come la sanità gratuita, o almeno il pronto soccorso che fanno un ottimo lavoro. Ci sono istituzioni, che gestiscono le risorse e fanno sì che tutto scorra abbastanza bene. Ci sono strade, per lo più manutenute e pulite. Ci sono infrastrutture e trasporti.

    Ci sono cose che non funzionano, certo. Ma se dovessimo fare un bilancio non credo proprio che la soluzione sia sfasciare tutto e tornare a vivere nelle caverne.

    Ecco, certe persone hanno ancora la testa e la convinzione di vivere nelle caverne, quindi non si accorgono proprio di come urtano e sfasciano qualsiasi cosa. Spesso inneggiano al fascismo, perché durante il fascismo c’era ordine. Ma loro il disordine ce l’hanno nel cervello, è per quello che non riescono ad adattarsi, è per quello che urtano e sfasciano tutto quello gli capita a tiro.

    Perché se ti piace l’ordine, finisci la scuola. Se ti piace l’ordine ti informi tutti i giorni. Se ti piace l’ordine accetti l’attuale ordinamento. Se ti piace l’ordine hai la consapevolezza dell’opulenza in cui vivi e te la smetti di lamentarti.

    Forse ogni tanto tutti facciamo schifo.

    Ma c’è chi fa eccessivamente schifo.