Che si dice a Porto Potenza?

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Non lo so, non sono quel tipo di persona che si informa su cosa si va dicendo in giro dove vivo io o nei paraggi.

Ho molti interessi, mi aggiorno su tecnologia, su dove si fanno gare e perché, su come sto fisicamente e dove trovare trattamenti per il mio stato di salute, fisico e mentale. E cose simili. Sì.

Ma non chiedermi come stai il vicino o la vicina, perché di certo non gliel’ho chiesto.

“Come stai?”, e se poi mi risponde che non sta troppo bene dovrei dirgli che non mi interessa? Piuttosto pericoloso. Magari se stai per morire mi dispiace, ma non sono io quello che può aiutarti.

L’infermiera che mi chiedeva una mano per spostare mio padre dal suo letto (era morto), mi guardò con uno sguardo severo, “devi abbassarti sulle ginocchia”, disse. Beh, lo so io quanta forza ho sulla schiena, e so anche che babbo aveva perso una ventina di chili per via della malattia. Ma cosa posso farci? Sono lì tutti a distribuire rimproveri.

Perché invece non sarebbe più giusto farsi i cazzi propri?

Per dire, spostiamo questo corpo da qui a la. Tu pensi alla tua cazzo di schiena e pieghi le ginocchia come cazzo ti pare, io penso alla mia schiena e faccio quello che cazzo mi pare. No, così giusto per tracciare confini: io sulle mie ginocchia (e la mia schiena), tu sulle tue.

Quindi no, non lo so, e neppure mi interessa.

Stare soli non è una malattia, ma un momento di riflessione.

Ieri sera si parlava di meditazione, chi consigliava di fare 5 meditazioni al giorno di 5 minuti. Non è che si parli molto durante la meditazione, anzi, si sta zitti. Quindi non si comunica, non si socializza, si sta soli. Puoi anche immaginarti connessioni astrali universali, eccetera. Ma di fatto stai zitto, e solo.

Perché al mattino presto, o magari la sera, vedi gli uomini sui balconi a fumarsi una sigaretta, soli?

E perché quando sei single questi momenti sembrano inutili ed anzi dannosi?

Non ho idea. Ma se l’avessi sarebbe brutale e spacca culo.

Avevo una gabbia. Sì, forse mi ci ero messo, ma era la mia gabbia, il mio posto sicuro. Perché rinunciarci?

Fatta di fantasie, a volte anche terrorizzanti, a volte bizzarre, tutte fuori dal mondo.

Ma mi sentivo in trappola, non per via della gabbia, dalla quale non riuscivo ad uscire. Mi sentivo invaso dai consigli di chi mi spronava ad uscirne.

Ciò che feci non aveva alcun senso, o forse lo aveva, ma solo dal punto di vista della gabbia. È stato come girare il lucchetto della gabbia, e così sentirmi costretto a trascinarmela dietro. E così ho fatto per alcuni anni, uno, forse due.

Ma ora sono solo, e anzi rivendico il diritto di esserlo. Senza amore, ma anche senza orpelli da trascinarmi.

“ehi, sei quello della gabbia?”, “puoi andare a fanculo. sai come si fa?”

Ecco, ognuno dovrebbe sapere come andarsene a fanculo.

Per George Orwell, in 1984, stare solo era un reato, o almeno stare solo senza l’occhio del Grande Fratello puntato su di te. Poi Winston trova la liberazione innamorandosi di una donna, come se quell’epilogo non prevedesse il fumarsi una sigaretta sul balcone, o fare meditazione 5 volte al giorno.

Ma perché farebbe così paura?

Avevo preso l’abitudine a parlare, un po’ di tutto, con la donna con cui stavo. Poi sono stato con un’altra, e gli argomenti sono cambiati. Forse sono cambiati come sono cambiato io, forse come è cambiata la lei con cui parlavo.

Poi il vuoto. Nessuna con cui parlare, e così ho iniziato a parlare a vanvera, frastagliato, come se fossi intimo di chiunque.

Questa condivisione dell’intimità è una cosa che ho scoperto piuttosto tardi.

L’intimità non è tanto qualcosa di segreto o inconfessabile, ma qualcosa di banale, quotidiano, routinario, insulso. Ma un qualcosa che stando in 2 si trova così fantastico ed eccezionale, tanto da volerlo condividere.

Non ha molto senso visto da fuori, ma poi una volta assaggiato sembra quasi irrinunciabile. Tutto ti porta a ricercarlo, anche se non sai esattamente come lo hai ottenuto la prima volta.

O almeno è stato così per me. Conosco una ragazza in chat. Poi ci si vede. Ci sembra di fare una cosa pazza. Iniziamo a frequentarci. Non va tutto alla perfezione al primo incontro, ma ci sembra una cosa pazza, e continuiamo. Finiamo per rincorrerci. O almeno è così per me, che ho un po’ più tempo. Poi lo trova anche lei. E vuole organizzare cose insieme. E va pure bene.

È una bella cosa, non gli do molta importanza, non ho mai pensato che lei volesse l’esclusiva, e infatti diceva di non volerla. Così posso uscire con un’altra. Per qualche motivo va piuttosto bene. Ma sono pigro e non ne capisco il valore. Lascio la cosa sospesa. Mentre sto con la prima.

Non che non avessi avuto storie in passato, ma erano meno importanti, vivevo con i miei, e non duravano troppo, gli davo ancora meno importanza.

Ma ora stare soli diventa davvvero importante, per via della consapevolezza.

Mi sento obbligato a non frequentare più donne, mi sento escluso dalla loro sfera.

Questa cosa sulle prima mi ha infastidito. E ancora mi infastidisce.

Ma dovendo accettare questa cosa, credo che non sono obbligato neppure a frequentare uomini.

Questo mi apre la possibilità di rimanere solo, senza dovermi giustificare.

Se qualcuno mi dice “Sei gay”, ed è un uomo, la risposta è “Sì, però tu mi stai sui coglioni. Sparisci”. Se è una donna, la risposta è “sì pero tuo fratello mi sta sui coglioni. Sparisci”.

Sembra ci sia un codice di comportamento per gay e per etero, e sembra che ognuno debba conformarsi ad uno di questi 2 codici.

Ma effettivamente io non sono codice, e faccio quello che voglio.

Ai “si è sempre fatto così”, rispondo tranquillamente che per qualche decennio che dovrò campare, vi conviene chiudere un occhio e non scassare.

Sarà un quieto vivere un po’ per tutti.

Voglio dire, ci si può accordare. Qualcosa la so fare, e una mano posso darla. Non certo a fare l’infermiere o ad occuparmi del tuo stato di salute o di umore, perché non è una roba mia, ma posso fare altro.

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