Autore: kruks

  • Irresponsabile dichiarazione di indipendenza (dal DRM)

    Il ministero della verità, dove lavorava Winston, si occupa della menzogna. Il lavoro di Winston e dei suoi colleghi era ricevere delle istruzioni con le quali cambiare i testi di giornali, storia, romanzi e quant’altro fosse stato pubblicato finora, se ciò non fosse conforme con la versione della storia dettata dal Partito.

    Sono contro il DRM, Digital Right Management.

    Sono contro il controllo centralizzato dei testi venduti, in qualunque forma.

    Sono contro l’abolizione della stampa su carta dei testi.

    Un testo venduto, anche in forma elettronica deve essere disponibile sotto tutti i punti di vista. Ciò vuol dire che devo poterne disporre liberamente.

    Questa posizione è a favore degli autori, non contro.

    L’autore deve essere garantito che l’editore non riveda il suo testo a piacimento, in base alla situazione economica.

    Questa posizione è a favore degli autori vivi.

    Questa posizione è a favore degli autori morti da meno di 75 anni.

    È a favore degli autori morti da più di 75 anni.

    È a favore delle famiglie degli autori e della loro memoria.

    Sono a favore della tecnologia, della distribuzione di memorie di massa, dell’utilizzo consapevole della nuvola, dell’utilizzo di anonimizzatori come tor, del deep web, della liberalizzazione delle droghe, delle informazioni, di tutto.

    A favore del gioco e dello stimolo alla curiosità. Ma a sfavore della censura ed a sfavore di qualsiasi divieto.

    Da una parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a non fare ciò che vuoi.

    Ma d’altra parte ciò che fa paura è che qualcuno ti costringa a fare ciò che non vuoi.

    Sono a favore della consapevolezza ed alla rivelazione dei propri desideri, opera che ognuno deve fare dentro di s’è, guidato dal proprio spirito di avventura, senza limiti morali di sorta, senza insegnamenti religiosi intimisti ed invasivi.

    Un umano è molto di più della somma delle sue abitudini. Ognuno deve essere libero di smettere di amare il sushi ed iniziare a mangiare i broccoli. Ognuno deve essere libero di preferire il caffé amaro e iniziare a mettere 3 cucchiaini, per poi passare ad uno. Ognuno deve essere libero di cambiare il proprio piatto preferito.

    Nell’avventura dentro di se, i soli muri da abbattere sono dentro se stessi.

    I muri esteriori sono degli abbagli che distraggono dalla propria opera. Vanno ignorati.

    Una persona vale molto di più di quello che crede essa stessa, o di quello che viene educata a credere di se.

    L’universo personale ha un’ampiezza indeterminata, quindi infinita.

    Il vero nirvana è smettere di avere la curiosità di esplorarla.

    Il vero nirvana è desistere dall’imporre il nirvana a chi non è pronto.

    Siate farabutti.

  • 2013. Un anno di me

    Non è un resoconto, piuttosto un modo di ordinare le idee.

    Quest’anno c’è stato il Triathlon per me.

    Mi ripeto, di nuovo, che non esiste la terapia giusta per le idee confuse, ma è il seguirla che la rende giusta, cioè è la disciplina ad ordinare le idee, è il seguire un ordine che ti fa essere ordinato.

    Ho sempre odiato la disciplina e l’ordine, e mai come in questo anno ho imparato ad apprezzarli.

    Non c’è nulla di ingiusto nell’ordine: dovendo fare una pila di pietre si metterà la più grande alla base, e via via quelle un po’ più piccole sopra, fino ad arrivare alla più piccola in alto. Si possono fare delle eccezioni, ad esempio si può scambiare la posizione delle ultime 2, probabilmente la pila contina a tenere. Forse si può scambiare anche la posizione delle prime 2, ed ancora la pila di pietre reggerà. Ma non si può sovvertire completamente l’ordine, perché un ordine c’è, ed esso è dato dal buon senso che ci fa percepire che, prese 2 pietre, una di esse è più piccola, l’altra è più grande.

    Una disciplina identifica un arte in senso lato, cioè includendo l’ordine da seguire per raggiungere la maestria in quella stessa arte.

    Il bello dell’arte è che è teoria e pratica, e una rafforza l’altra. Non è scritto e orale, è teoria e pratica. Acquisire praticamente l’arte si muovere delle dita su di una tastiera, è al tempo stesso acquisirla teoricamente. Non credo si possa onestamente rovesciare le cose.

    Triathlon è nuoto, T1, bici, T2 e corsa. Triathlon è cambiare senza fermarsi, analizzare velocemente gli errori per tornare immediatamente a concentrarsi sul passo successivo. Triathlon ti insegna che l’autocritica è una perdita di tempo: se sai già di aver sbagliato è inutile analizzarlo, devi solo imparare a farlo giusto, e non c’è altro modo che ricominciare a correre, o cambiarsi le scarpe, o salire in bici, o prepararsi per la prossima gara, o prendere armi e bagagli per tornare a casa, riposare e recuperare per il prossimo allenamento.

    È vero che si partecipa a delle gare, con delle premiazioni. È vero che si paga per creare un montepremi. È vero che c’è un podio. E tutto questo è certamente molto importante. Ma, almeno per me, quello che mi ha cambiato la vita, è stato il ritmo, la soppressione dei tempi morti. “La vita non è un film. Nei film non ci sono tempi morti”, così ripeteva il matto del paese in Radio Freccia. I tempi morti non hanno più respiro in un triathleta. Sto scrivendo, è forse un tempo morto? No, ho un ora per farlo, poi devo cercare i sensori per la raspberry pi, da qualche parte devo averli messi, per poi attaccarceli e fare qualche test …

    In musica una pausa non è un tempo morto, è una pausa.

    Alla fine del 2012 ero amareggiato. Finalmente ero riuscito a togliere di mezzo la terapia farmacologica per disturbi psichici, che comunque non credevo di avere da almeno un paio d’anni. 5 anni di terapia, durante la quale qualsiasi pensiero col quale mettessi in discussione la mia malattia doveva essere nascosto ed offuscato. 5 anni di paure, paura di dover continuare una terapia che in qualche maniera mi era stata imposta (o forse avevo la convinzione che così fosse), e la paura di dover sottostare al volere altrui per tutta la vita, arrivare a desiderare la morte dei miei, per poi ripensarci visto che non sarebbe servito a niente ed in un modo o nell’altro sarei stato costretto a proseguire la terapia, imposta dall’alto, da un medico che arbritrariamente avrebbe deciso che io ero malato, che non avrei potuto sopravvivere senza medicinali. 5 anni di ossessioni, provacate da chi pretendeva di risolverle.

    Ero amareggiato. Un anno di lavoro su di un progetto legato ad ecommerce, che avevo fatto senza la coscienza della partecipazione, nonostante fossi uno dei cardini principali per la realizzazione e la riuscita del progetto.

    Volevo cambiare, chiarirmi le idee, schiarirmi le idee.

    Il primo atto è stato iscrivermi ad una società di triathlon, la Cingolani Triathlon. All’atto stesso è coincisa la sensazione di essermene pentito. Cingolani Triathlon nasce da Olimpia Triathlon Camerino, che è una società storica di triathlon marchigiana. Erano 4 anni fa, quando feci la prima dieta, e decisi che avrei dovuto fare uno sport per poter tener fede all’impegno di dimagrire, e decisi che quello sporto doveva essere il triathlon, e decisi che la cosa più importante era imparare ad andare in bici facendo dei tempi decenti, e decisi che l’obiettivo era finire uno sprint. Poco dopo la decisione contattai la società Olimpia, ma senza stabilire nulla. Non ero maturo abbastanza. Non ero indipendente abbastanza.

    Essere maturo abbastanza, essere indipendente abbastanza. Vuol dire prendersi le responsabilità. Vuol dire concepire il Mondo come qualcosa che sta alle tue regole, e le rispetta, cioè che non decide lui per te, ma tu decidi per lui. Vuol dire stabilire che il mondo che ti circonda è creato da te, e tu ne rispondi. Ovviamente non si può stabilire che il Sole sorga ad Ovest, non è quello il punto (ma in fondo Sole, Ovest ed Est sono tue regole).

    E perché poi io sia andato a prendere proprio il triathlon tra la confusione dei miei obiettivi non ne ho idea. So, ora, di aver fatto bene.

    Il pentimento comunque era per via dello sponsor, per via del fatto che la società cambiasse nome, si spostasse vicino ad Ancona (cioè lontano da me), per via del fatto che non frattempo nascevano società nei dintorni, perché io di questa situazione non conoscevo molto, perché in qualche modo mi sentivo raggirato: nessuno si era preso la briga di spiegarmi il tutto, ma è meglio dire che la mia accidia ha ucciso tutte le mie indagini.

    Penso di poter fare un triathlon medio. Lo penso perché faccio 100km in bici e comunque non credo di poter fare tempi eccezionali come gara, mi piace l’idea di partecipare ad una gara, ma non ho la minima idea di cosa sia o di cosa si provi, voglio farlo solo perché l’ho deciso, solo perché l’ho detto in giro.

    Ma la prima cosa che faccio è la Stracivitanova, mezza maratona. Correre è veramente pesante, e do ragione ai colleghi della squadra Cingolani Triathlon che la mia prima gara sarebbe stato un olimpico.

    San Benedetto del Tronto, 28 Aprile 2013. Parto il giorno prima avendo preso una camera in un B&B per la notte prima della gara. Vado a prendere il pacco gara, è la prima volta che lo faccio il giorno prima, trovo difficile trovare il posto, gentilmente qualcuno dello staff mi spiega il percorso. Mi accorgo di avere una gomma sgonfia, passo da un gommista di fortuna (è sabato, ma è aperto), la gonfia e vede che ci sono delle crepe, mi dice “cambiala, se ti scoppia questa ti fa fuori tutto il parafanghi”, me ne trova una un po’ usata, più o meno a livello delle altre, e spendo una trentina d’euro, forse meno. Gentilissimo, non c’è che dire. Gentilissimi tutti. Ma ho quel traffico dentro, quell’idea che devo stare attento, che non è un posto tranquillo, quella diffidenza standard troppo elevata, tipica di chi è sotto assedio. (5 anni di terapia forzata, mi domando se “è importante che tu capisca che la terapia è per te e dovresti essere tu a volerla fare” sia abbastanza, mi domando perché mai non sarebbe stata accettata la risposta “non voglio farla”, ma so già la risposta e so che saperla non cambia nulla). Mangio in un posto tipico, nella città vecchia, zona dove è il mio B&B (il mio B&B è a 2 passi dal cimitero, posto tranquillissimo). Poi doccia, barba e letto. Avrò forse dormito 2 ore in tutto, l’idea di non digerire, la paura per la gara, un milione di pensieri. Ma al mattino ero riposato, veramente, forse si dorme generalmente troppo. Partiti per la frazione nuoto io mi accorgo di aver dimenticato di fare la spunta. Mi giro e cerco un giudice o qualcuno dello staff per dirglielo. Lei mi chiede il numero, lo cerca sul taquino, ma interrompe la ricerca per alzare lo sguardo e dirmi “Vai! Vai!”. La mia diffidenza mi fa pensare che il mio numero non è molto importante, che è troppo alto, quindi vale poco, che quindi non ha importanza che io partecipi o sia valida la spunta. Così la mia prima transizione della mia prima gara: devo slacciare la scarpe da bici, perché le avevo messe allacciate per occupare meno spazio nella sacca, e così allacciate le ho lasciate vicino alla bici. 5 giri di bici. Sempre il pensiero che la spunta non sia valida. Poso la bici, cambio le scarpe, anche qui le scarpe allacciate, la mia prima seconda transizione, dovrei perdonarmi. Ma non è quello il problema, è ancora il pensiero della spunta. Corro fuori dalla zona cambio. Incitano. Il pubblico incita gli atleti. Sì, me compreso. “Dai! Forza!”, “Bravo”, “Forza, bravo!”. Qualcosa che non avevo mai sentito, sono così assorto dalle mie ossessioni che penso che tutto sia inutile: e cosa gliene frega a loro? 2 giri di corsa ed esco con un tempo di 2 ore e 28 minuti circa. Ok, ma i giri erano 3 per finire la gara, i giudici avevano dato il tempo come valido, c’è voluto un giorno prima che mi accorgessi che non avevo finito la gara, contattandoli sono scesi ad un compromesso, forse per via del loro errore nel mettermi in classifica, hanno semplicemente aggiunto il tempo di un altro giro di corsa al ritmo col quale l’ho corso. Hanno fatto tutto da soli, e a me non è piaciuta molto questa cosa, ma non ho protestato perché faccio parte di una società e io ho fatto solo quello che era necessario, dirgli che non sono capace di correre 10km in 31 minuti, che avevo sbagliato a contare, io.

    C’è Vanessa che viene a vedere la gara. Conosciuta ad uno speed date, al quale io dico sì mi interessi, lei anche, ma poi mi chiama e dice “non è per lo speed date”. Infatti, non passa niente, prendiamo una pizza assieme, non è neanche male, dovrei provare desiderio, no. Dovrei? Non penso si possano comandare queste cose, ma veramente non è male, forse abbiamo dei filtri nei confronti di alcuni che ci rende incompatibili, o forse bisogna dimenticare ciò che è stato innamorarsi in passato, perdere i termini di paragone per stupirsi di nuovo … non lo so, però se sto seduto vicino una che è figa e mi piace ho un erezione, se siedo vicino a Vanessa no. Il resto son seghe.

    La mia intemperanza, la mia diffidenza va scemando. La gara più ardua è con me stesso. La gara è in me stesso. La gara non finisce al traguardo e non inizia al via.

    La gara continua. È il 2013.

    Alla pubalgia che mi costringe a saltare il triathlon in Milano città, trovo la soluzione tramite una conoscenza di mia cognata. Osteopatia etnica, allenta le tenzioni. E mi capita di andare in un momento in cui riprendo i contatti lavorativi per un vecchio progetto. “Sei bloccato a livello di stomaco, vuol dire che non vocalizzi o non digerisci. Cose che non vanno ne su  ne giù”. È più importante stare bene, che qualsiasi lavoro. Butto fuori tutto. Forse in modo poco composto, ma lo faccio. Forse dietro qualche bicchiere di troppo, ma lo faccio.

    Sono uno strumento scordato. O non sono bravo a vibrare. Stono e vado fuori tempo. Ma non ho mai visto Eric Clapton accordare la sua chitarra senza far brivare le corde. Non ho mai visto nessun farlo.

    Così di ciò che non viene fatto ma dovrebbe esserlo non ci si può lamentare.

    Così non resta che fare ciò che si può fare.

    Ognuno fa quello che può.

    (Mi sono iscritto a Cingolani Triathlon anche per il 2014, perché ho portato il body per tutto il 2013, sono stato Cingolani Triathlon per tutto il 2013, perché il 2013 è un punto di riferimento, perché non c’è niente che non va, perché mi piace, perché certe cose non si scelgono: ti capitano e le accetti)

  • Diario di bordo 19 Dicembre 2013

    Sto attraversando un momento critico. Questo è un appunto a futura memoria.

    Giovedì 12 dicembre sollevo delle finestre abbastanza pesanti, sono appena tornato da un allenamento di corsa (breve, 8km circa, il giovedì ho nuoto al mattino e volevo stare leggero in questo periodo: ripetute 6×200 mt). Sono bagnato di sudore, ma mi copro bene, la temperatura è attorno allo zero, e per via del compito non c’è molto da scaldarsi.

    Penso che la cosa abbia avuto qualche effetto, il mattino dopo, venerdì, ho una seduta di massaggi: osteopatia etnica. Prima per allentare la contrattura alle gambe, poi per cambiare la postura (esercizio con bastone e piegamento in avanti per migliorare la lordosi).

    Mi sento piuttosto contratto a livello di torace, questo dopo il pranzo, mentre sono piegato a fare il presepe.

    C’è da spostare un’altra finestra, la sollevo ma ho una specie di malore, non sento dolore alla schiena, ma un malessere indefinito, tipo voltastomaco.

    Alla sera diventa mal di schiena. Il mattino dopo non sono affatto convinto di alzarmi dal letto, mi decido a chiamare il massaggiatore per chiedere cosa si può fare.

    La seduta del sabato è di mezz’ora, decoprempressione della colonna con massaggi e un olio per far passare il dolore (devo chiedere riguardo doping e dintorni, ma sa che faccio sport e non credo ci sia cortisone o roba del genere), poi esercizi di respirazione fatti a pancia in sotto.

    Ripeto gli esercizi di respirazione, smetto qualsiasi cosa che abbia a che fare con la corsa o anche il camminare (cammino il meno possibile).

    Dal sabato alla domenica il dolore alla schiena si trasforma in torcicollo per la maggior parte, sale, diciamo.

    Lezione di nuoto lunedì successivo, sento le spalle “bloccate”, direi meglio rigide, come due blocchi di marmo, muovo piuttosto bene le braccia, ma sento le spalle rigide in modo innaturale. Finisco la lezione e sembra ok, ma il torcicollo persiste.

    Il martedì porto dei vetri all’isola ecologica, caricandoli in macchina, qui il torcicollo si fa evidente (è pericoloso guidarci, ma devo fare poca strada).

    Martedì la sera vado a spinning, e pedalo, sento il lombari molto più rilassati, vedo che sto più basso in bici, è un bene, credo.

    Ancora esercizi di respirazione a pancia sotto, e decompressione intercostale.

    Il mercoledì passa senza nessun allenamento.

    Giovedì (oggi), lezione di nuoto, la respirazione mi pare bloccata, l’aria non entra ed esce fluidamente, sento le spalle affaticate (già dal mattino).

    È di origine emotiva, sto lavorando sul passato, accettazione, comprensione e perdono.

    Il carico sta diminuendo, mi accorgo di avere aumentato la sensibilità delle mani, mi accorgo di averle fredde, ed avere maggiore controllo su quando riscaldarle. Allentando la tensione a livello toracico allento anche i bicipiti del braccio, sento i muscoli più elastici.

    Le spalle sono ancora pesanti. Lo è anche la testa: ho un sordo dolore a livello cervicale che ha accompagnato il torcicollo.

    La problematica maggiore in una vertebra toracica, direi tra l’ultima toracica e la prima lombare, zona della mia scoliosi.

    Per il resto va bene.

    Mi sento curiosamente ottimista nonostante potrei pensare di non poter più correre. Non lo penso, penso che dovrò saltare una mezza maratona o qualsiasi cosa io abbia fantasticato di fare. Penso che devo dimagrire (ho accumulato 4 kg di troppo).

    Stasera ho spinning, senza correre perdere peso potrebbe essere difficile.

  • Sconfiggere la propria apatia

    Ognuno è come è. Certe cose non si cambiano. Sono fatto così.

    Tutte frasi di solito usate come dimostrazione dei propri limiti. Ma ci sono cose che veramente non si cambiano, per me è ciò che mi muove e che mi ha sempre mosso. Non c’è un altro ingrediente o un’altra spinta che mi fa muovere: è la curiosità.

    Tendo a no realizzare niente se riesco ad immaginare come sia, è solo quando evidentemente non riesco che mi impegno a raggiungere un obiettivo, non per la soddisfazione di averlo ottenuto, ma per la curiosità di sapere come mi sentirò poi, come sarà avere quell’esperienza in più.

    E spero che l’averlo scritto me lo faccia ricordare ogni volta che cercherò la forza per alzare il culo e muovermi, ogni volta che non me la sento di esprimere quello che sento perché potrebbe cambiare la mia condizione (cos’è una condizione? come è quella d’ora? e quella di poi?), ogni volta.

    Come profilo gamer sono un esploratore, decisamente.

  • Se Steve Jobs fosse nato a Napoli nel 2012, sarebbe ancora vivo

    E invece Steve Jobs è morto.

    Antonio Menna scrive un libro ipotezzando la vita di uno Steve Jobs nato a Napoli (o provincia), si chiama Stefano Lavori … ok, ha già fatto il giro del web più volte, è storia.

     

    http://antoniomenna.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/ questo è un suo post, che poi è diventato un libro:

     

    http://www.ibs.it/code/9788820052409/menna-antonio/steve-jobs-fosse.html

    Bene, penso sia abbastanza come endorsement. Sicuramente sarà un libro divertente, e divertirsi è sacrosanto, doveroso e utilissimo.

    Ma ecco cosa non mi convince del parallelo. Steve Jobs è vero che ha creato il primo PC partendo dal garage dei genitori, senza soldi, in una provincia americana e via dicendo (ho dei dubbi riguardo al garage, molti immaginano il garage dove i genitori tenevano le auto, in realtà il padre di Steve era meccanico, penserei piuttosto ad un officina quando si parla di garage, ma è un mio punto di vista). La parte importante però è che Steve Jobs si diplomò nel 1972.

    A Napoli, nel 1973 esplose un epidemia di colera. Mentre in California i figli dei fiori ancora scorazzavano convinti della loro rivoluzione, vivevano in delle comuni dove si sperimentava la condivisione e differenti modelli di società (questa cosa è accaduta anche in Italia e col ’68 sono finite le barricate, non le comuni), e dove il cinema portava soldi in una terra non ricchissima, ma con un bel po’ di petrolio da estrarre da sotto (cioè ricca).

    In una federazione, gli USA, dove la cultura non era un ospite inusuale, la scolarizzazione era a livelli ben più elevati e diffusi rispetto a quello che poteva essere l’Italia degli anni ’70, per non parlare del sud Italia (ma escluderei la città di Napoli per questo aspetto).

    Ecco, il parallelo non ci sta.

    D’altra parte mettiamo sia successo ora. Cioè ora Stefano Lavori inventa … cosa? un pc? C’è già, non è molto sensato ipotizzare questo … ma seguirò un mio ragionamento ora, diverso.

    Supponiamo che Steve Jobs fosse nato a New Delhi, no, anzi, in una provincia di uno statarello di quel centinaio che formano l’India di oggi. Oggi, esatto. Le epidemie in India sono tenute sotto controllo, non è che non accadano, c’è un ottimo pronto intervento e sono debellate sul nascere.

    Questo Steve, non so che nome dargli, diciamo iSteve (visto che è indiano, lo smartphone non c’entra niente), è appassionato di statistica, ha ottimi voti in matematica, ma non riesce ad accedere all’università, perché un monsone gli porta via la casa dei genitori, torna e si mette a riscostruirla, perché ci tiene, rimette su l’azienda (non era proprio un morto di fame uscito dal nulla, ma neanche un figlio di papà), usa internet per promuovere i propri prodotti, gira per internet e viene a sapere dell’hype attorno i Big Data, capisce si tratta di statistica, guarda caso la sua passione. Inizia a frequentare forum, scrive qualcosa, trova altri appassionati e squatrinati, decide di invitarli a casa a lavorare e, nel frattempo, lavorano sui big data.

    Fondano una azienda (ora le chiamano startup) che propone soluzioni innovative e consulenze pagate oro riguardo lo sfruttamento e l’analisi dei big data. Il villaggio dove vive diventa un centro nevralgico dello sviluppo software, dove altre aziende nascono e si occupano un po’ di tutto.

    In Italia, nell’Italia di allora, quella del ’76, sono successe cose ben più eccezionali, ma non si ha la penna, ne la voglia per raccontarle. Per esempio la Olivetti era in concorrenza con Apple Co. e con IBM sul campo dei personal computer, con tecnologia sviluppata in Italia, vergognandosene a quel tempo.
    Cosa dovrebbe inventare oggi Stefano Lavori non ne ho idea, ma di certo ne sentiremo parlare, forse sara figlio di un iraniano, adottato da una famiglia della provincia di Caserta, forse non si chiama neanche Stefano Lavori, ma Luca Aiello (per fare un nome un po’ più tipico), forse non sa neanche che se ne racconterà qualcosa, o che qualcuno ne scriverà una biografia.
    Il fatto è che l’Italia ha aspettato 50 anni per celebrare Adriano Olivetti, forse si aspetta troppo per accorgersi dell’eccezionalità, si sottovalutano le idee ponte, quelle che portano a, le possibilità che vanno verso altre cose, a volte si smette di credere in qualcosa pensando di aver fallito, a volte non si considera il proprio lavoro come la base dalla quale partire per sviluppare ciò che avrà successo.
    Ecco, non mi va di dire che noi italiani siamo sempre pronti a smontare e criticare le idee, perché di questo ce ne è bisogno, di senso critico, è indispensabile. Preferisco invece dire che bisogna faticare, e non smettere di pedalare.
    A proposito, giorni fa cerco Unione Ciclistica Tolentino, e parlo col presidente. Mi dice che “A volte è venuto qualche giovane, negli ultimi anni. Provano a fare qualcosa, ma poi la bicicletta è faticosa. Durano poco. In passato abbiamo avuto qualche campione, qualcuno che ha vinto. Non so se conosci …”.
    Già, è dura pedalare, ma per qualcuno vuol dire essere un campione, e non sai se quel qualcuno potresti essere tu, non lo sai se non ci provi.

     

  • I giovani e la politica

    Ammirabili i giovani per il loro atteggiamento di fronte alla “politica”. Refrattari a tutti gli appelli che si ispirano al discorso di Pericle sull’inutilità di chi non si interessa di politica. Essi vivono, si sfasciano di droghe di tutti i tipi, con una conoscenza che 20 anni fa non potevamo neanche immaginare. Essi vivono, vivono il sesso perché gli piace, fanno di tutto, lo mercificano, lo fanno liberamente, fanno collezionismo, tradiscono, sono fedeli e leali. Fanno quel cazzo che gli pare.

    Come possono non essere ammirabili.

    I giovani sono ammirabili come lo è la natura incontaminata e selvaggia, sono l’unica cosa che gli assomiglia in questa società malata e corrotta. L’unica cosa che assomigli alla purezza e alla libertà. Purezza quella selvaggia, e libertà quella della conoscienza.

    E vedo mio padre, altra generazione, che si ostina a girare canale su Porta a Porta, per incazzarsi col politicante di turno, che pretende di essere seguito nei propri sproloqui che non meritano neanche l’orecchio distratto, che sono effettivamente solo rigurgiti di ignoranza rimpastata, discorsi basati su parole incastrate per sonorità o per collegamenti improbabili tra concetti indipendenti. L’unico obiettivo dei discorsi dei politicanti e il rincoglionimento delle masse.

    Considerato che la memoria di lavoro può trattare da 4 ad un massimo di 9-10 concetti alla volta (ma 4 è molto più probabile e diffuso), basta fare un discorso che ne contenga 5 o 6 e il gioco è fatto, basta passare di pali in frasche per poi parlare del bosco, del fiume, della gestione delle acque, le centrali idroelettriche per finire con la curruzione dei dirigenti scolastici, e della scuola che è la causa di tutto perché i professori non bocciano … Ed ecco. Già non hai capito un cazzo, e ti arrabbi. Te la prendi, pensi che non ha senso quello che dice. E no, non ce l’ha, non importa che sia la parte che più ti sta simpatica. In realtà non ha senso né ciò che dice la destra, né la sinistra. In realtà hai deciso in anticipo qual è la parte che ti è simpatica e ti incazzerai sempre a senso unico.

    Se volete ve lo posso dimostrare.

    Considerate i valori della destra: libera iniziativa, ricchezza, indipendenza, individualità. Ascoltate un dibattito politico e concentratevi su quei valori. Tutto il resto passa in secondo piano. Certo, nei discorsi del dibattito qualche cazzata la sparano, ma in realtà non è importante, non è quello che conta, in realtà sono argomenti usati per assurdo, è solo per sostenere i valori base, quelli importanti.

    Considerate ora i valori delle sinistra: libertà, giustizia, ugualianza, progresso. Ripetete lo stesso procedimento. Vi trovate a passare sopra alle stronzate che mettono nel discorso e a prendere solo il succo. I valori. È quello che conta veramente.

    Sì, quello che conta veramente è che ti stanno prendendo per il culo. Entrambi le parti. Guarda caso ho messo 4 principi. Spesso ti chiedono quali sono per te i tuoi 3 valori più importanti, non negoziabili? e poi si discute. Di cosa? di un solo argomento: non c’è spazio. Altrimenti se si prova a discuterne di 2 devi togliere qualcosa, un tuo valore, quindi quello era negoziabile. Finisce che ti contraddici.

    Da parte dei politici il meccanismo potrebbe anche essere inconsapevole.

    Ma ciò non toglie che i dibattiti politici sono solo una perdita di tempo.

    “Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.”, ne è infatti il succo, ciò che ti può illudere che questa che stai vivendo tu la posso chiamare democrazia. Quanti cittadini liberi vivevano ad Atene? E quanti problemi venivano trattati? Quanti contemporaneamente?

    Siamo gli stessi umani.

    Solo un po’ più poveri e vuoti di allora.

    (della serie: ciò di cui non dovrei scrivere)

  • Scrivi di ciò che non capisci

    Ovviamente uso questo blog per l’immondizia.

    Effettivamente lo uso proprio come bidone della spazzatura, tant’è che ogni tanto lo svuoto.

    Quindi per scrivere di ciò che non capisco, di ciò di cui non ho competenza per scriverne, per discuterne, per avere un opinione, dico un’opinione vagamente condivisibile o che abbia una qualche attinenza in merito alla questione.

    Diciamo che questa è una pratica piuttosto diffusa, il “secondo me …” e via con una teoria sfacciata e improbabile basata sull’ignoranza. Quando poi un secondo me non esiste effettivamente, i “secondo me” andrebbero del tutto evitati.

    Sarebbe piuttosto opportuno dare indicazioni riguardo ai punti fallaci di un discorso, ad esempio le aree attorno le quali si ha un po’ di confusione e attorno le quali il discorso sembra lacunoso, invece di adoperarsi nella formulazione di una teoria organica probabilmete (necessariamente) superficiale su un argomento sconosciuto. E forse dare semplicemente un punteggio e lasciare che le lacune si colmino col tempo.

    E ora tutto questo era per dire che effettivamente la regola del P.O.R.C.O. (http://scicolaus.wordpress.com/2011/05/02/la-regola-del-p-o-r-c-o/ ), Pensa – Organizza – Rigurgita – Correggi – Ometti, ha senso in un blog dove si parla di ciò che si conosce effettivamente e di cui si ami parlare, e non quando si scrive di qualsiasi idiozia.

    Il problema fondamentale sta nell’esporre un argomento con la modalità “reazione”, “in risposta a”, insomma, per ripicca, per qualcosa che da fastidio, eventualmente a livello personale, e non per “azione”, “proazione”, “a favor di conoscenza” per spirito di condivisione, in qualche maniera.

    Cancellare articoli non fa bene al SEO, ma non mi interessa, sono un programmatore, non un visagista di siti.

  • Sport e dolore – c’est a dire: ecoute et repete

    Il titolo deve essere una reminescenza delle medie, ma forse non solo.

    Ovviamente se smetti di fare sport il fisico si adatta alla posizione più consona, quella di una larva inattiva, che emana cattivo odore, probabilmente tendente alla putrefazione, con tessuti inefficienti e massa grassa mescolata a massa magra in proporzioni casuali.

    È del tutto normale, niente di cui preoccuparsi, fino a quando non senti dire che così facendo vivi poco, sembra solo questa la molla che porta molti a riprendere l’attività sportiva, che spesso consiste nella corsa.

    La corsa è semplice, tutti possono farla, sempre che abbiano le gambe, diciamo la maggior parte delle persone possono. A differenza del nuoto o della bicicletta sembra non avere difficoltà tecniche.

    Sembra, ma non è così. La corsa è maledettamente difficile proprio perché le difficoltà tecniche sono sottovalutate.

    La corsa è maledettamente difficile perché richiede un dispendio di energie per unità di tempo che non ha pari in nessun altro sport di durata.

    La corsa è maledettamente difficile perché ovviamente sei in sovrappeso, o sei sottopeso, o comunque hai una postura sbagliata. Sempre.

    C’è sempre qualcosa che non va, ma non lo saprai mai fintanto che non inizi a correre.

    Ovviamente tutte le altre attività sportive hanno difficoltà tecniche, e c’è sempre qualcosa che non va fintanto che non inizi, ma per la corsa in genere non lo si sospetta.

    Ed escono dolori.

    Dolori sono: al collo, alla schiena zona torace, alla schiena zona lombale, alle anche (esterno), alle anche (interno), alle ginocchia (sopra, di lato, verso il basso), agli stinchi, ai polpacci, al tendine di achille, ai piedi (esterno, interno), potresti anche provare dolori alle spalle, e, non ultimo, agli addominali.

    Poi ti viene in mente di fare una ricerca su internet per vedere cosa sia e dove è il problema. Googli “dolore allo stinco” e magari escono fuori nomi di patologie improbabili, ma visto la tua ignoranza in campo medico leggi con curiosità.

    Il tipico consiglio è l’uso di antiinfiammatorio, e riposo. E questa cosa mi fa veramente incazzare.

    Antiinfiammatori cosa sono? In realtà dovrebbero abbassare l’acidità e sfiammare la parte, ma al più sono antidolorifici. A volte parli con l’esperta dalla casa (tua madre) e ti propina una crema, che poi scopri a base di cortisone, che è doping, quindi non dovresti gareggiare.

    Ma al di là delle regole delle competizioni quello che non sopporto è l’idea che si debba fare a meno del dolore, o che lo si debba tenere sotto controllo.

    Il dolore è un messaggio che va ascoltato, ti dice “fermati”, e devi star fermo. Se riprendi l’attività e di nuovo senti dolore, rifermati.

    Lo scopo principale per cui l’attività fisica è utile è l’ascolto, ascoltare se stessi, il proprio corpo. Non è evitare o allontanare la morte, ma prendere coscienza del proprio corpo, e della propria essenza (sembra contradditorio … ma non divago).

    Il dolore è dovuto ad un eccessivo carico tendineo, causato a sua volta da un’eccessiva tensione muscolare che va a spostare l’equilibrio dinamico di lavoro del tendine dolorante. Le zone di giunzione non garantiscono che la posizione di attacco dei tendini sia “fissa”, ma si sposta in base a quanto sono sviluppati (e in tensione) i muscoli, così, ad esempio, se il quadricipite è contratto, il tendine dello stinco è teso e se sollecitato continuamente mentre è in tensione si infiamma e da dolore. In realtà il discorso è piuttosto complesso, ma sono più o meno tutti daccordo sul fatto che ci siano catene muscolari, cioè più insiemi di muscoli, che hanno delle correlazioni piuttosto forti tra loro.

    Detto semplicemente una contrattura al quadricipite esterno può causare un infiammazione al tendine anteriore della tibia, ma capita anche che il diaframma bloccato causi la pubalgia, o che una contrattura al collo causi l’infiammazione al tendine d’achille.

    Evidentemente ci sono dei professionisti che possono dire se queste affermazioni sono vere e controllare caso per caso. Ma quello che io chiedo ad un professionista è che mi metta in contatto con me il più possibile, non che si occupi dei miei muscoli con una sorta di delega in bianco. Sole se un caso è evidentemente estremo, forse ammetterei  “potrebbe essere necessario l’intervento chirurgico”, ma non è certo la prima cosa che voglio sentire. E ci deve mettere le mani, e mi deve chiedere “senti?” ed insistere “ascolta”. Perché non corro per la fretta, non per scappare dalla realtà, non per smettere di sentire. Corro per la calma, per il contatto, per la connessione con me stesso e la mia natura, per ascoltare il mio respiro, il movimento dei muscoli, la leggerezza del tocco del piede, il ritmo dell’andatura, il tutto in sincronia e in sintonia.

    I medici sportivi sono per lo più macellai, non per loro scelta. Il massaggio decontratturante non è considerato fisioterapia, ma trattamento estetico. Fortunatamente la ginnastica posturale è considerata terapia, ed è un passo avanti. Ma il problema è che se ne occupa il fisioterapista, non il medico, un medico, a questo punto, cosa è supposto che faccia? Interventi chirurgici e prescrizioni di medicinali? Praticamente non si vede come possa prescrivere una serie di fisioterapia basata su esercizi posturali, se se ne frega della dinamica e degli equilibri muscolari, cioè è come se il meccanico prescrivesse una revisione elettrica del veicolo, casomai questo lo farà l’elettrauto.

    Il dolore è un segnale, non è il male. Segnala un tuo errore. Puoi chiedere in giro cosa stai sbagliando, non “correggimelo”, altrimenti dovresti anche dire “corri a posto mio”.

  • Il grande salto. Che poi tutto sto salto neanche è

    E così passa il tempo. E non si decide mai. Penso sempre che non sono pronto, non è il momento, e però è una cosa che devo fare … etc.

    Leggo una frase ieri pomeriggio che dice più o meno “Non aspettare di essere pronto per fare qualcosa: non lo sarai mai. Fallo e basta“. Ma la leggo solo dopo essere tornato dal lancio in tandem.

    sky_dive_atmoN

    Per tutta la mattina mi ripeto che forse non andrò, che forse non è il caso, per via della tendinite, cioè pubalgia, che non posso atterrare combinato così altrimenti lesiono i tendini infiammati, che … questo e quest’altro. Ma ho un appuntamento e di tutte le mie scuse me ne fotto. Così arrivo al Fly Zone di Fermo, per fare un tandem atmonauta.

    A differenza della caduta libera atmonauta consiste nel tenere le braccia verso il basso, le gambe allungate (ginocchia distese), cioè cercare di formare un ala, e quindi scorrere in avanti e percorre diverso spazio, senza nessuna tuta particolare. Da quello che mi dicono è solo il Fly Zone di Fermo a farlo, io l’ho scelto perché il costo era lo stesso, e tanto valeva avere qualche cosa da fare nel mentre ero per aria.

    Per tutto il tragitto in auto penso ai miei 14 anni, quando non ero abbastanza grande, e passavo agilmente tra la tettoia della terrazza vicino la manzarda e il tetto di casa. Mi arrampicai una volta, salii sul tetto, provai ad affacciarmi al ciglio, ma restai ben lontano. In quel periodo pensavo che volevo morire, di una morte che mi ricordassi. Più avanti pensai che fosse una sciocchezza: di cosa ti ricordi dopo che sei morto? infondo una morte vale l’altra, tanto valeva tagliarsi le vene. Cosa che non feci, il tagliarmi le vene, ma neanche il lanciarmi dal tetto. Avevo deciso di trovare un palazzo più alto, pensavo al nuovo quartiere, via Nenni, dove avevano fatto palazzi di 10 piani. Il piano, il mio, era di suonare qualche campanello a caso, di modo di farmi aprire, riuscire ad arrivare alla terrazza soffitto (calpestabile sicuramente), e buttarmi. Perché se mi fossi buttato da casa mia c’era il rischio di sopravvivere, così sarei stato un fallito doppiamente: non essere riuscito neanche a morire.

    Ora arrivava la resa dei conti? Si sta chiudendo un cerchio, forse. Non è che morire sia una cosa giusta, probabilmente è stato giusto non avere avuto il coraggio. Mi passa tutta la vita davanti, non perché sto per lanciarmi, la faccio passare per cercare cosa di bello, di così bello io abbia vissuto, tanto da rendere utile quella paura di lanciarmi, cioè tanto da rendere positiva quella scelta di non essere morto.

    Non trovo niente. Niente di così bello per la quale sia valsa la pena di essere vissuto. Niente è valso la pena, manca quel salto.

    Devo avere la vista offuscata. Perché accidenti è così importante quel salto? È possibile che in 24 anni non abbia mai vissuto qualcosa di memorabile che renda quel salto inutile?

    Memorabile sì, ma come? Bello? No. Ne è valsa la pena? Niente, non trovo niente. Preferisco non pensarci, è troppo triste. Sto sicuramente sbagliando. Sono in superstrada, cercando la scia dell’auto davanti per consumare meno carburante, e ascolto la radio, poi un cd di anni 80, Bonny Tyler …

    Ok, dopo un po’ di indecisione riguardo aver preso la stradina giusta per la Fly Zone (una strada bianca non troppo piana da farsi a 30 all’ora), arrivo al posto. C’è un hangar con dentro tutti i personaggi con l’attrazzatura distesa sul pavimento, non credo di aver mai visto un hangar, e per capire che lo fosse, probabilmente sono passate un paio d’ore e me ne stavo andando. Ma io vado verso una specie di ufficio, perché intuisco che sia un ufficio (ci sono persone in fila, e avvicinandomi sento parlare di “c’eravamo accordati su …”), difronte all’hangar. Lascio tutto lì, aspetto un oretta circa, prima del lancio, così Marco (Tiezzi) mi spiega come devo tenere le braccia e le gambe durante la caduta, cosa si farà dopo aver aperto il paracadute, che posso girare un po’ a destra e sinistra, e, infine, mi dice come devo mettermi al momento di lanciarmi dall’aereo (mi dice che mi verrà istintivo appoggiarmi alla pedana “non farlo”, ha funzionato: effettivamente devo averla cancellata perché poi non ho messo le gambe fuori senza neanche considerare che ci fosse una pedana). Mi presenta qualcuno: Loris, Rafaele, Noemi fa le riprese (guarda lei). I nomi li devo ricercare su facebook, altrimenti lì ho già scordati, apparte Noemi perché strano.

    Un ora d’aspettare, ma, sorprendentemente il tempo passa piuttosto spedito. Non sono tenuto a parlare con nessuno, vado a guardare il decollo del volo prima del nostro, Raffaele (Cimmino) mi dice che è a turbo elica, che usato in Svizzera, va su velocemente, è poco veloce, ma è l’ideale per fare i lanci, nuovo costa attorno al milione (di euri). (Ah! giocattolino).

    Arriva il momento, mi inbraga, non tocco niente perché voglio stare tranquillo e fidarmi di chi lo sa fare. È giusto che io abbia paura, e per questo aspetto che arrivi. Arriva Noemi, invece, saluta, io sorrido, dovrei essere naturale, ma io sto aspettando la paura, mi tocca dare la precedenza alla telecamera, è un po’ surreale, onirico, e mi sento un po’ discaccato, i sorrisi (i miei) sono l’unica cosa che mi riportano dentro di me, e dentro il gruppo degli atmonauti. Ultime spiegazioni. Si sale sull’aereo.

    E l’aereo sale. La paura la temo, so che deve arrivare. Ricordo di aver avuto paura di salire con un deltaplano a motore, così penso che debba arrivare anche con un aereo abbastanza aperto. Ma diserta. Sono teso. 1000. 2000. (Raffaele mi mostra l’altimetro). Mi muovo un po’. Mi fa cenno, Marco mi dice, di stare calmo, Raffaele mi mostra l’altimetro, 2300: dobbiamo arrivare ai 4mila.

    Ad un certo punto il terrore mi assale: se la paura mi bloccasse? Se per paura mi rifiutassi di lanciarmi? Se puntassi i piedi come un bambino? o come li punta qualcuno sul ciglio di un burrone? Cosa succederebbe? mi riporterebbero giù? Sarebbe terribile se arrivasse una paura del genere.

    Superati i 3mila Marco mi dice spostarmi verso di lui il più posibile (dietro), lega le imbracature. Poi inizia a riepilogare cosa devo fare (io pochissimo). Mi distraggo un po’. Noemi mi chiama e gira il video, sono terrorizzato, ma devo sorridere. Torno in me. Tutto tranquillo. La paura dell’arrivo della paura è … beh non ci penso e basta: ora siamo tutti insieme, ed è normale che ci lanciamo, siamo andati su per quello. Guardiamo il panorama, dove si vede Civitanova, forse Montecosaro o Monrovalle. I colori da su sono un po’ foschi, non brillanti e accesi come lo sono a luglio da terra, è quasi come un film (un gran bel film:) cit. Dolce Nera). Apre lo sportello e ci dobbiamo buttare, faccio passare la gamba destra dall’altra parte del banchetto (Marco mi dice “ecco, bravo”, strano, forse ho fatto la cosa giusta, ma bravo proprio non ci pensavo).

    Ok, seduto sul ciglio, sorrido a Noemi (davvero? probabilmente non sorrido, ma il momento è topico), gambe giù diritte, e via.

    No, davvero, nessun batti cuore o roba del genere, armoniosamente lasciare andare, senza sensazione di perdita o di insicurezza, semplicemente come se, finita una salita in bici, si vada in discesa, lentamente, non a capofitto. Sì, è vero che si cade a caduta libera, ma la sensazione (per me), è stata quella di andare giù lentamente, nell’aria, come fossi fermo. La terra si avvicina. Velocemente? No, non ho questa sensazione, ho tirato giù le braccia a formare l’ala e non mi sono neanche accorto se ho aspettato il colpetto sulle spalle di Marco per farlo, “guarda Noemi”, non so neanche se posso girare la testa, cerco di ascoltare le sensazioni, ma è così naturale che decisamente stento a capire quale parte sia “estrema” in questo sport.

    Non capisco bene come, ma capisco che devo portare le braccia avanti:  la corsa è finita, e fra un po’ si apre il paracadute. Caduta libera. Ora l’ascensore: si vola! La sensazione è prendere quota, e vedere gli altri che vanno giù da una certa soddisfazione :).

    “Ora ti faccio pilotare un po’. Ti spiego: destra … sinistra … spirale. Ora insieme … tira fino in fondo. Ora da solo … destra, là …. sinistra …. prova la spirale …. ecco così, torna lentamente”. Le prime manovre ero un po’ spaventato, ma la spirale da solo mi stava gasando, non so quanti giri si possono fare in spirale e la posizione giusta, ma ne avrei fatti altri 2 se non mi diceva di tornare, è una specie di giostra, non so quanto sia pericoloso però.

    Le ultime manovre per atterrare al comandante. Mi dice di tener alte le ginocchia, io con la pubalgia ho un crampo agli addominali che mi farà soffrire per tutta la sera, il giorno dopo, e… boh, vediamo.

    L’adrenalina c’è, e come. Dopo un carbonara, riesco a prendere sonno un’ora dopo. Il cuore è accelerato, sopra i 60. Vado in piscina per smaltire gli ormoni. E forse per rilassare l’addome e le gambe, ma probabilmente faccio peggio. 1550 metri in 34 minuti. Non sono al massimo della spinta, ma fo comunque schifo. La piscina di Macerata ci stai in piedi con mezzo busto fuori. Le mani, come le tengo in piscina, probabilmente non vanno bene per atmonauta.

    E ancora non trovo un solo momento per cui sia valsa la pena.

    Non devo niente a nessuno, e nessuno deve niente a me (a parte le fatture in sospeso). Seriamente, non ho uno scopo nella vita, non devo fare questo o quello. Quello che più è importante, credo, è capire ed essere consapevoli, del fatto che si è liberi, nessun dovere morale o etico, difronte a nessuno. E nessuno ne ha nei miei confronti. Le regole non esistono. Bisogna solo vivere. Chiedere, rispondere, concedere, negare, discutere.

    E forse non importa, che si abbia o meno l’entisiasmo, che si creda che ne sia valsa o meno la pena, forse basta anche una distaccata curiosità dell’aspettare qualcosa, che forse non arriverà mai. A volte s’è felici, forse sbagliando. O sto sbagliando ora.

    Intanto il salto è fatto. Domani vedrò.

  • Gran Fondo dei Sibillini – 7 Luglio 2013 – e fanno 155

    7 7 13: tutti numeri primi e questo mi piace.

    È la mia prima gran fondo. Chiamiamola anche gara, ma è qualcosa di diverso da quello che mi ero abituato con tri-olimpico e tri-sprint (forse 3 volte è poco per abituarsi …), tant’è che appena finito mi sembra ci sia qualcosa che manca.

    È per spiegare come è andata, che scrivo questo, questa è la risposta lunga, la breve è “bene”.

    Si parte da Caldarola. Mi dirigono verso il gruppone di fondo, per gli atleti quelli alla meglio, diciamo. Ma nel gruppone sono all’altezza dei 4/5, non proprio alla fine. Un po’ mi agita l’idea, penso che posso andare abbastanza spedito fino a Pian di Pieca e forse anche Sarnano, e che se non faccio in fretta prima finisco le energie non sono a Forca di Presta abbastanza presto e rischio di sfinirmi e finirla in autobus (se passano). L’attesa è così, cerco di stare calmo, di concentrarmi, di tenere i muscoli caldi, mi accorgo che ho sudato e il casco è zuppo, lo tolgo perché c’è tempo di insupparlo per bene e il sudore è troppo fastidioso sugli occhi.

    gf_sibillini_partenza

    Si parte, questa volta sì. La prima griglia davanti, a intervalli di 20 secondi circa, la seconda, la terza e infine noi: il gruppone. Siamo veramente molti, è discesa e bisogna usare i freni: è fastidioso. Fino a Belforte si prosegue su andatura 40/50 km/h anche superando i 50, cosa che non è comune per uno scarso come me, anche in discesa difficilmente arrivo a quell’andatura senza sforzo, e in più è solo il contakilometri che me ne fa rendere conto, in realtà, relativamente agli altri ciclisti, sono praticamente fermo. Auto lungo il percorso. Una gran fondo non è una gara con strade chiuse, quindi è del tutto normale che qualcuno esca di casa e distrattamente parta in auto sulla strada percorsa dalla granfondo. Ma è domenica e ne capitano 5 circa, tutte nel senso opposto di marcia, poi alcune altre tra Belforte a Pian di Pieca, tra cui un bilico e un camioncino dei cocomeri.

    Col senno di poi, cercare di guadagnare posizioni in questa fase è una perdita di energie fisiche e mentali, nonché di freni, è meglio starsene nel gruppone calmi e risparmiare le forze, cosa che ovviamente non faccio. Alla salita di Camporotondo andiamo più o meno alla stessa andatura. Io mi alzo e cerco di non sforzare troppo i muscoli: ho una specie di paranoia ma piuttosto giustificata per qualche problema ai tendini. Per Pian di Pieca mi alzo 2 km in anticipo, pensando sia finita la salita, e dover rilassare i muscoli, poi risiedo, scopro così, finita la salita, al bivio per Fiastra, che siamo tutti insieme, sia il giro corto che il giro lungo.

    Niente gruppo, niente scia, fino all’incrocio e poco più su. Si va a Sarnano, cerco di acchiappare un gruppo, un tipo slim con un’andatura tranquilla e mi metto dietro. Poi qualcuno passa avanti e (voglio fare lo sborone) vado avanti anch’io, ma non becco il gruppo successivo e mi sfiato. Meglio darsi una calmata e trovare pace. Il tipo slim ripassa e in qualche maniera riesco a tener dietro al gruppo di cui fa parte. Concentrazione: le gambe, sentirle andare, fluide, sentire i muscoli, il corpo, il respiro. Effettivamente sarei andato molto meglio non fosse stata la gara, sto pedalando male. Ed è così che ho l’ispirazione per commettere il successivo sbaglio, sento andare le gambe, così, essendo salita poco prima di Sarnano, passo avanti al gruppo, ma, per sentirle andare, vado come un treno e lascio il gruppo dietro, qualcuno dice “oh! do vai?”, ma ho gia staccato di una quarantina di metri, rallento, ma la cazzata è bella e fatta, soldi buttati. Tanto vale farsi la discesa veloce, ma poi arriva la salita … casino, gestione assente.

    Non ho mai fatto questa strada, non con la bici. È una sensazione diversa, vallate, curve, l’odore delle piante e i boschi, i suono dell’asfalto che rimbomba nelle camere d’aria delle ruote della bici. La strada è bella, il silenzio, tutti vanno, si sente certo lo sbruffo di chi libera il naso, così sai di non essere solo. Qualcuno passa avanti, qualcuno saluta passando avanti, a volte saluto io. Ad Amandola ci fanno passare dentro, sopra i sanpietrini, e non è bello per la mia bici, c’è anche un po’ di traffico, ci lamentiamo perché nonostante i vigili ci diano la precedenza, le auto fanno quello che vogliono, io sto zitto, forse perché non capita a me.

    Durante una discesa vedo qualcuno che mi sorpassa senza pedalare, è tutto basso con la testa quasi a toccare il volante, scorre che è un missile. Lo imito. Gli sto dietro. Così capisco che basta abbassarsi e riposare per fare una discesa. Prendo i 50, li supero e non mi sforzo. Figata! E dopo 4 anni sulle 2 ruote scopro qualcosa che serve veramente! Non è solo andare veloce, ma ho sempre avuto paura della velocità in bici, specialmente in discesa, capisco ora che se sei basso la paura non ti vede, così puoi andare veloce tranquillamente.

    Poi Montefortino, e salita fino a Montemonaco. C’è il ristoro, chiedo e se non voglio fermarmi “di qua lo stesso: se non vuoi fermarti continui”. Non è il caso, sono meno di 2 ore e devo essere a Forca di Presta entro 4, casomai mi fermerò là.

    Discesa …. iuhuh! … ma c’è un incrocio, poco prima della salita c’è uno stop, mi passa avanti un automobilista probabilmente non ancora sveglio, vede lo stop, mi chiude la strada a destra e frena … freno anch’io. Dico solo (a voce alta) “oooohooho eeehhheh èhhhh” , a la “eh non lo so io? ch’hai da fa mo, tu, c’ancora non te svegli”. Strano, ma l’automobilista mi sente, mi sente lo staff e fanno cenno all’automobilista del tipo “oh èhe, beh oh” (cioè: “non ha mica proprio torto costui che va in bici e al quale tu hai chiuso la strada”), mentre l’automobilista sembra spaesato come a dire “non sapevo ci fosse una gara” (che c’entra? casomai non sapeva bisognasse svegliarsi prima di accendere l’auto …).

    Mi passa i 2 che mi stavano dietro facendomi un cenno del tipo “cose ‘e pazzi”, io rido ma sto incazzato, perché io ho frenato, e loro invece via lisci, senza la stretta di culo e senza la quasi incazzatura che fa perdere concentrazione. Mai incazzarsi, e mai pensare di aver ragione o di aver subito un’ingiustizia. O almeno non farlo durante una gara.

    Questa cosa è vera in ogni caso, anche nella vita. Anche se qualcuno non ti paga una fattura o se ti tratta male, o qualsiasi cosa. La strategia migliore e considerarlo parte della gara, degli ostacoli che si incontrano, come se fosse una salita. Se sei un ciclista non maledici una salita, l’affronti. Anzi, a volte ringrazi che ci sia la salita, smetti di far girare le gambe, e vai lento, forzi un po’ più sulle gambe e alleggerisci l’appoggio sul perineo, ossigeni l’apparato genitale che non ti sentivi più, cambi andatura. Affronti e ringrazi la salita per il suo esistere. Per quanto ne so, alla stessa maniera andrebbero affrontati gli ostacoli, ringraziandoli per esistere, ringraziandoli per il fatto che il metterti in difficoltà ti danno la possibilità di sperimentare quanto tu riesca a trartene fuori, bisogna avere un obiettivo ben chiaro, e l’ostacolo diventa il condimento del pasto che è il raggiungimento dell’obiettivo (non l’obiettivo: il raggiungimento, il tragitto per arrivarci). Così se il tragitto è senza ostacoli il pasto sarà insipido, e non si avrà nessun piacere dal mangiarne. Infondo odiare gli ostacoli e gli imprevisti è un po’ come odiare il sale, l’aceto, la senape, e via dicendo. È vero, sono sapori forti, ma senza che gusto c’è? Gli omogeneizzati sono per i poppanti.

    Un banchetto con l’acqua e i sali. Chiedo “tra quanto il prossimo?”, “6 km. Su, Forca di Presta”. Sto carico, e ci siamo, 11:40, se sono 6km a Forca di Presta dovrei essere in anticipo. Penso. Non ho mai fatto quella salita, ho il vento a favore, ma, cazzo, è veramente tosta!

    Forca di Presta, 12:25. Sete: ho finito l’acqua. Cocomero, ho letto 2 giorni prima che c’è molto potassio. Niente sali (non so cosa siano e mi spaventano): errore. Riempio la borraccia dell’acqua e butto mezzo bicchiere in quella di maltodestrine e robaccia varia che avevo trovato nel pacco gara. C’è vento, è fastidioso, provo a fare stretching, le anche stanno bene, i tendini non mi dolgono. Ora a Caldarola, è finita (penso). Mancano solo 78 km, praticamente un’altra metà, sì, discendente, ma non è affatto finita.

    Discesa per la piana di Castelluccio, una ragazza dello staff, ferma prima della curva, dice “È pericolosa”. Non sono certo riguardo la vita, ma sicuramente qualche osso rotto me lo salva, stavo scendendo a più di 70km/k e la curva era a 90°. È durante questa discesa che qualcuno si ferma a fare le foto alla fioritura (in ritardo) delle lenticchie, è spettacolare, è vero, ma una discesa così quando mi ricapita? Non importa non avere foto, non importa il fatto che le auto danno fastidio mentre cerci di scendere veloce con la bici, che la gente attraversi la strada senza badare al fatto che tu abbia un numero davanti e, per giunta, non hanno nessuna fretta. Non fa niente. È bellissimo, ed è bello che quella gente ci sia, felice di esserci perché è una festa e lo senti dentro, anche se tu non c’entri niente e stai facendo una gara, vedi gente appratata che se la spassa, tranquilla e da una certa pace tutto questo.

    Arrivo sotto Castelluccio. Le gambe hanno girato, non so, non credo di essermi stancato. Ora è salita, tengo la marcia alta, perché devo farle andar piano, poi le sento ristrette, come se fossero sotto vuoto di botto, come se avesse attaccato una pompo a vuoto. I pantaloncini elastici li sento larghi ora, svolazzanti. Crampi. Su tutta la coscia e ginocchio. Sembra assurdo, ma riesco a pedalare concentrandomi e rilassandomi, anzi, uso la pedalata come una specie di stretching per far passare i crampi, dopo metà salita le gambe sono tornate e riempire i pantaloni elastici, qualche muscolo qua e tira, e via. È passata. Sono al centro di Castelluccio e mi tocca sganciare un pedale. Chiedo supplicante al vigile, o l’auto, o chiunque, “mi fate passare, per favore?”. Il tono supplichevole, quasi da bimbo stanco, funziona. Di nuovo discesa. Poi salita, ma sono 3 km, ed il vento è ancora a favore. Passo di nuovo il tipo di Cingoli (o così ha scritto sulla maglia), e sono 4, ha forato, scherza sul fatto che abbiamo fatto sempre così per tutta la gara (ma io non ho mai forato).

    Altro rifornimento, perché i sali mi servono. E anche un panino col prosciutto. Rimango ancora con l’idea che sia finita. Riparto che devo andare a pranzo. Discesa fantastica, ma torna la paura, l’asfalto è bruttino, alcune curve a gomito… direi meglio che non la conosco quindi sono troppo prudente, la faccio a 40 di media, circa.

    Castelsantangelo sul Nera. Non c’è nessuno, quindi vado da solo, tanto è finita (penso). Cazzata. Per arrivare a Visso non è esattamente tutta discesa, e la spesa c’è.

    È il mio cuore che è stanco, mai sotti i 100 bpm per ore, e non ne vuol sapere di tirare. Poco prima della salita per Appennino arriva un gruppo dietro di me, e io dico a quello dietro di me che mi sono stufato, lui mi fa: “è finita”, di nuovo? Passa avanti e mi metto a ruota. Arriva la salita e con essa un certa calma. Ma il gruppo va e rimango un po’ dietro, a 10 all’ora non avere la scia costa poco. Arrivati in cima siamo tutti, e via giù. Ancora paura, la strada non la conosco, questa fa fatta tutta veloce, non si toccano freni, non c’è bisogno. Dovrei almeno fidarmi degli altri e seguire l’andatura, ma non lo faccio. Ma il peggio è che perdo tutto il gruppo che se ne va, e io non ho proprio le forze per riacchiapparlo. Sono al lumicino, a riserva, ed ho 30 km da fare. Solo, e vento contro. Doveva succedere, non posso averlo sempre dietro.

    A Polverina mi viene in mente che ho un integratore che potrei prendere per non morire, lo tiro fuori, svito il tappetto, e lo verso quasi tutto per terra, un’altra parte sul volante della bici, così appiccico tutto. Un sorso riesco a berlo, ma era gia consumato e praticamente ne sento solo il sapore (che tra l’altro fa pure schifo).

    A Valcimarra mi fanno girare verso il paese, mi fanno le foto, mi chiedono quanti ce ne sono, dico “sono l’ultimo”, “davvero?!?”, “e che ne so io?”.

    E fanno 6:53 minuti. Caldarola.

    Faccio schifo e neanche la forza per mangiare, ma devo, così lo fo.

    Non sono insoddisfatto, anzi tutt’altro. So di non averla affrontata nel migliore dei modi, ma so di averla finita. Ho imparato molte cose. L’adrenalina quella sì, quella è mancata. Abituato al triathlon (abituato è fuori luogo, lo so), pensavo fosse più adrenalinica, mentre è sembrata quasi una scampagnata. Ma non è una cosa negativa, è solamente diversa.

    Dolori a tendini e articolazioni nessuno durante la gara. L’ortopedico mi disse che per la bici non ci sono problemi, non da problemi e fa bene alle articolazioni. Ma non correre 2 volte consecutivamente facendo molti kilometri, altrimenti sforzi troppo i tendini che si infiammano. La domenica prima della gran fondo ho fatto 60km di bici e, siccome erano pochi per considerarlo endurance, 10km di corsa a seguire. Il giorno dopo, visto la cena pesante della domenica, 19km di corsa circa, si cui 17 sui 4:50. Non conosco i nomi dei tendini e dei muscoli, ma a livello di anche ho avuto dolori per tutta la settimana, sicché non mi sono allenato a pedalare, tranne il venerdì prima, gli altri giorni solo nuoto. Ma i dolori della settimana prima sono niente rispetto a quelli del dopo gara. Forse gioca molto la preoccupazione, e il fatto di non poter far sport, potrei nuotare, ma niente che coinvolga le gambe. Con le gambe posso (devo) solo far stretching e pochi movimenti. È mercoledì, sono fiducioso.

    http://www.granfondodeisibillini.it/