Autore: kruks

  • qual è il keystroke giusto?

    Su Windows si usa ^Z, è diventato uno standard, tant’è che molti programmi Linux usano la stessa combinazione per annullare.

    È molto importante per imparare: pulisci la lavagna e ricominci a disegnare. Certo si ricorda l’errore, ed è proprio quello che conta, sapere come non fare per trovare la strada giusta. Ma la lavagna è pulita.

    Nella vita qual è questa combinazione? Perché è vero, io imparo l’errore, ma come posso cancellare quello che ho fatto se per caso ha lasciato qualche cosa negli altri? Cosa fai? vai lì e dici “guarda, questa non va, la rigiriamo” tipo set cinematografico? Ma no, non è neanche questione di riavvolgere il nastro, non è questione di rigirarla, è il solo cancellare la lavagna. Io imparo dai miei errori, ma gli altri perché devono subirli?

    Non è proprio possibile crescere da soli.

    “Non scrivermi più” e quella smodata voglia di cancellare tutto ciò che si è scritto e lavar via i miei scarabocchi da te.

  • cosa vuoi diventare?

    Io non voglio diventare. Sarà per via dei corsi di sviluppo personale che uno si fa la domanda, ma non mi serve. Io voglio restare così come sono. Certo invecchierò, diventerò forse più antipatico, spero di correggere alcuni difetti. Ma io non voglio diventare. Tutta questa cosa del personal branding, se non si beve non è roba che mi interessa. Fai di te un brand, ma che vuol dire? Cioè, dopo esser diventato un brand cosa faccio? Mi clono in formato postit e mi distribuisco negli uffici dei miei clienti?

    “Sei tu il prodotto”, “bisogna sapersi vendere bene, con tutto il rispetto”. È qui ci vuole il rispetto, ma guarda caso non ce la nessuno per chi fa il mestiere veramente “sono poco di buono”, e tanto basta. Ma cosa cambia da sei tu il prodotto?

    No, non sono un prodotto, non voglio esserlo.

    Poi “quando vendi un prodotto, devi vendere una storia, devi vendere un sogno”, cioè il prodotto è un sogno ed io sarei il prodotto?

    No. È una cazzata.

    Io invece vorrei esere il sogno erotico di chi dico io. Lei bendata e legata, su di un letto qualche rosa qua e là, la sfioro e lei impaurita o incuriosita, non sa cosa scegliere ma capisce che è sempre più eccitata, non riesce a parlare ma forse non vorrebbe, si contorce, le labbra socchiuse ed umide e non solo. Mi masturbo e vado via, perchè sono stronzo. Ma non un prodotto, sarei un prodoto di merda.

    Comunque non voglio diventare niente, ci pensa il tempo per quello.

    Se corri diventi un atleta? “Se vuoi diventare un atleta devi correre”, ma se io voglio semplicemente correre e non diventare qualcosa? Voglio correre. Basta. Non voglio essere bello, essere magro, essere prestante, essere vincente, essere un accidenti che so io o sapete voi. Voglio correre, punto.

    “Se vuoi essere una persona famosa devi fare molta gavetta”. Sono cazzate, se vuoi imparare un mestiere devi farlo per molto tempo, se veramente vuoi apprezzarne tutte le sfumature e capirne a fondo la bellezza che è nel fare e saper fare.

    La vita è un divenire, no diventare

  • Appoggio sinistro, appoggio destro

     

     

    Non ho il diritto di farlo, ma è solo fino a settembre ora devo lavorare su questo:

    appoggio-Sinistro Appoggio-Destro

     
















    appoggio. La causa è una contrattura, questo modo di correre non è una cura.

    Ci vuole più fegato. Il fegato è a sinistra. O forse a destra. Infatti.

    Penso di aver interiorizzato questo gesto durante il medio di Rimini, a maggio, nella frazione di corsa. Per via della contrattura non riuscivo ad appoggiare la gamba destra senza quasi piangere. Questa “tecnica” sembra aver funzionato, nel senso che non ho avuto dolore alla coscia, le smorfie sono per l’elaborazione del contorto gesto.

    Penso sia difficile rilassarsi un queste condizioni.

    Il link delle foto:

    http://photo-sport.it/Photos.aspx?EventID=60&PhotoID=216

    (intendo acquistarle ma questo non è il mese giusto)

    Una discussione con una amica ha portato a considerare la tecnica dei trigger points (ultimi 2 link):

    http://www.albanesi.it/arearossa/articoli/01bandel18.htm

    http://studioriabilita.wordpress.com/running/sindrome-bandelletta-ileo-tibiale/

    http://www.miofasciale.it/trigger-points.php

    http://www.triggerpoints.net/

    Sembra che sia alla base de tapping, cioè lo scotch che ha sulla schiena Balotelli per ragioni oscure, cioè rilassare la fascia (tessuto connettivale) e favorire il funzionamento corretto del muscolo risolvendo le contratture.

    Gli altri 2 link è perché in effetti ho dolore alle ginocchia e stamattina ho anche saltato l’allenamento. Forse è un segno.

     

  • Ciò che è superfluo è inelegante

    E ovviamente sarebbe superfluo dirlo/scriverlo se la mancanza di eleganza non fosse così diffusa.

    Prendo la bici, torno. Dovrei mettere dovrei fare cose come mettere a caricare l’orologio GPS, ma non intendo farlo veramente, solo toglierlo dalla bici nel frattempo. Non è indispensabile. Inelegante.

    Se sei un triatleta sai che gesti superflui fanno solo perdere tempo. E sono ineleganti anche alla vista. O comunque se sei un atleta sai che il gesto deve essere i meno dispendioso possibile, essenziale, scarno, elegante. Come un vecchio vestito grigio, camicia con colletto coreano e giacca minimalista.

    Commenti inutili: “e già infatti”. Inelegante. Sarebbe bastato “già” e un cenno del capo.

    Parlando di programmazione il superfluo è controproducente e spesso rende il codice lento, è la principale causa della rigidità al cambiamento, fino ad essere la causa di bug che sembrano inspiegabili.

    Non è questione di tirchiaggine o di parsimonia: l’inefficienza è brutta. Il gotico è un ingorgo in centro con rabbia repressa in auto e delitti inspiegabili in casa.

    Infilarsi un dito su per il naso tirar fuori una caccola. Essenzialmente utile a respirare meglio. Altro che inelegante.

     

  • E come Hulk affrontare la realtà ingigantendo

    Affrontare la realtà o dissumularla, offuscarla, ignorarla.

    Ingigantendo l’ego. Devo essere tutto, devo essere migliore, più intelligente, più stolto, più simpatico, più antipatico … insostenibile il mio peso.

    Buttare tutto ciò che mi appesantisce. Niente auto, niente moto, niente libri, niente passato, niente rapporti sociali, niente impegni, niente donne, niente amici, niente passioni, niente lavoro, niente caratteristiche, niente gusti, niente modo tipico di vestire.

    Tutto ciò che può appesantirmi va tolto.

    Ma sono tutto. Sono un chitarrista discreto, una persona sensibile, un affabile amicone simpatico, un dotto scienziato, uno scemo ignorante. Tutto. Ma solo nella mia mente.

    Ho la voce cacofonica, sono stonato, suono sporchissimo e non conosco un pezzo a memoria per intero, ho difetti di pronuncia, di dizione, ho cadenze di 3 o 4 dialetti, che mischiate assieme in situazioni di stress fanno si che non si capisce niente di cosa stia dicendo, la mia ignoranza è abissale più o meno in tutti i campi ho lacune gravissime, non c’è una sola cosa che io sappia fare veramente bene, e niente che segua con passione. Ma questa è la realtà e poco importa. Nella mia mente costruisco validi intrecci, piuttosto infantili ed incoerenti, considerato che hanno punti di incontro ed improbabile per un solo personaggio essere tutto. È fondamentale non scrivere mai le storie dei personaggi, si smaschererebbe l’incoerenza e sarei nudo.

    Nudi, essere nudi senza timori è fondamentale. L’importante è che lo strato adiposo protettivo delle stronzate nella mia mente sia ben fornito tanto da non farmi percepire la temperatura esterna, tanto da non farmi sentire il dolore delle botte che prendo e puntualmente ignoro.

    Male. Continuo a farmi del male ma non mi importa. Non esisto fuori ma solo dentro di me: quella cosa buffa non può essere me!

    Sciocchi sono gli specchi, che senso ha riflettere se non si è capaci di pensare?

  • Concentrarsi sul rifiuto e scordare l’obiettivo

    Questo viene fuori da una discussione sul come si è bambini e come farsi dire di sì. Infondo la cosa vale anche più tardi.

    Non ho ottenuto l’MSX perché ad un “no, hai già il videopack dei tuoi fratelli” la mia reazione è stata chiudermi in me stesso, arrabbiarmi e tenere il muso. Una reazione più positiva sarebbe stata quella di lavorare sull’esposizione del perché MSX era importante, non conta quanto fosse difficile spiegare la differenza tra una macchina programmabile e una no a dei genitori che avevano poco più che la 5 elementare, avrei potuto e dovuto comunque tentare, e comunque il successo avrebbe avuto più probabilità.

    Tutto questo l’ho semplificato dicendo “mi concentravo più sul rifiuto che non sull’obiettivo”.

    Come?

    Semplice, la possibilità del rifiuto esiste sempre. Non conta quanto una ragazza sia interessata a te, con quanta dedizione cerchi di farti capire che le piaci. Non conta quanto il tuo ego sia ipertrofico, quanto ti sforzi di essere tutto, il migliore, saccente, presuntuoso, ma disonesto al punto giusto da pretendere di nasconderlo agli altri ed a volte anche a te stesso. Finisci col buttarti sulle spalle una figura di te insostenibile. Tutto questo perché la possibilità del rifiuto esiste, anche se è minima, anche se tutto il modo trama affinché tu abbia successo, tu continui instancabilmente a scovare quella infinitesima possibilità di rifiuto, la ingigantisci facendola diventare certezza, non affrontabile, un ostacolo troppo alto. Puoi solo affrontare la cosa perdendo un po’ i sensi e la coscienza, ubriacandoti, fumando, scappando, stancandoti, e non affrontandola.

    Quel sassolino sul quale potresti inciampare se non sei abbastanza accorto diventa un macigno infido che sicuramente non riuscirai a superare e si trasformerà in mille modi pur di non farti raggiungere l’obiettivo. Non stai guardando più quel sassolino, ma tutta la categoria dei sassolini, tutte le possibili situazioni negative che potrebbero presentarsi, e devi per forza crescere, essere il migliore, superbo, supponente, presuntuoso, spavaldo, maleducato, educato, idiota, istruito. Tutto. Devi semplicemente essere pronto ad essere tutto, ed essere tutto.

    L’obiettivo è sfuma, è perso di vista, non c’è quasi. Non ti sfiora neanche lontanamente l’idea che tu possa avere un obiettivo in comune con lei, che potreste voler costruire la stessa cosa, insieme, o comunque qualcosa di simile.

    Ecco, vorrei spiegare, e dire cosa è successo in questi anni. Ma non so più a chi spiegarlo.

    E sono debole, come tutti del resto, o forse più degli altri.

    E non ci sono cose da recuperare, situazioni da correggere, rapporti da ricercare. Niente.

    Non ci sono ponti, questa è un isola, e non ci sono traghetti o viaggiatori disposti ad attraversare la burrasca delle acque tempestose che mi circonda.

    E chi arrivasse qua … ho messo trappole per tutti i boschi di questo mio strambo paradiso, ho avvelenato ogni pozza d’acqua, sto seduto su di una collina, per nulla interessato a non farmi vedere, faccio movenze assurde e boccacce senza senso. A volte sono triste, ma a stento bevo e mai mi ubriaco, poche le lacrime che escono da queste orbite se non quelle dovute al sudore. Penso al suicidio ma solo per darmi coraggio: se non muoio posso sapere cosa proverò domani e come sarà questa strana isola. Vorrei sapere cosa ci sarà dopo la morte, nel frattempo muoio di noia. Infantilmente pensando ad una vita dopo la morte penso che sia giusto che ognuno abbia in eterno ciò per cui ha lavorato in vita: è voluto essere felice e sarà felice per sempre, ha voluto essere annoiato e sarà annoiato per sempre. Ma so che tutto questo avrà una fine, tutto ha un inizio e tutto ha una fine e non c’è niente che tu possa fare, tutto andrà bene.

  • Aronaman 2014 – il racconto

    Preparare una gara consiste nell’allenarsi.

    Ogni gara ha il suo imprevisto, spesso il trucco è accettare questo come dato di fatto. Così è stato per me riguardo ad Aronaman.

    Il posto è bellissimo, il lago Maggiore, non il più grande d’Italia, ci deve essere una qualche ragione per cui è chiamato maggiore … comunque Arona sembra una città piuttosto elegante (cioè costosa) quindi soggiorno a Dormelletto, un nome che sembra suggerire il sonno (non uso il latino perché non lo conosco ma sarebbe stato azzeccato dire nome nomen).

    Comunque non ho molto tempo di meravigliarmi dei colori che il sole dona al castello nell’altra riva, al lago ed alla città di Arona: devo capire dove è la zona cambio, devo trovare un parcheggio, devo consegnare la bici e fare tutto abbastanza velocemente da poter arrivare al checkin in albergo prima delle 8 di sera. Fortunatamente la strada non è chiusa come avevano avvertito, fortunatamente un parcheggio alla meglio in divieto non da problemi (ne multe), fortunatamente la fila per il pacco gara non è disumana, fortunatamente viene fornito dalla organizzazione un sacchetto di nylon per coprire la bici (tipo bozzolo di farfalla). A ben vedere, col senno di poi, non tutti gli imprevisti sono negativi. Riesco a sistemare la bici prima delle 7 e 30, esco dal parcheggio e vado in albergo (5′ d’auto). Doccia, cena, letto.

    Sveglia alle 4 (partenza gara alle 6.50, chiusura zona cambio alle 6.30). Integratori: ho studiato abbastanza bene la situazione, dovrei poter terminare la gara in 6 ore (scaccio la velleità di andare sotto questo limite, non so se sarà bagnato e non conosco la salita) essere a posto:

    – boraccia da 700ml e 150kcal disciolte e barretta da 150kcal: questo copre la frazione ciclistica

    – gel 100kcal: appena uscito dall’acqua per recuperare energie della frazione nuoto

    – magnesio-potassio se fosse troppo caldo per evitare crampi

    – gel 70kcal con amminoacidi perché li ricordo come benzina dalla granfondo dei sibillini del 2013

    Comunque penso alla colazione. Non prendo latte ma tea al limone, mi fa cagare ed è perfetto. Di roba ce ne sarebbe, ma preferisco rimanere leggero: anche se sono solo le 4 non voglio tenere l’intestino impegnato e la cena di ieri è stata più che sufficiente.

    Faccio le cose di fretta in zona cambio, metto le scarpe, tolgo il nylon, pretendo di uscire in orario, quando avrei dovuto approfittare per gonfiare le gomme, cosa che farò durante la T1.

    Nuotare non è il mio mestiere. Mi metto in scia, ormai l’ho capita, tranquillo e cerco di tener dietro a chi va molto lento e rimane dietro, cioè dietro a tutti, ma cerco di tenere seguire un tragitto efficiente. Sono 2 giri, avrei dovuto tenerlo a mente. Al secondo giro, avendo tolto gli occhialini, per lo più è tutto appannato ed anche la tattica del seguire il tragitto diventa difficoltosa, devo tirare su la testa più spesso.

    Non è tanto quello il problema, mi preoccupa di decidere se gonfiare o meno la bici, ma decido per il sì: ci sono 36km piani, ho le appendici e posso sperare di farli in un ora, ma con le ruote ben gonfie, giacché è tutto bell’asciutto.

    Ah, ecco il rapporto lungo. Questo non ci voleva, la partenza è in salita, ed anche se è leggera non è l’ideale. Rischio di travolgere il pubblico (a quell’ora?!? gente strana). Poi anche infilare le scarpe è un parto, per non parlare dell’attesa del gps e dei satelliti. Ma poi è piano. E qui l’ultimo mese di allenamento mi regala una piacevole sorpresa, sono praticamente il più veloce tra quelli rimasti indietro al nuoto, anzi, riprendo anche qualche donna, ma solo nella parte piana. Così arrivo al rifornimento, ci sarebbe la barretta, ma prendo solo l’acqua e un gel che fa comodo. Mezza barretta l’ho già mangiata e l’acqua va bene per digerire l’altra metà. Non sto seguendo il programma, ma i rifornimenti sono riforniti e non avrò problemi. Succede che durante la salita riesco a rilassarmi e far andare le gambe un po’ più velocemente, non so bene cosa sia ma ho il sospetto che il mio modo di pedalare sia piuttosto inefficiente solitamente e trovando la postura giusta potrei fare anche le salite in modo discreto. La salita è tortuosa in mezzo ai boschi, poi c’è un po’ di pianura e si aprono i boschi, si sentono pascoli bovini. Poi fanno capolino giocatori di golf con la sacca in spalla. Si scorge poco come panorama, o forse sono troppo impegnato dalla strada che non conosco, e dalla gara. Bisogna tenere la distanza da chi precede, sorpassare in breve tempo, o farsi sorpassare. Non è sempre semplice, è strano come diventa difficile tenere la scia quando invece si potrebbe e si dovrebbe farlo.

    La salita sembra finita e per la maggior parte tutto fila liscio, le curve sono larghe ed arrivo a posare la bici.

    Sulla corsa sono scarso, l’ho tralasciata negli ultimi 2 mesi per feritine o scuse varie, così non esagero, dopo 7km mi fermo per pisciare dove non dovrei, ma gli alberi, in fondo, nascono e crescono per quello. Poi posso proseguire, ma fermandomi di nuovo, questo l’ho stabilito durante l’ultimo allenamento: non reggo, quindi meglio fermarmi e approfittare anche per prendere il gel. Il tempo è perfetto, 24°, non si può chiedere di più (taxi a parte).

    Finisco in 5h39’52”. Ma questo lo scopro il giorno dopo, sicuramente so di aver finito prima delle 6 ore e questo per me è un ficata. Non so se potrò eguagliare questo in futuro, non è un gran tempo, lo so, ma non sono un granché, e so anche questo.

    Quello che ho capito è che a volte è inutile starci a ragionare troppo con tattiche di allenamento, e tutto il resto. La bici ha bisogno che tu pedali, e devi starci sopra, e pedalare. Il cervello conta fino ad un certo punto, devi metterci l’anima e il cuore, non solo in senso polmonare e cardiaco.

    In seguito, uno degli allenamenti che mi sono piaciuti di più è stato fare le ripetute in bici: 20″ tirando, 10″ recupero x8, 5 minuti di recupero, tutto ripetuto x5. Andrebbero fatte in pianura, ma ho trovato più interessante farle su pendenza mista, con interezioni e traffico (molto moderato, ma non assente). Il bello è la concentrazione nel dover eseguire tutto senza perdere equilibrio, arrangiandosi con cambio rapporti se è salita, gestendo anche sorpassi o pedalando e frendando contemporaneamente … pensare solo all’esercizio ed al resto non pensare affatto.

    Per quanto tutto il mondo e la mia vita sia più importante di qualsiasi gara o allenamento, in realtà non è importante neanche quella, e a volte squilibrare le priorità permette di vedere le cose da lontano, distaccati da se stessi, e capire che ci si rifiuta di vedere ciò che è evidente e che ci tiene prigionieri di un personale modo di essere.

    Forse mi sbaglio, ma farò altre gare e altri allenamenti. “secondo me siamo al mondo per imparare”, mi disse una volta una ragazza, e forse ha ragione, e forse va bene tutto, che sia costruire la torre Eiffel, calcolare la traiettoria di un asteroide, diventare miliardario, o fare una mediocre gara di triathlon medio, o un semplice allenamento.

    Va bene tutto.

  • Coraggio. Si fa presto a dire coraggio.

    La paura è un invenzione, la paura non esiste. Ma il pericolo è reale.

    Infondo non avere coraggio corrisponde ad avere paura, non a riconoscere il pericolo.

    E il pericolo lo vedo chiaro. Si fa presto a dire “cosa ci vuole? datti una mossa”. Cosa ci vuole a mettere una mano dentro uno stagno e pescare una rana tra rane che vogliono solo essere pescate. Ma non vedo rane, vedo coccodrilli ed esseri contorti, mostri del lago, rospi putridi, piattole sanguisughe, parassiti urticanti, e forse ancora peggio, rane di legno.

    Si fa presto a dire coraggio.

    Avete mai danzato col diavolo nel pallido plenilunio?

  • Piccole isole. Nella mia mente. Arona

    aronaCastCi sono  cigni sui laghi, e anotroccoli neri.

    L’acqua è sempre più limpida di ciò che ti aspetti.

    È fredda, forse. Forse calda. Comunque acqua e dentro ci si sta bene.

    Vedo un castello, di là, forse è un isola, forse è solo l’altra sponda.

    Ma ci sono isole nei laghi. A volte ci sono.

    È inutile chiedersi come sia possibile che in laghi così piccoli ci siano, le isole, tanto esse se ne stanno lì, belle e nel mezzo.

    Inutile che investi del tempo a cercare di indagare quale sia il suo nome, e come sia successo.

    Ma l’aria è calda, e l’atmosfera accogliente.

    La bellezza del lago si rispecchia negli occhi di chi lo guarda. Non importa che abbiano il muso o che siano poco sorridenti. La bellezza dei riflessi del sole sulle increspature e la luce del castello in mezzo al verde rimane impressa nel fondo della retina di chi è lì.

    E forse porterò con me questa bellezza.

    #Arona, per #Aronaman

  • Piccole cose infondo, ma si capiscono solo da lucidi

    Credere di essere il risultato delle proprie scelte.

    Credere di poter cambiare la propria situazione solo grazie alle proprie scelte.

    Credere che le proprie scelte siano sempre libere e che si abbia sempre avuto la lucidità di prenderle quelle scelte.

    Pensare di essere colpevoli per non aver fatto la cosa giusta, per non aver insistito o desistito al momento giusto.

    Senno di poi.

    Il senno di poi te lo sbatti sui coglioni, usava dire mio zio.

    Il problema è che il ventaglio di scelte possibili sono determinate solo dalla conoscenza.

    Stupidamente il consiglio dei nostri genitori era quello di studiare, perché chi ha studiato ha una posizione migliore. Non è vero.

    Chi ha una posizione sociale migliore ha studiato, ma invertire le cose non funziona molto.

    Chi ha studiato potrebbe avere una visione più ampia e chiara della situazione, può sfruttare questa visione per prendere decisioni migliori per se stesso, e forse sollevarsi dalla propria posizione e migliorarla.

    Quel che trovo più chiaro è che nessuno cerca di venderti fumo mettendoti in testa sogni impossibili o l’idea che potrai raggiungere il successo facilmente.

    Mentre invece tutti cercano quel fumo, tutti cercano di crederlo che sia semplice, tutti credono che raggiungere qualcosa sia semplice, anche qualcosa di grande, non importa. Si vuole trovare la scorciatoia, in una specie di delirio di onnipotenza.

    Abbiamo progettato noi quel prodotto, e troviamo nel mercato sempre qualcuno che ce lo venda, troviamo la zingara che ci legge la mano e ci promette un futuro raggiante, troviamo auto sportive a costi spropositati che ci avvicinano al nostro sogno di nababbi, troviamo carne in scatola fresca, pesce affumicato appena pescato, venditori di sale da sciogliere nell’acqua e trovare la felicità, troviamo rapporti affettivi a pagamento che ci rendono meno soli senza doverci sforzare di trovare il coraggio di guardarsi in faccia.

    Il prodotto lo progettiamo noi, qualcuno ce lo vende, e siamo sempre pronti a puntare il dito verso chi lo sta vendendo.

    Progettiamo anche quello, preferiamo pensare che la situazione è questa perché tutti ci fregano, così se dovessimo mai raggiungere qualcosa nella vita dobbiamo rubbare.

    Facciamo tutto affinché sia semplice: chi ha successo lo fa semplicemente (rubando), chi fallisce non ha ancora trovato la riceta semplice, come un piatto di spaghetti con aglio e olio, o come una frittata, ma bada, come una frittata o un piatto di pasta cucinati dalla mamma e portati fumanti alla tavola già imbandita.

    Così compriamo il sogno, pagandolo oggi, e pagandolo nella realtà. La realtà non ci piace la camuffiamo da truffa.

    Ed in momenti di sconforto diciamo che ” la verità è che nessuno ti regala niente, che bisogna sempre lavorare duro …”

    Ma non è vero. Di regali ne riceviamo a iosa, solo non siamo capaci di rendercene conto, preferiamo distrarci a sognare quel che non esiste, e che forse neanche ci piacerebbe.

    success-effort

     

     

    Interessante come cercando “dream” in flickr non ho trovato nulla che riguardasse i sogni fasulli che qui ho descritto. Il mondo sta andando bene.