Cento Ottanta Sei, o 157

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Questa settimana sono riuscito a combinare poco, tranne fissare un paio di appuntamenti.

Uno per la visita per il certificato attività agonistica, l’altro per la riparazione del parabrezza.

Per il parabrezza devo pagare la parte eccedente di mille euro, che è il massimale coperto dall’assicurazione. Confondo la franchigia col massimale. Me lo fa notare la ragazza che sale a Milano (San Donato Milanese), grazie a Blablacar.it

Professionalmente in questa settimana il focus è capire se e come impostare un controllo di sicurezza tramite un tool esterno.

Ho già installato ed impostato Harbor per il controllo e hardening delle image docker e la gestione di un registry privato. Ora serve controllare in automatico la supply chain del software open source. Per questo semgrep.dev offre un servizio automatico che accede ai repository privati tramite API. Faccio una rapida scorsa ai tool e linguaggi supportati da semgrep, ed è davvero esaustiva (nodejs npm, packagist composer, rust cargo, python requirements, …). Questo servizio costa qualcosa tipo 30 dollari/mese, che non è un costo eccessivo, poi va a salire in base al numero di progetti/sviluppatori.

La caviglia va ancora male. Quindi faccio un massaggio tailandese. Martedì ore 13. La ragazza dice che ho la gamba destra un po’ strivellata o disallineata, il ginocchio tira verso l’interno, la caviglia verso l’esterno, e pare che l’anca sia bloccata quasi. Mi dice che non ha molto senso rifare un massaggio prima di una settimana. Il pomeriggio subito dopo il massaggio crollo sul letto: mi aveva avvertito che sarei stato scombussolato.

Effettivamente ho corso quasi 10 km il lunedì, fiducioso nel miglioramento, ma poi a lezione di tango non riesco a fare il pivot sul piede sinistro: appunto, la caviglia problematica.

Mi scoccia non poter ballare.

Forse faccio 100 km di bici in settimana, pochi metri di nuoto.

Così arrivo allo sprint di Lecco consapevole che sarei arrivato ultimo nella frazione nuoto, e zoppicato in corsa. Quello che mi ha stupito è stata la pessima bici. Comunque decido di non mettere la muta perchè fa caldo, e avrei guadagnato 1 o 2 minuti, che poi avrei perso togliendomela. Col senno di poi, la muta tagliata sulle braccia e le gambe, me la sarei tolta in 30/40 secondi. Ma va bene lo stesso, visto che ho perso il tempo per mettere i guantini da ciclismo, rompendoli.

Il nuoto di per se è andato bene, la vista fuori dal lago di Como (di Garlate) è spettacolare, sotto si vede poco per via delle ed il fondo scuro. L’ingresso è traumatico, i sassi sono spaccati male e fastidiosi sotto i piedi. Dopo essere stati 10 minuti ad aspettare la partenza in acqua, ci dicono che dobbiamo uscire a fare la spunta. Il secondo ingresso, almeno per me, è più semplice: cammino sullo scivolo in cemento, poi mi “tuffo” in orizzontale e nuoto fino a dove ero prima. Zero passi sui sassi. Non ho mai nuotato così forte, di meglio non potevo fare proprio, a tutta anche quando tiravo fuori la testa per guardare la direzione della boa successiva.

Zoppico fino alla bici, che è un bel po’ di strada. Con i guantini faccio casino. Con le scarpe sono lento, col casco e occhiali lo stesso. Salgo in bici e sono rinco. È una salita semplice all’inizio ma spingo male con le gambe. Sono 3 giri da 6/7 km, con un po’ di curve, e piego male e prendo traiettorie assurde. Di cervello non connetto, di gambe spingo poco. Solo nei tratti lunghi riesco a prendere un po’ coscienza dei bicipiti femorali e del movimento rotatori e prendo i 40/h, questo a metà del secondo giro. Ma ancora il cervello connette male. Faccio quello che posso fino alla fine.

Arrivo a posare la bici, dopo l’ennesima traiettoria assurda. Corro sulle punte delle scarpe da bici fino al sostegno. Tolgo casco, Scarpe. Mi incaponisco ad infilare i calzini, piuttosto inutili sui 5km che devo fare, ma in effetti ho visto un unghia troppo lunga e non avevo niente per tagliarla. Parto a 5, e penso che rallenterò. Ma tengo l’andatura, il caldo c’è ma non è eccessivo, c’è acqua ai ristori e gli ultimi 600 metri li corro a 4’15”.

Insomma, è stata una gara un po’ sopra le righe, era come se fossi ubriaco, a partire dalla prima salita in bici, fino all’ultimo km di corsa.

Di fatto il B&B devo ho dormito era “non adatto allo scopo”: praticamente la camera non aveva niente per oscurare le finestra, ed ho dormito malissimo. Forse hanno adattato quelli che dovevano essere degli uffici a camere di albergo, che sarà pure un ottimo pivot aziendale, ma un servizio davvero di merda.

Questa volta mi ricordo di mettere il viaggio in blablacar in tempo. Così all’andata sale una ragazza di Macerata, futura medaglia Fields, che va a Torino a trovare amici. Si parla un po’ di Artificial Intelligence, LLM, statistica, algos, eventi, simulazioni, video su youtube alle 3 di notte. Avevo recuperato un altro posto a sedere, ma fino a Milano c’è solo la medaglia Fields. Arriva una richiesta da una ragazza che sale a Milano, chiede se c’è un secondo posto per una sua amica che non ha l’app. “Yes”. Il messaggio è scritto in inglese. Sono 2 Americane, Jessica più in carne, di Las Vegas, Megan biondina, di Virginia Beach. Il Virginia è bagnato dall’Oceano Atlantico, ed è proprio dove vive Megan, che è vestita coi colori della bandiera americana: “Hey, it’s 4th July, our anniversary”. 250esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America dal Regno Unito inglese. (tutto questo per 2 bustine di the, che al bar te le tirano dietro).

Sono state in Scozia, a fare una “passeggiata”, di 80 km. Ora vanno a fare qualche passeggiata a Lecco, o nelle vicinanze. Jessica ha messo la propria casa in affitto con AirBnB, e guadagna più di quanto spende per andare in giro. I ristoranti a Milano sono meno costosi di quanto spende a Las Vegas (e te credo). Il figlio è all’università ed ha il suo prestito. Così non tornerà più. Ottima idea.

Il ritorno con blablacar non è così movimentato. A parte la sosta a San Donato, che è davvero un bel posto, verde e tranquillo, e cercare di recuperare la ragazza che scende ad Ancona da Milano. Balla e fa una gara a Rimini il giorno dopo. Lavora per una ditta di supply management, o una cosa del genere. Mi spiega un po’ come si distingue da un ERP, e boh.

A Lecco il sabato ho fatto una passeggiata fino al “castello dell’illuminato”, parlo con la custode, e mi pare di capire che tutto è stato fatto dopo il romanzo, anche il colle probabilmente è stato scelto a caso. In cima c’è uno spiazzo, sarebbe ottimo per ambientare una messa nera, o un rito Wicca, un raduno di streghe, o cose del genere. In effetti c’è il resto di un fuoco da una parte. Poi c’è una croce in acciaio che si vede dalla strada (circa 200 mt più in basso), in controluce, che da quel senso di disagio descritto nel romanzo. Poi ad est e ad ovest ci sono 2 torrette, in quella orientale un gruppo di statue che fa qualcosa, una targa dice di moltiplicazioni di beni deperibili (non so se pani e pesci, o altro, non ricordo). Altre cose strane, una scala in ciottoli che l’indicazione suggerisce di salire in ginocchio per avere in dono un indulgenza (che dovrebbe essere il perdono di tutti i peccati passati, presenti e futuri, e l’accesso al paradiso, che è tipo un altro livello del videogioco, di cui un livello sarebbe la vita … questo è più o meno come vedono le cose i cattolici). È una specie di Disneyland italiana, dove la gente sembra convinta che davvero queste cose avvengano, come se fossero tutti Paperino, Topolino, Pluto, eccetera.

La vista che si scorge dalla cima è spettacolare. Si vede il Lago di Como (o forse il Lario?), la strettoia e il cambio nome in Garlate (non appare la scritta, a meno di non indossare occhiali per la realtà aumentata), e poi in qualcos’altro. In effetti al camping Rivabella c’è una illustrazione che spiega qualcosa sul lago, ma sto mangiando le patatine prima della gara, perché grazie alla passeggiata del sabato mi ritrovo una contrattura al quadricipite destro e una al polpaccio sinistro, oltre ai problemi di caviglia, e di sale in bustina non ne hanno.

Lecco la visito poco, in palazzi famosi non riesco ad andare. Il Ponte Azzone lo attraverso per caso cercando una paninoteca appena arrivo. Mi piace come suona il nome, è un Pontazzone. Ma niente di particolare, non ha quell’impatto visivo che mi sarei aspettato. Ma scopro che è a senso unico per tornare dall’altra parte bisogna fare più strada.

Le strade sono davvero contorte, onestamente non ci ho capito niente, ho solo seguito il navigatore, e piuttosto male, anche sbagliando il giorno della gara e tornando indietro. Il problema è che spesso non ci sono bivi, ma trivi, e poi le rotonde si susseguono vorticosamente, assumendo delle forme strane, allungate, come una specie di organismo unicellulare, un batterio, nel momento in cui si sta riproducendo per partenogenesi. Tanto che il navigatore sembra convinto che si possa attraversare nel mezzo, come se il tempo fosse andato avanti e tornato indietro, e quindi la partenogenesi fosse stata completata un tempo, lasciando un passaggio tra i 2 nuovi batteri, e poi fosse ritornata indietro, tornando a formare 1 organismo unico, ma ancora con 2 nuclei che poco si sopportano e stanno prendendo le distanze lo uno dallo altro nucleo. Ma questo tempo continua rimbalzare, avanti ed indietro, in una specie di sospensione dalla realtà.

Questi adesivi sono una figata.

Se mai ripeterò uno sprint: non metto calzini, niente guanti, a tutta in bici, e corsa a 4 dal terzo km.

Sono 20esimo di categoria, 157esimo (su 220) assoluto, col pettorale 186. Ma un tempo totale di 1h18’24”, e qui recuperare 2 minuti in cambi e transizioni fa tutta la differenza: 2 minuti sono 20 posizioni avanti.

Sinistro per via della caviglia, e destro? Il ginocchio tira verso l’interno e non è un bene. La tailandese mi ha suggerito di “Fare la farfalla” seduto. I cuneiformi sono contratti a go go, e le ginocchia sono sovraccaricati sulla parte esterna.

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